Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Glendronach 1990/2001 (Cadenhead’s, 57,9%)

Il primo malto del Tasting Facile di sabato pomeriggio era un single cask di Glendronach, imbottigliato nel 2001, quando la distilleria era chiusa (è rimasta silent tra il 1998 e il 2005). Si tratta di una singola botte refill-sherry, e – lo anticipiamo già – è stata la bottiglia meno apprezzata dai presenti: facile da prevedere, forse, vista la qualità del parterre…!

a0ni1iNiCFK6zgs1V-LOZnjy8bvkMT9wDHc7wvwFiVgN: nonostante la gradazione, non si nasconde, restando bello aromatico e svelando una certa maturità: il grande accordo tra botte e distillato trova un primo risultato in una pienezza più matura del previsto. Questo connubio unisce tante diverse sfumature di frutta, mai ruffiane: da note di frutta cotta (mela/prugna) a suggestioni eteree di frutti rossi (anzi: more, confettura di fragole); perfino arancia candita. Il malto, zuccherino e brioscioso, si accompagna a piacevolissime note di warehouse, di legno di botte, che ci pare a tratti dare note leggermente sporchine e tabaccose.

P: semplice ma intenso, ha la peculiarità di colpire in modo regolare, compatto, senza fiammate di sapore. Come al naso, attacca sullo zuccherino deciso e pesante, ma non eccessivo: qui le suggestioni sono di pesca sciroppata, zucchero di canna e caramello; ci pare di sentire frutta rossa un po’ in disparte, e invece ancora note di malto e legno, che ci rappresentiamo con una bella frutta secca (nocciola). Purtroppo sono presenti, avulsi da tutto ciò, anche pesanti ritorni alcolici che rovinano un quadretto altrimenti piacevole. L’acqua, da sconsigliarsi, sembra accentuare l’alcol e qualche sua connotazione vagamente metallica.

F: buccettina della mandorla. Amaro e maltosissimo.

Diciamolo senza scrupoli di sorta: il problema di questo Glendronach è il palato, lì l’alcol resta slegato dal resto, si sente molto più che al naso e l’acqua, invece di migliorare la situazione, la peggiora. Detto ciò, siamo di fronte a un whisky discreto, didattico, con un distillato più maturo della sua età grazie all’educato apporto di una botte per niente eccessiva, certo di buona qualità. Da annusare, soprattutto: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mogwai – Hardcore will never die, but you will.

Balblair 2001 (2011, OB, 46%)

Dopo il rebranding del 2007, la distilleria in funzione più antica delle Highlands scozzesi ha iniziato, con lo scoccar del nuovo millennio, a imbottigliare di anno in anno un 10 anni con l’indicazione dell’invecchiamento, una caratteristica questa che è oramai un vero e proprio must per Balblair. Oggi assaggiamo la seconda edizione di questa ‘serie’, una mignon comprata direttamente alla graziosa distilleria di Edderton.

Aug12-Balblair2001-1N: agrumi su tutto (cedro, succo di limone in particolare), con una coltre di lieviti, canditi, erba fresca a svelarne la prematura dipartita dalla botte. L’alcol si sente un po’, con note di acetone. Olio di mandorle. Vengono poi suggestioni fruttate (susine acerbe, mele gialle). Appena accennato, qualche sentore di crema e una punta di zenzero candito; è un naso molto pulito, senza increspature, eccezion fatta per quella marcata acidità di cui sopra.

P: semplice ma goloso. La cremosità si fa più evidente: torta al limone! gli agrumi del resto restano ancora grandi protagonisti. Non pensate a un’esplosione di dolcezza, per un palato che è invece abbastanza austero (erba, anche un po’ amara, e noccilo di limone), con note fruttate tutte sull’acidognolo. Piacevoli infine le punte piccantine e speziate (pepe, zenzero).

F: pulito e delicato, prevale l’amaro di mandorle e una maltosità erbacea e agrumata.

