Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

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Inganess Bay 18 yo (2000/2018, Maltbarn, 52,7%)

Già qualche mese fa segnalavamo il tripudio di Highland Park non dichiarati (eddai, dalle Orcadi, un malto sconosciuto… mica può essere Scapa, no?, eddai) che stanno invadendo il mercato tramite il prode lavoro degli imbottigliatori indipendenti. Oggi ne assaggiamo uno, per la gioia di grandi e piccini, selezionato da Maltbarn, selezionatore crucco: ce lo ha portato un amico al Milano Whisky Festival, vorremmo poterlo ringraziare ma (siamo delle persone orribili) nel turbine del lavoro non ci ricordiamo chi fosse – ci scrivi per dichiararti, così possiamo ringraziarti per bene? [EDIT: siamo dei bruciati, ma non vogliamo nasconderlo: e dunque grazie infinite a Fabio!, valente collega blogger dalla penna sopraffina]

N: aperto, profumato e piacevole, anche se stranamente sporco, tra note di grasso di prosciutto e formaggio. Molto nette delle note di fieno. Non arriva a squadernare aromi compiutamente sulfurei, ma resta sempre presente una puzzetta molto simile… Troviamo poi una terrosità opprimente, che schiaccia il naso e non fa uscire il resto. C’è chi dice muffa. Nonostante le apparenze, però, trova un suo equilibrio asimmetrico e paradossale, austero e isolano.

P: da subito cambiano le carte in tavola, ma da queste carte nasce la magia. Scordatevi la frutta, tranne forse un poco di limone, e prendete a piene mani terra torbosa, pepe bianco, cera e un cereale profondamente zuccherino, raffinatissimo. Non c’è troppo da descrivere, ma rimane la potenza di un nettare compattissimo, esplosivo, eppure sottilmente affilato.

F: strano a dirlo ma in bocca rimane un senso diffuso di “stireria” (ve lo ricorderete pure voi il profumo di amido da stireria, no?). Crosta di pane.

Un whisky nudo e crudo, un distillato eccellente offerto da Maltbarn nella sua integra mineralità, non intaccata da legni aggressivi e anzi esaltata dal paziente e quieto lavoro della botte. La conferma che, quando non viene smarmellata con una patina vichinga e con legni svilenti, Highland Park è una delle distillerie più straordinarie di Scozia: una piacevolezza da volare via, fino a Kirkwall. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: il vichingo ce lo mettiamo noi, ed è sotto la forma dei Thyrfing – Going Berserk. Il pezzo è invecchiato male, ma che ci vogliamo fare: erano dei pionieri.

Tomintoul 1967 (2000, Gordon & MacPhail, 40%)

Direttamente dal Tasting Facile del 2017, eccoci alle prese con un Tomintoul del 1967: c’è un che di archeologico in una bevuta del genere, se si pensa che la distilleria dello Speyside ha iniziato a scaldare gli alambicchi solo nel 1965. Si tratta di una prestigiosa selezione di Gordon&MacPhail, dalla serie Rare Old, ed è stato imbottigliato ben diciotto anni fa, all’alba del nuovo millennio, proprio quando la proprietà passo da White &Mackey agli attuali proprietari di Angus Dundee. Trattasi di un barile sherry first-fill, curiosamente ridotto a 40%. Andiamo, e che Dio ce la mandi buona.

5466-7727tomintoul1967-2000rareoldN: la presenza dello sherry è inconfondibile, ma si tratta di uno sherry non succoso, piuttosto tagliente e leggermente metallico, con note ruginose che si protraggono per l’intera degustazione. Si inizia con aromi di castagne, anzi di buccia di caldarrosta; poi uvetta sotto spirito, della marmellata bruciacchiata ai bordi della crostata… Noci e prugne; uno di quei dolci alla carruba. Particolare, ad un assaggio alla cieca potrebbe quasi sembrare un altro distillato (un Cognac, forse – lo dice pure Serge, che è un po’ più affidabile di noialtri). Dopo un po’, sviluppa come una nota vinilica, quasi di scotch (disambigua: nel senso del nastro adesivo), che ci ricorda un sentore erbaceo fasullo, come fosse chimico. Difficile immaginare cosa intendiamo, vero?

