Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.

Clynelish 1997 (2017, Carn Mor, 57%)

La compagnia Morrison & Mackay è nel business dell’alcol britannico dall’inizio degli anni ’80: dopo liquori, gin e altre amenità, dal 2008 seleziona e imbottiglia single malt scozzese. È nel 2012 che viene lanciata la serie ‘premium’ di single cask con nome “Carn Mor”: e da qualche mese Lost Drams, azienda di importazione e distribuzione di distillati che fa capo al prode Fabio Ermoli, ha portato in Italia queste bottiglie, presentandole in anteprima all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi in quell’occasione abbiamo adocchiato alcuni whisky piuttosto solleticanti, e iniziamo ad assaggiarli partendo da un Clynelish maturato in uno sherry puncheon.

N: un profilo sicuramente particolare. Dà l’idea di un whisky pesante, dove gli aromi faticano a uscire dal bicchiere ma che d’altra parte si mostra delicato, assolutamente non alcolico. Piano piano si mostra un profilo levigato, con note di tabacco, tamarindo, cola, una leggera suggestione sulphury di brodo di carne e – perché no? – di cera, in crescita. Soprattutto quest’ultimo rende conto di un distillato bello grasso, capace di dialogare alla pari con la botte. Bontà, ma certo non per i palati (pardon, nasi) in cerca di ruffianeria. Via via si apre, e fa venire in mente le fragole disidratate, o addirittura: certi infusi di frutta essiccata; scorzetta d’arancia secca. Pasticcino con fragola. Ogni istante che passa, diventa più aperto, più profondo, più entusiasmante. Profumo di un sigaro cubano morbido, nuovo, appena uscito dall’humidor. Continuamente cangiante, splendido. Candela di cera aromatizzata alla fragola. Agrumi. Basta, fermati qui!

P: si chiarisca un punto: i 57% non ci sono, non esistono, sono scomparsi, rimasti nella bottiglia, nel sample, chissà. Molto coerente col naso, ha un attacco ‘sporco’ e sulfureo, poi evolve verso una deliziosa cera (di candela, non cera d’api) con innesti di fragole, e man mano va verso un profilo più dolcino, più compiutamente fruttato. Brioche, di quelle tanto, tanto burrose. Esplosiva è la frutta, che appare una frutta ‘cerata’ e cerosa, quasi di marzapane; c’è una bella presenza agrumata, di arancia rossa soprattutto – a tratti appare un’arancia rossa quando è troppo matura, per non dire marcia, che si lega perfettamente al sulfureo. Poi c’è cioccolato al latte, c’è pasta di mandorla.

F: rimane il doppio binario del sulfureo e della delicatezza, in perfetto equilibrio; lascia la bocca deliziosamente impastata di frutta rossa e agrumi sulfurei, senza alcun cenno d’astringenza.

Talvolta, quando abbiamo bevuto qualche dram di troppo e ci sentiamo di poterci sbilanciare su questioni tanto delicate, ci capita di rispondere “Clynelish!” alla domanda “qual’è la tua distilleria preferita?”: e bere whisky come questo non fa altro che rinforzare quella convinzione. Straordinario, un distillato particolarissimo, unico, delicato e grasso al contempo, che si unisce con straordinaria eleganza a un barile – fortunatamente – non troppo marcante se pure certo non passivo. Magnifico. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Poetica.

