Teaninich 19 yo (1999/2018, Claxton’s, 53%)

Teaninich è una di quelle distillerie mal conosciute, poco celebrate e pure poco assaggiate: attiva da oltre 200 anni, è una delle “bestie da soma” di Diageo, producendo circa 9 milioni di litri annui destinati nella loro quasi totalità ai blended di casa – come single malt ufficiali negli ultimi vent’anni si ricordano solo il Flora & Fauna, una Special Release e i Rare Malts. Peraltro, come spesso accade con distillerie del genere, la proprietà ne approfitta per sperimentare aggeggi tecnici bislacchi: in questo caso, si tratta di un mash filter a pressa (se vi chiedete cosa sia, leggete qui), montato al posto dei ‘soliti’ mash tun nel 1999. Per fortuna in casi del genere ci sono gli indipendenti a dar luce a produttori poco noti, e noi ci rivolgiamo a Claxton’s, imbottigliatore che abbiamo imparato ad apprezzare negli ultimi anni. Eccoci alle prese con un single cask di 19 anni, distillato nel 1999: per gli amanti dei trivia, è poco prima che il nuovo mash filter venisse montato.

N: alcol non pervenuto. Elegante, complesso e mutante (bello!, non l’avevamo mai usato, ci fa tornare in mente le tartarughe ninja: quant’erano anni ’90 i “mutanti”?), tra vaniglia, mela renetta, pera cotta, cocco, melone bianco… A impreziosire il profilo fruttato e piacevole si stende poi un velo minerale e ceroso, d’incenso e anche vegetale (basta che inizi con “a”: aloe e anice) che rende il tutto molto fresco. Molto fine  e integrato.

P: intenso e succoso, ancora piuttosto complesso. In realtà rimane molto pulito e sobrio, anche se a livello di descrittori ci sentiamo di dire che la vaniglia si fonde col marzapane e col torrone, la frutta si fa più matura, girando sul tropicale, tipo ananas. Su tutto vigila ancora una nota di cera, con una sfumatura crescente erbacea (mai eccessiva e anzi suadente: abbinato al sentore fruttato ci viene in mente l’amarena, dolce e amara allo stesso tempo).

F: lungo ed elegante, con una patina da incenso. Esce il peso degli anni e assaporiamo il legno.

Alcol inesistente, profumato, pieno di suggestioni, goloso ma discreto: Teaninich ci sembra una distilleria da riscoprire, chissà se quelli più giovani, frutto della produzione con il nuovo mash filter, reggono il confronto. E chissà se questa frase ha davvero un senso: ma in fondo è un lunedì di giugno, abbiate pazienza pure voi. 89/100, grazie a Diego per il sample (Diego lo importa e lo vende, a un prezzo ragionevole oltretutto).

Sottofondo musicale consigliato: Rosalia – De Aquí No Sales.

Ben Nevis 18 yo (1999/2017, Creative Whisky Company per TWE, 50,8%)

Creative Whisky Company era un imbottigliatore indipendente scozzese, con un pedigree di tutto rispetto: al suo vertice vi era infatti David Stirk, ex dipendente di Springbank e autore della più importante ricerca sulla storia del whisky di Cambpeltown (The Distilleries of Campbeltown: The Rise and Fall of the Whisky Capital of the World). Per ragioni non del tutto chiare ai più, David ha venduto la società circa un anno fa, e da quel che risulta a fonti bene informate la CWC non sarà mai più. Peccato: noi abbiamo frequentato un po’ i suoi imbottigliamenti con soddisfazione, soprattutto quelli della serie Exclusive Malts, e a suo tempo avevamo acquistato questo single cask ex-sherry di Ben Nevis imbottigliato per The Whisky Exchange. Mettiamolo alla prova ora, come dire, in memoriam.