P: compie uno strano percorso: attacca sulla dolcezza, quasi succosa qui, tra il tamarindo, la marmellata di prugne, l’uvetta, ancora la castagna; sulle prime pare molto zuccherino, con caramello e ancora carruba. Dopo queste premesse, i 40% lo lasciano sfumare e cade nel baratro dell’anonimato. Poi il legno tende a prendersi la scena: si sente una sorta di astringenza legnosa che ci fa venire in mente il tè Pu-er, lasciato un po’ troppo in infusione.

F: tè e legno, legno e tè; ancora un che di metallico e un ricordo di prugna secca. Cacao amaro in polvere.

Se dobbiamo cercare un pregio in questo Tomintoul (distilleria che francamente ci ha abituato ai tiepidi entusiasmi), in fondo ne troviamo due, ancorché piccini. Innanzitutto, come dicevamo in apertura, rappresenta un’occasione più unica che rara per tornare alle origini di Tomintoul, quando ancora si distillava con due soli alambicchi; e poi il profilo complessivo, dalla ferrosità contundente e dalla dolcezza un po’ appassita, è certo non così frequente ai giorni nostri. Detto questo, francamente questo single cask finisce per deludere sia perché poco gradevole sia perché poco intenso. Serge non lo ama particolarmente, e noi meno: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The André canta Habibi (Ghali cover)

Port Ellen 1979/2000 (Gordon & MacPhail, 60,7%)

Due anni prima che Diageo lanciasse la prima release di Port Ellen, c’era gente che si divertiva a mettere sul mercato dei barili, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato di lì a un paio di lustri… Grazie alla gentilezza di Luca, storico pavese e grande appassionato di whisky, abbiamo oggi il privilegio di assaggiare uno di questi imbottigliamenti: Gordon & MacPhail unisce due botti ex-bourbon (#7244 e #7247) di whisky distillato nel 1979 e li mette in vetro a gradazione piena, cioè 60,7%.

N: pazzesco quanto sia delicato, a più di 60%! Si iscrive nel più nobile stile di Port Ellen, apprezzatissimo: c’è quella stessa delicata tensione tra un profilo ‘vegetale’ e setoso, vagamente balsamico (salvia, rosmarino, aghi di pino) e un’acidità agrumata, limonosa (e come zittire il lime, magari candito?). Suggestione cromatica? È bianco. Vabbè, passiamo oltre: note di banana verde,  descrittore che troviamo tipico nei Port Ellen; l’aria di mare, in costante crescita man mano che resta nel bicchiere; vapore profumato da stireria; e la torba, il fumo, anch’essi in evoluzione (vanno sempre più verso lo smog, un qualcosa di chimico), a prendersi sempre più spazio col tempo. Sul versante delle leccornie, rileviamo i biscotti scozzesi al burro e una placida vaniglia. Mela verde. Veramente ottimo.

P: madonna! Al di là dello stupore di non sentire l’alcol, ripropone il binomio lime / erbe aromatiche, il tutto inscritto in una marinità sapida e acre davvero incredibile, intensissima, devastante. Lime e sale, solo che al posto del tequila c’è il fumo. Mela verde ancora, che insieme ad una timida ma piena vaniglia (ci fa venire in mente il kinder Paradiso). Il lato della torba è molto setoso, di nuovo, con una splendida cenere in evidenza.

F: lunghissimo, persistente, intensissimo: se volessimo ridurre tutto in un’immagine evocativa e francamente indimenticabile: una fettina di lime caduta nel sale, poi caduta nella cenere. Indimenticabile, vero?

90/100. Davvero molto, molto buono: un profilo sharp, tagliente, nudo, fatto di note erbacee e vegetali, di suggestioni agrumate, di una torba morbida e pure assai marina e cenerosa – Port Ellen nella sua versione più pura, più pulita. Se vi punge vaghezza di farvela vostra, questa bottiglia si trova qui e là a circa 900€. Grazie infinite, Luca!

Sottofondo musicale consigliato: Post Malone ft. 21 Savage – rockstar.