Di questo Balblair toccherà sottolineare certo l’ingenuità dovuta alla gioventù, soprattutto per un distilleria che pare raggiungere, a detta di molti, una certa complessità nella struttura solo dopo molti anni d’invecchiamento; tuttavia a stupire è invece la personalità del palato, con un corpo bello pieno, intenso nei suoi sapori, dove si sente la reattività discreta ma decisiva delle botti ex bourbon utilizzate. E non ci dispiace nemmeno il bilanciamento raggiunto tra acidità e dolcezza. Quindi, vai con un 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Boardwalk Empire OSTSome Of These Days

Glen Grant 1970 (2001, Samaroli, cask #1043, 45%)

Se siete delle persone per bene sapete che – a dispetto della percezione comune – Glen Grant è un malto che sa sedurre gli esperti; e, soprattutto, i Glen Grant di prima del primo aumento degli alambicchi (vale a dire, prima del 1973) sono particolarmente ambiti dai più esigenti connaisseurs del globo terracqueo. Siccome noi ce la meniamo un sacco, assaggiamo oggi un single cask (ex-sherry Oloroso) del 1970, di proprietà di Antonio Bleve, invecchiato per trentuno anni prima che Samaroli (o chi per lui) decidesse che sì, era arrivato il momento giusto per finire in bottiglia. Il colore è ramato scuro.

Schermata 2013-08-27 alle 16.44.06N: bello aperto e profondo, offre subito una sensazione di grande complessità. Ci stupisce una lieve nota ‘carnosa’/sulfurea ben integrata, però, con una trafila di dolcezze: mon cheri, frutta rossa sotto spirito, albicocche moooolto mature, cola, tamarindo in gran quantità. Resta un profilo ‘sporco’, di certo non dolciastro, con note di cuoio, vecchie scatole di legno, olive nere. Anche cannella e rabarbaro, a tratti. Di grande intensità, delicato e multiforme. Richiami di arancia candita e zucchero di canna. Cioccolato fuso; zucchero bruciato. Buonissimo.

P: un attacco sussurrato, con netta prevalenza di frutti rossi, in un contesto apparentemente ‘rarefatto’. Note ancora di tamarindo, di chinotto; particolare, decisamente, anche se è delicato, con escursioni tropicali; mix di frutta secca, avete presente? Cannella, liquirizia. Note erbacee, che donano vivacità: eucalipto. Cioccolato amaro (fave di cacao, meglio) e legno, verso il finale si fa leggermente allappante, con anche tracce, mai eccessive, di propoli e rabarbaro…

F: ciliegia e legno. Molto asciutto, ma lungo e persistente. Cannella, liquirizia, ancora chinotto.

Che maestro, questo Glen Grant… Messo in bottiglia all’ultimo momento utile, secondo noi (la sensazione è che le note erbacee/di propoli siano lì lì per prendersi tutto il palato, ma ancora un avamposto fruttato resiste), questo single cask ci affascina, ci offre in un bicchiere quel mondo perduto di ‘vecchi sherry’ di cui tanto sentiamo parlare i nostri amici vecc… ehm, esperti. Complimenti a Bleve e Samaroli, dunque, per la seleziona di una botte davvero di qualità molto alta. Costa quasi 500 euro, v’avvertiamo, siamo in piena zona luxury premium top dassògno etc.; ma ignorando questo dettaglio (e ricordando anzi che questa bottiglia era in degustazione gratuita per gli amici del forum lo scorso aprile…!) non possiamo dare meno di 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: John GrantGlacier.

Brora 19 yo (1982/2001, Chieftain’s, 46%)

Non sapremmo iniziare la settimana meglio di così: un Brora invecchiato 19 anni in due botti di sherry, imbottigliato nel 2001 da Ian MacLeod nella serie Chieftain’s. C’è bisogno di dire altro? Almeno una cosa, sì: se ancora a qualcuno fosse sfuggito, i Brora sono forse i nostri whisky preferiti… Quindi in effetti siamo un po’ sovreccitati; se vi siete dimenticati la storia della distilleria, potete rimettervi in pari qui oppure qui. Il colore è ambrato.

Schermata 2013-03-03 a 18.57.49N: la nota ‘sporca’ che tanto ci piace nei Brora (e che talvolta si descrive come una nota di “stalla”) qui non è coperta dallo sherry, ma emerge timida sotto forma di una curiosa nota di ‘soffritto’ e un che di lievemente ‘carnoso’… Una leggera nota di cera, sempre tenue, e un’affumicatura delicatissima, felpata, ma crescente col tempo. Nel contesto di un naso molto aperto, spiccano poi frutti molto, molto maturi (mele, albicocche); c’è un’intensa arancia matura, quasi caramellata (con note di zucchero di canna e una suggestione di melassa), oltre a una traccia biscottata molto buona. La parte liquorosa dello sherry è discreta, perfettamente integrata e tutta su marmellata di frutti rossi e fragole. E’ un naso molto caldo e molto ‘compatto’, con gli aromi tutti ravvicinati e in bella, costante evoluzione. Datteri? Pian piano, notate come sale d’intensità la torba, ancora nervosa. Che classe.