N: la prima nota è un po’ alcolica, e – a onor del vero – la cosa ci stupisce perché al primo assaggio, a bottiglia appena aperta, non l’avevamo trovata, anzi. Esordisce con una nota ipercremosa e intensamente fruttata che ci ricorda nitidamente due attimi di gioventù passata: gelato Solero e succo Santal pesca, mango e latte. Frutta secca, tra nocciola, marzapane e frutta di Martorana. Ha note agrumate dolci, che diremmo di mandarancio. Dopo un po’ di respiro, butta fuori pesca sciroppata e un cereale seducente. Albicocca secca?

P: coerente, qui decisamente meno alcolico che al naso, di agile potabilità. Ancora quei sentori di Solero e Santal, ancora una crema di pasticcino alla frutta (all’ananas, quasi). Frutta tropicale intensissima. Un gran corpo, cremoso e avvolgente e burroso. Note di ciocorì bianco. Tende, verso il finale, a farsi un po’ più secco del previsto. Albicocche secche anche qui.

F: lungo, paradossalmente secco e pulito con note di maracuja, mango e pesca.

La distilleria Ben Nevis è uno dei segreti meglio custoditi del mondo dello scotch whisky: in pochi ne parlano, in pochi la celebrano, e però i suoi whisky sono sempre maledettamente buoni, a partire dal 10 anni ufficiale (che, colpevolmente, non abbiamo mai recensito: provvederemo, lo promettiamo). Questo single cask esibisce un corpo grasso, oleoso, e squaderna una dimensione fruttata affatto seducente: rispetto al primo assaggio, l’abbiamo trovato un pelo alcolico al naso, e forse influenzati anche da questo fermiamo il nostro applausometro a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlos Santana – Samba Pa Ti.

Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

whisky auchentoshan signatory

Auchentoshan 15 yo (1999, Signatory Vintage, 46%)

auchentoshan distillery
visitor centre di un certo livello

Auchentoshan è una delle distillerie più facilmente raggiungibili di Scozia: si atterra a Glasgow, si noleggia una macchina trangugiando un orribile tramezzino aeroportualein mezz’ora si è già alle porte di un’antica distilleria fondata nel 1823. Il visitor centre, di cui vi regaliamo una foto molto glamour, si è giovato di un restyling nel 2004 e accoglie circa 20 mila visitatori all’anno; tutti con ancora la confezione unta di un tramezzino nell’auto a nolo – pare. Cattive abitudini alimentari a parte, Auchentoshan può fregiarsi del titolo di unica distilleria scozzese che ancora pratica esclusivamente la tripla distillazione: noi siamo talmente curiosi da sciabolare senza ulteriori indugi questo sample, riempito con un 15 anni del 1999 messo in bottiglia da Signatory Vintage (botti ex bourbon 800258 e 800259).

whisky auchentoshan signatoryN: è abbastanza immorale l’alcol percepito, che a soli 46 gradi è però prepotente e molto volatile. Non ci siamo, anche perché questa alcolicità non è riscattata da elementi esuberanti ma è piuttosto esaltata da un profilo ultra-naked, vegetale e poco più. Si impongono la propoli, l’erba secca, il chicco di cereale, la cellulosa tipo il bianco del limone (che per i più saputi si chiama ‘albedo’). Abbastanza floreale.

P: scampando alla tragedia del troppo alcol percepito, il palato è sicuramente più gradevole del naso. Dominano sentori di caramella alle erbe, e più in generale delicatamente erbacei. Si sente bene il distillato, sorretto da una zuccherosità appena accennata e tutta vegetale (orzo e fiori).

F: certamente non infinito, incredibilmente pulito, al punto che non ci ricordiamo se fino a un attimo fa stessimo bevendo whisky o vodka.

Sorprende come il barile in 15 anni abbia influito poco o nulla, lasciando il distillato in primissimo piano. E fin qui non avremmo nemmeno da protestare più di tanto. Il problema è che Auchentoshan, per quella che è la nostra esperienza di whisky degustati della distilleria, non ci sembra spiccare per memorabilità del distillato. E allora 77/100 ci sembra la cosa migliore da fare. A onor del vero segnaliamo che si trova ancora in vendita qui a un prezzo abbastanza popolare, altra cosa che – siamo onesti – tendiamo ad apprezzare.