Ledaig 19 yo (1997/2016, Cadenhead’s, 53,9%)

Quello di Ledaig, versione torbata di Tobermory (Isola di Mull), è distillato che sempre divide: spiccano le note sporche, generalmente, e si tratta di spigoli belli acuti, che talora disturbano perfino i cuori e palati più temerari. Cadenhead’s ha diverse botti di Ledaig (e d’altro canto, come ama spiegare lo stesso Mark Watt, a Cadenhead’s piace imbottigliare prodotti misconosciuti – si legga ad esempio la bella intervista fattagli ieri dal sommo Bevitore Raffinato), e ha appena messo sul mercato un single cask diciannovenne con etichetta dorata. Possiamo forse esimerci dall’assaggiarlo? No, affrontiamo la sfida.

ledaig-19-year-old-1997-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: da subito pesante e molto spigoloso nel bicchiere. L’alcol si fa notare. In primo piano c’è tutto un mondo ‘sporco’, tra il soffritto, il sugo di pomodoro, un tocco di cera e poi anche un’affumicatura pesante tipo catrame o diesel. Cereale bagnato, molto affascinante. Vagamente iodato. Dopo un po’ dalle retrovie emerge un lato zuccherino, anch’esso pesante (se dovessimo definirlo con un colore diremmo marrone), che ricorda lo zucchero di canna, i fichi secchi e le tisane invernali a base di arancia, uvetta e cannella.

P: anche qui la prima impressione è quella di un distillato graffiante e minerale, con un cereale spoglio e macerato a suo modo elegante. Per intenderci diciamo che è meno sporco e più vegetale rispetto al naso. Qui però la dolcezza non rimane in disparte come prima, ma arriva ad arrotondare e a smussare quasi subito: e allora ecco ancora zucchero di canna e fichi secchi, oltre a datteri e sciroppo d’acero. Liquore all’arancia. Conclude con fumo acre e terroso in decisa ascesa. Non manca l’hallmark di distilleria, il chicco di sale – se no ci scrive Pino e ci bastona.

F: l’affumicatura esce alla grande assieme a un bella sensazione di vegetale e cerealoso. Chicco tostato e cacao.

Sicuramente un whisky ‘ad alta soggettività’, ma non si può dire che non sia cangiante e intrigante, soprattutto al naso. Il palato rivela una dolcezza un po’ monolitica, ma nel complesso piacevole e ancora screziata di sfumature minerali e sporchine. Buono il cereale, buona la torba bella decisa: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: un pezzo bellissimo, la dimostrazione che i geni non mentono. Teneteli d’occhio: Algot Blackfisk – Blinding light.

Bowmore 3.187 (1997, SMWS, 57,2%)

schermata-2016-09-09-alle-13-00-25La Scotch Malt Whisky Society (per gli amici, SMWS) è una vera e propria istituzione nel mondo dell’alcolismo consapevole: senza perder tempo in formular parole che qualcuno ha senz’altro già scritto a proposito della sua storia, qui ci limiteremo a sottolineare un aspetto che ha particolarmente colpito noi, gonzi disadattati appassionati delle stupidaggini. Tutte le bottiglie non hanno la distilleria dichiarata in etichetta, né l’invecchiamento, né il tipo di botte: uno schiaffo alla trasparenza, forse?, di quelli che farebbero infuriare ogni secondino lettore del Fatto quotidiano (Honestaaaa!!11!1!! Trasparenzah!!!1!!)? Manco per sogno!, perché queste informazioni sono tutte reperibili sul sito: in etichetta campeggia un codice numerico (in questo caso: 3.187), in cui il primo numero corrisponde alla distilleria ed il secondo all’imbottigliamento specifico. E in più, ogni imbottigliamento si caratterizza per un aforisma in grado di alludere alle caratteristiche aromatiche del whisky: in questo caso, abbiamo a che fare con l’evocativa definizione “russian camphor and caramel”. Dobbiamo ringraziare per l’omaggio Davide Romano di Valinch&Mallet, che proprio davanti a questa bottiglia ha trovato la decisiva illuminazione. Ora, di che si tratta? Di un Bowmore di 14 anni, invecchiato in una singola botte ex-sherry refill, distillato il 25 settembre del 1997.

