Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.

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Tobermory 20 yo (1994/2015, Cadenhead’s, 57,8%)

In questi giorni che annunciano malinconici la fine delle vacanze ci piace pubblicare recensioni di single cask selezionati da imbottigliatori indipendenti. Siamo fatti così, che ci volete fare. Abbiamo iniziato con l’italiana Silver Seal, per poi passare a Cadenhead’s,  storica realtà scozzese che quest’anno festeggia i 175 anni di attività con una serie di barili da panico. Noi, più modestamente ci siamo bevuti questo Littlemill 24 yo del 2016 e oggi retrocediamo di un anno andando sull’isola di Mull, appena sopra la ben più celebre Islay, dove la Tobermory produce whisky indisturbata da circa 200 anni. Spesso questa distilleria mostra un carattere arcigno, con un distillato pungente e molto particolare, fieramente spigoloso. Vediamo se da questo barile di sherry è scaturito il classico ‘impegnativo’ Tobermory.

W193_67351N: l’alcol non è pervenuto, e come prevedibile, ci si trova di fronte a un profilo “o lo ami o lo odi”. Ci sono in particolare due note, due mondi che emergono nitidi nella loro ‘sporcizia’: da un lato una componente sulphury, metallica, ruginosa, molto netta ed evidente; dall’altro, una dimensione costiera (aria di mare sferzante, aria di porto) ancora più urlata, intensissima. Sotto a queste guglie aromatiche, un’architettura di frutta rossa, anch’essa molto intensa, ma fresca, matura e succosa: ciliegie, duroni, more. Un sostrato appena accennato di polvere di caffè.

P: ripropone perfettamente questa impossibile ma felice fusione tra una frutta rossa intensa, intensissima anzi, ed un lato sporco, sulfureo e metallico, altrettanto deciso – e però rispetto al naso, forse, tra i due litiganti gode di più la frutta… Dunque ancora ciliegie, confettura di frutti di bosco, prugne nere succosissime; anche del cioccolato. E poi, appunto relativamente defilato, anche il metallo.

F: rimane a lungo quel concertone di frutta rossa e nera che sovrasta tutto, persino quel lato sulphury così presente al naso.

Siamo di fronte all’ennesima eccellente selezione per un imbottigliatore che, ne abbiamo conferma, non sbaglia quasi mai. Molto buono e, anche se certamente deve piacere lo stile così particolare, al palato difficilmente risulterà poco accattivante. Noi ci assestiamo su un massiccio 90/100, ma ad ogni modo corre voce che uno dei due organizzatori del Milano Whisky Festival, perentoriamente detto Il Gerva, se ne sia stipata una cassa, per dire.

Sottofondo musicale consigliato: Eric ClaptonChange the world

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Due barili ex-bourbon (6408 e 6409), distillati a Clynelish nel 1996, il giorno dopo che Sammy Hagar abbandonava i Van Halen, sono per ventura finiti nelle mani di Signatory Vintage, imbottigliatore scoto tra i più prestigiosi – vent’anni dopo, il liquido ormai messo in vetro, un campione giungeva nell’armadietto di due blogger, che decidevano di dunque recensirlo per combattere le ingiurie del tempo e, soprattutto, la noja. Qui le impressioni.

clysig1996v4N: il marchio di fabbrica di Clynelish è lì, in prima fila, ad aspettare i nostri nasi. C’è infatti da subito una nota di cera e profondamente minerale (cera di candela, proprio) da capogiro, perfettamente integrata col contesto: un ciottolo di fiume, ma leggermente salato. Un ciottolo di fiume decontestualizzato e tenuto a maturare in onde marine? C’è un limite alla nostra idiozia? Per il resto, esibisce una generosa zuccherosità, tra la vaniglia, le pere mature, il pasticcino alla frutta, la pastafrolla (cruda, dice uno di noi). Una zesta di limone, anzi: del limone grattugiato (nella pastafrolla cruda, dice uno di noi). Poi, c’è un lato vegetale e leafy, clorofilloso, da fitto fogliame.

P: il corpo è leggerino, ma l’effetto è di una beverinità atroce. Sostanzialmente coerente, con qualche minima deviazione. Il primo impatto è ancora sulla cera, a marcare il territorio, e non manca quella dimensione minerale e leggermente vegetale (al limite della foglia di menta) di cui sopra. Tè alla menta zuccherato! La dolcezza è invece più timida, meno cremosa: c’è ancora la vaniglia, c’è ancora una leggera pastafrolla, ancora pere – e pure c’è il marzapane, e tanto cereale caldo e dolcino.