P: in parte ci sorprende, rispetto al naso: la zona più impura e cerosa va quasi estinguendosi, a tutto vantaggio di una componente fruttata incontenibile. L’effetto è di grande rotondità e morbidezza, con le due botti di sherry che si prendono la scena (con discrezione, non è mica uno sherry monster, eh). Qualche traccia di frutta rossa (ancora verso la marmellata), poi pacchi di arancia e un sacco di albicocca, prugne secche, perfino banana. La dolcezza è poi completata dal toffee (un’immagine agghiacciante: banoffee pie!). Anche tanta liquirizia, e un’affumicatura dolce, che ci ricorda molto quella del fumo di pipa. Noce moscata verso il finale.

F: ritorna un certo sapore di fieno caldo, forse di stalla; poi legno speziato (punte ancora di noce moscata), ancora caramello e un bel fruttato profondo e persistente. In sottofondo, ancora fumo di pipa.

In parte dissimile dai Brora più maturi che avevamo assaggiato finora, non perde un colpo sul fronte della gradevolezza e dell’eleganza complessive. Un whisky in definitiva molto complesso, fruttatissimo, che concede alle botti di sherry ma senza rinunciare a una maltosità leggermente affumicata davvero da panico. Un whisky complesso, rotondo, in evoluzione, intenso, affabile, elegante… Cosa potremmo volere di più? Anche se è un po’ meno Broresco rispetto a quel che ci attendevamo, il nostro giudizio sarà di 92/100, e non potremo mai ringraziare abbastanza Davide per l’omaggio. Serge non redige tasting notes, ma si limita a dare un voto qui.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad SeedsJubilee Street, dall’ultimo splendido album Push the sky away. Il video ufficiale è splendido, ma per vederlo dovete essere loggati su youtube… Intanto, godetevi la musica qui sotto.

Port Charlotte ‘PC6’ (2007, OB, 61,6%)

Quando è uscito questo PC6 noi eravamo degli alcolizz… ehm, degli appassionati di whisky alle prime armi, e un po’ alla cieca, come si fa quando si è agli inizi, ci siamo fatti sedurre e ne abbiamo comprato una bottiglia, che abbiamo tenuto lì per anni senza aprirla, portandole un rispetto quasi sacrale. Ormai la nostra boccia (che compare in una foto qui sopra, ogni tanto) è quasi finita, e abbiamo pensato fosse giusto tributarle il giusto omaggio, recensendola ‘ammòdino’, come si dice sull’Arno. Quindi: versione mediamente torbata di Bruichladdich, distillata nel 2001, invecchiata in botti di bourbon e di Madeira, imbottgliata nel 2007. Siamo su Islay, per chi si fosse distratto. Colore? Ambrato chiaro.

pclob-2001v1N: questi 61,6% richiedono una certa cautela… Appena si scioglie un po’, si sente tutta la sfrontatezza affumicata isolana (?), rivelando un malto davvero assertivo: un fumo di torba ancora nervoso e di crescente intensità (catrame) pare dimenarsi nel bicchiere, accanto a un’altrettanto esuberante dimensione zuccherina. Si distingue una dolcezza di canditi, di vaniglia, di pasticceria, che arrotonda e sfuma molto. Crostata di frutta, perfino, forse torta di cioccolato e pere (certamente in queste impressioni avrà influito l’invecchiamento parziale in Madeira…). Si riaffaccia un lato marino (alghe, iodio) assieme a note minerali. Pelle appena conciata, fantastico! Suona strano dirlo, lo sappiamo, ma è un aroma molto ben integrato nel contesto. Con acqua il panorama non muta molto: si apre soprattutto la dolcezza, alleviando un poco l’intensa affumicatura e virando su note quasi ‘vegetali’, d’orzo.

