Clynelish 1997 (2015, Wemyss, 54,2%)

Io sono Clynelish, e voi chi c**** siete?

Wemyss è imbottigliatore indipendente che ama dare dei nomi bislacchi alle proprie creazioni, non solo ai celebri blended malt: in questo caso, abbiamo di fronte un Clynelish di 18 anni maturato in bourbon che esibisce in etichetta la formula “Waffles and ice cream”. Che sia di buon auspicio o meno, per un austero Clynelish, è tutto da vedere… E dunque, bando alle chiacchiere: vediamo.

N: molto aperto, molto dolcino. In effetti le note di gaufres (anzi: di waffles, ma si sa, ci piace darci un tono) e di gelato alla vaniglia si sentono veramente tanto, la suggestione in etichetta funziona molto. Il lato fruttato è tutto di pesca, sciroppata o addirittura cotta; anche se dopo un po’ escono note di mela. Non c’è l’hallmark di cera, ma sicuramente una certa oleosità minerale si fa strada. Dopo un po’, arriva il favo di miele, e rende tutto più riconoscibile. L’acqua lo rende una cremina…

P: piuttosto coerente, anche se qui la cera c’è, decisamente, con in abbinamento un cerino spento, uno zolfanello. Resta profondamente fruttato, con pesche (e amaretti), la solita, immancabile mela (rossa) e qualche sentore di frutta rossa. Piuttosto cremoso, esce un po’ di crema pasticciera. Pasticcino alla fragolina? Anche qui, l’acqua porta verso un’esplosione di pasticcino (pastafrolla burrosa, crema e frutta).

F: molto lungo, persistente, note di fragolina di bosco (e perché non di fragolino, proprio?), con arancia rossa, ancora crema.

Davvero poco da dire, se non: molto buono, come spesso accade con Clynelish. In questo caso l’anima più austera e minerale fa un po’ fatica ad emergere e si palesa solo ai sensi di chi ha pazienza per volerla aspettare: ma se voi non avete fretta e anzi avete intenzione di lasciarlo evolvere, vi regalerà molte soddisfazioni. Appiccicando un convinto 89/100, ringraziamo per il gentile omaggio Francesco Saverio Binetti di Balan, azienda che importa e distribuisce Wemyss sul suolo italico.

Sottofondo musicale consigliato: Gladys Knight & The Pips – Who is she and what is she to you.

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Teaninich 23 yo ‘Rare Malts’ (1973/1997, OB, 57,1%)

Qualche mese fa si è concluso il ciclo di degustazioni dell’Harp Pub dedicato alla serie dei Rare Malts di Diageo – ciclo di degustazioni francamente storico (chi altro apre 12 Rare Malts, al giorno d’oggi, in Italia, per condividerli con appassionati? ditecelo, chi?) e che abbiamo avuto il privilegio di tenere, come ‘relatori’. Qualche sample ci è rimasto ancora in bacheca, è il caso di ridurre questa imponente presenza, non credete? Dunque eccoci alle prese con un Teaninich del 1973 (quando c**** ci ricapita di assaggiare un Teaninich del 1973!?, spiegatecelo!), imbottigliato del 1997.

N: che profilo d’altri tempi… Oleoso, erbaceo, a tratti anche un po’ ‘sbagliato’, se ci concedete l’eresia, con note di distillato spigoloso, al limite del sulfureo che tira schiaffi. Incenso. Note di propoli, di cereale macerato, di olio d’oliva; poi perfino un ricordo di amaro centerbe, di artemisia fresca, di una bustina di tè al bergamotto lasciata lì a raffreddare. A regalare a questo naso una dimensione ulteriore è anche una nota fruttata, zuccherina e lievemente acida, da frutta gialla: prugna gialla anzi.

P: molto particolare, ancora austero, erbaceo, oleoso, minerale… ma con un’esuberanza fruttata davvero godibile. Una nota di propoli, ancora erbe tipo artemisia, ancora agrumi (limone; e anzi, di nuovo un senso di Earl Grey). Cereale oleoso. Poi però ci sono sentori fruttati, intensissimi: addirittura ananas, ci sentiamo di dire con sicurezza.

F: lungo, più sbilanciato sulla dolcezza di ananas; in seconda battuta torna una punta erbacea, da erba aromatica, che ricomplica.

