Glen Keith 23 yo (1993/2016, Kingsbury, 53,7%)

Glen Keith è una di quelle distillerie poco celebri, poco note, vittima del loro essere muli da lavoro per grandi marchi di blended whisky: in questo caso, Glen Keith porta acqua (-vite) al mulino di Chivas, parte della grande galassia Pernod Ricard. Per fortuna che ci sono gli indipendenti a dare lustro a questi lavoratori: oggi assaggiamo un single cask di Kingsbury, imbottigliato nel 2016.

N: un profilo dolce e fresco, molto piacevole: torta al limone, anzi torta Paradiso. Agrumato, con mandarino o cedro, forse. Ha anche una sua austerità, vegetale e oleosa: foglie, ma anche olio di semi di lino, dice Zucchetti indossando una camicia di lino – dimostrando dunque di essere uno che se ne intende davvero. Lemongrass. Anche il legno compare, fresco, senza però disturbare. Un ciccinino di cera, quasi.

P: molto piacevole, che buono! Resistono le note oleose e agrumate, tra olio di mandorla e limone, ma esplode inatteso un lato fruttato eccezionale: un pit di banana, soprattutto però ananas e pesca bianca. La sua cremosità rimane educata, e tende a chiudersi verso una vena amara (nocciolo di limone?). Molto molto buono.

F: lungo, molto coerente, fruttato e burroso, si chiude con una smandorlata definitiva.

Quante volte abbiamo detto che le distillerie meno conosciute sanno spesso regalare chicche imdimenticabili? Tante, ma mai abbastanza, dato che ci troviamo a ripeterlo anche oggi. Ah no, aspetta: forse è solo che siamo noiosi e l’età inizia a renderci ancora più ripetitivi, come quegli anziani che raccontano sedici volte di fila lo stesso aneddoto. Ma insomma: questo Glen Keith è semplicemente delizioso, fresco, profondo, oleoso e fruttatissimo. Ne berremmo a pinte. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – September.

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Mortlach 25 yo (1993/2018, Adelphi, 56%)

Samuel che spala torba, miagolando

Siamo delle persone semplici: vediamo un single cask di Mortlach di 25 anni e non capiamo più niente. Fortuna vuole che ci sia giunto in omaggio un grasso sample di (indovinate un po’) un single cask di Mortlach di 25 anni imbottigliato da Adelphi l’anno scorso: e in questo caso, si scrive “fortuna” ma si legge “Samuel“. Miagolando di giubilo, non spendiamo parole superflue e passiamo ai fatti.

Mortlach 1993/2018 Adelphi

N: mancano tutte le note più sporche della Bestia di Dufftown, e dunque niente zolfo o brodo di carne, almeno all’inizio. Iper fruttato, si sente immediatamente il forte contributo del barile: mon cheri, frutta rossa sotto spirito e cioccolato, marmellata di fragola. Crema di marroni e marmellata di arancia. Mela rossa. Sentori di crostata di mele?, brioche alla mela, strudel (ma senza cannella).

P: esplosivo, molto intenso, ancora molto fruttato: frutta rossa, marmellata di fragola, succo di mela… Ancora tanto agrumato, arancia. Arriva poi quella nota che ci dice “Mortlach”, ed è una nota di brodo di carne – niente zolfo però. Riduzione di anatra all’arancia. Polvere di caffè, qualche spezia del legno, foglie di tabacco. Biscotti allo zenzero e cannella (qui sì), verso il finale…

F: ed è subito Ikea sotto Natale, con il biscotto cannella e zenzero che conduce pian piano alla frutta esuberante del palato (arancia e mela).

La nostra semplicità, dichiarata in avvio, trova conferma nella goduria della bevuta. È un Mortlach in una versione molto ‘pulita’, senza note sulfuree troppo marcate e con solo una noticina di brodo di carne al palato a ricordarci che la Bestia di Dufftown è carnivora… Pulito, si diceva, ma con una personalità che neppure Pogba al suo primo anno in Italia. 90/100, e grazie infinite al nostro miciolone Samuel: dai che manca poco, tra poco possiamo tornare a brindare insieme.

