Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes

Glengoyne 20 yo (1996/2016, First Editions, 60,4%)

First Editions è una delle tante etichette del famoso imbottigliatore indipendente scozzese. Si tratta di imbottigliamenti a grado pieno, non filtrati e senza aggiunta di coloranti. Le premesse sono ottime, dunque. Curiosamente di questo ventennale Glengoyne ne esistono solo 83 bottiglie, dettaglio che potrebbe far pensare a un uso parziale del liquido contenuto della botte. Ma noi siamo gente semplice, non ci facciamo troppe domande: vediamo un Glengoyne invecchiato in una botte ex sherry e siamo felici!

glengoyne-20-year-old-1996-cask-12825-the-first-edition-hunter-laing-whiskyN: la coltre alcolica è molto fitta, è ostico avvicinarsi sulle prime. Per ora si distinguono le forme dell’uvetta, della brioche all’albicocca, della nocciola e di un’essenza di arancia; per il resto poco espressivo, ma è la gradazione a chiudere. Con acqua, si confermano le note di prima, ma restano più affrontabili, più gradevoli, percepibili a pieno. Poi anche miele liquido, dolce; il profumo del legno caldo al sole. Ancora iper-burroso, con sentori di pandoro, di pasta di mandorle, di glassa della colomba (oggi ci vengono in mente dolci festivi, che ci volete fare).

P: anche qui, a grado pieno è un po’ ostico, l’alcol brucia e copre il dipanarsi dei sentori: resta il burro caldo, la pastafrolla e un che di sciroppo d’acero, forse; zucchero liquido, brioche e ancora arancia dolce. L’acqua concede lo stesso cambiamento del naso, in un vero festival della coerenza: quanto già detto quindi, ma più amplificato e piacevole. Ancora burroso, anche in questa fase.

F: lungo e intenso, molto persistente, con tanta frutta secca burrosa (nocciola e mandorle). Una punta erbacea.

Per una volta la gradazione alta è penalizzante, va a chiudere un profilo che una volta dispiegato si rivela piuttosto gradevole anche se abbastanza ordinario – consideriamo anche i vent’anni di invecchiamento. Buono ma ‘banale’, senza guizzi: vien da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio, per una volta, imbottigliarlo a grado ridotto (sì, lo sappiamo, non ci riconosciamo più neanche noi): 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: John Lee Hooker – Wednesday Evenin’ Blues

Glentauchers 20 yo (1996/2017, Hidden Spirits, 55,3%)

Ultimamente compaiono molti Glentauchers sul mercato: è l’ennesima distilleria dello Speyside poco conosciuta, con una ricca storia di lavoro nell’ombra, per il mercato dei blended, ma che sa regalare piccole perle a chi ha voglia di cercarle. Uno di questi esploratori è il caro Andrea Ferrari, ex-blogger ed ora imbottigliatore indipendente (lui sì che ha fatto carriera, mica come noi!) con il marchio Hidden Spirits, sempre più presente sugli scaffali dei negozi specializzati in giro per il mondo. Si tratta di un barile ex-bourbon maturato per 20 anni.

N: poco alcolico, per nulla pungente, molto ricco ed espressivo ma non per questo bonaccione e alla mano. Si notano infatti delle sfumature ‘da cucina’, leggermente sporche: ci viene in mente un soffritto, ed anche una suggestione molto persuasiva (siamo bravi, eh? ci persuadiamo da soli) di tortello di zucca, con il portato di zucca, d’amaretto, di qualche nota di noce moscata. Poi scorza d’arancia, barrette ciocciolato e miele, frutta gialla, un poco di vaniglia. Qui e là – non sappiamo se sia merito del distillato, che sappiamo essere piuttosto erbaceo, o di questo cask in particolare – troviamo una nota ‘pesante’, oleosa, al limite della cera, forse sostenuto da una leggerissima torbatura.

P: buon corpo; quella cera non ce l’eravamo sognati, perché ci accoglie, delicata, anche al palato. C’è poi una bella nota fruttata, intensa, tra l’agrumato (arancia senz’altro) e la frutta gialla (pesca e, se vogliamo, un poco di cocco da botte, magari quello disidratato a scaglie…), ci sono piacevoli sentori di fieno, di cereale… Miele. Verso il finale diventa erbaceo, leggermente amaro…

F:…come al finale, che è prima erbaceo e poi dolce, confermando questa piacevolissima dicotomia.