F: un finale che ripulisce la bocca, ancora su note minerali, di mandorla, di tè alla menta e un leggero legno tostato, quasi fumosino.

88/100. Questo è uno stile di scotch che non ci stanca mai, e probabilmente mai ci stancherà: pulito, godibile, rotondo e pure screziato, appuntito da una dimensione minerale e cerosa che regala ulteriori strati di complessità: Clynelish come deve essere. Un ottimo modo di iniziare la settimana…

Sottofondo musicale consigliato: Van Halen – When it’s love.

Ardbeg 20 yo (1996/2016, Chieftain’s, 46,5%)

L’ultimo Milano Whisky Festival ha visto la graditissima presenza degli imbottigliamenti indipendenti di Ian Macleod, proprietario della nostra amata distilleria Glengoyne. L’importatore italiano è il prode Fabio Ermoli, già noto ai più per baffi maliziosi, scorribande asiatiche e selezioni spettacolari (Valinch & Mallet, presente?); dal suo banchetto abbiamo portato via un Ardbeg di 20 anni, vatting di due botti del 1996 (per i nerd: casks n. 808, 811). Delle 601 bottiglie ricavate, qualche centilitro è finito nei nostri bicchieri – dice sia un ottimo digestivo dopo i bagordi natalizi, chissà se è vero. Una cosa: quanti Ardbeg indipendenti vi capita di trovare in giro, di questi tempi? Eh, appunto.

chieftains-ardbeg-1996-20-year-old-465N: in generale è chiaro che tutte le anime si sono bene integrate fra di loro e se ne stanno in eccellente equilibrio. Il naso è quindi molto cesellato. C’è un velo salmastro, da schizzi sugli scogli, a legare il tutto; la torba e il fumo sono delicati, in fase calante ma ancora vivi. Gli altri elementi sono sicuramente un bel lato balsamico (aghi di pino), agrumi profumati (limone e bergamotto) e una ‘dolcezza’ pronunciata ma composta (kiwi gold, vaniglia).Al di là dei descrittori, però, il segreto sta tutto in un parola: equilibrio.

P: come al naso c’è grande rispetto reciproco tra la sapidità, la torba e la dolcezza. Ci capita in mente il ricordo di una provola dolce affumicata, che potrebbe riassumere splendidamente questo matrimonio. E invece c’è di più: soprattutto esce alla grande il lato balsamico (eucalipto e pino), mentre rimane in sottofondo il bergamotto. Toffee molto grasso, liquirizia e – perché no? – ancora il kiwi. Soprattutto dopo un po’ questa sensazione di dolcezza zuccherosa da toffee incrina leggermente l’equilibrio degli elementi.

F: ancora scamorzine, dolcezza da toffee e un fumo denso.

Ottimo esempio della qualità di Ardbeg, esibisce un equilibrio veramente seducente tra le varie anime (fumo, mare, dolcezza): a noi è piaciuto proprio il bilanciamento, con qualche scatto di nostro gusto (lato balsamico, bergamotto, kiwi). Rispetto ad un arcimodello astratto e perfetto – e dunque inesistente – difetta magari in un ciccinino di intensità, e ribadiamo che al palato dopo poco l’equilibrio di cui sopra sbanda lievemente a favore del dolce (il toffee prende il largo), ma queste in fondo son solo quisquilie: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Afraid to shoot strangers.

Talisker 20 yo (1981/2002, OB, 62%)

Oggi assaggiamo un imbottigliamento iconico di una distilleria iconica: il 20 in sherry di Talisker, edizione limitata messa sul mercato nel 2002, esaurita rapidamente e ora oggetto di culto per i collezionisti (valore stimato attorno a 1500€, per intenderci). La gradazione (inusuale per Talisker) è di 62%. Quando il buon Pagani si è avvicinato ad uno di noi, durante il Milano Whisky Festival, brandendo un bicchiere con questo whisky, alla domanda fatidica “che cos’è?, indovina!” mai avremmo risposto con Talisker. Ora lo riassaggiamo con calma, suvvia, sperando in sensazioni più coerenti.

talob-1981N: la scena: una barchetta dal mare avanza nella nebbia fitta cercando la riva. Nel bicchiere infatti c’è tanto mare e un’atmosfera rarefatta di torba umida, un senso pesante di vapore e di amido. Acqua di mare, certamente, e un filo di fumo da un falò. Giunti a riva, il meritato ristoro del marinaio: bacon, ma sopratutto tantissima confettura di fragole e mirtilli, more. Il lato fruttato è veramente succoso e a dir poco esuberante. Liquirizia e cenere, uva nera e cioccolato, pepe e torba, in un continuo disorientamento olfattivo, come migliaia di storie raccontate sulla spiaggia attorno al fuoco.