Una testimonianza di uno stile che oggidì è davvero raro: distilleria poco nota, mix di barili lasciati liberi di invecchiare con calma in barili non troppo aggressivi… La ricetta perfetta. Mamma mia: può avere dei difetti magari, ma è unico, seriamente. 89/100. Grazie pikkolo Ancielo Corbetta, tanto amore per te.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash & Bob Dylan – Wanted Man.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Bowmore 19 yo (1997/2017, Adelphi, 56,8%)

La gente che sa cosa fare della propria esistenza in questi giorni non è in Italia (e incredibilmente non vogliamo fare allusioni politiche), ma in Scozia; e non in un angolo qualsiasi della terra di Alex Ferguson e Sean Connery, vicino a un castello qualsiasi, accanto a un Loch qualsiasi, sorseggiando una birra qualsiasi e sgagnando un panino al bacon qualsiasi. No: la gente che sa cosa fare della propria esistenza in questi giorni è su Islay, perché c’è il Feis Ile! In mancanza dell’originale, noi che notoriamente siamo delle banderuole al vento del destino e che dunque decisamente non siamo su Islay, proviamo a sentirci vicini agli amici che fanno bagordi lassù: e dunque oggi ci beviamo un bel single cask di Bowmore, un barile ex-sherry a secondo riempimento (cask #2412) – il colore è molto scuro, se non l’avessimo saputo avremmo scommesso su un first-fill. Ringraziamo Samuel Cesana, gattone di Pellegrini, per il campione.

N: urca, com’è carico! La prima cosa che ci suggestiona sono le costine glassate all’americana, oltre a un senso di barbecue, di carne affumicata con salsa barbecue. C’è anche quella nota fruttata ‘alta’, da Bowmore in sherry, con more e mirtilli molto dolci e freschi. Viene in mente un che di pasticceria turca, da gelatina al melograno… Cuoio. La torba si sente molto, mescolandosi con questo legno così carico: l’effetto è di un legno bruciacchiato. L’acqua aumenta la quota di barbecue. Foglia di tabacco, ci illumina Zucchetti.

P: l’imbocco è punchy, ma è soprattutto molto dolce: marmellata di mora. Poi liquirizia pura, tanta liquirizia, legno, molto tanto troppo tannino. Resta molto bruciato, molto intenso, molto appiccicoso. Attimi fruttati, ma è questione di istanti. Zucchero bruciato, marmellata bruciata ai lati della torta dimenticata in forno. Vegetale e bruciatissimo, con una nota di inchiostro anche, forse tempera, dice Angelo. Tende pesantemente verso l’amaricante man mano che ci si avvia al finale (caffè, astringente, rabarbaro). Caldarrosta. Con acqua, è meno contratto e migliora, diventando più dolce, più morbido.

F: molto lungo, persistente, con note di fogliame (foglia di tabacco). Resta amaro e umido, con una vaga frutta nera molto lunga.

Bevuto a grado pieno appare piuttosto ostico: il naso è molto ‘sporco’, con sensazioni di barbecue che non troviamo spesso nei Bowmore in sherry, mentre il palato è molto poco fruttato e dominano note amare e bruciate. Con acqua diventa un’altra cosa, decisamente, e guadagna in piacevolezza soprattutto al palato: nel complesso, assegnamo un 87/100 ‘con riserva’, sperando di trovare un altro campione e di poterlo riassaggiare con più acqua. Capito?, Samuel, stiamo parlando con te.

Sottofondo musicale consigliato: In Flames – Behind Space ’99.

whisky glenrothes antique lions of whisky

Glenrothes 20 yo (1997/2017, Antique Lions of Spirits, 57%)

Dura da tre anni ormai il sodalizio tra Whisky Antique, Lion’s Whisky e Sansibar, che tra il 2016 e il 2018 ha regalato all’umanità un folto manipolo di single cask suddivisi in tre serie di rara opulenza iconografica. L’esordio è stato con The Birds, seguito dalla serie The Butterflies, di cui oggi assaggiamo un esemplare non più svolazzante, per finire con la Savannah Series. A questo proposito il Milano Whisky Festival del prossimo weekend ci vedrà sicuramente nelle vesti di spitati cacciatori degli ultimi imbottigliamenti di Alos, con Clynelish 1997 e Springbank 1998 ben piantati nel mirino. Intanto ci prepariamo al truculento safari assaggiando un barile ex sherry della distilleria Glenrothes, da cui sono state ricavate 288 bottiglie.

whisky glenrothes antique lions of whiskyN: l’alcol non si risparmia, e picchia forte pizzicando il naso. Passato questo primo schermo, se ne trova però subito un secondo, tagliente, con una nota rugginosa e altre oleose, di frutta secca: mallo di noce, certo, ma anche proprio il nocino, tanti pinoli (viene in mente la torta paesana). Superato anche questo secondo schermo purtroppo c’è una sorta di salto nel vuoto: rimane un profilo sherried abbastanza timido, tra l’arancia, la mela rossa e un accenno di biscotto. Con acqua non cambia moltissimo per la verità, e anzi il lato di frutta secca si fa ancora più ‘vegetale’, con suggestioni erbacee e al limite del mentolato.