Molto buono, davvero piacevole e convincente: un whisky come ce ne sono tanti, nello Speyside, poco conosciuti ma meritevoli di un’attenzione che tolga la polvere dall’insegna e porti nuova gloria… Il lato erbaceo è molto buono e ben integrato al profilo complessivo; soprattutto al naso non appare così semplice come qualcuno potrebbe pensare a primo assaggio. Complimenti ad Andrea!, e 87/100 al whisky.

Sottofondo musicale consigliato: Jonathan Wilson – Living with myself.

Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Due barili ex-bourbon (6408 e 6409), distillati a Clynelish nel 1996, il giorno dopo che Sammy Hagar abbandonava i Van Halen, sono per ventura finiti nelle mani di Signatory Vintage, imbottigliatore scoto tra i più prestigiosi – vent’anni dopo, il liquido ormai messo in vetro, un campione giungeva nell’armadietto di due blogger, che decidevano di dunque recensirlo per combattere le ingiurie del tempo e, soprattutto, la noja. Qui le impressioni.

clysig1996v4N: il marchio di fabbrica di Clynelish è lì, in prima fila, ad aspettare i nostri nasi. C’è infatti da subito una nota di cera e profondamente minerale (cera di candela, proprio) da capogiro, perfettamente integrata col contesto: un ciottolo di fiume, ma leggermente salato. Un ciottolo di fiume decontestualizzato e tenuto a maturare in onde marine? C’è un limite alla nostra idiozia? Per il resto, esibisce una generosa zuccherosità, tra la vaniglia, le pere mature, il pasticcino alla frutta, la pastafrolla (cruda, dice uno di noi). Una zesta di limone, anzi: del limone grattugiato (nella pastafrolla cruda, dice uno di noi). Poi, c’è un lato vegetale e leafy, clorofilloso, da fitto fogliame.

P: il corpo è leggerino, ma l’effetto è di una beverinità atroce. Sostanzialmente coerente, con qualche minima deviazione. Il primo impatto è ancora sulla cera, a marcare il territorio, e non manca quella dimensione minerale e leggermente vegetale (al limite della foglia di menta) di cui sopra. Tè alla menta zuccherato! La dolcezza è invece più timida, meno cremosa: c’è ancora la vaniglia, c’è ancora una leggera pastafrolla, ancora pere – e pure c’è il marzapane, e tanto cereale caldo e dolcino.

F: un finale che ripulisce la bocca, ancora su note minerali, di mandorla, di tè alla menta e un leggero legno tostato, quasi fumosino.

88/100. Questo è uno stile di scotch che non ci stanca mai, e probabilmente mai ci stancherà: pulito, godibile, rotondo e pure screziato, appuntito da una dimensione minerale e cerosa che regala ulteriori strati di complessità: Clynelish come deve essere. Un ottimo modo di iniziare la settimana…

Sottofondo musicale consigliato: Van Halen – When it’s love.

Ardbeg 20 yo (1996/2016, Chieftain’s, 46,5%)

L’ultimo Milano Whisky Festival ha visto la graditissima presenza degli imbottigliamenti indipendenti di Ian Macleod, proprietario della nostra amata distilleria Glengoyne. L’importatore italiano è il prode Fabio Ermoli, già noto ai più per baffi maliziosi, scorribande asiatiche e selezioni spettacolari (Valinch & Mallet, presente?); dal suo banchetto abbiamo portato via un Ardbeg di 20 anni, vatting di due botti del 1996 (per i nerd: casks n. 808, 811). Delle 601 bottiglie ricavate, qualche centilitro è finito nei nostri bicchieri – dice sia un ottimo digestivo dopo i bagordi natalizi, chissà se è vero. Una cosa: quanti Ardbeg indipendenti vi capita di trovare in giro, di questi tempi? Eh, appunto.

chieftains-ardbeg-1996-20-year-old-465N: in generale è chiaro che tutte le anime si sono bene integrate fra di loro e se ne stanno in eccellente equilibrio. Il naso è quindi molto cesellato. C’è un velo salmastro, da schizzi sugli scogli, a legare il tutto; la torba e il fumo sono delicati, in fase calante ma ancora vivi. Gli altri elementi sono sicuramente un bel lato balsamico (aghi di pino), agrumi profumati (limone e bergamotto) e una ‘dolcezza’ pronunciata ma composta (kiwi gold, vaniglia).Al di là dei descrittori, però, il segreto sta tutto in un parola: equilibrio.

