Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

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Mortlach 1995 (2015, Riegger’s Selection, 55%)

Già sono rari i Mortlach in bourbon, figuratevi un po’ voi un Mortlach di vent’anni in un refill bourbon! Mortlach è distilleria che deve la sua fama agli imbottigliatori indipendenti, che storicamente hanno privilegiato le maturazioni ex-sherry: siamo proprio felici, dunque, del fatto che l’amico Fabio (A song of Ice and Whisky, sapevatelo) ci abbia omaggiato di un campione di questo ventenne selezionato da Riegger’s, imbottigliatore indipendente crucco – e si capisce subito, basta guardare l’etichetta e subito pensi a bratwurst, pinte di birra in mano a donne poppute, austerità, Jurgen Klinsmann.

N: vi aspettavate un bel Mortlach carnoso, sporco e rognoso? Sbagliavate. Siamo di fronte a un whisky in cui a sorprendere è una nota erbacea e balsamica, tra l’erba fresca, la camomilla (zuccherata, precisa qualcuno) e il genepy… C’è poi una nota di cereale molto pulita, calda: tra il biscotto ai cereali e il fieno. Ma non si pensi a un whisky super-nudo: si sviluppano note di meringa, di pastafrolla, di crema pasticciera (di pasticcino con frutta?), ed anche di una mela gialla dolce, super aromatica. Un poco di miele.

P: è intenso e compatto, e al contempo di grande eleganza. Ripropone all’unisono la nota maltata, quella erbacea ed una dolcezza garbatissima. E quindi, andando con ordine, diciamo: fieno, fiori secchi, biscotti al burro, mela gialla dolcissima, perfino un ananas disidratato, biscotti digestive, pasta di mandorle. Bergamotto.

F: lungo, intenso, persistente, con ancora note biscottate, burrose e di frutta gialla (ancora mela e un’idea di ananas). Grasso e pieno.

I quattro elementi (maltoso, vegetale, agrumato e fruttato) sono perfettamente bilanciati e davvero compaiono sempre all’unisono, sempre compatti. Bello grasso e pieno, godibilissimo e complesso. Eccellente esempio della qualità di un distillato particolarissimo, tale anche grazie a macchinari e metodi unici: avete mai sentito parlare di un whisky distillato 2,81 volte? Ecco, appunto. 89/100, stessa valutazione di Fabio, scopriamo a posteriori.

Sottofondo musicale consigliato: Schubert – Gute Nacht (Winterreise).

Blair Athol 21 yo (1995/2016, Valinch & Mallet, 56,8%)

Ancora indipendenti, questa volta dall’Italia: Fabio Ermoli & Davide Romano sono Valinch & Mallet, e stanno in questi giorni annunciando le nuove release autunnali. Noi oggi ci soffermiamo su quelle ‘vecchie’, per così dire, e partiamo da un Blair Athol di ventun anni maturato in un barile ex-sherry. Single cask, a grado pieno, non filtrato e freddo e non colorato, ovviamente: ma non è anche per questo che amiamo gli indipendenti? Le premesse per un grande spettacolo ci sono tutte…

N: molto intenso, compatto e, se ha un senso, ‘cupo’. C’è una sensazione di frutta scaldata, appena uscita da un forno, come una crostata alle arance; oppure, proprio la marmellata (di arancia, ca va sans dire) in via di preparazione che ribolle nella pentola. Mela rossa, anche un che di pesca, sempre in versione ‘calda’. C’è poi un graffio minerale, sottile, come di legno umido (sa un po’ di warehouse) o forse di tabacco da sigaro; c’è la frutta secca (noce, nocciola), forse una polvere di caffè. Col tempo si scurisce, con anche cioccolato e una cola in crescita costante. Pane dolce all’uvetta.