Sottofondo musicale consigliato: dal Machete Mixtape Vol.4, Gang!

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Valinch & Mallet, 52,1%)

Tullibardine è distilleria difficile: un tempo concentrata esclusivamente sulla produzione di materiale per blended, oggi sta cercando di rifarsi l’immagine e – contestualmente – di innalzare la qualità del distillato, stante una fama non proprio radiosa. Il vintage del 1993 è il più frequente disponibile presso gli imbottigliatori indipendenti, se si dà una rapida occhiata al whiskybase: oggi assaggiamo un single cask ex-bourbon selezionato da Valinch&Mallet, italianissimo giovane top player nel mondo dell’imbottigliamento indie.

28928121_10155426680611958_1273406618_oN: all’inizio si rimane spiazzati dalla sconcertante datità del distillato: cioè dal modo assieme sereno e brutale con cui questo va incontro all’ignaro degustatore. E dunque sentiamo note lattiche, di yogurt bianco, e in generale sentori ‘acidi’ – per intenderci – e agrumati, di limone candito, poi di sfalcio d’erba. Solo a un secondo ascolto (ma come? al naso? SINESTESIAAAA HONESTAAAAA) e col passare dei minuti si rivelano le note più attese, pure se in punta di piedi, in stile bourbon hogshead: e quindi vaniglia, pastafrolla cruda. Tuorlo d’uovo. Non moltissimo d’altro, a dirla tutta. A tratti un po’ alcolico.

P: il corpo decisamente non esplode, anche se la componente alcolica è piuttosto evidente. Da un lato si normalizza, seguendo una via che va dallo zucchero bianco alla vaniglia, al frollino. Dall’altro, rispetto al naso quel lato erbaceo molto naked non arretra, anzi a tratti pare di ciucciare fili d’erba fresca. Lemongrass; in generale, piuttosto agrumato (scorza di limone).

F: di media durata, molto pulito e limonoso, sulla falsariga delle fasi precedenti.

Senz’altro molto particolare, molto erbaceo, molto nudo; rispetto alla valutazione di Serge, a noi ha convinto complessivamente un po’ meno, e se possibile l’abbiamo trovato ancor più guidato dal distillato, forse fin troppo dopo 24 anni, e in ogni caso senza che la nudità, qui, risulti un valore assoluto, in sé – anche se quella suggestione di pane che l’alsaziano propone diffusamente, a posteriori, ci pare decisamente azzeccata. 83/100. Grazie a Fabio e Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Nessuno vuole essere Robin.

 

Springbank 22 yo (1993/2015, Sansibar, 51,8%)

Sansibar è un marchio tedesco che sta appiccicato sulle cose più varie: traendo origine da un ristorante storico a Sylt, sull’isola di Rantum, in Germania, si è espanso fino a coprire capi d’abbigliamento, vini… Insomma, è un piccolo colosso: per fortuna degli appassionati di whisky di tutto il mondo, è da un po’ che Sansibar ha deciso di lanciarsi anche nel mondo degli imbottigliatori indipendenti. Da qualche tempo Max Righi importa il marchio in Italia, e l’ha presentato all’ultimo Spirit of Scotland: chiacchierando con Jens Drewitz, abbiamo ricevuto il caloroso ed entusiastico consiglio di assaggiare il loro Springbank 22 anni… L’abbiamo fatto, e subito dopo non abbiamo potuto esimerci dal portarne a casa un campione: come vedete, non siamo riusciti ad aspettare a lungo per berlo…

Schermata 2016-03-10 alle 23.24.31N: il primo impatto è già devastante, ed è un profilo che trovi solo a Campbeltown. Spiccano fin da subito zaffate di aria di mare, che ti arriva dritta in faccia in un giorno d’inverno; poi punte minerali acute, di gesso, di torba viva, fradicia, mista a sassi, rocce calcaree bagnate da acqua sferzante; una lana bagnata impressionante, ed anche pastelli a cera. C’è anche un lato ‘anticato’, di vestiti inamidati, di fiori secchi (e zuccherini: erica e viole); ha anche una nota metallica che ricorda certi profumi, certi dopobarba di una volta… Tè al bergamotto. Intense, anche se in disparte, le suggestioni vagamente zuccherine (proprio lo zucchero bianco, liquido); pesche bianche. Fantastico…

