Glentauchers 20 yo (2018, Chorlton Whisky, 50,9%)

Glentauchers è una delle realtà meglio nascoste di tutta la Scozia. La distilleria avrebbe anche un secolo di storia alle spalle, con un solo buco produttivo dal 1985 al 1992, ma il suo ruolo è sempre stato quello di umile gregario per la produzione di whisky di malto (circa 4 milioni di litri di new make spirit l’anno, mica bruscolini) da destinare ai blenders, prima Black & White e Buchanan’s, oggi Ballantine’s. E così gli imbottigliamenti ufficiali si contano sulle dita di una mano, fatto che ha portato Glentauchers a esercitare un certo fascino presso i feticisti del whisky dello Speyside. Inoltre pare che Glentauchers oggi venga utlizzata da Chivas per fare training ai nuovi distillatori e che per questa ragione molti processi siano stati poco o nulla intaccati dall’automazione informatica che negli ultimi anni ha cambiato il modo di fare whisky. Ora non c’è bisogno di spiegare quanto un whisky nerd possa eccitarsi di fronte a una manopolina girata a mano invece che con un pulsante, no? A dire la verità negli ultimi tempi questo prurito incessante di scoprire Glentauchers può essere placato con sempre maggiore facilità grazie al lavoro degli imbottigliatori indipendenti, che hanno iniziato a proporre la distilleria con buona frequenza sotto forma di single cask. Tra questi, sicuramente c’è anche l’imbottigliatore di Manchester, Chorlton Whisky. La prova? Abbiamo un 20 anni invecchiato in refill bourbon barrel nel bicchiere. E ora ce lo beviamo pure.

196519-bigN: semplicemente ottimo, con la frutta grandissima protagonista di una maturazione “ragionata”, non accelerata. La frutta sugli scudi, si diceva: albicocca, macedonia di frutta estiva, mele, pere… Tutto molto maturo, tutto molto squadernato; e se dicessimo addirittura kiwi e cedro, saremmo matti? Tende alla buccia di frutta, forse buccia di mela rossa. Poi, un’anima burrosa: proprio burro fresco, e una zuccherinità quasi astratta, da zucchero a velo, pan di Spagna. Ci sono anche note erbacee, lievemente balsamiche, davvero al top. Oh, poi vi garantiamo che non siamo ubriachi: c’è pure un cenno di salamoia, olive nere.

P: che buono, che golosità! Il corpo è pieno, grasso, oleoso e masticabile, ma il whisky è agile e fresco al contempo. La prima immagine che ci travolge è quella di un ciambellone con la frutta candita dentro; poi frutta, tanta frutta matura, ancora macedonia, ancora mela. Pasta di mandorle. Quanto all’agilità e alla freschezza, eccoci: una grande agrumatura, limone zuccherato?, o forse meglio lime. C’è poi una mineralità erbacea molto particolare, rinfrescante. Delizioso.

F: lungo, persistente, tutto su burro, crema e frutta gialla, con venature ancora erbacee.

Ora noi non sappiamo quanti barili di whisky con queste caratteristiche stiano in questo momento riposando nelle warehouse di tutto lo Speyside. Di sicuro però sono tanti, migliaia, decine di migliaia, e la cosa ci conforta molto perché immediatamente capiamo che per quanto il mondo del whisky possa andare nella direzione di una sempre maggiore standardizzazione della qualità, finchè ci sarannno single cask come questo acquistabili a prezzi decenti dall’indipendent bottler di turno, noi berremo sempre alla grande, col sorriso beato che si allarga sul bicchiere, continuando a scoprire gemme nascoste e nuove storie di distillerie fino a ieri rimaste nell’ombra. Applausi e 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Astrud GilbertoTake it easy my brother Charlie

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Springbank 1998 (2015, Malts of Scotland, 49,2%)

Malts of Scotland, imbottigliatore indipendente tedesco, da diversi anni seleziona barili e pian piano ha acquisito sempre più credito presso gli appassionati in giro per il mondo. In Italia è importato da Max Righi, che al Milano Whisky Festival dell’anno scorso ci ha fatto omaggio di un sample di questo Springbank di circa 16 anni: distillato nel 1998, è rimasto in un barile ex-sherry fino al 2015. Dopo quasi un anno, è giunto il momento di berlo.