P: sbababàm! Babàm! Sberebèm! Impetuoso, esplosivo, devastante. Un candelotto di dinamite in gola: molto avvolgente, con una coltre di legna calda, liquirizia a vagonate, un tripudio di vaniglia… Ma non solo: la torba c’è, molto intensa ma delicata, ben integrata nel profilo complessivo; poi, una dolcezza composita (crostata di fragole; ha un che di molto marmellatoso, magari d’arancia… c’è un qualcosa di agrumato, anzi, sì: scorzette d’arancia). Con acqua, stavolta non si apre tanto la dolcezza quanto piuttosto una maggiore affumicatura, regalando anche qualche nota pepata, forse proprio di peperoncino.

F: liquirizia in-fi-ni-ta, poi cumuli di torba e fenoli. Forse è qui che il lato marino si svela ed esce più massiccio.

Bevendo i Port Charlotte, ufficiali e indipendenti, è sempre una sola la domanda: ma come diavolo fanno a essere così buoni essendo così giovani? Ed anche: assaggiandolo ‘blind’, scommetteremmo qualcosa su un whisky di soli sei anni? Colpisce davvero l’intensità degli aromi, comunque mai eccessivamente ‘ruffiani’; un ottimo prodotto, non c’è che dire, soliti complimenti a Jim McEwan per la sua ennesima creazione – Port Charlotte che, lo ricordiamo, ormai ha raggiunto i dieci anni e più… Questa bottiglia costava circa 80 euro, ora all’asta va a poco più di 200. Il nostro giudizio è di 88/100, mentre Serge la pensa così e Ruben così.

Sottofondo musicale consigliato: Dire StraitsLady writer.

Ardbeg 26 yo (1974/2001, Silver Seal, 46%)

Dopo aver bevuto, negli ultimi giorni, un paio di whisky di Silver Seal, decidiamo di concludere questo piccolo percorso tra la Scozia e il modenese con un ‘pezzo grosso’, ovvero un Ardbeg del 1974… Le aspettative sono alte, se è vero che questo vintage della  distilleria ha offerto agli amanti del malto pezzi di grandezza assoluta; basti pensare che ben 30 Ardbeg del ’74 superano i 90 punti su whiskyfun… 26 anni trascorsi in botte, solo 264 bottiglie: il colore è dorato.

ardbeg 1974N: incredibilmente “marittimo”: ci sono note di salamoia, di aria di mare, di porto inquinato (avete presente quando una vecchia barchetta a motore lascia il molo sgasando? ecco, più o meno…), di catrame. Nitidissime olive nere, anche bacon; ancora, chiare tracce di torba, proprio, che paiono molto più intense di un’affumicatura delicata, per essere un Ardbeg, e per nulla invasiva. Da un profilo così ingombrante, si emancipa a fatica un lato dolce, formato quasi solo da un profilo ‘bourbon’ vanigliatissimo; ci ricorda i marshmallow e i dolcetti di marzapane, con un tocco di scorzette di limone. Poco presente il legno, dopo 26 anni.

P: davvero non ci aspettavamo una tale cremosità in un palato che sostanzialmente ripete quanto offerto al naso: c’è sì il “mare torbato” di prima (acqua di mare, a tratti è molto salato, con anche una nota a metà tra floreale e medicinale; poi, torbatissimo e fenolico), ma il tutto è arrotondato da una cremosità dolce marcata. Alla vaniglia si accompagnano note tropicali (cocco, soprattutto, poi forse mango?) e ancora mandorle; anche una robusta liquirizia e un fantastico legno di botte.

F: ancora bacon abbrustolito, poi caffè, liquirizia, note sapide… lungo e persistente, molto Ardbeg.

Davanti a un whisky come questo, c’è davvero poco da dire: perfetto bilanciamento tra le varie anime (marinità, torba, dolcezza cremosa), grande intensità e ottima ‘esperienza complessiva’, nel senso che si beve bene e si gode. Simile all’altro Ardbeg del ’74 di Signatory che avevamo assaggiato tempo fa, per certi versi forse più semplice ma per contro un po’ più rotondo e con un palato più dolce. Concordiamo con quanto scrive Serge, ovvero che è un ottimo whisky, magari non di disarmante complessità, ma proprio buono: rispetto a lui, però, il nostro gusto ci impone di alzare di qualche punticino il giochino del voto, e quindi ecco un pieno 90/100. Una curiosità: annusando il bicchiere vuoto, ci viene in mente un bosco di conifere… Ok, forse ne abbiamo bevuto troppo.