P: …e fantastico resta anche al palato, mostrando grande coerenza: ci muoviamo in un contesto di assoluta eleganza, pur nella violenza inaudita, spigolosa ed austera, degli elementi: c’è il mare e c’è la terra, la torba, che si scontrano; e volendo, c’è anche il fuoco, che rimane solo perché è spento e lascia un filo di fumo (cenere)… Ma facciamo con calma: tornano le note floreali del naso, con una dolcezza zuccherina che abbinata all’acqua di mare ricorda ancora un vecchio profumo; poi la mineralità, torbosa, acre (ancora amido, ancora lana bagnata) e lievemente metallica. Un pit di pepe.

F: lascia le labbra salate, innanzitutto; di nuovo fiori secchi, poi cenere; terra. Superminerale: un profilo francamente unico.

L’abbiamo appena scritto: è un profilo davvero unico, vi sfidiamo a trovare un malto simile fuori da Campbeltown. È violento, è compatto, è contundente: e ciononostante riesce al contempo a cullare suadente con note floreali, paradossalmente delicate ed eleganti. Chissà se al largo dell’isola di Rantum ci sono delle sirene… Di certo, quelle che Ulisse si ostinava a voler sentire dovevano avere questo odore, questo sapore. 92/100. Grazie infinite a Max e a Jens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Jimmy Page & Robert Plant – The Battle of Evermore.

Ardbeg 20 yo (1993/2014, Cadenhead’s, 55,9%)

Qualche giorno fa abbiamo assaggiato un Ardbeg Cadenhead’s dalle specifiche molto simili, solamente imbottigliato qualche anno prima, nel 2008. L’obiettivo, accostandovi in degustazione quello di oggi, era di cogliere eventuali differenze. L’inizio degli anni ’90 è tra l’altro un periodo molto particolare nella storia della distilleria, appena riaperta dopo un decennio di inattività. Questo ventenne è maturato in una botte ex bourbon, che ha sfornato 186 bottiglie. Piccola nota di colore (cupo): su whiskybase l’ultima quotazione è di 320 euro!

IMG_8621N: la prima cosa che impressiona è la grande somiglianza, è talmente simile che l’unico modo per non fare copia/incolla è concentrarsi sulle differenze: questo è più austero, con una vaniglia più nascosta; qui, se il fumo è appena più lieve, c’è di certo tanta più legna bruciata. L’agrumato è più verde, sul lime e cedro. Si tratta di un naso spigoloso, meno piacione ma -intendiamoci- le differenze non sono così marcate.

P: che schianto! Anzitutto, generalmente parlando, batte l’altro 3-0 in quanto a sapore. Poi, si assiste uno sperticato e folle equilibrio, che mai lo crederesti possibile, tra le componenti che all’unisono si contendono il primato. Anzitutto la dolcezza non è di sola vaniglia, ma si pregia di una quota di frutta gialla matura (pera); ancora tanto lime, bello succoso; liquirizia. Dall’altro lato, mare e torba sono imponenti e variegati: legno bruciato e sentori ‘chimici’. Infine, una gran sapidità. Che vivacità questa torba ventenne!

F: se nell’altro a un palato dolcissimo seguiva un finale di soli copertoni bruciati, qui la gomma arde in compagnia di una bella dolcezza vanigliata.