P: come al naso c’è grande rispetto reciproco tra la sapidità, la torba e la dolcezza. Ci capita in mente il ricordo di una provola dolce affumicata, che potrebbe riassumere splendidamente questo matrimonio. E invece c’è di più: soprattutto esce alla grande il lato balsamico (eucalipto e pino), mentre rimane in sottofondo il bergamotto. Toffee molto grasso, liquirizia e – perché no? – ancora il kiwi. Soprattutto dopo un po’ questa sensazione di dolcezza zuccherosa da toffee incrina leggermente l’equilibrio degli elementi.

F: ancora scamorzine, dolcezza da toffee e un fumo denso.

Ottimo esempio della qualità di Ardbeg, esibisce un equilibrio veramente seducente tra le varie anime (fumo, mare, dolcezza): a noi è piaciuto proprio il bilanciamento, con qualche scatto di nostro gusto (lato balsamico, bergamotto, kiwi). Rispetto ad un arcimodello astratto e perfetto – e dunque inesistente – difetta magari in un ciccinino di intensità, e ribadiamo che al palato dopo poco l’equilibrio di cui sopra sbanda lievemente a favore del dolce (il toffee prende il largo), ma queste in fondo son solo quisquilie: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Afraid to shoot strangers.

Ben Nevis 18 yo (1996, Wilson & Morgan, 57,4%)

Come promesso pochi giorni fa, a un sorprendente Ben Nevis imbottigliato da Valinch & Mallet ne accostiamo uno dalle caratteristiche d’etichetta molto simili. L’invecchiamento anche qui è di quelli che cominciano a dirsi importanti e poi trattasi di maturazione in ex sherry cask, di questi tempi quasi una rarità, al punto che che Wilson & Morgan ha pensato bene di creare una serie ad hoc, contraddisinta dal bollino “matured in sherry wood” ben in evidenza sulla bottiglia. Insomma, roba che scotta.

Ben_Nevis_18Yo_574-BN: l’alcol è pazzescamente poco in evidenza ma come spesso usa con Ben Nevis bisogna esser pronti ad aromi forti, contundenti. E qui non mancano, con una dominanza di note di carne, di soffritto, di funghi cotti. Ci sono quasi cenni sulfurei, ruginosi. Dopo un po’ di ossigenazione però questo lato si affievolisce (o il naso si abitua) ed esce un profilo shierried caldo, profondo e ‘cotto’: carruba, frutta cotta (prugne e mele); marmellata d’arancia in cottura e ancora un tourbillon di delizie: miele, caramello, cioccolato, fichi secchi e datteri. C’è anche una terza fase, con frutta rossa in crescita (fragole e lamponi) e mela rossa a pacchi. Completano un naso complessissimo e di grande personalità un che di tabacco, di frutta secca (nocciola, noce di pecan) e caramella al rabarbaro. Se si aggiunge acqua diventa ancora più tabaccoso e speziato, ma anche più fruttato e succoso. Naso da sogno, insomma.

P: che botta! la gradazione qui si sente, il corpo è pastosissimo e denso. Il senso di carne e brodo è quasi inesistente ma, restando in cucina, troviamo pesanti note pepate e di peperoncino. Contrariamente a quanto immaginavamo dal naso la dolcezza non è così spinta, anzi è un whisky dagli spigoli delicati, maltoso, quasi vegetale, con un filo di cera e di burro fresco fantastici. Ritroviamo la carruba e poi zuppa inglese, tante arance rosse, caramello, mele cotte e zucchero di canna. Infine una nota amaricante di legno e di tabacco da sigaro. Consigliamo vivamente l’aggiunta di acqua per renderlo più succoso e abbordabile, e spostare il peperoncino dall’attacco alla chiusa del palato.

F: ancora molto complesso e variegato: si va dal caramello alle prugne e mele cotte. Carruba, noce di pecan, caffelatte zuccherato ma anche noce moscata, peperoncino e un velo di cera.