P: anche alla gradazione monstre di 62 gradi si lascia bere con una certa facilità. Totale, come ti aspetti che sia, ovvero buonissimo. Il corpo è grasso, ultra masticabile e il primo impatto è del tutto isolano, con torba, bacon e mare. Trionfa anche l’anima speziata di Talisker, con tripudio di pepe e noce moscata, giusto un attimo prima dell’apocalisse: le botti ex sherry squassano all’improvviso il palato e s’impone una dolcezza pesante, calda di tarte tatin, marmellate ai frutti rossi in cottura. Spruzzi di arancia. Aghi di pino? Aggiungete acqua e godrete per sempre.

F: lunghissimo e con una nota sporca persistente tra il bacon e il pepe. Cenere ma anche marmellata, ad libitum.

Il miglior Talisker mai bevuto dai vostri umili Whisky e Facile, per lo meno secondo le mutevoli e relativissime percezioni del qui e ora? Forse sì, anzi certamente: 94/100. Potenza incredibile, complessità in continuo movimento, costante ristrutturazione di un profilo aromatico che ad ogni snasata rivela nuovi sentori, tutti fusi assieme, tutti di volta in volta sotto ai riflettori: magistrale e squassante intensità, magistrale e delizioso bilanciamento. Riesce ad essere tutto sparato a mille da un lato, e dall’altro ad essere velato di una surreale eleganza, con quella rarefazione di cui parlavamo nella descrizione del naso… Magnifico. Grazie a Giorgio D’Ambrosio per il sample, grazie infinite!

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Thank you.

Ardbeg 20 yo (1993/2014, Cadenhead’s, 55,9%)

Qualche giorno fa abbiamo assaggiato un Ardbeg Cadenhead’s dalle specifiche molto simili, solamente imbottigliato qualche anno prima, nel 2008. L’obiettivo, accostandovi in degustazione quello di oggi, era di cogliere eventuali differenze. L’inizio degli anni ’90 è tra l’altro un periodo molto particolare nella storia della distilleria, appena riaperta dopo un decennio di inattività. Questo ventenne è maturato in una botte ex bourbon, che ha sfornato 186 bottiglie. Piccola nota di colore (cupo): su whiskybase l’ultima quotazione è di 320 euro!

IMG_8621N: la prima cosa che impressiona è la grande somiglianza, è talmente simile che l’unico modo per non fare copia/incolla è concentrarsi sulle differenze: questo è più austero, con una vaniglia più nascosta; qui, se il fumo è appena più lieve, c’è di certo tanta più legna bruciata. L’agrumato è più verde, sul lime e cedro. Si tratta di un naso spigoloso, meno piacione ma -intendiamoci- le differenze non sono così marcate.

P: che schianto! Anzitutto, generalmente parlando, batte l’altro 3-0 in quanto a sapore. Poi, si assiste uno sperticato e folle equilibrio, che mai lo crederesti possibile, tra le componenti che all’unisono si contendono il primato. Anzitutto la dolcezza non è di sola vaniglia, ma si pregia di una quota di frutta gialla matura (pera); ancora tanto lime, bello succoso; liquirizia. Dall’altro lato, mare e torba sono imponenti e variegati: legno bruciato e sentori ‘chimici’. Infine, una gran sapidità. Che vivacità questa torba ventenne!

F: se nell’altro a un palato dolcissimo seguiva un finale di soli copertoni bruciati, qui la gomma arde in compagnia di una bella dolcezza vanigliata.