bowmore-1997-2012-smws-sherryN: scandalosamente succoso, come solo sanno essere certi Bowmore in sherry… Il nettare è a base di frutti rossi e neri (spicca la mora) ma soprattutto di quella frutta tropicale mista che tanto amiamo (se dovessimo dirne uno, obbligati da un plotone di esecuzione, diremmo “mango”. Moriremmo, forse). L’affumicatura è assai lieve, ma in compenso la torba è di quelle pesantemente terrose, minerali: dà corpo a un whisky che di personalità già ne avrebbe da vendere. Della coppia del titolo, non si può negare la presenza di caramello, cui aggiungeremmo note di arachidi tostate. È anche piuttosto marino, con note di sale indiscutibili. L’acqua spalanca ogni descrittore e gli aggiunge una dimensione quasi floreale…

P: in imbocco deflagra, letteralmente, travolgendo tutto e tutti con fiammate di intensità devastante. Risulta tutto molto potente e compatto, compresso, quasi contratto se vogliamo: ancora tanto mango e caramello, ancora ondate di mare ed una torba persino potente per lo stile di Bowmore (catrame). Con acqua, oltre a diventare più mansueto e di una gradevolezza assoluta, lascia che si apra anche un lato agrumato, proprio di arancia rossa dolce e matura. Caramello salato (a mo’ di felicissimo connubio tra Islay e sherry).

F: lungo e persistente, sale un filo di fumo, di cenere, di legno spento. Cioccolato amaro, ancora una dolcezza che dal tropicale diventa proprio solo caramello. Sale.

Un whisky semplicemente buono, strabuono, magnifico, fantastico: un eccellente esordio sulle nostre pagine per la Scotch Malt Whisky Society: tutto il merito è di Davide, che non possiamo che ringraziare, colmi di gioia. 92/100. Ah, ma la SMWS esiste, in Italia? Ecco, questa è proprio un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Rings of Saturn.

Arran 15 yo Douglas of Drumlanrig (1997/2013, 46%)

Oggi andiamo a pescare direttamente dalla capiente saccoccia dei Laing, gloriosa dinastia scozzese di imbottigliatori indipendenti e blenders. La serie Douglas of Drumlanrig non gode della fama di altre più fortunate ‘saghe’ quali “Old Malt Cask” e “Old and Rare”, ma insomma noi ci certo non ci formalizziamo, anche di fronte a un single cask che ha vissuto un’extra maturazione in un port puncheon; sono esperimenti che a volte dovrebbero sfociare direttamente nel penale, ma Arran è distilleria che più volte ha attirato le nostre lodi per il fatto di essere un distillato riconoscibile (certo, se lo assaggiassimo alla cieca le cose si farebbero più complicate e la peculiarità arrenesca andrebbe forse a farsi benedire, ma chi mai si premurerebbe di apparecchiarci una trappola tanto crudele?). Dati contrastanti quindi, un’unica ratio la ritroveremo come al solito nel bicchiere…

Isle_of_Arran_15YO_-_Douglas_of_Drumlanrig_-_whisky_singapore_grandeN: molto aperto e odoroso. Per essere un 15 anni sa ancora tanto di distillato, con una forte componente di cereale inzuppato nel latte caldo. Sopra, un po’ scollate da questa base maltosa, si agitano zaffate zuccherine, in odor di finish aggressivo di Porto, che ricordano pesche sciroppate,  sciroppo di zucchero. Vaniglia e poi immancabile è quella nota agrumata tipica di Arran, con la scorzetta d’arancia. A tratti percepiamo una suggestione inquietante di cimice schiacciata, un che di vegetale andato storto. Speriamo nel palato…

P: da manuale. Un manuale su come non fare i finish, però: c’è ancora una nota cerealosa ed erbacea di distillato, per la verità molto alcolica, ma il peggio è che risulta totalmente slegata dall’ondata dolciastra-legnosa che arriva un attimo dopo. Le suggestioni sono quelle tipiche del Porto, con una vinosità zuccherosa, sciroppata; di uvetta e ancora di pesche. I sapori sono anche intensi, ma la sensazione non ha molto di piacevole.