Sicuramente questo Ben Nevis è uno dei whisky più stimolanti assaggiati negli ultimi mesi. Complesso e cangiante durante la degustazione, va sicuramente annoverato nella categoria dei malti ‘sfidanti’: provi a comprenderli ma loro sono già un passo avanti ai tuoi miseri sensi umani. Comunque, azzardando un giudizio complessivo, il naso, sofisticatissimo, era sicuramente sopra i 90 punti, mentre il palato propone un copione inaspettato e molto suggestivo, forse solo con un filo di legno di troppo. Il finale merita una menzione particolare ancora per la grande ampiezza di suggestioni. Il conto di tutto questo fatuo argomentare fa un bel totale di 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soley – I’ll drown

Clynelish 18 yo (1996/2015, Valinch & Mallet, 54,1%)

Una delle grandi sorprese dell’ultimo Milano Whisky Festival è stata senz’altro la ‘discesa in campo’ di un nuovo selezionatore e imbottigliatore indipendente italiano: Valinch & Mallet, ovvero un duo composto da Davide Romano (che, vista l’età, si candida a più giovane selezionatore italiano) e Fabio Ermoli, ‘vecchia volpe’ del whisky italiano, dai baffetti inconfondibili. I due hanno unito le forze per lanciare un marchio ambizioso, che metta sul mercato solo single cask, imbottigliati a grado pieno, e (almeno a detta dei due giovanotti) sempre caratterizzati da qualità uniche, folgoranti; e quale imbottigliatore ti direbbe mai il contrario? Noi, che siamo curiosi, nei prossimi giorni cercheremo pian piano di assaggiare tutti i whisky che hanno presentato in anteprima al MWF, ma oggi iniziamo con una distilleria per la quale abbiamo una passione particolare (Clynelish, qui in botte ex-bourbon first-fill, maturato per 18 anni), pensando che, insomma, se sbagliano un Clynelish, non ci sarà da fidarsi.

Schermata 2015-11-22 alle 16.52.13N: i 54% scivolano subito nelle retrovie, a vantaggio di una intensità aromatica favolosa, che spazia tra il cremoso, il fruttato… Da una parte, infatti, c’è tanta crema alla vaniglia, con note di pasticceria e di biscotti (al burro, ai cereali); dall’altra colpisce forte una frutta di intensità paranormale: pesche succose, mele dolci, banana e una spiccata e cangiante agrumatura (?) mista, tra limone fresco e arancia dolce, matura. Ma il profilo non si ferma qui: sotto questa prima muraglia si dispiega un distillato grasso, che non si arrende alla tirannia della botte, con fiere note, sfumate, di cera, leggermente minerali e di una torba davvero pulitissima. Forse un che di zenzero? Dopo un po’, in uno scenario che muta ad ogni affondo, si sente anche un po’ di fieno, caldo.

P: com’era da attendersi, l’intensità del palato è pazzesca, non fa prigionieri; e che corpo, che masticabilità… Il primo impatto è con un muro di arancia dolce e del marchio di fabbrica-Clynelish, in grande ascesa rispetto al naso: la cera, il minerale, la torba, lo zenzero… Tutto molto intenso ma suadente. Tutto qui? Assolutamente no, ritorno alla grande una frutta gialla flamboyante (soprattutto pesche dolci, succose; ma anche cubetti di cocco essiccato…). Detto in un’immagine sola, un pasticcino con pastafrolla, crema e un pezzetto di arancia. Tutto, sempre venato di quella torba leggera…

F: …che al finale ripulisce in eleganza, ancora tra note agrumate, di cocco e di banana.

Se questo è l’inizio, come si suol dire nei pressi del Colosseo, “annamo bbene”: ma annamo bbene davvero, senza sarcasmo o ironia. Ribadiamo, noi abbiamo un debole per Clynelish e di rado ne abbiamo bevuti di modesti, per non dire cattivi, ma questo imbottigliamento è davvero convincente. Intenso, unisce l’apporto di una botte attiva (first fill, d’altro canto) a un distillato che non si fa addomesticare da niente, mai: come prima prova, a nostro gusto è andata alla grande. 92/100, bravi Fabio e Davide! Ah, le etichette sono veramente molto belle e curate. Bene, adesso pagateci! 😉

Sottofondo musicale consigliato: Kitchie Kitchie Ki Me O – Five seconds to midnight.