Questi single cask sono la ragione per cui il mito di Ardbeg, dopo gli anni d’oro delle distillazioni fino a metà anni ’70, continua ad alimentarsi anche ai giorni nostri. Se la produzione ufficiale della distilleria si è progressivamente normalizzata e anzi rimane, con l’eccezione del 10 anni, un po’ deludente in quanto a rapporto qualità/prezzo, gli imbottigliatori indipendenti ancora ci regalano (mai espressione fu più fuorviante) sprizzi di vera e maestosa ardbegtudine. Un whisky indomabile, prepotente eppure anche così raffinato e invitante alla bevuta. Pure magic: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Godot – The fragrance of black coffee

Blair Athol 20 yo (1993/2014, Whiskyclub.it, 57,8%)

Innanzitutto, autocelebrazione: oggi compiamo il nostro terzo anno di vita come blog, quindi vorremmo ricordarvi che è buona norma, tra persone civili, fare un regalo al festeggiato; se ci scrivete in privato avremo modo di mandarvi le nostre coordinate bancarie, e… grazie! Ormai stiamo entrando nella zona calda dell’autunno whiskofilo: se il Milano Whisky Festival è alle porte (15-16 novembre, ma ne parleremo…), dobbiamo registrare che finalmente il neonato Whiskyclub.it sta avviando i motori, e il prossimo sabato 8, nella prestigiosa sede del circolo Golf Villa D’Este a Montorfano, nel comasco, ci sarà l’evento di inaugurazione ufficiale del club. Non possiamo che essere felici della cosa: l’idea è molto seducente, le persone che ci stanno dietro non saranno forse proprio seducenti (non per noi, almeno) ma di certo sono esperte, competenti e quando fanno una cosa la fanno bene: a testimonianza di ciò, valga la qualità degli imbottigliamenti che hanno rilasciato finora e che finora abbiamo assaggiato (nella nostra memoria scintilla ancora quel fantastico Teaninich…). Oggi assaggiamo un’altra espressione della loro prima serie di selezioni, ovvero un Blair Athol di 20 anni, invecchiato in una botte di sherry e presentato allo scorso Spirit Of Scotland. Daje, il colore è ramato.

WhiskyClubItalia_BlairAtholN: a grado pieno, superata l’iniziale chiusura, squaderna un portfolio aromatico tipico di certi malti sherried, e dei migliori: in ordine sparso, c’è il lato fichi/datteri, c’è tanta cola, tanto chinotto; una punta di tamarindo; un po’ di tabacco da pipa; forse cioccolato ai frutti rossi? C’è poi una nota, lieve ma persistente, un po’ ‘sporca’, diciamo di cuoio, di pelle conciata. Con acqua, gli attori sono gli stessi ma finalmente tutto acquista tanta intensità: anche note speziate, di legno di sandalo, quasi di incenso; e marmellata (pardon, confettura) di frutti rossi.

P: ancora all’attacco pare poco espressivo, ma è solo un momento: presto si svela nella sua attitudine monolitica: carruba (non sapremmo dire se si tratta proprio di farina di carruba, come ci insegnano le tasting notes ufficiali, ma di certo la carruba domina), liquirizia, ancora chinotto e cioccolato amaro. Uvetta, ancora un po’ di dattero; crema di marroni / marron glacé. Con acqua, perde certe pecche di legnosità, si fa più succoso e resta forte la dicotomia carruba / marron glacé, con una spruzzata di chinotto.

F: intenso, torna una lieve nota ‘sporca’; poi di nuovo cola, carruba e crema di marroni.

Un ottimo whisky, un’ottima rappresentazione di uno stile sherried succoso e al contempo con una spina dorsale intensamente dolce e speziata; tutto buono, non c’è che dire, anche se a nostro gusto soprattutto il palato resta un po’ imbrigliato in un monolite che alla lunga tende a spegnersi, e non a esplodere tra fiammate di godimento come lascerebbe presagire. Ma sono sfumature, che non intaccano il nostro apprezzamento: 87/100 è il nostro giudizio tradotto in numero, e a Claudio Davide Andrea va il nostro ennesimo applauso.

Sottofondo musicale consigliato: Lo-Fang – When we’re fire.

Macallan 20 yo (1993/2014, Whiskyclub.it, 57,7%)

I malti selezionati e imbottigliati da Whiskyclub.it ci hanno finora sorpreso, positivamente: in particolare, il Teaninich ci ha fatto davvero girar la testa (anche se non è un whisky… facile), mentre il Bunnahabhain ci ha stupito per la personalità, a dispetto di un’età ancora acerba. Oggi proviamo la bottiglia più costosa del club (poco più di 200 euro, con sconto per i soci), ovvero una singola botte di Macallan, whisky distillato nel 1993 e imbottigliato appena qualche mese fa; si tratta di una botte refill sherry, e la cosa ci piace.