F: come se non bastasse emerge una nota amara di legno davvero disturbante, tra sentori di alcol troppo grezzo e sciroppi alla frutta.

Uno dei whisky più catastrofici della nostra esperienza di degustazione, in un climax discendente da naso a finale. Qui non si tratta di non apprezzare i sentori tipici del Porto (che, comunque, non ci fa impazzire: deve accadere un miracolo perché un whisky in Porto ci risulti dignitoso), si tratta che ha proprio troppi aspetti sgradevoli e sballati: 69/100.

Sottofondo musicale consigliato: Maruego – Cioccolata feat. Caneda

 

Dailuaine 17 yo (1997/2014, The First Editions, 58,3%)

Ronaldo-Main-RWD-Fat-Ronaldo-OG-Brazil-Inter-World-Cup-Record2La pigrizia ci porta a non spostarci di molto da Glenfiddich… Ci basta percorrere pochi chilometri per essere davanti a Dailuaine, distilleria dello Speyside di proprietà Diageo; grazie alla solerzia di Fabio Ermoli, importatore della serie “First Editions” di Edition Spirits (imbottigliatore dietro cui si cela il buon marchio di Hunter Laing), assaggiamo un single cask, refill-sherry, di 17 anni, distillato nell’anno di grazia 1997 (per intenderci, l’anno in cui Ronaldo firma per l’Inter) e imbottigliato solo qualche mese fa, a fine 2014. Come sempre quando si ha a che fare con HL, si tratta di un whisky non filtrato a freddo e non colorato artificialmente.

103005-normalN: la gradazione alta chiude un po’ il profilo, ma senza che l’alcol resti prevalente, anzi: domina incontrastata la mela rossa, in ogni sua facies (succo di mela limpido, soprattutto); scorza di limone grattugiata (avete presente?, per le torte); anche qualcosa di cremoso (crema pasticciera su tutto). L’acqua spalanca una dolcezza da pasticceria, con questa mela sempre in primo piano; dolcetti alla frutta; pasta di mandorle.

P: molto, molto intenso; a grado pieno è bello aggressivo. Vagonate di mela, mela e poi anche un po’ di mela; poi cresce una bella matosità, che ci figuriamo come una brioche alla marmellata; una spruzzata di arancia. Che belle le note di legno di botte, mai eccessive… Con acqua, come al naso, crescono le note fruttate (anche pesche) e di crema di pasticcini. Molto convincente, ben strutturato.

F: non lunghissimo, ma molto intenso e pulitissimo; ancora mele mele mele e brioche.

Un single cask giustamente selezionato per l’imbottigliamento: gradevolmente fruttato e dolcino, rappresenta benissimo lo stile ‘tipico’ dei malti moderni dello Speyside. A voler trovare il pelo nell’ago nell’uovo del pagliaio, forse proprio la sua stessa tipicità lo trattiene dal diventare un fuoriclasse, come il Ronaldo di cui sopra: è forse più, che so, un Checco Moriero, capace di stupire ma soprattutto prezioso per la costanza di rendimento. Insomma, 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fiend without a face – Calypso.

Caol Ila 1989 (1997, Lands of Scotland, 43%)

Quando ci siamo ritrovati di fronte questa bottiglia siamo rimasti molto sorpresi: non avevamo mai visto questa etichetta, e neppure whiskybase ne reca traccia. A questo punto, abbiamo scatenato le nostre squadre di informatori, che, dopo lunghe ed estenuanti ricerche condotte con metodi non sempre ortodossi nei peggiori bassifondi dell’hinterland milanese, sono riusciti a portare a casa il risultato, oltre a qualche frattura e qualche buco di pallottola. Si tratta di un imbottigliamento di Gordon & MacPhail fatto per il responsabile alcolici della catena di supermercati Metro nel lontano 1997: questo Caol Ila è parte di una serie che comprende anche un Bladnoch di 11 anni e un Mortlach, se non andiamo errati di 14 anni. Ci possiamo esimere dall’onore della recensione? E che siamo, imbecilli?