Sottofondo musicale consigliato: The SorcerersPinch Of The Death Nerve.

 

Balblair 1999 3rd release (2017, OB, 46%)

Balblair è una distilleria ben piantata nel Nord della Scozia, sopra Inverness, che ci ha sempre causato un’immotivata simpatia. Sarà che è tra quelle la cui visita rimane un bel ricordo tra le sbiadite reminiscenze regalate dai fumi dell’alcol, sarà che la proprietà è dal 2001 della thailandese ThaiBev; sarà che la distilleria si è prestata come location per le riprese del film The Angel’s Share; sarà per quella politica di sfornare solo whisky col vintage e non con la più consueta età espressa in ‘years old’. Beh sarà quel che sarà, ma cerchiamo sempre di avere qualche Balblair nella nostra lista d’attesa dei sample da assaggiare. Oggi è il turno di un fresco maggiorenne o giù di lì, sherry & american oak cask matured.

balblair-1999-2nd-release-whiskyN: andiamo giù duro di frutti come pesche sciroppate e albicocche disidratate; poi il gioco si fa ancora più duro con caramello, caramella mou, torte di noci, croccante di noci e miele (tanto miele). I sentori di frutta, molto presenti, vogliono rappresentare una screziatura nel profilo fruttato e ‘dolce’ che andiamo descrivendo – anche peché questo è a dire il vero più sottile di come può sembrare dai descrittori. Una bella nota agrumata, con un’arancia appena tagliata.

P: buono, piacevole ma – come dire – un po’ frenato. A guardare i descrittori, il panorama appare molto dolce, denso e appiccicoso, e però rimane tutto etereo, come se svanisse in fretta. Diciamo miele, mele gialle, un po’ di arancia. Noce tostata, forse.

F: cocco, spezie e finalmente la frutta rossa.

Imputiamo a questo Balblair solo ciò che non ha, perché è un whisky che fa un bel po’ di promesse per poi mantenerne solo alcune. Pieno, aromatico e molto gradevole rimane purtroppo esile, a un passo dall’eccellenza; non tradisce per davvero, ma d’altro canto non spinge mai abbastanza. Presi da un insolito interesse per mondi lontani dal solo bere, per una volta ci azzardiamo a dire che probabilmente sarebbe un ottimo whisky da pairing col cibo. Tra l’altro qua e là sull’Internet lo si trova a prezzi assolutamente ragionevoli, sui 70 euro (tipo qui). Ah, si dimenticava il voto, una sciocchezzuola da 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dengue Fever – Integration

Aberlour 17 yo ‘Distillery Reserve’ (1999/2017, OB, 52,8%)

In una delle nostre recenti sessioni intensive di degustazione presso l’Harp Pub Guinness di Milano abbiamo affrontato una golosissima edizione di Aberlour: si tratta di un ‘Distillery Reserve’, cioè una serie di imbottigliamenti single o double cask, a grado pieno, delle distillerie del gruppo Chivas / Pernod, disponibili per l’acquisto solo lassù dove il whisky lo si fa. In questo caso, abbiamo davanti due barili (#4868 e #4886) ex-sherry Oloroso distillati nel 1999, imbottigliati dunque a 17 anni nel 2017. Roba forte, direbbe qualcuno: ringraziamo il prode Andrea del Monkey Whisky Club per essersi inerpicato fino ad Aberlour per portare a casa cotanta bottiglia. Siamo coadiuvati nella bevuta dal sommo Angelo Corbetta.