Aberlour Antique (circa 2000, OB, 43%)

Ormai chi ci legge sa che Aberlour è una delle distillerie dello Speyside che maggiormente apprezziamo per la sua costanza nel tempo, per la qualità media, sempre alta, dei suoi imbottigliamenti, per la generale solidità del distillato – e cortesemente non veniteci a dire che questa è una sinestesia, eh! Ad ogni modo: Pino Perrone, indiscusso guru del whisky ed enciclopedia ambulante, sacerdote del tempio romano di Whisky & Co, grande appassionato di musica, collezionista bibliofilo e amministratore delegato del suo cane Octomore, dicevamo: Pino Perrone ci ha omaggiato, ormai più d’un anno fa, di un sample di Aberlour “Antique”, un NAS messo sul mercato dei duty free a inizio 2000. Noi, ringraziando Pino, mettiamo naso e fauci sul bicchiere.

ablob-non4N: un dram double face, che unisce un bel lato sfacciatamente beverino e succoso a qualcosa di più profondo ed elegante. Spieghiamoci: da una parte infatti abbiamo invitanti pesche mature, marmellata alle fragole, mele rosse e più in generale una sensazione di zucchero e noccioline caramellate che avercene; e ancora confetto, miele, pasta di mandorle. D’altra parte tuttavia sembra tener fede al suo nome – Antique – regalando note di fichi e datteri secchi, vecchia carta (ma senza un briciolo di senso di umidità), spezie profumate (avete mai annusato la carta aromatica d’Eritrea?). Levigato e classy.

P: dopo un naso così carico, le aspettative sono alte. Da subito si ripropone quella sensazione fruttata molto facile a base di pesche, mele e frutta rossa unitamente a una bella nota di cereale. Rispetto al naso però emergono nuove suggestioni, con tanto legno tostato, cioccolato fondente e frutta secca. Tè in infusione.

F: ancora tanto legno e quei mieli un po’ amari. Abbastanza lungo.

Partiamo dal voto, 86/100, per un whisky magnificamente ‘normale’ (di quelli che, come diciamo noi, “sanno di whisky”), mai tentato dalle chimere dell’avanguardia più sperticata, privo di guizzi ma soprattutto privo di difetti: insomma, un whisky ben radicato nella tradizione di casa, un malto fatto come solo Aberlour sa forgiarli, oggi come ieri. Sapevamo già con la serie degli a’bunadh che la distilleria ci sa fare anche con i NAS, ma ci piace averne ulteriore conferma con questo imbottigliamento di una quindicina d’anni fa. Daje.

Sottofondo musicale consigliato: Marijata – I walk alone.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Bowmore 13 yo (2000/2014, High Spirits for Gluglu, 46%)

Affianco al buon Darkest abbiamo assaggiato un single cask, stavolta ex-bourbon, selezionato da Mauro Leoni per il suo attivissimo Whisky Club Gluglu (nella serie ‘The Roots’; questa è la bottiglia dedicata a The Sixties Welfare) tramite l’ineffabile intermediazione del grande Nadi Fiori, l’uomo più elegante del whisky biz italiano. Non ci perdiamo in chiacchiere, siamo in produttiva terra lombarda: chini sul fatturato, rileviamo il colore paglierino chiaro e passiamo alla degustazione.

Schermata 2015-04-11 alle 16.58.45N: un Bowmore splendidamente standard, e nudo il giusto, così da permettere al distillato di dispiegare tutte le sue peculiarità. Un agrume pieno di verve, tra un poderoso lime ed un limone spremuto… Canditi, anche? Cacao amaro. L’acqua di mare spumeggia sull’orlo del bicchiere, e spumeggia salmastra su una una ‘dolcezza’ tropicale leggermente asprina (carambola; ananas acerbo). Poi la torba, l’affumicatura lieve ma profonda, tipica di Bowmore. Un filo di zucchero a velo.

P: che bella intensità, quasi inattesa. Si conferma un agrumissimo, e a questa dimensione si abbina uno show di acqua di mare davvero integrato e piacevole. Cresce l’affumicatura (cenere, proprio), ma cresce anche una dolcezza molto ‘classica’ per questo tipo di Islay: tra lo zucchero e la frutta tropicale (cocco, ananas). Si richiude compostamente sull’amaro della torba, acre e vegetale…

F: …e al finale stramazza su un tappeto di cenere infinita e acqua di mare, con solo suggestioni fruttate.