Sottofondo musicale consigliato: Bobby WomackAcross 110th Street, ancora dalla colonna sonora di Jackie Brown.

Springbank ‘Rundlets & Kilderkins’ (2001/2012, OB, 49,4%)

Quest’anno la Springbank sta immettendo sul mercato diversi imbottigliamenti nuovi per tutte e tre le espressioni (Springbank, Longrow, Hazelburn); oggi eccoci alle prese con la più impronunciabile di queste ‘novità’, ovvero lo Springbank Rundlets & Kilderkins, dieci anni e due mesi di maturazione in botti piccole piccole, da circa 70 litri (ovvero appunto: Rundlets e Kilderkins, sì, si chiamano così, lamentatevi con gli Scozzesi). Come per il Laphroaig Quarter Cask, queste botti vengono utilizzate perché il whisky maturi più in fretta, in virtù del maggior contatto tra distillato e legno. Il colore è ramato.

N: senz’acqua, resta piuttosto chiuso, ma pian piano l’alcol lascia spazio a un ampio bouquet di aromi: si va dalla frutta sciroppata (pesche, ciliegie) a quella fresca (albicocca, melone maturo), dalla marmellata d’agrumi al profumo di pasta di mandorla. Uvetta, scorzetta di zenzero candito. Ha anche note ‘profumate’/floreali, che però stanno a metà con qualcosa di più minerale (salamoia?). L’acqua in effetti toglie alcol e aumenta la sensazione di affumicato, mentre apre alcune note quasi di carne, integrate a una dolcezza quasi stucchevole.

P:  senz’acqua, ancora pare un po’ troppo alcolico. Ha una evoluzione curiosa, perché l’attacco è sull’amaro (tra note vegetali e minerali, cioccolato nero, legno), poi si “svolge” verso una frutta potente (frutta cotta, marmellata d’arancia, albicocca… è tutta frutta ‘calda’) per poi richiudersi su note ancora minerali (quasi affumicate) e di pepe nero e zenzero. Interessante. L’acqua lo rende più gioviale e riconoscibile, con note intensissime di arancia matura, caramello, uvetta. Con acqua, il corpo è più cremoso, oleoso.

F: dopo la prima dolcezza, vira non verso l’amaro ma verso il minerale… Ricorda un po’ le radici di zenzero, sembra proprio lasciare in bocca un sapore di radice (o di legno umido?). Poi, caffè, tabacco, scorza d’arancia.

Curiosa interazione fra note minerali e una doclezza a tratti quasi eccessiva, stucchevole; non eccede però né nell’una né nell’altra direzione, riuscendo tipicamente Springbank. Ad ogni modo, si sente deciso l’effetto delle botti piccole, davvero molto molto attive. Un pelo d’acqua non guasta, avvertiamo. Il nostro giudizio è di 87/100, mentre Serge la pensa così e Ruben così.

Sottofondo musicale consigliato: Dropkick MurphysRose Tattoo, e un saluto a Luca e alla sua mentalità.

Port Charlotte 2001/2010 (Malts of Scotland, cask #967, 60,2%)

Come si sa, i Port Charlotte sono i torbati di casa Bruichladdich: anche se non torbati quanto gli Octomore, ovviamente. Gli imbottigliamenti ufficiali sono per ora sempre stati di ottima qualità, in attesa del primo 10 anni che arriverà probabilmente quest’autunno; ma è soprattutto tra i single cask imbottigliati da indipendenti che si trovano, qua e là, delle vere gemme. Noi avevamo assaggiato questo 7 anni e, se pur ridotto nella gradazione, era in effetti molto buono: oggi proviamo questo 9 anni, invecchiato in una botte di bourbon e messo in bottiglia dagli ottimi “crucchi” di Malts of Scotland. Il colore è paglierino chiaro.

N: senz’acqua: certo, non si può fa finta che i 60% non ci siano… Però, si staglia subito un perfetto profilo torbato in botti di quercia ammeregana: un dolce vanigliato davvero imponente, banana, marzapane; l’affumicatura è bella tosta (con il coté dei tipici aromi marini e torbati), ma è perfettamente integrata con il lato vanigliato. Liquirizia. Intense note profumate (borotalco?) e speziate (chiodi di garofano). Con acqua: si apre un lato acidulo, limonoso. Torta al limone. Note vegetali (fieno, fiori recisi?) ingenue ma nette.