Clynelish 17 yo ‘Old Particular’ (1996/2014, Douglas Laing, 48,4%)

Da qualche settimana ha riaperto, in via Piero della Francesca, Alcoliche Alchimie, enoteca e whiskyteca che negli anni si è guadagnata una discreta fama tra gli appassionati, grazie all’infaticabile verve della proprietaria, Monica. Il nuovo locale è vicino al precedente e ancora una volta ha una forte impronta whiskofila: questa volta Monica ha a disposizione buona parte del catalogo di Douglas Laing, storico imbottigliatore scozzese attivo dal 1949: oggi assaggiamo un Clynelish di 17 anni imbottigliato nella serie ‘Old Particular’, a grado pieno, anche se piuttosto basso (solo 48,4%).

Schermata 2015-10-14 alle 10.31.46N: molto pulito e delicato, ma certo non privo di personalità. C’è un senso di malto fresco ed erbaceo (erba fresca), poi scorza di limone grattugiata, susina gialla. L’ambiente sembra ‘acido’, ma non ci sono eccessi: quest’aspetto si riequilibra attraverso note di vaniglia calda da un lato, e di burro, in un certo senso ‘minerale’, dall’altro. Ci sono suggestioni vagamente tropicali (ci viene in mente la banana verde, la sua buccia; forse un che di kiwi) e di bella mela gialla. Solo dopo un po’ riusciamo a riconoscere delle note cerose, di candela, progressivamente in crescita.

P: di corpo medio, di media intensità: le note più agre ed acerbe del naso regrediscono rapidamente, per lasciare spazio a un palato più vaniglioso e tondo, con note dolci di pastafrolla, di torta; ancora mela gialla, crema pasticciera. Un velo di cera, ancora, accompagna verso il finale.

F: non lunghissimo ma intenso, torna bello pulito e minerale.

Un Clynelish a suo modo atipico, caratterizzato da un naso decisamente particolare (davvero ha 17 anni?) e un palato più caldo ma certamente meno… Particular! Mostra solo a tratti le caratteristiche peculiari di Clynelish, ma ciò non gli impedisce di lasciarsi affrontare e bere con grande piacevolezza. 86/100, e solo una domanda: Monica, ne hai una bottiglia in negozio? 🙂

Sottofondo musicale consigliato: Glen Hansard – Lowly Deserter.

Arran 18 yo (1996/2014, High Spirits for Gluglu, 53,2%)

Giovedì prossimo il whiskyclub Gluglu ci ha invitati a partecipare attivamente ad una cena-degustazione che si terrà a Como, presso il ristorante Teatro in piazza Verdi: il tema sarà Arran, distilleria dell’isola di Arran (…) che da poco ha lanciato il suo primo maggiorenne ufficiale. Mauro Leoni, mastermind del whiskyclub, ha voluto però precorrere la stessa distilleria, e nello scorso settembre ha imbottigliato il suo Arran 18 anni, che oggi assaggiamo – e che giovedì concluderà il percorso di degustazione.

Schermata 2015-05-08 alle 10.45.49N: solo lievemente alcolico (pare pungente al modo di certi bianchi secchi…); mostra un naso piuttosto caldo, con intense note di cereali (pane caldo; brioche; biscotti ai cereali, campo di grano al sole, d’estate…) e una bella frutta gialla (albicocca), oltre a una generosa nota agrumata (arancia candita?). C’è una punta minerale appena accennata (forse burro?). Vaniglia. Un classico single cask in bourbon, però molto rispettoso del distillato, che emerge in tutta la sua cerealosa peculiarità. Marzapane in progressivo aumento, assieme a qualcosa di floreale…

P: replica perfettamente il profilo del naso, con una solida coerenza cerealosa. Sembra di mangiare corn flakes pucciati nel whisky! Marzapane, brioche, albicocca, biscotti ai cereali… Soprattutto verso la fine, tende a farsi un poco più minerale (come d’altro canto già al naso), con una nota intensa tra il miele amaro, la scorzetta d’arancia e il burro fresco. Molto piacevole.

F: piuttosto lungo e mediamente intenso. Ancora il protagonista è il cereale, poi un poco di miele e biscotti.

L’abbiamo appena scritto: il protagonista assoluto è un cereale caldo e dolce, che se al naso pare più orientato sulle note della vaniglia e dei biscotti progressivamente tende a farsi sempre più (piacevolmente) amarino, con note di miele davvero godibili. Un inno al malto, suonato da Arran e cantato dalla voce di Glen Maur. 86/100, e avanti il prosismo!

Sottofondo musicale consigliato: diventiamo evocativi e proponiamo John e Phil Cunningham – The Arran Boat.