P: anche qui si conferma compatto, difficile da sezionare; e però c’è una grande sovrastruttura che si coglie immediatamente, ed è un agrume pervasivo: arancia in marmellata, buccia di arancia, ma anche un liquore all’arancia. Abbiamo già scritto “arancia”, per caso? Ci sovviene, quindi, un’epifania di Fiesta: appunto agrumata, con pan di Spagna saporito e cioccolato. Poi c’è un sostrato di caramello, infinito, impastato con la frutta secca. C’è un senso di legno infuso, umido; carruba, e un velo di caffè, con uno sherry torbido, appena al qua del limite del sulfureo...

F: lungo e persistente, c’è una sensazione di pan di Spagna, frutta secca, ancora un sacco di arancia variamente declinata.

87/100: molto buono, intensissimo, piuttosto composito e impreziosito da quelle sfumature minerali che tanto ci piacciono. È uno stile di sherry cask ‘greve’, denso, aggressivo, pur senza essere il classico sherry monster – e il colore ce lo dimostra già alla perfezione. Ci piace rilevare come il nostro voto sia lo stesso di Serge e Sebastiano e Davide, e soprattutto – molto più importante – l’interpretazione complessiva e la descrizione siano assai simili.

Sottofondo musicale consigliato: Parcels – Overnight.

Glenrothes 1995 (2014, OB, 43%)

Glenrothes ha avuto il merito di intuire fra i primi le potenzialità commerciali del concetto di vintage: da diversi anni infatti in etichetta non è dichiarata l’età (10, 15, 35 anni…) bensì l’anno di distillazione. Oggi assaggiamo dunque un 1995 di quasi vent’anni, mentre in passato avevamo provato un’espressione dello stesso millesimo ma imbottigliata nel 2011: siccome questo è il segno del tempo che passa anche per noi, spostiamo il bicchiere da sotto al naso per evitare di diluirlo con la lacrimuccia che ci cade dall’occhio.

the-glenrothes-1995-bottled-2014-whiskyN: che si tratti di una miscela a base sherry è subito evidente, così come è ben chiaro un solido sostrato di frutta secca, in piena tradizione di casa (nocciola, soprattutto, e noce). Impasto per torte. L’apporto dello sherry è abbastanza scuro, con note di caramello, liquirizia (quella dolce delle girelle Haribo), carruba, cioccolato al latte… Sullo sfondo, e in un secondo momento, compaiono suggestioni fruttate (uvetta, ovviamente!). Liquore agli agrumi, e poi… e poi colpisce una nota al limite del mortlachoso, che ricorda la carne, il soffritto del ragù. Sa proprio di ragù!

P: coerente come descrittori, solo cambiano le proporzioni: si assottiglia la nota di carne, facendosi meno invasiva e integrandosi col resto; ancora cioccolato al latte, esplode la frutta rossa, rivelando inaspettate tensioni succose, di fragola, lampone… Poi certo uvetta, certamente il liquore all’arancia, e perché poi negare la presenza di liquirizia e carruba? Non la neghiamo, lasciateci andare avanti. Un che di caffè, diremmo: di caffè corretto grappa (dopo un po’ l’alcol si sente, strano).

F: non lunghissimo ma molto intenso, questa volta tutto su nocciola, miele, caffè, legno tostato.

Siamo onestamente sorpresi da quella nota sporca che complica il naso; nel complesso è un buon whisky che mostra bene una delle vesti che lo sherry può dare ad un distillato di qualità – e però gli manca quel je ne sais quoi che ci fa girar la testa e ci seduce appieno, resta un filo piatto e dunque pur apprezzando non c’innamoriamo. Non è una questione di descrittori, è una questione di emozione e di corpo, forse. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: non c’entra niente, ma oggi va così, Marracash & Guè Pequeno (feat Sfera Ebbasta) – Scooteroni.