P: l’attacco conferma i presagi del naso: ancora in avvio l’alcol è fin troppo aggressivo, molto pungente, e subito sotto si agitano quelle note tra il ferroso/sanguigno e la frutta secca oleosa (noce ancora soprattutto, poi un poco di nocciola) che immancabilmente riconosciamo nei Glenrothes che abbiamo finora assaggiato. Biscotti di farina di castagne. Anche qui, l’approdo alla piacevolezza è solo parziale, con altra mela rossa.

F: medio-lungo, abbastanza intenso, di nuovo tra noce, farina di castagna, una sensazione come di ruggine.

Sa di Glenrothes, e a noi Glenrothes – ormai l’abbiamo capito – non fa impazzire. Se può avere un qualche senso in quest’epoca di impazzimenti climatici, lo definiremmo un whisky “autunnale”, come ha scritto con ben altra autorità anche Ruben di Whiswkynotes, che tra l’altro lo apprezza di più. In definitiva ha però un profilo che a nostro gusto pare fin troppo sottile, polveroso. Per noi è 81/100. Ancora in vendita su whiskyantique.

Sottofondo musicale consigliato: Dengue FeverEthanopium

 

Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.

Clynelish 1997 (2017, Carn Mor, 57%)

La compagnia Morrison & Mackay è nel business dell’alcol britannico dall’inizio degli anni ’80: dopo liquori, gin e altre amenità, dal 2008 seleziona e imbottiglia single malt scozzese. È nel 2012 che viene lanciata la serie ‘premium’ di single cask con nome “Carn Mor”: e da qualche mese Lost Drams, azienda di importazione e distribuzione di distillati che fa capo al prode Fabio Ermoli, ha portato in Italia queste bottiglie, presentandole in anteprima all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi in quell’occasione abbiamo adocchiato alcuni whisky piuttosto solleticanti, e iniziamo ad assaggiarli partendo da un Clynelish maturato in uno sherry puncheon.

N: un profilo sicuramente particolare. Dà l’idea di un whisky pesante, dove gli aromi faticano a uscire dal bicchiere ma che d’altra parte si mostra delicato, assolutamente non alcolico. Piano piano si mostra un profilo levigato, con note di tabacco, tamarindo, cola, una leggera suggestione sulphury di brodo di carne e – perché no? – di cera, in crescita. Soprattutto quest’ultimo rende conto di un distillato bello grasso, capace di dialogare alla pari con la botte. Bontà, ma certo non per i palati (pardon, nasi) in cerca di ruffianeria. Via via si apre, e fa venire in mente le fragole disidratate, o addirittura: certi infusi di frutta essiccata; scorzetta d’arancia secca. Pasticcino con fragola. Ogni istante che passa, diventa più aperto, più profondo, più entusiasmante. Profumo di un sigaro cubano morbido, nuovo, appena uscito dall’humidor. Continuamente cangiante, splendido. Candela di cera aromatizzata alla fragola. Agrumi. Basta, fermati qui!

P: si chiarisca un punto: i 57% non ci sono, non esistono, sono scomparsi, rimasti nella bottiglia, nel sample, chissà. Molto coerente col naso, ha un attacco ‘sporco’ e sulfureo, poi evolve verso una deliziosa cera (di candela, non cera d’api) con innesti di fragole, e man mano va verso un profilo più dolcino, più compiutamente fruttato. Brioche, di quelle tanto, tanto burrose. Esplosiva è la frutta, che appare una frutta ‘cerata’ e cerosa, quasi di marzapane; c’è una bella presenza agrumata, di arancia rossa soprattutto – a tratti appare un’arancia rossa quando è troppo matura, per non dire marcia, che si lega perfettamente al sulfureo. Poi c’è cioccolato al latte, c’è pasta di mandorla.

F: rimane il doppio binario del sulfureo e della delicatezza, in perfetto equilibrio; lascia la bocca deliziosamente impastata di frutta rossa e agrumi sulfurei, senza alcun cenno d’astringenza.

Talvolta, quando abbiamo bevuto qualche dram di troppo e ci sentiamo di poterci sbilanciare su questioni tanto delicate, ci capita di rispondere “Clynelish!” alla domanda “qual’è la tua distilleria preferita?”: e bere whisky come questo non fa altro che rinforzare quella convinzione. Straordinario, un distillato particolarissimo, unico, delicato e grasso al contempo, che si unisce con straordinaria eleganza a un barile – fortunatamente – non troppo marcante se pure certo non passivo. Magnifico. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Poetica.