N: uno sherry monster fatto e finito, anche se decisamente più maturo e ‘pieno’ rispetto all’Abunad’h – ha note succosissime di frutta rossa, dalla ciliegia / amarena al lampone, poi cioccolato (cioccolato con ciliegie, diciamolo: mon cheri). C’è una venatura di clorofilla. Brioche (ai frutti rossi, naturalmente); note di malaga, ‘dolci’ e cremose. Legno caldo, e punte speziate.

P: l’impatto è esplosivo, con deflagrazioni di cioccolato fondente e frutta rossa, come ci si attendeva; note di babà al rum, ci suggerisce Angelo – e poi va chiudendosi verso l’amaricante / astringente, con note di fondo di caffè. Spezie (chiodi di garofano, noce moscata).

F: burroso, cioccolatoso, dolce, annega le suggestioni amaricanti e torna su territori più ruffiani. Maestoso.

Eccellente come solo un Aberlour in sherry di circa 18 anni può essere. A suo modo incoerente, con un naso succoso e dolcino e un palato, invece, succoso e amaricante, con presenza netta del legno e delle spezie. Siccome abbiamo paura di non berlo mai più, e la paura fa 90, ecco il voto: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Reverie.

Rosebank 8 yo (1990/1999, Dun Eideann, 40%)

Nel 2016 allo Spirit of Scotland, che oggi ha mutato il nome in un più universale Roma Whisky Festival, ebbero un’ottima idea. Affidarono cioè l’allestimento e la gestione di un Collector’s Corner ai ragazzi di Whisky Roma, un collettivo di maltofili che da qualche anno svuota senza pietà bottiglie di scotch (e non solo) per poi diffonderne le impressioni nel mare magnum di internet. Iniziativa sicuramente meritoria, anche perché la costanza nel bere è una cosa, la costanza nello scrivere di bevute tutto un altro paio di maniche (tenete duro, ragazzi!!!). Ma si diceva dell’angolo del collezionismo: beh tra le tante bottiglie ‘d’epoca’ aveva attirato la nostra attenzione un Rosebank, distilleria per ora defunta che più volte ci ha regalato emozioni. In particolare ci affascinava la possibilità di assaggiarne un’espressione così giovane, concepita non per rendere omaggio a una distilleria chiusa con un imbottigliamento costoso e in edizione limitata, ma per essere un’uscita ‘regolare’ tra quelle di Signatory. La serie Dun Eideann, in particolare, è caratterizzata da imbottigliamenti a 40 gradi per il mercato europeo.

12695852_1145139268844565_393371837_nN: sicuramente un Rosebank tra i più nudi mai incontrati; non per niente il malto è davvero in primo piano, fin da subito. Abbiamo note di porridge, di mandorla e di olio di mandorla; anche solvente per lo smalto da unghie. In generale ha un profilo ultra – erbaceo, di fili d’erba fresca, forse perfino con un ricordo di prezzemolo, perfino di sedano. Solo a tratti, emersioni fruttate, un po’ vaghe, come ad odorare un cesto di frutta nella stanza. E beh, mela. Alla cieca apprezzeremmo questo profilo ultra-naked o lo soppesiamo col mito nostalgico di Rosebank? Chissà, però ci piace.

P: se possibile si fa ancora più estremo, in termini di presenza scenica del distillato. C’è la mandorla, c’è ancora l’olio di mandorla; poi cereale, porridge ed erba fresca. Un vago senso di succo di limone molto allungato, e proseguendo l’immagine ricorda perfino un succo di mela, anch’esso abbondantemente annacquato. Note ferrose.

F: la pace dei sensi: gesso e cereale. Non lunghissimo né particolarmente intenso, per la verità.