Caol Ila 19 yo (1995/2014, Signatory, 46%)

Giovedì uno di noi due partirà per la Scozia, insieme a un folto gruppo di appassionati guidato da Marco Russo e Marco Maltagliati – se avete buona memoria, ricorderete che ne abbiamo parlato qui, e se avete pazienza ne riparleremo in futuro: anzi, in un rigurgito da veri blogger con facce da blogger, tenete d’occhio i nostri profili facebook e instagram! Yeah! Un sacco di selfie! Ma, rientrando in noi, dicevamo: giovedì si va in Scozia, e una delle tappe principali sarà Islay: ci mettiamo in clima con una selezione di Signatory: due botti di Caol Ila, casks 9742 – 9743, hogsheads. Ringraziamo Marco Callegari, brand ambassador di Velier, per l’omaggio.

cilsig1995v1N: davvero Caol Ila styled, proprio già a partire da uno stile di torba deciso, da braci spente ma non prepotente, che si accompagna a una marinità anch’essa indiscutibile ma sobria. Questo primo carattere risulta ben integrato in una cornice di dolcezza più ampia a base di vaniglia, mela gialla e torta con crema al limone. Molto agrumato, con anche succo di lime. Infine ci par di sentire aghi di pino.

P: che corpo, che compattezza! Anche qui non possiamo che denunciare la banalità della bontà. Al connubio tra torba e vaniglia, tra lime e crema, tra il camino e il mare, ci sentiamo di aggiungere appena una buffa nota di emmenthal dolce. Buffo, no? Ha il pregio di una cremosità da sogno.

F: tanto legno bruciato, limone e vaniglia.

Diventa anche difficile commentare l’ennesimo buon Caol Ila: più ne assaggiamo e più troviamo conferme dell’ottima qualità media. Caol Ila risulta forse più ‘prevedibile’ rispetto ad altre distillerie, ma ci abbandoniamo volentieri alla sua splendida prevedibilità. Per questo Signatory, però, possiamo dire che qualche anno extra d’invecchiamento (rispetto ad una buona parte degli imbottigliamenti che si trovano in giro, generalmente attorno ai 10/12 anni) dona grande compattezza e davvero una bella personalità. Ci sono equilibrio, armonia, profondità e intensità, che in finale danno un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dynatron – Stars of the Night.

Glen Keith 20 yo (1995/2015, Liquid Treasures, 48,6%)

Glen Keith è una distilleria della galassia Pernod Ricard, immancabilmente situata nello Speyside. Non può contare su una tradizione plurisecolare, essendo stata costruita nel 1960 da Chivas Brothers, ma la sua pur breve storia ha regalato all’appassionato di malti alcune chicche, a cominciare dal fatto che per i primi dieci anni si praticava la tripla distillazione, non proprio una specialità di questa parte di Scozia. Inoltre Glen Keith si è pregiata di usare i primi alambicchi alimentati a gas, già nel 1970. E si è anche regalata 14 anni di beato ozio, dal 1999 al 2013, quando Pernod ha decisa di riaprirla raddoppiando la produzione a sei milioni di litri annui; dato che la distilleria non ha quasi mai rilasciato imbottigliamenti ufficiali, vai con il blended, maestro!

WSM12040-GlenKeith1995LiquidTreasures2015N: al di là di una nota alcolica abbastanza pungente, ha un profilo molto delicato e timido, che sembra suggerire l’utilizzo di una botte assai poco carica. Pur avendo passato venti anni al buio pesto di quattro assi di legno, difatti, si presenta con note maltose ancora evidenti e ‘acerbe’, di cereale macerato. Erba secca, olio di mandorle e un tocco di pan di spagna. In generale è molto citrico e anzi si potrebbe dire che il limone è il principale attore, su un palcoscenico per il resto francamente sguarnito. Frutta gialla e vaniglia sono ai minimi termini. Whiskysucks parla di zafferano e ci pare una suggestione affascinante, in merito alla quale ci si lascia convincere facilmente.

P: purtroppo rimane la nota alcolica un po’ slegata all’attacco, ma la situazione complessivamente migliora. Ha sicuramente più forza, personalità e assieme ad alcuni aspetti del naso, tra cui una maltosità acerba, limone, zafferano ed erba, propone anche timide escursioni cremose e fruttate (susina gialla). Rimane comunque molto semplice e con uno stile abbastanza anonimo.