Bowmore nella sua anima più limipida, nuda come un’attrice di Brazzers ma complessivamente più seducente di un’attrice di Brazzers. I Bowmore di questi anni (diciamo dal ’98 in poi) sono decisamente migliorati rispetto al periodo immediatamente precedente, con un tripudio marino e tropicale che qui viene perfettamente confermato. 87/100, e via verso una nuova avventura. Magari, con un’attrice di Brazzers.

Sottofondo musicale consigliato: finivano gli anni ’60 con Sergio Endrigo e la sua Lontano dagli occhi.

Macallan 23 yo (1977/2000, Silver Seal, 50%)

Il secondo Macallan della settimana è un imbottigliamento raro, pregiato e prezioso: si tratta infatti di un ventitreenne messo in vetro nel 2000 da Silver Seal. Questo whisky invecchiato in sherry (basta il colore, ramato, a svelarlo) è stato distillato nel 1977, ovvero proprio mentre poche centinaia di chilometri più a sud i club londinesi venivano invasi da gente con la passione per le creste colorate, l’eroina (che passione per l’eroina, uh!, come ci piaceva!) e il punk rock. Va da sé che là dove si distillava Macallan nulla di tutto ciò lanciava ombre, e quindi ignoriamo Sid Vicious e torniamo a Rino Mainardi e alla sua creatura.

pdt__macallan_1977_23yo_silver_seal_1204_1N: intensità ed espressività a livelli veramente importanti; senso di grande compattezza. Abbiamo di fronte un Macallan abbastanza ‘standard’, se vogliamo, ma che standard! C’è frutta rossa in quantità e in varie fogge (sia fresca che in compote), c’è un bel caramello, un bel toffee appena sfornato (si sforna il toffee?); c’è liquore all’arancia, e marmellata; un bel malto Macallan, tostato e aromatico; frutta secca, a oliare (a oleosare, diremmo se fossimo in vena di brutti neologismi inutili) il tutto. Qualche nota più ‘sporca’, tra il rabarbaro, il legno tostato; perfino una nota agrodolce, tipo worchester sauce. Un naso semplicemente monolitico, ma a dispetto dell’ultimo avverbio per nulla semplice: tradizionale ma non banale. Datteri e fichi, alla grande; liquirizia. Che qualità.

P: succosissimo e ultra-beverino. Inizialmente può sembrare deficitaria la componente alcolica: la realtà è che questo Macallan è lontano anni luce dalla pungenza alcolica della distillazione moderna (o se non altro, di quel che viene messo in bottiglia oggidì), e nasconde la gradazione in un oceano di piacere. Molto coerente col naso, lo replica in ogni sfaccettatura: è sia fruttatissimo (ancora rossa, ma quanta mela!) che tostato; è sia intensamente dolce che raffinatamente tannico. Aggiungiamo anche un po’ di mou, di cioccolato, forse anche caffè zuccherato. Veramente buono.

F: ma quant’è lungo? Dapprima replica il palato per un po’ (con una mela to-ta-le), poi lascia riemergere un malto oleoso e sulla frutta secca (nocciola) che impone di tirar giù il cappello.

Niente da dire: che i Macallan di questi anni (e non solo) abbiano fatto la storia non stupisce, né stupisce che Macallan sia la distilleria preferita dai collezionisti. Che peccato, però, che tante bottiglie giacciano chiuse nelle teche di signori eleganti, quando noi preferiremmo di gran lunga scolarcene a litrate… Su questa nota di rosicante rimpianto, non dimentichiamo la nostra missione e tiriamo fuori il numero: 93/100, non un punto di meno. Complimenti a Mainardi per la selezione, e grazie alla Betty e a Max che quasi un anno fa ci fecero omaggio di un sample di questo nettare.

Sottofondo musicale consigliato: Sid Vicious – My way.

Bowmore 2000/2011 (Wilson & Morgan, 46%)

I trevigiani fratelli Rossi, che imbottigliano whisky da vent’anni celandosi dietro l’insospettabile marchio “Wilson & Morgan”, sono sempre stati puntualissimi nel non deludere le nostre aspettative di beoni e la qualità dei loro imbottigliamenti è stata peraltro spesso sottolineata con sonanti medaglie anche in contesti internazionali. Al Milano Whisky Festival del 2011 ci aveva incuriosito questa giovane espressione di Bowmore, che è rimasta per qualche tempo a riposare assieme a un barile di sherry, prima di finire sulle nostre tavole. Dopo due anni di ulteriore stallo è pronta per salutare questo mondo.