Talmente nudo da sembrare un distillato bianco di cereali. Il mito di Rosebank all’epoca ancora non c’era, e forse imbottigliamenti come questo spiegano il perché: il naso è ostico e spigoloso ma si presta a una certa malizia ed ecciterà gli amanti della nudità maltata; il palato però pare sbilanciato verso un ritorno forsennato alle origini del distillato, al suo passato ancestrale di cereale. La media tra questi due due aspetti fa sorprendentemente 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Summertime

Aberfeldy 1999 ‘distillery exclusive’ cask #5 (2017, OB, 56.5%)

Aberfeldy ha una storia interessante, dato che faceva parte del pacchetto-Dewar’s che Diageo fu costretta a vendere per evitare l’effetto monopolio: insieme a Aultmore, Craigellachie e Royal Brackla, Aberfeldy è infatti passata al gruppo Bacardi-Martini nel 1988. La proprietà ha deciso di trasformare Aberfeldy nella “casa” di Dewar, il blended di punta, e anche per questa ragione oggi Aberfeldy è tra le distillerie più gradevoli da visitare nella zona delle basse Highlands. Oggi beviamo uno degli imbottigliamenti ‘distillery only’ dell’anno scorso: si tratta del cask #5 del 1999, un Oloroso Sherry Butt vincitore dello Scottish Field Summer Whisky Challenge – qualsiasi cosa sia.

N: fresco e succoso, fruttato, bello agile – e al contempo con le note profonde dell’Oloroso. Abbiamo dunque spezie (soprattutto zenzero e profumo di legni dolci), un sentore di frutta secca, nocciola diremmo – ma soprattutto c’è tanta tanta frutta: mele gialle, uvetta, prugne, arancia essiccata… Brioche al burro e confettura d’albicocca. Caramello (forse salato, suggeriscono le tasting notes ufficiali). Col tempo, una nota vanigliata.

P: ha una presenza alcolica molto importante, che però non disturba più di tanto e anzi alla lunga regala bordate d’intensità. Iniziamo con note di zenzero, cioccolato fondente, le foglie di tabacco… C‘è un lato fruttato che ricorda frutta sia zuccherina che acida: ancora note di prugne, di uvetta e di albicocca, e l’immancabile arancia. Cioccolato con uvetta. Con acqua non cambia sostanzialmente, si rivela solo un poco più astringente.

F: legnoso e cioccolatoso, riemerge una vaniglia abbastanza marcata. Lungo, piacevole e molto intenso.

88/100, un perfetto esempio di come mettere un buon distillato in una buona botte di sherry sia una strategia semplice, forse, ma vincente. Non sapremmo dire se si trova ancora in distilleria, ma se così dovesse essere consigliamo la sosta anche solo per accaparrarselo.

Sottofondo musicale consigliato: Carl Brave x Franco126 – Tararì tararà.

Glenturret 1999 (2014, Gordon&MacPhail, 43%)

Se il nostro amico Davide di Angelshare.it ha deciso di imbottigliare due Glenturret per celebrare la sua stessa persona, beh, vorrà dire che la distilleria non sarà così male, no? La nostra limitata esperienza pare avallare questa sensazione, ma in cerca di conferme assaggiamo un quindicenne multibotte selezionato e imbottigliato da Gordon&MacPhail: si tratta di un vintage 1999, imbottigliato nel 2014 (ce ne sono almeno tre diverse versioni, 2011, 2012 e appunto 2014, come insegna anche whiskybase).

gtug!m1999N: è un naso fresco, agile e fruttato che al contempo, però, si porta dietro una corposa e fragrante personalità. Quest’ultima è infatti impersonificata da un bel misto di frutta cotta (ciascuno di voi avrà avuto un amico immaginario a forma di prugna cotta, no?): mele soprattutto, ma anche pere e prugne. Inoltre, si fa via via sempre più ‘grasso’, con note di burro caldo, ma anche di biscotto (al burro) appena sfornato… In principio dicevamo di una certa freschezza fruttata, che assieme a una nota di arancia molto frizzantina mantiene tutto estremamente easy e gradevole. Anche un velo di legno profumato e di tabacco da pipa. Veramente buono. Dopo un po’, si apre una finestrella minerale…

P: a 43% non pare un mostro di violenza, e il corpo resta un po’ piattino. In compenso, stupisce per delle curiose novità rispetto al naso: quella finestrella minerale diventa un portone, da cui si infilano anche suggestioni lievemente sulfuree, quasi metalliche, e una davvero inconsueta nota di pastiglie alla violetta (ci perseguitano, ultimamente!). Questo profilo schiaccia un po’ la componente di frutta cotta del naso, che rimane solo in disparte; ancora un tocco d’arancia e un po’ di spezie, ad appesantire.