Schermata 2015-05-28 alle 17.16.48N: stereotypical Caol Ila! La sensazione è quella di un bel fumo dolce, morbido e rotondo: ma non mancano anche intense punte agrumate e fruttate (limone e cedro; ma arriva a ricordare quei mix di frutti tropicali disidratati, con cocco e ananas…) da un lato, marine e ‘petrolifere’ dall’altro (rispolveriamo la suggestione di una barchetta a motore in mare… ci sono anche nitide note di legno bagnato dall’acqua salata!). Cacao.

P: molto buono!, bella intensità e ottimo corpo. Un pelo alcolico. Attacca su una nota dolce spiccata (zucchero a velo e vaniglia) per poi aprirsi – se d’apertura è lecito parlare – su note di torba amara e vegetale, ancora sul versante diesel / cacao amaro / legno / liquirizia salata. Si sente proprio bene la torba, molto terrosa, mentre ci pare che la marinità tenda a retrocedere un po’ rispetto al naso.

F: lungo e intenso, tutto sullo smog / motore di barca / legno salato; solo un’indistinta dolcezza da botte ex-bourbon.

Nonostante stia in bottiglia da quasi vent’anni, non arretra di un millimetro e sfoggia tutta la sua caolilicità (?) senza alcun pudore: davvero piacevole, ha tutto ciò che un giovane torbato può avere, è relativamente semplice ma non può deludere. 86/100 è il giudizio, brava Metro.

Sottofondo musicale consigliato: Roberto Vecchioni – Stranamore.

Royal Brackla 16 yo (1997/2014, Adelphi, 56,8%)

Dopo giorni interi trascorsi alla mercé degli eventi, trascinati dalla Storia come sacchetti di plastica in mare, un rigore morale inespresso ci stringe alla sedia e al bicchiere: non più alcolismo d’accatto, non più tappini di Ballantines, non più avvocati abbracciati alla tazza del cesso, non più tardone scambiate per giovani ballerine, non più risvegli costretti alla vergogna dall’oblio di sé e del mondo. Non più questo, ma whisky scozzo e singolo malto. Boh… Dunque stappiamo un sample di Royal Bracka imbottigliato da Adelphi, che dobbiamo alla gentilezza dei Pellegrini: sedici anni trascorsi in botte ex-bourbon (cask #5564), e stai senza pensieri.

rbladl1997N: a grado pieno è poco espressivo… ma non eccessivamente alcolico. Una lieve nota fruttata (canditi; limone) accompagna un sentore mandorlato. Serge scrive ‘creta umida’, e in effetti ricorda un po’, se non proprio la creta, qualche cosa tipo di cantiere… In generale, un lieve sentore erbaceo, forse tè (foglie); una lieve, lieve nota di miele? Floreale, senz’altro. Con acqua, resta erbaceo e si fa ancora più maltoso, solo delicatamente fruttato, più apertamente – ora – sulle mele fresche. Pulito e nudo. Torba, un velo? Sì. Fumo, anche? Mandorle amare.

P: grande masticabilità, prosegue sulla falsariga del naso, con più grip, senza punti esclamativi ma con tanto carattere. Quindi, tripudio d’erba fresca, un bel po’ di limone, un po’ di miele, un che di fruttato (diremmo mela verde, se avessimo un blog di note di degustazione di whisky). Uva bianca? Punte minerali e pepate. Con un pelo d’acqua si ammorbidisce lo scenario, reso più ‘facile’ e zuccherino; ancora mele, non verdi però; camomilla zuccherata, pasta di mandorle; prugne.

F: molto pulito, leggermente fruttato (mele). Non lunghissimo, delicato come in ogni altra fase. Erba fresca.