27670N: una punta d’alcol la si sente. Ha un profilo strano, con poca, pochissima influenza dello sherry ed è in generale davvero poco zuccherino. Rimane dunque molto ‘naked’, con evidenti note minerali, marine, maltate e vegetali. C’è poi una torba austera, accompagnata da un affumicato discreto e da suggestioni di cuoio e medicine. Completano il naso zaffate di agrume (limone e scorza d’arancia candita) e un intrigante odore di caramella gommosa (forse alla fragola).

P: leggero, delicato e un po’ acquoso, con tanto malto vegetale e limone. Rispetto al naso è più cremoso (vaniglia) e burroso, proprio burro fresco! Minerale e tutto sommato ancora nudo. L’affumicatura è vaga, così come una timida nota vinosa di sherry. The alla menta. Si sente molto bene quella dolcezza particolare, come di caramella, che ritroviamo in molti Bowmore, controbilanciata da una decisa amarezza erbosa proprio sul finire del palato.

F: incentrato sul malto e non lungo. Legno bruciato ed erba, forse un po’ troppo amara.

Questo whisky è una versione molto fedele al prototipo di Bowmore che ci siamo formati nel corso degli anni. Il finish in sherry ha veramente solo accarezzato un malto che esibisce con fierezza la sua gioventù, forse addirittura accentuandola. In generale non ci è dispiaciuto e ne abbiamo apprezzato la grande pacatezza, pur in un contesto che ad alcuni potrebbe apparire fin troppo rilassato: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: MinaBum ahi! Che colpo di luna

Springbank ‘Calvados Wood’ (2000/2012, OB, 52,7%)

Venerdì e sabato a Milano ci sarà l’Alcoliche Alchimie Day: Monica Taddei celebrerà infatti il primo anno di vita del suo proteiforme locale, ex Cadenhead’s Whisky Bar, e per l’occasione offrirà in mescita tutti i suoi prodotti (vini, grappe, rum… e beh, whisky!, tutto Cadenhead’s, Springbank, Longrow, Arran, Tullibardine…) a un prezzo davvero contenuto… Ma non basta: sabato sarà presente l’importatore Beija Flor che presenterà i nuovi prodotti del suo portfolio, tra cui gli imbottigliamenti ufficiali di Glenglassaugh, Tomatin, i blended The Antiquary, il batch 8 di single cask di GlenDronach… Insomma, “tanta roba!”; noi saremo lì sabato pomeriggio, se vi farà piacere faremo quattro chiacchiere dietro a un paio di calici ben riempiti. Per prepararci, assaggiamo oggi uno Springbank ‘Calvados Wood’ di 12 anni, maturato per sei anni in botti refill-bourbon e altri sei in botti -appunto- di Calvados (cos’è? chiediamolo a Francesco!), dal colore paglierino chiaro.

sprob.2000N: le note caratteristiche della distilleria resistono a ogni legno: anche qui le punte ‘sporche’ (tipo uova, diciamo) resistono, assieme a un’accennata torbatura (fumighé). Tipica anche la nota agrumata (qui acuta e in versione ‘profumosa’: cedro, bergamotto); se pure protagonista assoluta è una gran pera, quasi cremosa, potremmo dire in purea – e la mela alla base del Calvados ritorna qui, sotto forma di polpa, grattugiata… Poi, non mancano cliché da bourbon (mandorla e vaniglia). Leggera spezia da legno.

P: parte con una sorpresa: l’affumicatura al palato è davvero molto intensa, certo più che al naso. Sulle prime una dolcezza cremosa di pera fa capolino, senza però poi dilatarsi, richiamata subito all’ordine da una legnosità severamente allappante. Anche l’agrumato si declina non zuccherino, limonoso (nocciolo di limone).

F: scorza di limone nel posacenere e pera. Al buio, questo finale potrebbe suggerire un Islay leggero, non troppo affumicato…

Temevamo un tripudio cafonal da wine-finish pluriennale, e invece, come scritto, potrebbe quasi sembrare un austero Islay in bourbon leggermente torbato. Una sorpresa piacevole, che decisamente ci lascia soddisfatti. Ce lo ribeviamo assieme dopodomani? Intanto, il gioco del voto non manca, 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Willis Earl BealToo dry to cry.