N: sporchino come solo certi Springbank sanno essere. La prima dimensione che incontriamo è quella di un lato lievemente torbato e molto costiero (guscio di mollusco, scoglio), con note di terra umida, pepe, un lieve fumo di cerino. Dopo un po’ si apre su un lato più morbido e succoso, anche se molto sottile e trattenuto: ci viene subito in mente la mela rossa, poi una crostata alle mele… Ha una punta erbacea (se diciamo genziana ci insultate? e se diciamo bustina di valeriana? ma insomma, cosa dobbiamo dire per farci insultare?!); fieno.

P: complessivamente più ‘dolce’, meno spigoloso: il filo di fumo è sempre più sottile, e il lato costiero e minerale è qui una semplice sfumatura di un profilo apparentemente più rotondo. Ancora mela e crostata di mele, vagamente cremoso. La verità è che la dolcezza è soprattutto di cereale (fieno). Un fil di ferro ciucciato (l’avrete appeso un quadro in casa, prima o poi, no?). L’acqua semplifica, spostando la bilancia sul versante dell’austerità, rendendolo molto oleoso, erbaceo e marino.

F: riecco la patina di cera e di fumo, di quella torba spigolosa e trattenuta di Springbank, e tanto fieno caldo.

Complesso nella sua semplicità, ha una sua bella evoluzione: all’inizio il naso sembrava preferibile, ma poi il palato con l’aggiunta di acqua dimostra di sapersi evolvere nella direzione di un’austerità propria dei malti di Campbeltown. Buono, un po’ squilibrato e spigoloso; volendo usare una metafora musicale, non è una sinfonia, è un accordo – ma su uno spartito ben composto. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Struts – Could Have Been Me.

st magdalene rare malts recensione

St. Magdalene 19 yo (1979/1998, OB, 63,8%)

Sabato scorso Angelo Corbetta, proprietario dell’Harp Pub Guinness, ha ospitato la seconda degustazione a tema Rare Malts, dopo la prima gloriosa dello scorso giugno, e ne ha affidato nuovamente la conduzione ai vostri amati Whisky e Facile. Ve lo dobbiamo spiegare noi che oggidì una degustazione di Rare Malts, imbottigliati tutti tra 1997 e 1999, è qualcosa di speciale, di unico? Chi altro vi aprirebbe, in Italia, bottiglie del genere? Per darvi l’idea della proporzione della cosa, oggi vi presentiamo il terzo RM aperto sabato: un St.Magdalene di 19 anni, distillato nel 1979 e imbottigliato nel 1998 alla gradazione mostruosa di 63,8% – alta gradazione peraltro tipica dei RM. La distilleria delle Lowlands, situata a Linlithgow, fu chiusa da Diageo nel 1983 assieme a tante altre, e in tal modo terminò la storia di un produttore attivo da metà ‘700 (anche se ufficialmente la licenza arriva solo negli anni ’90 del secolo). Oggi l’edificio, un tempo lebbrosario, poi convento e ospedale, infine distilleria, è stato trasformato in condominio, ma ancora campeggia la pagoda sul tetto, a ricordare gli antichi fasti. Piccolo bigino esaurito, via col bicchiere! Ci accompagnano della degustazione Marco Zucchetti e Corrado De Rosa: se avete problemi prendetevela con loro, ma occhio ché a differenza nostra sono dei veri e pericolosi ribaldi facinorosi.