Ledaig 19 yo (1997/2016, Cadenhead’s, 53,9%)

Quello di Ledaig, versione torbata di Tobermory (Isola di Mull), è distillato che sempre divide: spiccano le note sporche, generalmente, e si tratta di spigoli belli acuti, che talora disturbano perfino i cuori e palati più temerari. Cadenhead’s ha diverse botti di Ledaig (e d’altro canto, come ama spiegare lo stesso Mark Watt, a Cadenhead’s piace imbottigliare prodotti misconosciuti – si legga ad esempio la bella intervista fattagli ieri dal sommo Bevitore Raffinato), e ha appena messo sul mercato un single cask diciannovenne con etichetta dorata. Possiamo forse esimerci dall’assaggiarlo? No, affrontiamo la sfida.

ledaig-19-year-old-1997-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: da subito pesante e molto spigoloso nel bicchiere. L’alcol si fa notare. In primo piano c’è tutto un mondo ‘sporco’, tra il soffritto, il sugo di pomodoro, un tocco di cera e poi anche un’affumicatura pesante tipo catrame o diesel. Cereale bagnato, molto affascinante. Vagamente iodato. Dopo un po’ dalle retrovie emerge un lato zuccherino, anch’esso pesante (se dovessimo definirlo con un colore diremmo marrone), che ricorda lo zucchero di canna, i fichi secchi e le tisane invernali a base di arancia, uvetta e cannella.

P: anche qui la prima impressione è quella di un distillato graffiante e minerale, con un cereale spoglio e macerato a suo modo elegante. Per intenderci diciamo che è meno sporco e più vegetale rispetto al naso. Qui però la dolcezza non rimane in disparte come prima, ma arriva ad arrotondare e a smussare quasi subito: e allora ecco ancora zucchero di canna e fichi secchi, oltre a datteri e sciroppo d’acero. Liquore all’arancia. Conclude con fumo acre e terroso in decisa ascesa. Non manca l’hallmark di distilleria, il chicco di sale – se no ci scrive Pino e ci bastona.

F: l’affumicatura esce alla grande assieme a un bella sensazione di vegetale e cerealoso. Chicco tostato e cacao.

Sicuramente un whisky ‘ad alta soggettività’, ma non si può dire che non sia cangiante e intrigante, soprattutto al naso. Il palato rivela una dolcezza un po’ monolitica, ma nel complesso piacevole e ancora screziata di sfumature minerali e sporchine. Buono il cereale, buona la torba bella decisa: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: un pezzo bellissimo, la dimostrazione che i geni non mentono. Teneteli d’occhio: Algot Blackfisk – Blinding light.

Bowmore 3.187 (1997, SMWS, 57,2%)

schermata-2016-09-09-alle-13-00-25La Scotch Malt Whisky Society (per gli amici, SMWS) è una vera e propria istituzione nel mondo dell’alcolismo consapevole: senza perder tempo in formular parole che qualcuno ha senz’altro già scritto a proposito della sua storia, qui ci limiteremo a sottolineare un aspetto che ha particolarmente colpito noi, gonzi disadattati appassionati delle stupidaggini. Tutte le bottiglie non hanno la distilleria dichiarata in etichetta, né l’invecchiamento, né il tipo di botte: uno schiaffo alla trasparenza, forse?, di quelli che farebbero infuriare ogni secondino lettore del Fatto quotidiano (Honestaaaa!!11!1!! Trasparenzah!!!1!!)? Manco per sogno!, perché queste informazioni sono tutte reperibili sul sito: in etichetta campeggia un codice numerico (in questo caso: 3.187), in cui il primo numero corrisponde alla distilleria ed il secondo all’imbottigliamento specifico. E in più, ogni imbottigliamento si caratterizza per un aforisma in grado di alludere alle caratteristiche aromatiche del whisky: in questo caso, abbiamo a che fare con l’evocativa definizione “russian camphor and caramel”. Dobbiamo ringraziare per l’omaggio Davide Romano di Valinch&Mallet, che proprio davanti a questa bottiglia ha trovato la decisiva illuminazione. Ora, di che si tratta? Di un Bowmore di 14 anni, invecchiato in una singola botte ex-sherry refill, distillato il 25 settembre del 1997.