Schermata 2014-05-18 alle 23.40.16N: superata con pazienza la coltre di alcol non indifferente (e ci mancherebbe, a 57,7%!), si ritrova quel che uno cerca in una bottiglia con su scritto “Macallan”, ovvero eleganza e classe. Spieghiamo: a distanza di vent’anni, il malto resiste orgoglioso, con note tostate, di frutta secca, cereale. Poi, la frutta, rossa, marmellatosa (fragola); a ‘scurire’ un po’ il profilo ci pensano una bella suggestione di gianduia e una certa umidità di botte da warehouse. Un bel profilo carico e traboccante. Pesche sciroppate e mele caramellate: tarte tatin? Un pit di arancia. L’acqua è fondamentale: va via l’alcol e resta la goduria: caramello e frutta vengono ravvivate, con frutti rossi sugli scudi e una generica eleganza veramente da panico. Anche l’arancia viva esplode, con che piacere…

P: corpulento, carico, massiccio: ancora alcolico, ma presto arrivano fiammate di sapore. Tutte le suggestioni che rappresentano un dolce ‘caramelloso’ e appiccicoso (si capisce quello che intendiamo?) sono ben accette: arachidi caramellate, frutta sciroppata, confettura di fragola, scorza d’arancia candita, biscotti al burro. Un flash: biscotti ai cereali con frutta… Con acqua, si perdono forse le fiammate di prima, ma l’intensità non arretra di un millimetro, facendosi più uniforme e felpata, e questo Mac diventa, se possibile, ancora più elegante e raffinato. Un classicone. Confettura d’albicocca.

F: molto lungo, tutto sul malto, sulla frutta secca calda e dolce, sul caramello, sulla frutta… Fantastico.

prelati5È “whisky”, una sorta di noumeno del malto invecchiato in botte: lo bevi e pensi a Cary Grant e Eva Marie Saint in Intrigo Internazionale; lo bevi e pensi a una biblioteca d’altri tempi, con librerie in legno decorato, tappeti dovunque, uomini eleganti seduti su poltrone di pelle a parlare di politica e di affari indossando pantofole, un paio di schiavi qua e là ché nel dubbio posson sempre servire, un languido jazz in sottofondo, un sacco di tartan in ogni dove… Lo bevi e pensi questo, certo, ma poi ti viene in mente che i due che l’hanno selezionato e imbottigliato sono questi due qui a fianco; e godendoti il dram, non puoi che tirare un sospiro di sollievo. Complimenti a Claudio e Davide (non vorremmo farvi abituare troppo alle lodi, mannaggiavvòi), 92/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Billy JoelPiano man.

Tormore 20 yo ‘The Artist #2 – Bar Metro’ (1992/2013, La Maison Du Whisky, 55,4%)

tormore_1992_svNon c’è bisogno di presentare Giorgio D’Ambrosio e il Bar Metro di Milano al pubblico di appassionati di whisky, vero? Uno dei più grandi collezionisti di whisky al mondo, semplicemente, uno dei primi esseri umani a girare le distillerie per selezionare le botti, un uomo che gode di una stima e di un rispetto tali da non lasciar dubbio sulle sue qualità, umane innanzitutto. Non vogliamo fare una sviolinata, non ci interessa: è solo il preambolo necessario per far comprendere perché un colosso francese come La Maison Du Whisky decida di dedicare a GdA e al Bar Metro un single cask di una delle sue serie più prestigiose, ovvero “The Artist”, con etichette disegnate da artisti emergenti del panorama internazionale. Assaggiamo dunque questo Tormore di 20 anni, imbottigliato in edizione limitata (235 esemplari) a gradazione piena; la botte è ex-bourbon. Il colore è paglierino, chiaro.

Schermata 2014-05-08 alle 11.53.01N: ha l’anima dei grandi, sostanziata in intensità dirompente e complessità disorientante. Sulle prime colpisce una nota torbata, leggermente affumicata, che ricorda decisamente il bacon, e per restare sull'”alimentare” ci stupisce una nota di formaggio dolce (emmenthal) molto peculiare. Poi, un gran tappeto minerale ed erbaceo, con note di burro, eucalipto, menta, pepe. Fin qui, un bel malto austero: e invece si squaderna una bella dolcezza, altrettanto variegata. Caramella mou, l’impasto che sarà pastafrolla, un che di limonata zuccherata, albicocca matura. Parte in punta di piedi e poi si scatena, con un naso caldo e rotondo.