F: di media durata, è di quelli puliti con note erbacee e maltate molto discrete.

Pur senza mai scadere nella mediocrità, questo Glen Keith fila via liscio come l’olio, senza approfittarsi delle due decadi di meditazione per piazzare lampi di profondità e complessità. D’altra parte questa semplicità non si tramuta mai pienamente in eleganza per la presenza di una nota alcolica persistente, soprattutto al naso. In principio ci aveva ricordato ques’altro Glen Keith imbottigliato da Adelphi, che però al naso esplodeva in ben altro tripudio tropicale. Sorvoliamo pure sul delirante prezzo attorno ai 120 euro e concentriamoci sul voto, senza infamia e senza lode, di 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Roger HodgsonFool’s Overture

Glenburgie 19 yo (1995/2015, Whiskyclub.it, 50%)

Nel novero degli ormai tanti imbottigliamenti di whiskyclub.it (tra cui in passato abbiamo scovato delle chicche davvero notevoli…) a luccicare per l’assenza di recensione su whiskyfacile sono i recenziori: ci punge vaghezza di testare il Glenburgie, distilleria maltrattata dalla proprietà Pernod (solo un imbottigliamento ufficiale, nella serie Cask Strength) ma molto amata da chi sa assaggiarne le espressioni indipendenti, difficilmente foriere di amare delusioni e versamenti di lacrime. Trattasi d’un singolo barile che contenne, in una vita precedente, bourbon; dopo quasi 20 anni, è messo in vetro pochi mesi fa al grado ridotto di 50%. Colore? Bello. Si scherza, dorato.

Bottigli_etichetta_WhiskyClub_GlenburgieN: moderatamente alcolico; al primo approccio avremmo forse scommesso su una botte refill-sherry… Le suggestioni sono innanzitutto fruttate: albicocche e prugne disidratate, chips di mele; molta arancia (sia succo che scorzetta – note che troviamo spesso, nei Glenburgie); un accenno di pera. Poi, davvero intensa una sensazione di pan di Spagna inzuppato in alcol per dolci (Grand Marnier); inoltre, una nota leggermente sporca, tra il legno speziato (molto gradevole) e il ruginoso.

P: c’è un attacco non così dolce, con un buon corpo; tutto sommato, di timida loquacità. Come al naso, infatti, quasi tutto quel che si sente è come disidratato (ancora mele rosse / albicocche / arancia). Qui, in più, questo senso di dolcezza in sordina è potenziato da un apporto legnoso più deciso che non al naso; comunque tanto malto, caldo e zuccherino (senso di brioscia all’albicocca). L’acqua apre la frutta, più pervasiva, ma il legno si prende ancor di più la scena.

F: tanto legno, con bordate di nocciola e ancora cornetto all’albicocca.

Il naso è molto gradevole e promettente; trova conferma nel palato, in cui un legno assai presente, però, pare un po’ trattenere il dispiegarsi di un profilo più deciso e complesso. Buono, gli amici di whiskyclub.it ci hanno visto giusto ancora una volta (anche se, a dirla tutta, ci hanno abituato talmente bene che l’asticella delle nostre esigenze sta un po’ più in alto). 83/100 e avanti così!

Sottofondo musicale consigliato: The Presidents of the United States of America – Peaches.