st magdalene rare malts recensioneN: esaltante perché è in costante evoluzione, a ogni snasata cambia. Sa di sauna (legno e vapore). Profumo di bosco, silvestre (balsamico, erbacee, sottobosco, legno, foglie bagnate dalla pioggia). Molto complesso, ha note fruttate difficili da identificare, una sorta di uber-frutta fresca, mista, cotta, caramelizzata (a ruota libera ci vengono in mente cotognata, pesca matura, mela rossa, forse perfino accenni di fragola). Corrado dice “la pozione polisucco” di Harry Potter, ma non perché è un matto scollato dalla realtà (anche se forse lo è, clinicamente non escludiamo l’ipotesi): perché è frutta multiforme e cangiante, tipo una megamacedonia. Ha una nota ossidata, fantastica, che non sapremmo se definire cera a tutti gli effetti, o di cereale umido… È freschissimo, nonostante la complessità. E questa venatura che appare appena mineralina, quasi – tremiamo a dirlo – lievemente torbata… Candela spenta. Ah, che spettacolo.

P: oleoso e compattissimo, ancora con una vena minerale e terrosa molto sottile ma piacevolissima, e (lo dobbiamo scrivere subito) si chiude su una punta sapida; ancora uno schermo ceroso spaventoso. Ha una dolcezza d’uovo, tra zabaione, crema all’uovo… Quasi non c’è acidità, sviluppa una dolcezza fruttata molto compatta che muove quasi verso il tropicale (papaya?). Poca spezia. Con acqua, forse, si semplifica leggermente ma tende a spalancare ed esaltare la parte fruttata, sviluppando bene un’arancia dolce che prima restava appena accennata. Salamoia, torba vera.

F: candela spenta, cera, un cereale caldo e fruttato infinito… Non lunghissimo ma intenso, ha una vampata di frutta e poi si richiude sul cereale e sulla mineralità torbata.

Ottimo, spaventoso, spettacolare; elegante, oleoso, profumato, minerale e lussuriosamente fruttato. Oggi tendiamo ad associare alle Lowlands solo dei whisky un po’ sciapi, tendenzialmente debolini, ma se diamo un’occhiata al passato ci rendiamo conto che la nostra è una deformazione prospettica: Rosebank, St. Magdalene, Littlemill… Tutti produttori con grande personalità. Se pensiamo che questa bottiglia non si trova in commercio a meno di 1000€, ci rendiamo conto ancora una volta che poterlo assaggiare sabato scorso (e riassaggiare ieri sera per la recensione, ehm) è stato un privilegio assoluto, e non possiamo assegnare meno di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – It’s All Grey.

Ben Nevis 17 yo (1998/2015, Valinch & Mallet, 58,6%)

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Ciao, sono Quintiliano!

Carissimi, oggi una bella lezione di retorica: l’anadiplosi (o reduplicatio, per chi preferisce menarsela deppiù) è quella figura retorica in cui l’ultima parte di un segmento sintattico viene ripetuto all’inizio del segmento sintattico successivo: insomma, una o più parole che stanno alla fine di una frase, o di una strofa se si tratta di poesia, sono ripetute all’inizio della frase o della strofa successiva. Questa settimana vi daremo sul blog una dimostrazione pratica dell’anadiplosi, in un senso però – come dire – ampio: oggi, ultima recensione della settimana sarà un Ben Nevis in sherry di un imbottigliatore indipendente italiano, la prossima settimana la prima sarà ancora un Ben Nevis indipendente itaiano. Bello, eh? Capìta l’anadiplosi? Eh? Siamo a corto di idee per i cappelli introduttivi? Forse sì, ma checcifrega! Ad ogni modo, Ben Nevis (distilleria alle pendici del Ben Nevis, la collinozza più alta di Scozia, che dunque viene creduta montagna – sì, feticisti della Scozia, insultateci pure adesso, non abbiamo paura di voi!) è distilleria di proprietà giapponese (Nikka), proprietà che l’ha riaperta negli anni ’90 dopo un decennio di silenzio. Il distillato di BN è tipicamente ‘dirty’, sporco, caratterizzato da note sulfuree e ferrose; forse questo dipende dal fatto che, almeno fino a pochi anni fa, BN era la sola distilleria con Benromach ad utilizzare un lievito particolare (brewer’s yeast) generalmente amato dai birrai e non dai distillatori. Questo è un single cask ex-sherry selezionato da Valinch & Mallet, marchio italiano che abbiamo imparato ad apprezzare in questi ultimi mesi.