bowmore-1997-2012-smws-sherryN: scandalosamente succoso, come solo sanno essere certi Bowmore in sherry… Il nettare è a base di frutti rossi e neri (spicca la mora) ma soprattutto di quella frutta tropicale mista che tanto amiamo (se dovessimo dirne uno, obbligati da un plotone di esecuzione, diremmo “mango”. Moriremmo, forse). L’affumicatura è assai lieve, ma in compenso la torba è di quelle pesantemente terrose, minerali: dà corpo a un whisky che di personalità già ne avrebbe da vendere. Della coppia del titolo, non si può negare la presenza di caramello, cui aggiungeremmo note di arachidi tostate. È anche piuttosto marino, con note di sale indiscutibili. L’acqua spalanca ogni descrittore e gli aggiunge una dimensione quasi floreale…

P: in imbocco deflagra, letteralmente, travolgendo tutto e tutti con fiammate di intensità devastante. Risulta tutto molto potente e compatto, compresso, quasi contratto se vogliamo: ancora tanto mango e caramello, ancora ondate di mare ed una torba persino potente per lo stile di Bowmore (catrame). Con acqua, oltre a diventare più mansueto e di una gradevolezza assoluta, lascia che si apra anche un lato agrumato, proprio di arancia rossa dolce e matura. Caramello salato (a mo’ di felicissimo connubio tra Islay e sherry).

F: lungo e persistente, sale un filo di fumo, di cenere, di legno spento. Cioccolato amaro, ancora una dolcezza che dal tropicale diventa proprio solo caramello. Sale.

Un whisky semplicemente buono, strabuono, magnifico, fantastico: un eccellente esordio sulle nostre pagine per la Scotch Malt Whisky Society: tutto il merito è di Davide, che non possiamo che ringraziare, colmi di gioia. 92/100. Ah, ma la SMWS esiste, in Italia? Ecco, questa è proprio un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Rings of Saturn.

Arran 15 yo Douglas of Drumlanrig (1997/2013, 46%)

Oggi andiamo a pescare direttamente dalla capiente saccoccia dei Laing, gloriosa dinastia scozzese di imbottigliatori indipendenti e blenders. La serie Douglas of Drumlanrig non gode della fama di altre più fortunate ‘saghe’ quali “Old Malt Cask” e “Old and Rare”, ma insomma noi ci certo non ci formalizziamo, anche di fronte a un single cask che ha vissuto un’extra maturazione in un port puncheon; sono esperimenti che a volte dovrebbero sfociare direttamente nel penale, ma Arran è distilleria che più volte ha attirato le nostre lodi per il fatto di essere un distillato riconoscibile (certo, se lo assaggiassimo alla cieca le cose si farebbero più complicate e la peculiarità arrenesca andrebbe forse a farsi benedire, ma chi mai si premurerebbe di apparecchiarci una trappola tanto crudele?). Dati contrastanti quindi, un’unica ratio la ritroveremo come al solito nel bicchiere…

Isle_of_Arran_15YO_-_Douglas_of_Drumlanrig_-_whisky_singapore_grandeN: molto aperto e odoroso. Per essere un 15 anni sa ancora tanto di distillato, con una forte componente di cereale inzuppato nel latte caldo. Sopra, un po’ scollate da questa base maltosa, si agitano zaffate zuccherine, in odor di finish aggressivo di Porto, che ricordano pesche sciroppate,  sciroppo di zucchero. Vaniglia e poi immancabile è quella nota agrumata tipica di Arran, con la scorzetta d’arancia. A tratti percepiamo una suggestione inquietante di cimice schiacciata, un che di vegetale andato storto. Speriamo nel palato…

P: da manuale. Un manuale su come non fare i finish, però: c’è ancora una nota cerealosa ed erbacea di distillato, per la verità molto alcolica, ma il peggio è che risulta totalmente slegata dall’ondata dolciastra-legnosa che arriva un attimo dopo. Le suggestioni sono quelle tipiche del Porto, con una vinosità zuccherosa, sciroppata; di uvetta e ancora di pesche. I sapori sono anche intensi, ma la sensazione non ha molto di piacevole.

F: come se non bastasse emerge una nota amara di legno davvero disturbante, tra sentori di alcol troppo grezzo e sciroppi alla frutta.

Uno dei whisky più catastrofici della nostra esperienza di degustazione, in un climax discendente da naso a finale. Qui non si tratta di non apprezzare i sentori tipici del Porto (che, comunque, non ci fa impazzire: deve accadere un miracolo perché un whisky in Porto ci risulti dignitoso), si tratta che ha proprio troppi aspetti sgradevoli e sballati: 69/100.

Sottofondo musicale consigliato: Maruego – Cioccolata feat. Caneda