Dufftown 18 yo ‘Old Particular’ (1995/2013, Douglas Laing, 48,4%)

Douglas Laing, è risaputo, è uno degli imbottigliatori indipendenti ‘storici’, lassù nelle terre d’Iscozia; nel 2013 i due fratelli, Stuart e Fred, hanno deciso che non si volevano più bene e si sono spartiti la torta familiare. Lo scettro di Douglas Laing (ovvero, il marchio) è rimasto nelle mani di Fred, che ha pensato bene di rinnovare le grafiche delle etichette e di lanciare qualche nuova serie, quorum la Old Particular: ma ne abbiamo già assaggiati in passato, quindi basta chiacchiere e via con questo Dufftown. Un milione di dollari per chi indovina in quale città scozzese si trova la distilleria…

eh no, una foto della bottiglia intera non l'abbiamo trovata

eh no, una foto della bottiglia intera non l’abbiamo trovata

N: uno stanco tripudio di normalità cerealosa. Si parte con una nota alcolica intensa, con suggestioni, a voler essere indulgenti, di lucido per legno; anche qualche nota sciroppata (un po’ pungente… forse uvetta, o vino fortificato?). Col tempo svela altro: roba gialla e tropicale (banana, ananas molto maturo), una moderata ‘dolcezza’ cerealosa e mandorlata. Un pit – forse – di limone. Non molto altro, temiamo: cerca di diventare cremoso, ma non ce la fa: rimane secco e cerealoso.

P: ha un attacco sgradevolmente dolciastro, diciamo un mix di caramello, nocciole e banana maturissimissima, per non dire altro. Se non altro ha un corpo pieno, d’intensità, ma – a parte il primo impatto di cui sopra – i sapori non sono entusiasmanti. Un sacco di toffee, ma proprio tanto; c’è anche qualcosa di tropicale un po’ stucchevole… forse mango dolcissimo? Mele cotte; un po’ di limone. Molto particolare, in ogni caso; a noi non sta piacendo, si capisce, ma ha una sua dimensione.

F: malto, cereali, frutta iperdolce quasi andata… Biscotti possi.

Con qualche imbarazzo decidiamo di dare 79/100; l’imbarazzo nasce dal fatto che, come già scritto, a noi non è piaciuto, ma ci rendiamo conto che è più una questione di gusto (naturalmente aureo, infallibile e insindacabile, quale tipicamente è il nostro gusto) che non di cattiva fattura del distillato – o almeno, così ci piace pensare in un sussulto di relativismo. Ah, la cosa del milione di dollari non era mica vera, giusto per chiarire.

Sottofondo musicale consigliato: Gigliola Cinquetti – Il condor.

Clynelish 1995 ‘Port finish ‘(2010, Wilson & Morgan, 46%)

Dopo il Tobermory controverso di venerdì scorso, abbiamo deciso di assaggiare un’altra espressione selezionata e imbottigliata dal prode Wilson & Morgan, italianissimo spacciatore di malti e rum; generalmente ci ha sempre abituato molto bene, e dunque restare con l’amaro in bocca per quel Tobermory proprio non ci piaceva… Proviamo dunque una bottiglia potenzialmente controversa: vale a dire un Clynelish, cioè distilleria che amiamo tanto e che tipicamente produce un distillato perfetto anche quando è più nudo; dicevamo un Clynelish però finito in botti ex-Porto. Quel che si dice dei wine-finish ormai si sa, e si sa anche che 1. i finish in Porto possono essere tragicomici 2. l’unico altro Clynelish finito in vino che abbiamo assaggiato era buono, sì, ma non buonissimo… Come si comporterà questo amico? (noterella: la foto è del Clynelish 1995/2010 sherry finish, non Port finish… ma quella giusta non l’abbiamo trovata, ahinoi!)

106550419.clynelish-sherry-finish-1995-2010-wilson-morgan-0-7-l-46N: spicca la nota vinosa e un po’ stucchevole del Porto, che abbiamo imparato a riconoscere in note di caramelle gelée, di marmellata di fragole… Ma sotto, si muove indomito un distillato che conferma la qualità della distilleria: ecco l’anima lievemente torbata, vegetale, mielosa, si sente perfino il minerale! E questa nota quasi di fumo, è vera o ce la stiamo sognando? Il malto c’è, in versione apparentemente ancora giovincella (molto cerealoso). Erba fresca. Una bella spruzzata agrumata (fiori d’arancio). Non semplice né straordinariamente complesso, ma proprio piacevole.