Schermata 2016-01-22 alle 11.06.10N: per essere a quasi 60%, si lascia avvicinare senza offendere; ben più appuntito e spigoloso è il contenuto… La nota ‘sporca’ e sulfurea di Ben Nevis è qui portata all’estremo, con suggestioni vivide di bacon crudo, burro fresco, cuoio; poi un che di lievemente ruginoso, oltre alle solite arance rosse stramature (per non dire marce). Liquore all’arancia. Via via che il naso si abitua, si fanno strada pan di Spagna pucciato nel liquore, zuppa inglese, uvetta; anche confettura di fragola, in piacevole crescita. Un fievole rabarbaro, a tratti. L’acqua ammorbidisce molto il lato sulfureo e, per così dire, addolcisce, lasciando emergere belle note di mou (anzi: di mou alla liquirizia, non temiamo di dire la marca, Elah).

P: errata corrige, al palato i gradi si fanno sentire tutti, dal primo all’ultimo. È uno tsunami di ‘sporcizia’, con in grande evidenza ancora il sulfureo, l’arancia troppo matura, il cuoio, ancora la carne (porco, bacon). Poi, oltre a ciò, un che di pesche caramellate, di zuppa inglese, ancora di rabarbaro. La frutta rossa rimane appena suggerita, e di nuovo sotto forma di confettura bruciacchiata di fragole, contribuendo a formare l’idea di un profilo molto greve e pesante. Verso il finale, tabacco, un sacco. Anche qui, l’acqua ‘pulisce’ parzialmente quelle forti note sulfuree, e rende più strutturata e pervasiva la dolcezza: oltre a quanto detto prima, ancora la suggestione di toffee alla liquirizia e – udite udite – la goiaba. Si fa anche più tannico e leggermente allappante.

F: tabacco ancora, con anche qualche cosa di fumoso; molto lungo, infinito anzi, con note di goiaba, carruba e toffee alla liquirizia.

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Amenità

L’acqua è essenziale per permettere a questo Ben Nevis di dispiegare tutte le sue potenzialità, anche attutendo le incendiarie note alcoliche del palato; detto ciò, rappresenta uno stile ben preciso – noi non siamo esperti di abbinamenti con sigari, ma questo è proprio il tipo di malto che ci dicono essere perfetto per la bisogna (come certi Glen Scotia, ad esempio). Se vi piacciono i sapori forti, se non temete le note sulfuree e una dolcezza profonda e greve, vi farà impazzire; noi restiamo intimiditi dalla violenza e ci fermiamo a un rispettoso 85/100. Estremo.

Sottofondo musicale consigliato: Prodigy – Smack my bitch up.

Benrinnes 15 yo (1998/2013, Silver Seal, 47,9%)

Benrinnes è una distilleria Diageo, ed è sita presso Aberlour, ameno paesino nel cuore dello Speyside, a due passi da Dufftown, vera capitale maltata della regione. Anche grazie ad alcune peculiarità tecniche (come ad esempio l’uso dei worm tubs o la parziale tripla distillazione; date un’occhiata qui e qui), Benrinnes produce un distillato decisamente particolare, spesso caratterizzato da una non indifferente torbatura, da note minerali e ‘meaty’ – un po’ come accade a Mortlach… Ma insomma, ci annoiamo da soli: oggi assaggiamo un single cask imbottigliato da Silver Seal nel 2013, si tratta di un 15 anni probabilmente (scommetteremmo noi) ex-refill sherry.

Schermata 2015-07-24 alle 13.21.35N: inizialmente esibisce decise e personalissime note ‘sporche’, tra il legno umido, il ‘chiuso’, perfino di formaggio stagionato… Poi cuoio, polvere da sparo. Presto, però, si capisce che la personalità esuberante trova sostanza anche in altri versanti dell’altopiano aromatico (eh? ragazzi, fa troppo caldo, forse dovreste smettere di bere): spicca in particolare una bella frutta rossa, bella e tanta (rfagole e lamponi – anche in versione gelée; poi ribes rosso). C’è anche una ‘dolcezza’ diversa: crostatina all’arancia, caramello.