Questi single cask sono la ragione per cui il mito di Ardbeg, dopo gli anni d’oro delle distillazioni fino a metà anni ’70, continua ad alimentarsi anche ai giorni nostri. Se la produzione ufficiale della distilleria si è progressivamente normalizzata e anzi rimane, con l’eccezione del 10 anni, un po’ deludente in quanto a rapporto qualità/prezzo, gli imbottigliatori indipendenti ancora ci regalano (mai espressione fu più fuorviante) sprizzi di vera e maestosa ardbegtudine. Un whisky indomabile, prepotente eppure anche così raffinato e invitante alla bevuta. Pure magic: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Godot – The fragrance of black coffee

GlenDronach 1991 (2010, cask #3182, OB, 51,7%)

Glen per Glen, restiamo nelle Highlands ma saliamo per tanti chilometri: dopo Glengoyne passiamo a GlenDronach. Abbiamo da un anno e mezzo un sample di un single cask in Pedro Ximenez donatoci dal prode Federico, e non possiamo più attendere oltre; non attendiamo, quindi.

16919N: apertissimo, niente alcol; pare un po’ scarico, non sembra neppure a grado pieno, tantomeno a 60%… Davvero molto fruttato, comunque, con notevolissime note supersuccose di fragole e more e lamponi e mirtilli. Qualche nota ‘profumata’ (quasi floreale… intensa, però), di frutta secca (fichi a gogo) ma non solo (prugne succose). Zero note sporche. Marmellata bruciacchiata. Qualche punta di caramello, qualcosa di tostato. Dopo un po’ esce un che di aceto balsamico. Cremoso (creme caramel), a testimoniare la botte PX.

P: il palato, con un attacco poco intenso, è molto meno fruttato: tanta liquirizia, tanto toffee, creme caramel. C’è una nota dolce un po’ strana, forse carruba? Nocciole tostate. La frutta c’è, chiaro, con marmellata di lampone; una intensa uvetta (quasi siropposa, se possibile). Ha un che di panettone marsalato e di mandorle. Legno, a tratti amaro. Buono, ma non pare a grado pieno… Già emergeva il tremendo dubbio al naso, ma forse il sample non era chiuso bene e ha perso in gradazione? Boh. Se anche così fosse, l’effetto complessivo resta buono.

F: tutto sul panettone, uvetta, marsala. Ancora fragola. Cose caramellate (che so, noccioline?).

Particolare: naso iperfruttato, palato e finale più su pasticceria e pasta di mandorle. Ce lo aspettavamo senz’altro più intenso, ma francamente abbiamo la nettissima impressione che il sample abbia lasciato agli angeli (?) qualcosina… In ogni caso, a dispetto dei nostri dubbi abbiamo deciso di pubblicare lo stesso le nostre note perché l’effetto, se pure un po’ scaricato rispetto a ciò che forse sarebbe potuto essere in origine, resta comunque molto piacevole; a dimostrazione, se vogliamo, che GlenDronach spacca. 84/100 è il voto, che però – vi preghiamo – prendete con delle pinze ancor più grandi di quelle che dovete usare di solito (e non solo con noi, con tutti! fidatevi solo di voi stessi! eccetera).

Sottofondo musicale consigliato: Laibach – Sympathy for the Devil, non foss’altro che per il video.

Clynelish 19 yo (1993/2012, Silver Seal, 53,5%)

Inizia oggi la settimana che porta allo Spirit of Scotland, e vorremmo prepararci adeguatamente… Mentre portiamo a termine gli ultimi ritocchi ai percorsi che, come l’anno scorso, metteremo a disposizione al banchetto di Beija Flor, e mentre attendiamo da Roma i sample da assaggiare (pare che qualche pazzo ci abbia inserito in giuria, assieme a tanti altri più esperti giurati, per il premio Whisky & Lode… ce la tiriamo un po’, dai!), stappiamo un Clynelish imbottigliato ormai 3 anni fa da Max Righi, vale a dire Silver Seal: come sapete, la distilleria è una delle nostre preferite, l’imbottigliatore è uno dei nostri più antichi feticci, Max ha messo più di una radice a Roma… La combo è perfetta.

2060342_1_N: le aspettative altissime sono subito confermate. Molto intenso e compatto, anche se la gradazione, soprattutto sulle prime, non si nasconde; veramente puro Clynelish, con abbondanti cera, salamoia (davvero molto salato e costiero) ed olio d’oliva. Sicuramente note di torba, minerali (zero fumo). Gradevolissimo e naked, senza intrusioni di legni esuberanti. Molto delicato, con fiori, note di ‘bosco di conifere’ ed aghi di pino; poi altrettanto piacevoli note più ‘dolci’, tra uvetta sotto spirito, chips di mele, pera. Un velo lieve ma profondissimo di crema pasticciera e biscotti al burro. Splendido.