Un whisky che più nudo non si può, non privo di una discreta personalità maltata; di certo è semplice, ma è ben fatto, a nostro giudizio senza tutti quegli spigoli che vi ha trovato Serge. 84/100 è il giusto voto per un naso un po’ troppo passivo ma per un palato davvero godibile; consigliamo comunque acqua, che attenua il lato ‘bagnato’ dell’olfatto ed esalta la qualità della seconda fase. Auguri ai Moldavi: oggi è capodanno!

Sottofondo musicale consigliato: Placido Domingo ci racconta la storia di Kleinzach; aria tratta dai Racconti di Hoffman di Offenbach.

Ardmore 16 yo (1997/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 55,2%)

Mentre Cadenhead’s ha appena annunciato i nuovi imbottigliamenti, che in Italia saranno disponibili da settembre, noi giriamo lo sguardo verso il più recente passato e assaggiamo un Ardmore di 16 anni imbottigliato da pochissimo (è stato presentato allo Spirit of Scotland di marzo) nella serie ‘Small Batch’. Ardmore è una distilleria delle Highlands che da sempre ha prodotto un malto esplicitamente torbato, molto amato dai blender per le sue peculiarità… ma pressoché sconosciuto a tutti gli altri. Noi abbiamo un simpatico ricordo di Ardmore legato al nostro ultimo viaggio in Scozia, ma contro ogni regola della comunicazione scritta ce lo teniamo per noi. Il colore è paglierino chiaro chiaro.

62770834_CI39N: un profilo strano, che non ti accoglie a braccia aperte e che bisogna addomesticare. Ha anzitutto un’anima bourbon molto trattenuta, tra una pera gentile e sporadici spunti di vaniglia e zucchero filato; poi, una zuccherinità che richiama malti decisamente più giovani (canditi, lieviti, alcol un po’ ‘grezzo’). La sensazione di asperità è poi accentuata da forti note minerali (grafite), erbacee e vegetali (il nostro amato nocciolo di limone). Qualche senso di legno umido…

P: il primo impatto è di un bel corpo, con una dolcezza certo ancora semplice, acerba (ancora pere e canditi), veicolata con potenti botte di legno. E quindi molta liquirizia, che annuncia nuovamente un lato earthy, minerale, terroso: una bella torbatura, decisamente (anche con un pit di fumo).

F: liquirizia e torba acre, con afflati vegetal-limonosi. Piuttosto lungo e persistente.

Davide da tempo sostiene che Ardmore sia una distilleria speciale ancora misconosciuta: questo malto è senza dubbio da premiare per la sua particolarità, anche se in tutta onestà a noi questa foggia un po’ cruda, non così elegante e soprattutto non sostenuta da un’adeguata complessità, non ci fa perdere la testa. Comunque davvero un buon dram, intendiamoci, e istruttivo, e inusuale, e 85/100 insomma.

Sottofondo musicale consigliato: Adamo – La notte.

Tre Laphroaig a confronto

Che ne dite di seguirci in un piccolo percorso di degustazione di tre malti – sulla carta – abbastanza simili, ovvero tre Laphroaig più meno di età simile, distillati più o meno negli stessi anni (1997-99) imbottigliati a grado ridotto? Se, come dice Serge, ‘reason is in comparison’, questo potrebbe essere un esperimento fruttuoso e istruttivo; noi, quando il nostro parco sample ce lo consente, cerchiamo sempre di bere whisky della stessa distilleria assieme – in questo caso, data la somiglianza della tipologia di bottiglie, pubblichiamo tutti e tre le recensioni nello stesso post. Iniziamo da un Laphroaig Highrove, su cui potete leggere tutto qui: dodici anni e uno stemma reale bene in evidenza, dato che si tratta quasi di un imbottigliamento ‘privato’ di quel giocherellone del principe Carlo. Proseguiamo con un 14 anni selezionato da Le Bon Bock, storico pub/whiskeria della Capitale (a proposito, auguri!) e chiudiamo con il Laffy di Whiskyclub.it – e d’altro non si tratta se non de La Pala, imbottigliata a grado ridotto. Sotto a chi tocca.