P: il percorso è inverso rispetto al naso: qui si nota prima un attacco di frutti rossi e di caramello, di maron glacée; poi, quasi deglutendolo, improvvisamente, il palato si ‘impolvera’: tornano le note sporche del naso, qui ancora più uniche, minerali, perfino sulfuree: asparago, polvere da sparo… La frutta non si ritira però, ed anzi insiste e si reinventa tropicale (papaya).

F: lungo, molto, e persistente. Ancora polvere da sparo, con un senso di fumo lieve; arancia, frutta rossa ricca.

Come gli altri Benrinnes che abbiamo assaggiato in passato, questo single cask si rivela minerale e ‘pirico’; a differenza degli altri Benrinnes che abbiamo assaggiato in passato, questo single cask si rivela (a nostro gusto, permalosoni) ben cesellato dalla botte, che aggiunge carattere e dolcezza ad un distillato di suo non certo facile. L’esito è, secondo le nostre papille, pari a 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jonathan Wilson – Coming to Los Angeles.

Arran 15 yo (1998-2014, OB for Beija Flor, 55,9%)

Anche quest’anno lo Spirit of Scotland arriverà inesorabilmente marzolino e, sospettiamo, porterà una bella ventata di frizzantezza: l’evento cambia sede, si allarga, aggiunge un giorno dedicato al trading, s’invola sulla fascia, converge al centro e molto altro ancora. Noi il 7 e l’8, come da oramai felice consuetudine, saremo allo stand di Beija Flor, importatore italiano di tante distillerie sulla cresta dell’onda (su tutte Glendronach, Kilchoman e Springbank), col gioco dei percorsi guidati ‘bevi tre paghi due’. Con ogni probabilità l’Arran di oggi sarà inserito da qualche parte tra i percorsi; motivo? Semplicemente perché questo single cask ex bourbon sa il fatto suo, signori. Ma andiamo con ordine…

98_1132_page_lN: aperto e ricco: il classico connubio tra una botte molto marcante e un malto pieno di personalità come quello di Arran. Quest’ultimo è bello burroso (proprio burro fresco) e non nasconde note educatamente vegetali e biscottate. Si aggiunge poi una cremosità notevole, da torta e pasta frolla. Caramello e torta di mele. Si sentono anche zaffate leggere di legno e di tabacco di pipa (al solito, avete presente le bucce di mela nelle tabacchiere per inumidire il tabacco?). Crostata calda d’arance. Con acqua, la mela esplode, mentre in generale si fa più caldo e ‘croccante’.

P: mettete a letto i bambini, questo è un palato che non fa prigionieri. Ha un’intensità esplosiva: già immaginavamo di raccontare un palato coerente ed equilibrato, invece si scatena a sorpresa un conflitto termonucleare. Viene sganciata infatti una gragnuola di bombe tropicali clamorose: cocco, ananas dolcissimo e maracuja. Ancora tante mele e caramello. Semplice, se vogliamo, ma devastante. Botte first fill? Ricorda proprio certi ottimi bourbon… Anche al palato l’acqua lo trasforma in un succo di mela, con una panetta di toffee sciolta dentro.

F: ancora fruttato (mele e cocco) e persistentemente dolce.

L’Arran selezionato da Beija Flor esiste per far capire bene a tutti, proprio a tutti, il concetto di single cask esplosivo, eccessivo in tutto, che non vive di sfumature. Veramente godurioso. Se un alieno arrivasse sul pianeta bisognerebbe fargli scoprire per la prima volta il sapore delle mele, belle succose e zuccherose, con un sorso di questo whisky. Scherzi a parte, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: la splendida cover di Beck di Everybody’s got to learn something, colonna sonora dell’altrettanto splendido film Se mi lasci ti cancello.