P: che corpo! Davvero denso, molto masticabile; e che cera! Ancora olio, un raffinato senso di affumicatura lieve lieve, una sapidità e una mineralità davvero al top. C’è pure una bella nota maltata, dolce e matura e però vegetale, erbacea al contempo. Totalmente guidato dal distillato… Frutta gialla indistinta ma poderosa (ancora mele gialle, pera); con acqua, si aprono note di erbe infuse e fiori zuccherini.

F: si richiude su cera, torba e un malto pulito, mandorlato e quasi amarino; non lunghissimo ma veramente splendido.

Nella sua recensione Serge scrive: “minimal wood influence, perfect age, brilliant spirit, that’s why I’m into whisky”. Ogni altra parola sarebbe superflua, ma forse no: è esattamente il nostro tipo di whisky, impressionante intensità, pulito e sincero ma sporco e intrigante allo stesso tempo. Fantastico. Il nostro consiglio, come sempre, è di fermarvi a lungo allo stand di Max, all’imminente Spirit of Scotland: anche se probabilmente questo imbottigliamento è ormai esaurito, non si potrà rimanere delusi. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Stars fell on Alabama.

Laggan Mill 13 yo (1993, Cooper’s Choice, 46%)

Dopo aver assaggiato un controverso Lagavulin che gioca a nascondino, ecco un secondo Lagavulin in incognito, decisamente più agée coi suoi 13 anni in botte. Si tratta di un single cask della serie Cooper’s Choice, la linea di single cask dell’imbottigliatore indipendente scozzese The vintage malt whisky company. Tra l’altro, con sommo sbigottimento scopriamo ora, a qualche giorno di distanza dalla degustazione comparata, che Vmw risulta essere l’artefice pure del nostro recente Ileach (oltre che dell’altrettanto ‘segreto’ Finlaggan, detto così per amore di cronaca). Il destino ci ha giocato un bello scherzo, incassiamo e mastichiamo… malto.

IMG-20150112-WA0002-1N: s’intuisce che la distilleria è con tutta probabilità la stessa, ma questo è un naso più austero e più arrabbiato; è tutto percorso da aromi inorganici contundenti (tipo saldatura, ghisa, gomma bruciata), a dimostrazione di una torbatura più accentuata. Anche qui c’è marinità, ma più “ittica” e salatina. E ancora rinveniamo una marcata nota di arancia, che in questo Laggan Mill si stoppa però prima di sfociare nella decomposizione. Nei dintorni dell’Ileach anche gli aromi, via via crescenti ma sicuramente non grevi, che rimandano alla dolcezza: marmellata di fragole e d’arancia, castagne bollite nel latte, liquirizia.

P: paragone impietoso: ancora è intuibile la provenienza comune, tuttavia in questo palato tutto è fuso assieme in una miscela convincente. Ci lasciamo infatti invadere da note di agrumi e petrolio; di frutta (quasi tropicale) e di acqua di mare; di liquirizia, zucchero di canna e fumo. Insomma, i descrittori sono simili, a cambiare è la compattezza dei sapori.

F: iodio e gomma bruciata, una gradevole dolcezza di castagne e chiodi di garofano. Abbastanza insolito.

Questo Laggan Mill, pur senza essere un campione, si fa rispettare e apprezzare per l’equilibrio. Si presenta ben aperto e consistente al naso, per poi regalare un palato di grande sostanza, gradevole anche se dai sapori decisi, come giustamente ci si aspetta da un isolano. Diciamo che Lagavulin, pur sotto mentite spoglie, riprende il posto d’onore che le spetta e si riscatta pienamente dopo un malto non certo esaltante come l’Ileach. Voto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino ForastiereFase 1 Il titolo non è il massimo della vita, ma il pezzo è splendido.