Laphroaig Highrove 1997/2009 (cask #156, OB, 46%)

110228_highgrove_01N: bello aperto e aromatico: alcuni capisaldi di Laphroaig sono presenti (limone, liquirizia, molto marino); poi note di borotalco, emmenthal, marshmellows, e anche originali note tropicali (cocco, ananas maturo). Tutto sommato, più dolce che torbato. Affumicatura media, per gli standard di Laphroaig. P: iter inaspettato: subito legno e liquirizia, gradevoli ma imponenti; il corpo, oleoso, regala un colpo di coda di dolcezza fruttata (ancora bombette tropicali) e di zucchero di canna a seguire un tappeto ceneroso. F: tutto su cenere, gomma bruciata; ancora liquirizia e zucchero di canna.

Sorprende il cambio di marcia tra naso e palato; comunque è un malto di grande intensità, molto Laphroaig in tal senso, che ci ha fatto divertire. 88/100. Grazie a Claudio per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Le Bon Bock, 46%)

foto-36N: i classici qui si declinano su torba e catrame, con una marinità esplosiva (acqua di mare, pesciosa) e limonata fresca. Minerale ed austero, con un’affumicatura più spiccata. Col tempo, torna la dolcezza discreta e vanigliosa (comunque due gradini sotto rispetto all’esplosione dell’Highrove). E che dire del medicinale? P: qui si esibisce in un grande show proprio medicinale (corsia di ospedale: che c’è, voi non girate per gli ospedali leccando per terra? Non sarete mai dei veri degustatori!) e di marinità. Ancora tanto limone, ancora una torba acre; leggero richiamo di caramelle Valda (nota mentolata e dolce). Continua ad essere austero, ma è anche davvero intenso. F: molto medicinale, ancora, e affumicato – ricorda proprio la scamorza affumicata…

Il naso parte un po’ lentamente, il palato poi esplode in un tripudio dei lati più spigolosi e meno affabili del distillato, che a noi piacciono tanto tanto: un po’ più di grip al naso ci avrebbe fatto salire anche sopra a 84/100. Grazie a Tiziana e Stefano per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Whiskyclub.it, 46%)

foto-37N: a suo modo, pare prendere in prestito gli elementi distintivi degli altri due: del coetaneo LBB si prende l’austerità vegetale e iodata, senza però riuscire a pareggiarne gli eccessi; e infatti del cugino di sangue blu riprende i tratti più dolci e invitanti. Inoltre, un bel limone con una grattugiata di pepe. Se ripensiamo alla Pala, questo ci pare più equilibrato, meno contundente. P: decisamente il più vaniglioso dei tre e, decisamente, il meno torbato. Spiccano note molto zuccherine e di agrume (cedro, lime); emmenthal, forse un pit. F: rimane uno zucchero indistinto ma senza supporto isolano. Un che di mentolato.

Molto equilibrato al naso, mentre al palato (come già per la Pala) rileviamo un lieve sbilanciamento verso la dolcezza, con le anime più brutali di Laphroaig che restano in disparte, come addomesticate – per questo, 86/100. Grazie a Claudio e Davide per il sample.

Un breve commento: Laphroaig è senz’altro molto solida, e che si tratti della stessa distilleria è sempre evidente. Anzi, la vera lezione è che è difficile degustare tre whisky in fondo così simili, perché le differenze stanno tutte nelle sfumature, nelle diverse proporzioni dei medesimi ‘ingredienti’: è stata senz’altro una delle sessioni di tasting più faticose degli ultimi tempi…

Sottofondo musicale consigliato: Apocalyptica – Creeping death.