 

Laphroaig 15 yo ‘The Artist #3’ (1998/2013, Signatory for La Maison du Whisky, 60,1%)

Il Laphroaig di lunedì ci è proprio piaciuto; siccome siamo degli edonisti, a piacere vogliamo aggiungere altro piacere… Decidiamo quindi di cercarlo non nei boudoir di periferia, né nei centri massaggi con happy ending: puntiamo dritti verso un altro sample di Laphroaig, questa volta un single cask selezionato e imbottigliato da La Maison du Whisky (tramite Signatory) nella serie The Artist, #3. Si tratta di una botte refill-sherry, come già il fratellone che avevamo assaggiato circa un anno fa, imbottigliata dopo 15 anni di maturazione (1998/2013) senza filtraggio a freddo e senza coloranti aggiunti, a grado pieno. Via!, il colore è ambrato.

81671-normalN: non alcolico da respingerti, ma comunque ‘nabbestia: sembra invocare una goccia d’acqua. Anche neat, comunque, emergono ricche suggestioni di confettura di fragola, di arancia candita (arancia rossa). Contundente anche l’apporto di una torba intensa e acre, dello iodio (brezza marina) e del legno bruciato; legnetti di liquirizia. Con acqua, si apre decisamente: certo giova, lo rende più annusabile, e si apre su sciroppo per la tosse; anche il lato fruttato trae vantaggio, con note di fichi secchi e di pesche sciroppate; note proprio di sherry, liquorose; e anche gomma bruciata, diesel…

P: anche questo è un gran whisky: certo è alcolico, ma impone una parete di sapore violenta e compatta. È sia isolano e marino (acqua di mare, alghe) che legnoso, è sia fruttato (tra il tropicale e la fragola) che bruciato: e poi tanto agrume, dall’arancia al mandarino: mandarancio? Si scherza, dai, ci siamo intesi. Con acqua si fa più godibile, moltiplicando gli spunti possibili: la frutta è più varia, matura; poi un senso di dolcezza bruciacchiata che riassumiamo con: zucchero di canna.

F: non sarà un happy ending, ma di certo è un happy finish: zucchero di canna, fragola, fumo, gomma bruciata, torba acre… E dura tanto, tantissimo.

Rispetto al Laphroaig Cask Strength ‘green stripe’, questo forse ci piace un po’ di meno, resta (relativamente) più semplice e un po’ ‘artefatto’ dall’apporto della botte: botte che comunque si integra benissimo con il distillato, e a nostro giudizio sta un passo avanti rispetto alla prima versione di ‘The Artist’ che avevamo bevuto tempo fa. Insomma, basta paragoni; di certo c’è che Laphroaig regge molto bene lo sherry, e c’è anche che La Maison du Whisky sa scegliere le proprie botti… 90/100, e ancora grazie a Claudione per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Unearth – The Swarm.

Ledaig 1998/2011 (Malts of Scotland, 61,2%)

La distilleria Tobermory, l’unica situata sull’isola di Mull, ha avuto dall’anno della sua fondazione, nel 1798, una lunga serie di peripezie, tra chiusure, riaperture e cambi di proprietà. Oggi la dizione ‘Ledaig’ è riservata ai malti torbati prodotti in questa distilleria dalla capacità di circa un milione di litri l’anno, ma si tratta in realtà del nome originale della compagnia. Un aneddoto simpatico: il distillato Tobermory ama tenersi in forma e fa un sacco di movimento; una volta creato infatti viene mandato alla Deanstone, in pieno Speyside, è messo in botti e poi se ne riparte con meta finale Bunnahabhain per invecchiare su Islay. Oggi assaggiamo un single cask di 13 anni invecchiato in un sherry butt.

ledaig_MOSN: alcol non molto presente, considerando la gradazione monster. Da subito veramente imponente. Atmosfera inquinata, smog, diesel, lucido da scarpe; un po’ di iodato, impressioni di sale e liquirizia amara (legno veramente massiccio, che dà anche suggestioni di chiodi di garofano e noce moscata, ma anche di eucalipto, e borotalco… wow). Torba acre a pacchi, anche un po’ sotto forma del solito organico / vegetale riscontrato negli altri Ledaig, qui però ben più armonioso e gradevole. La dolcezza sherry resiste sotto le macerie di questo terremoto isolano e lotta, emergendo a tratti alla grande: arancia matura e succosa, uvetta, caramello. Sciroppo d’acero? Con acqua si apre una liquorosità sherry da sborata. Farmy notes!!!