GlenDronach 21 yo (1993/2014, OB for Beija Flor & Silver Seal, 58,1%)

L’abbiamo assaggiato per la prima volta a Roma, ed era solo un piccolo, sperduto campione di botte in attesa di trovare una nuova famiglia; ci era piaciuto, molto, ma poi l’abbiamo quasi dimenticato, persi nel quotidiano tran-tran… E poi, a Novembre, finalmente ne abbiamo presa una bottiglia tra le mani; l’abbiamo aperta, ne abbiamo versato qualche dram: e la magia è tornata. Stiamo parlando del GlenDronach ‘dei blogger’, selezionato da un panel composto dai più illustri (…) blogger di whisky italiani, da Max Righi e da Maurizio Cagnolati, i nomi e le anime dietro ai marchi Silver Seal e Beija Flor (potete leggere tutta la vicenda nella bella prosa di Davide). Ora, vediamo un po’ se insieme ai fidati compari abbiamo scelto bene: si tratta di una singola botte (#35) del 1993, ex-sherry Oloroso first-fill, invecchiata per 21 anni e imbottigliata da poche settimane.

Schermata 2014-12-15 alle 12.23.54N: miracolo! Dov’è l’alcol? Forse si è defilato per rispetto alla complessità di questo naso… Ha una ricchezza aromatica clamorosa, che quasi ingolosisce, ti prende per la gola… Il primo impatto è di un bel cioccolato, fondente (anzi: il cremino fondente); poi, a tappeto, un gran misto di frutti rossi, qui in versione fresca e succosa, ma anche: ciliegie sotto spirito! Un’altra immagine che ci viene in mente è: frutti di bosco con il Porto. Prugne nere, fresche e succose; anche fichi freschi, belli maturi. Poi ci addentriamo anche in un lato più graffiante: una bella nota di ‘caramello bruciato’, di creme brulée. Poi, delle note di anice, di rabarbaro, di tè, di legno umido, qualche punta di noce moscata e cera d’api: note sporche che si integrano perfettamente con il resto. Top. Sigaro?

P: anche qui impressiona l’inconsistenza dell’alcol, che lascia il campo a un corpo di compattezza e intensità. Clamorose. Le due anime descritte al naso (fresco fruttato succoso vs graffiante speziato tannico) proseguono qui all’unisono: e quindi, cioccolato ed eucalipto, frutta rosa (ancora iper-succosa) e rabarbaro, arancia e tamarindo. Qui il lato dei tannini si fa più erbaceo, vegetale, ma senza sforare nella dimensione dello ‘sforzato’. Accompagna verso il finale ancora quella nota speziata e piccantina di sigaro. Non sarebbe necessario, ma se volete farvi un regalo e gridare di vera gioia, aggiungete acqua: il lato tannini/erbe si fa appena da parte e lascia che la dolcezza esploda, veramente fragorosa (marmellata di fragole? crostata ai frutti di bosco?).

F: lunghissimo, aperto dal sigaro (quasi fumo); resiste, ancora clamorosamente, una frutta fresca, succosa; cioccolato amaro e una nota biscottata, di malto, a sorpresa.

Noi blogger di whisky italiani saremo dei cialtroni ma di certo sappiamo riconoscere un buon malto; o per lo meno, in questo caso l’abbiamo fatto – e c’è da dire che tutti e quattro i campioni ci erano parsi di alta qualità, quindi non è che proprio sia stato un compito difficile. Ma ecco, un GlenDronach di questa età, per sedurci davvero, deve essere come questo: ha infatti un ottimo bilanciamento tra il lato erbaceo e quello dolce, succoso; e diciamo già che un punticino in più glielo diamo perché con acqua evolve in modo davvero deflagrante. E insomma, bando alle ciance: 94/100 è il nostro voto; perdonateci, l’abbiamo scelto (anche) noi. Qui le impressioni di Federico, qui quelle di Giuseppe.

Sottofondo musicale consigliato: Keith Jarrett – Over the rainbow, dal concerto alla Scala del 1995. Una versione sofferta, e per questo splendida.