P: masticabile e pieno. Non è un palato travolgente, né procede a fiammate, resta anzi costante e omogeneo, di buona intensità. Idem come al naso, con anche begli accenni di cera e un fumo un po’ più evidente, anche se garbatissimo. Poi note di miele, di toffee, poi di malto e ancora erbacee; il tutto è ben fuso assieme a quel dolciastro (a tratti sciropposo, se ci intendiamo: e se non ci intendiamo, beh, intendiamoci) vinoso, tra gelée alla fragola e marmellatone. Che bel bilanciamento. Una nota cioccolatosa, mentre l’agrume retrocede un po’.

F: non lunghissimo, ma che eleganza: si richiude sul vegetale, sul malto, e sul cioccolato amaro. Ancora cera e torba fanno un gradito ritorno sulle scene del nostro cavo orale. Emersioni dolciastre, soprattutto dopo un po’… Ma è il Porto, bellezza!

Poche cose, ma chiare: equilibrato, dolce ma non troppo; il vino non si fa pregare e si sente bene in evidenza, ma senza diventare preponderante e senza coprire eccessivamente l’anima del distillato (l’unico appunto è che forse pare più giovane della sua età…), che anzi pare bella squadernata. Si può squadernare un’anima? Forse no, ma a noi checcefrega? 86/100 è il giudizio, e segnaliamo che costava attorno alle 45 euro.

Sottofondo musicale consigliato:Lianne La Havas – Elusive

Lagavulin Jazz Festival (1995/2013, OB, 51,9%)

Dal 12 al 14 settembre si terrà la sedicesima edizione del Lagavulin Jazz Festival, evento eccezionale che ogni anno porta jazzisti di fama internazionale su Islay per una due giorni di puro godimento sensoriale. E dal 2011 la distilleria contribuisce da par suo a rendere il tutto ancora più confortevole con un imbottigliamento dedicato, edizioni limitate che diventano istantaneamente oggetti di culto. Quella che assaggiamo è stata prodotta in 1500 esemplari.

lagavulin-jazz-festival-2013N: l’alcol sta a zero e a parte questo merito, il naso di questo Laga è quanto di meglio ci si possa attendere dal matrimonio tra un torbatone di Islay e botti di sherry. Difficile da sezionare, le due entità sono fuse magnificamente; proviamoci però. Innanzitutto, c’è una forte affumicatura in stile Lagavulin, catramosa e torbosa; è anche molto marino, “salato”. Tutto ciò danza assieme a una ‘dolcezza’ veramente strutturata e composita: da tabacco da pipa a tè earl grey, amarene sotto spirito, strudel, uvetta e agrumi (bergamotto senz’altro). E ancora liquirizia salata e legno bello tanninico.

P: l’alcol deve essere rimasto nel sample, è subito beverinissimo. L’attacco è dominato da una dolcezza intensa e avvolgente: caramello, arancia, tarte tatin (tante mele!); ma risulta comunque fornire dei descrittori, poiché è tutto molto compatto e qua e là compaiono suggestioni potenzialmente infinite. Dopo quest’inizio terrificante, segue (senza vere cesure a dirla tutta) la cavalcata isolana, con un “legno salato” e bruciato da capogiro.

F: molto fumoso e brutale, ma anche dolce (marmellate di fragole e arancia); catrame, inquinamento, legno bruciato. Infinito.

Se avessimo dovuto scrivere una recensione con pochissimi caratteri a disposizione, magari con un tweet, avremmo semplicemente scritto: “N: classy P: powerful F: endless”. E avremmo tutti capito che questo Lagavulin è l’ennesimo prodotto eccezionale di una distilleria che proprio non riesce a scendere sotto certi standard qualitativi: 91/100. Grazie all’infallibile Sacile Team per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: non sarà di Islay, ma è gran jazz: Charlie Mingus – Fables of Faubus.