P: alcol ancora abbastanza in sordina. Gran whisky, forse solo un filo troppo legnoso (ma senza allappare). Ha un corpo compattissimo e non sembra avere fasi: è un monolite dall’inzio alla fine del palato, configurato come una lingua di sapore unica conficcata nella bocca e in grande coerenza col naso: quindi bello marino/iodato e brutalmente torbato/inquinato/cuoioso (affumicatura monster) ma – incredibile dictu – nello stesso istante dolce e arrotondato; non è propriamente “beverino”, ma certo è più godibile di quanto ci saremmo attesi. Arance sopra tutto, ma anche zucchero bruciacchiato e cola. Le zollette di toffee salate. Meno complesso che al palato, ma proprio buono come sapore complessivo. Piccantino. Ottimo anche con acqua.

F: pur in vortici perpetui di copertone bruciato cosparsi di sale, si ricompone una nota vegetale e maltosa niente male e pulita. Tonnellate di liquirizia, ancora caramello.

Questi tedeschi, oltre a saper vincere i Mondiali, sanno pure scegliere le botti di whisky: hanno selezionato una botte di violenza inaudita, che dopo 13 anni ha invaso tutto ma senza stuprare completamente il distillato, ed anzi lasciandogli l’isolanità intatta e un ‘nervosismo’ veramente apprezzabili. Whisky da sboroni, certo, ma godurioso: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlot-taBoth with thee.

The Ultimate Tasting pt.1 – Oban Distiller’s Edition (1998/2013, OB, 43%)

malt mill... da impazzire!
malt mill… da impazzire!

Ieri sera abbiamo avuto il privilegio di partecipare all’Ultimate Whisky Tasting, evento targato Milano Whisky Festival e Diageo: nientemeno che Franco Gasparri, keeper of the quaich e master ambassador del colosso internazionale, ha presentato cinque imbottigliamenti affatto interessanti ai trenta appassionati presenti. E che parterre, anche sulle tribune! C’era il gotha del malto italiano, da Pino Perrone a Max Righi, da Davide Terziotti a Mauro Leoni, senza dimenticare l’immenso Giorgio D’Ambrosio, che tra l’altro ha avuto cuore di portare una delle due sole bottiglie di Malt Mill esistenti al mondo… Ma torniamo ai bicchieri. Siamo partiti da un Oban Distiller’s Edition 2013, seguito da un Talisker Distiller’s Edition 2013, il Rosebank 21 del 2011, per chiudere sui veri pezzi grossi della serata, pescati dal novero delle Special Releases 2013: Port Ellen 34 e Lagavulin 37, due bottiglie pressoché inarrivabili visto il costo quanto meno, ehm, proibitivo. Ma su queste ultime due chicche torneremo la prossima settimana: oggi pubblichiamo delle stringate tasting notes del primo malto assaggiato ieri sera, un Oban di poco più di 14 anni finito (come è prassi per la serie Distiller’s Edition) in sherry Montilla Fino. C’è curiosità da queste parti, confessiamo, perché Oban ci piace tanto ma sono pochissimi gli imbottigliamenti in circolazione; e parlando di Special Release, ci sarebbe piaciuto assaggiare il 20 anni uscito a novembre…

oban_distillers_edition_2013N: tanto miele, molta frutta disidratata (Gasparri parlava di albicocca, e non a torto); marmellata di fragole, una nota di caramello; la ‘dolcezza’ di frutta matura ci fa tornare in mente un’aberrazione della cucina britannica, la banoffie pie. Poi, una punta leggermente erbacea, amara. Col tempo, pare aprirsi una deliziosa nota d’agrume, di chinotto, molto piacevole.