F: un filo di legno tostato con le sue spezie e un grosso, grasso puntello minerale: il tutto appena attorniato da una nota di frutta rossa dolce.

Siamo un po’ perplessi: il naso era molto promettente e certo non lasciava presagire un palato del genere. Come abbiamo scritto, siamo rimasti un po’ spiazzati dalla “pastiglia alla violetta”, che tende a coprire le tante sfumature che finiscono solo per ‘agitarsi’ in disparte rispetto al palco principale (peccato!, perché il lato minerale sembrava spaventosamente buono), minando l’equilibrio generale. Ci rimane un dubbio sul fatto che il nostro sample possa essersi in qualche modo guastato; nel frattempo, il palato ci costringe a non salire oltre il 80/100. Davide, i tuoi erano più buoni!

Sottofondo musicale consigliato: Albertus Radius – Nel ghetto.

Caol Ila 14 yo (1999/2014, High Spirits for Gluglu Whisky Club, 46%)

Schermata 2015-01-30 alle 11.49.07Colpevolmente, qui sul sito non abbiamo mai accennato a Gluglu 2000, il Single Malt Whisky Club finora più attivo nelle nostre terre lombarde: grazie all’infaticabile attività del fondatore del club (l’onnipresente Glen Maur, su whiskybase.com), il club organizza da tempo degustazioni e cene con whisky di livello spesso talmente alto da risultare imbarazzante (che so, a un certo punto hanno aperto sei Brora, capito? sei!, ma questo è niente, se smanettate un po’ sul sito vi renderete conto delle proporzioni…). Oggi assaggiamo una delle loro selezioni più recenti: si tratta di un Caol Ila di 14 anni, ex-bourbon (cask #303377), inserito nella serie The Roots – Radici, imbottigliato da High Spirits (leggi: il grande Nadi Flowers) lo scorso anno. Il colore è paglierino.

Schermata 2015-01-30 alle 11.40.57N: ammettiamo un qualche imbarazzo nell’approcciarci a questi Caol Ila in bourbon di età intermedia: a meno di non trovare una botte troppo o troppo poco marcante, c’è grande consistenza, sono tutti molto simili, e – intendiamoci – tutti molto buoni. Questo non fa eccezione, rivelando subito una grande ed affabile armonia tra una sobria dolcezza (botte refill?) di vaniglia, crema pasticciera, torta al limone; ed il lato torbato-marino, con squisite note vegetali (salmastro; braci spente; alghe; minerale, olive). Liquirizia. Molto aperto, intenso e -ripetiamo – armonioso e bilanciato. Una nota mentolata. Pasta di mandorle.

P: molto saporito, con un’ottima intensità: Caol Ila, insomma, e il profilo è lo stesso di cui sopra. Visto il naso (o annusato l’occhio?), non sorprende un attacco leggermente amaro, erbaceo e minerale, in un’azzeccata mancanza di eccessi zuccherosi. Un pit di inchiostro? La marinità resta presente, anche se non ‘pesciosa’. Un bel Caol Ila saporito, da manuale.

F: vedi sopra: con in più una bella coltre di cenere e braci spente.

L’abbiamo scritto sopra: un bel Caol Ila saporito, da manuale. La botte resta rispettosa del distillato, il distillato è di qualità, la combinazione è un whisky che non può non piacere, non ha difetti: un Caol Ila da manuale, come detto. 85/100 è il voto, complimenti a Mauro e al Club per la selezione.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – How I got over.