P: all’ingresso ribadisce il naso, con in scena attori principali una torba nervosa, un pepe aggressivo, note minerali e affumicate (salamoia e ancora bacon). Poi esplode in bocca e rilascia una dolcezza intensa, intensissima: ancora a sorpresa emmenthal, poi un generico apporto ex-bourbon… Impasto per torte, zucchero liquido… Una dolcezza monolitica, sempre in contrasto con il ‘nervosismo’ iniziale.

F: molto affumicato (braci, legna bruciata) e vegetale, erbaceo. Ancora pepe.

Un whisky che si offre come degno alfiere del vessillo del Bar Metro: una botte eccellente, un whisky inusuale, costantemente in bilico tra austerità e rotondità, tra durezza e gentilezza, tra serietà e affabilità. Un perfetto milanese, insomma: 90/100, e via così. Quando è uscito costava attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Susanne SundforWhite Foxes.

Teaninich 20 yo (1993/2014, Whiskyclub.it, 58,1%)

Vi aspettavate la recensione del Port Ellen, vero? E invece no, per quella dovrete aspettare una settimana… Oggi assaggiamo invece un altro imbottigliamento del neonato Whiskyclub.it: si tratta di un Teaninich in botte sherry, a grado pieno, invecchiato per vent’anni, tra 1993 e 2014. La botte è stata acquistata da Hunter Laing (compagnia di uno dei due figli di Douglas Laing, Stewart), che oltre a proseguire la sua mansione di imbottigliatore indipendente spaccia botti a selezionatori. Questa bottiglia sarà aperta in abbinamento ad alcuni formaggi domani sera, al primo evento ufficiale del club… Noi ci saremo, voi?

Schermata 2014-04-09 alle 12.16.41N: innanzitutto, la tipologia: è un whisky complesso, su cui meditare a lungo. Per prima cosa, diamo conto di una spiccata mineralità, terrosa, forse ci par di sentire una lieve torbatura. Intense le note agrumate: scorza d’arancia, forse anche arance quasi andate… Tutto questo rimanda anche all’emersione di note quasi farmy. C’è poi anche tanta ‘dolcezza’, divisa tra la cola, la confettura di fragole, la tarte tatin. Un pit di legno, e la goduria è servita. Il lato farmy, contadino, e quello legnoso, di dolcezza tostata, caramellata, sono in crescita costante. Arachidi caramellate? Con acqua, l’esperienza si impenna: si arrotonda, aprendo a frutta secca intensa, tabacco da pipa (quelli intermedi, non troppo dolci), ma anche a una mineralità ferrosa, ruginosa. Un naso stupefacente.

P: coerente col naso, nel senso che anche qui è molto particolare e affrontabile da più prospettive. Ancora minerale e intensamente farmy, poi grandi botte agrumate e confetture rosse ‘bruciacchiate’, legno tostato, chips di mele. Splendido. Con acqua, poi… Ciao! Miele intenso, caramello, una punta di noce moscata… E ancora tè caldo zuccherato, tabacco da pipa, frutta rossa.

F: c’è ancora una affumicatura tostata, ancora note ‘sporche’, poi un persistente sentore di miele grezzo, aromatico… Mele, pappa reale… Mamma mia!

Che sorpresa! Abbiamo assaggiato questo sample perché a Roma Davide ci aveva detto che gli era piaciuto molto; ma si sa, noi di quel tipaccio non ci fidiamo, e abbiamo voluto metterci il naso. Beh, che dire, straordinario, davvero: quel che stupisce è la convivenza di una intensità veramente massiccia con una complessità di aromi e sapori in continua evoluzione. Se lo assaggiate, dategli tempo, giocateci a lungo: non vi deluderà! 93/100 è il nostro voto, cosa che ci porta a fare una considerazione, a latere: questa bottiglia a Roma costava 115 euro… Non abbiamo ancora valutato il Port Ellen ufficiale dell’anno scorso, per dire – ma la qualità potrà mai giustificare una differenza di prezzo così abissale? Bah. Nel dubbio, noi sapremmo cosa scegliere. Complimenti più che sinceri a Claudio e Davide: fantastica bottiglia.

Sottofondo musicale consigliato: RadioheadIdioteque.