P: al palato nasce una nota sapida, normalmente tipica della distilleria, che al naso restava però in disparte. Pare forse un po’ alcolico; resta comunque piuttosto dolcino, soprattutto dispiegando suggestioni agrumate (arancia amara, ancora chinotto) e mielose. Abbiamo riconosciuto una nota di the.

F: non lunghissimo, certo, ma gradevole, coerente con quanto trovato al palato (miele e agrumi).

Davide ha dato un’interpretazione opposta, ma a noi è piaciuto il naso, mentre palato e finale ci sono parsi meno complessi e meno entusiasmanti; ad ogni modo, un whisky buono, non c’è che dire – senz’altro migliore (a nostro gusto) del Talisker, che ci è sembrato tradire troppo la qualità del distillato ‘di partenza’ (non proporremo tasting notes per il Talisker, rimandiamo ad un altro batch che abbiamo assaggiato qui). Il nostro giudizio sarà di 84/100. Non male, per essere solo l’inizio della #milanowhiskyweek…

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – China Girl.

Laphroaig 14 Yo (1998/2012, Cadenhead’s, 59,3%)

Dopo la sbornia di imbottigliamenti Cadenhead’s maneggiati all’ultimo Milano Whisky Festival, dove abbiamo avuto il piacere enorme di poter lavorare al banchetto di Alcoliche Alchimie, ci riaccostiamo allo storico imbottigliatore indipendente scozzese, con rinnovato vigore e speranzosi del domani, perché come diceva il buon Lorenzo, “del diman non v’è certezza”. E ci riaccostiamo con un Laphroaig di 14 anni, single cask ex bourbon first fill. Il colore è dorato chiaro.

37374N: facile, nella sua bontà. L’alcol si sente, ma siamo a una gradazione importante. C’è quello che ti aspetti da un Laphroaig in ex bourbon di quest’età, con tutti gli aspetti caratteristici portati però al massimo: un’affumicatura ‘petrolifera’, inquinata (fumo di motore), una marinità iodata intensa, delle punte di gomma bruciata, oltre a forti forti richiami medicinali. Insomma, un aspetto bello contundente, ma che non disdegna un’integrazione di odori variopinti (limoni, scorzetta d’arancia, tamarindo, vaniglia, liquirizia). A tratti anche un che di balsamico, che getta l’ombra delle caramelle Valda. Aggiungendo acqua, si fa più tagliente, più fruttato, con un sovrappiù agrumato e curiosamente ci troviamo nel bel mezzo di una pineta di conifere. What?!

P: grande coerenza col naso; è esplosivo: una bomba salata tra schegge impazzite di legno e torba in fiamme. Complessivamente resta più austero e aggressivo che non al naso, mentre la dolcezza si fa più in disparte. Un goccio d’acqua è auspicabile per spalancare le porte a una cremosità invero inattesa, così come a un vero e proprio festival del limone (quasi candito). Un pizzicorio finale molto gradevole che ricorda lo zenzero.

F: torba e legna bruciata. Praticamente un elogio infinito alla piromania. Lungo, lunghissimo con innesti di agrumi canditi e gomma bruciata.

Al Milano Whisky Festival ne abbiamo versato tanto, ma proprio tanto. Questo Laphroaig si faceva apprezzare perché concede esattamente ciò che promette, sottolineandolo però bene con una teoria di odori e sapori veramente robusta; è un signorino ancora molto esuberante e cattura il palato del neofita, compiacendo però anche un bevitore avveduto, che troverà pane- oh pardon- torba per i suoi denti. Dobbiamo dirlo ancora una volta? Quanto sono diversi, come sembrano più veri i Laphroaig indipendenti… Un bell’88/100.

Sottofondo musicale consigliato: oggi dobbiamo scegliere Frank Zappa (moriva vent’anni fa precisi), con Peaches in Regalia da quel capolavoro che è Hot Rats.