P: wow. L’alcol si sente poco, esplode immediatamente il lato affumicato / torbato, di rara violenza. Asprino (limone, proprio), ma anche cremoso e molto dolce, vanigliato. Molto sfaccettato. Ancora liquirizia. Straordinaria intensità dei sapori. Con acqua, spet-ta-co-la-re: si esaltano tutte le caratteristiche di cui sopra; pasticceria, marzapane, perfino pepe nero… Serge è ossessionato dal mandarino (che noi non troviamo, se non dopo aver letto la sua recensione e quindi con l’intervento della suggestione…), e si chiede se diventerà il marchio di fabbrica dei Port Charlotte, quando saranno grandi: ai posteri l’alcolica sentenza.

F: ancora agrumi (limone, cedro); il lato marino, prima un po’ in sordina, esplode qui, lasciando le labbra salate.

Ci sono tutti i cliché di un buon Islay invecchiato in botti ex-bourbon, però portati a livello di eccellenza assoluta, sia in termini di intensità che di ‘qualità’ complessiva degli aromi. C’è l’acidulo, c’è la cenere, c’è una dolcezza cremosissima… Davvero fantastico. Il nostro giudizio è di 92/100: se pensate che una delle 220 bottiglie costava 65 euro… Qui le opinioni di Serge e qui quelle di Ruben.

Sottofondo musicale consigliato: Talking headsOnce in a lifetime, senza bisogno di altre parole.

Port Charlotte 7 yo “Baffo” (2001, whiskyauction.com, 46%)

Edoardo Giaccone

Dopo l’abbuffata di torbati di questa settimana, ci pare giusto concludere il tour de force con una postilla isolana: abbiamo scelto un Port Charlotte (versione torbata della distilleria Bruichladdich) imbottigliato nel 2009 da Thomas Kruger in memoria di un grande personaggio del whisky in Italia, Edoardo Giaccone, morto nel 1996. Giaccone (“Baffo”) tra le altre cose entrò nel Guinness dei primati per la collezione più ampia di whisky, collezione in parte oggi disponibile qui; sempre a proposito di collezionisti, Thomas Kruger altri non è che l’uomo che sta dietro al celebre sito d’aste online whiskyauction.com. I Port Charlotte, pur essendo tutti molto giovani (il più vecchio PC ufficiale in commercio è l’ormai introvabile PC9, di 9 anni appunto), hanno sempre recensioni molto alte: vediamo se anche questo porterà in alto il nome della Bruichladdich. Il colore è giallo paglierino chiaro.

N: wow! La torba e l’affumicatura sono robuste, ma si collocano molto bene al fianco di un’ampia gamma di aromi dolci: vaniglia, liquirizia, caffè (ok, oggi esageriamo: caffè dolce, anzi, fondo di tazzina di caffè zuccherato), ma anche una frutta tropicale (kiwi giallo? è un dolce molto caldo ma con note più asprine, quasi agrumate… l’ho detto che avremmo esgerato!) e limone. In più, le note iodate, marine, completano il profilo isolano. Molto buono.

P: bevibilissimo; grande equilibrio tra la dimensione marina, la dolcezza, l’affumicatura: subito ti colpisce il sale, poi si apre e sviluppa un dolce da bourbon (vaniglia, liquirizia in legnetti, meringhe) molto intenso e godibile. L’affumicatura in tutto ciò è decisa, ma in qualche modo contorna perfettamente il resto dei sapori.

F: limone e cenere. Labbra salate, dopo un po’. È un vero e proprio assalto, con costanti effluvi di legno affumicato. Lungo, persistente, delizioso.

Pur non essendo a gradazione piena (ed essendo per questo davvero bevibilissimo… fin troppo, forse!) i sapori sono tutti di grande intensità, anche se con il tempo tendono un po’ a sbiadire: va bevuto in fretta… È un whisky semplice ma molto coerente, perfetto così, armonioso dal naso al finale: colpisce la maturità a soli sette anni, ma pare essere una costante di questi nuovi Port Charlotte. Da leccarsi i baffi, per restare in tema. Il nostro giudizio è di 86/100, perde un punto solo per il fatto che dopo un po’ tende ad affievolire.

Sottofondo musicale consigliato: Rolling stonesMiss you, dall’album Some girls.