Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

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Bowmore 12 yo ‘Travel to Mars’ (2003/2015, Liquid Treasures, 49,6%)

Torniamo sull’imbottigliatore tedesco Liquid Treasures, che tempo fa ha avuto la bella (e, se vogliamo, mai troppo imitata) idea di inviarci alcuni campioni dei loro imbottigliamenti per sottoporli alla nostra inadeguata attenzione: oggi ci ha punto vaghezza d’assaggiare un Bowmore dodicenne ex-bourbon, e siccome siamo uomini del fare e non del ciarlare eccoci qui. Mentre la ghiera di metallo che richiude ermeticamente il tappo del sample si frantuma al gesto sicuro del blogger attento, con pronto il suo taccuino, l’asticella dell’occhiale severamente compressa tra i denti, pronta a sorreggere l’attenzione che sola può condurre alla serenità del giudizio, quell’unico rumore (cri-cric) richiama alla mente ogni altro sample stappato, e un catalogo infinito del passato e del possibile si squaderna. Sì, oggi non avevamo idee.

schermata-2016-09-23-alle-20-03-55N: atto primo, la torba, che in un whisky guidato dal distillato si staglia con brutale fierezza, invero inusuale per il delicato stile di Bowmore. È una torba ‘pesante’, sia con marcati accenti di terra ed erba macerata che con qualcosa di inorganico, da smog; e pur non essendo tra i Bowmore più marini, sarebbe da stolti non riconoscergli una certa brezza salina e iodata di fondo. E noi non siamo stolti. Acute note ‘acide’, di limoni e pompelmi. I 12 anni lo lasciano sospeso tra questi sentori di whisky isolano, giovane, con anche robuste note di malto (diremmo: di distilleria), e una personalità già più riccamente fruttata. E come trascurare la proverbiale tropicalità di Bowmore? Spiccano note di alchechengi, kiwi, maracuja.

P: rispetto al naso, invertiamo la narrazione (pardon, ristrutturiamo il paradigma dello storytelling): predomina una bella freschezza d’agrumi gialli (limone e pompelmo) e di frutta matura, ancora tendenzialmente tropicale. Un pizzico di vaniglia? La torba, ancora vegetale (erba bruciata) colpisce soprattutto in ingresso, mentre la marinità resta costante, fresca e ‘frizzantina’, spumosa.

F: lungo e persistente, torna la torba smoggosa e perdura il distillato, dolce e con le sue note agrumate e vagamente maltose.

Buono, relativamente semplice ma perfetto nel suo incarnare quanto ci si aspetta da Bowmore: malto, acqua di mare, fumo di torba, frutta tropicale e note agrumate. L’esperienza conferma che difficilmente si cade male acquistando un Bowmore del nuovo millennio: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Mars Volta – Intertiatic.

Balvenie ‘Islay Cask’ 17 yo (2003, OB, 43%)

Tutte le persone assennate devono amare Balvenie. Questa è una legge universale, ovviamente, quindi: che non si cerchi di discuterla. Tra oggi e venerdì mettiamo alla prova due ‘esperimenti’ di David Stewart, apparentemente discutibili (ma come, non avevamo appena stabilito che… bah): vale a dire, mettiamo un Balvenie di 17 anni a maturare per circa sei mesi in botti ex-Islay, belle torbatone, e vediamo che succede. Ne esistono due versioni che metteremo a confronto: la prima “Islay Cask”, la seconda (una volta mutato il disciplinare) “Peated Cask”. Per ossequioso rispetto nei confronti della linea del tempo, iniziamo da Islay Cask.

wb0112e627-9_im160803N: lo stile di Balvenie non si azzittisce neanche con la torba, e questo è chiaro fin da subito. A prevalere infatti sono scarichette di vaniglia, di banana (gelato alla?), ed anche delicati ma decisi sentori di erba fresca, di erica, di foglie. Il primo passaggio in bourbon è molto più evidente dell’ultimo in torbato (e a dirla tutta, forse predomina pure sullo spirito del distillato – che è uno spirito, quindi potremmo dire “sullo spirito dello spirito”). Mais dolce, crema. Lucido per legno. E la torba? Solo una lieve nuvola di smog, che vanisce sulle prime.

P: sorprende tutti con un colpo inatteso, da vero bomber: inaspettatamente si presenta davanti al portiere sotto una veste minerale, proprio cerosa, intensa; e questa nota persiste a lungo, accompagnando l’intera evoluzione del palato. Il lato spiccatamente bourbonoso del naso qui si inquadra così in una cornice più ampia, in cui gli opposti si impastano (era puro gusto per l’allitterazione, occhio: il verbo non ha senso): vaniglia contro erba fresca, cenere contro miele.

F: lungo, con un biscotto dolce ai cereali accompagnato e poi sovrastato da cera, cenere, torba.

Bella evoluzione. La dolcezza è un po’ troppo monolitica per gli standard screziati di Balvenie, ma se al naso questo poteva parere un limite vista l’assenza dell’atteso sparring partner, la torba, tra palato e finale gli equilibri cambiano ed è la botte isolana a prendere il sopravvento sul distillato. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Winstons – …on a dark cloud. Oh, suonano stasera al Magnolia, andateci!

Bruichladdich 11 yo (2003/2015, Milano Whisky Festival, 46%)

Abbiamo iniziato l’opera, pare brutto lasciarla in sospeso: dopo il Bruichladdich in bourbon, selezionato dal Milano Whisky Festival tramite Whiskybroker, assaggiamo oggi il fratello maggiore, un 11 anni ex-sherry imbottigliato al grado ridotto di 46%. Siccome non esistono immagini in rete di queste bottiglie (ci sentiamo anzi di suggerire ad Andrea e Giuseppe di rimpinguare coi loro imbottigliamenti, ormai tanti e prestigiosi, il database di whiskybase, perché le informazioni sulle loro bottiglie restino disponibili anche a distanza di tempo: il bello dei cataloghi è che sostituiscono la memoria per chi ne è privo come noi!), ‘rubiamo’ la foto dell’etichetta all’amico Giorgio di uischi.it.

bruichladdich-mwf-11y-2N: molto aperto ed espressivo. La botte di sherry è inconfondibile perché ha dato quelle tipiche note di cuoio, liquirizia, carruba, cioccolato ed erbe (ricorda quasi certi bitter)… Leggermente sulfureo, ma in modo positivo: arancia molto matura. Frutta cotta mista (prugne e mele). A dispetto dei descrittori, però, si presenta come molto fresco, pimpante, con anche venature di frutta fresca (fragolina?) e un malto ben cerealoso (fette biscottate?). Qui e là ci sembra di sentire un che di burroso e tostato (arachidi tostate: suggestione che forse dà conto anche di una certa salinità isolana, tipica di Bruichladdich).

P: la prima, folle immagine che ci folgora è di bacon innaffiato di sciroppo d’acero! Terminata questa reverie, rinsaviamo e riconosciamo tanta tanta liquirizia, cuoio ancora, arancia rossa succosa; in contemporanea, una dolcezza appiccicosa, molto grassa, come di zucchero di canna, di toffee e ancora frutta cotta (pesche ed albicocche quasi andate, molto mature). Un fil di fumo qui innegabile.

F: un guizzo maltato e sulfureo (cerini), su un tappeto di zucchero di canna.

Decisamente buono, privo di veri difetti, ha note sottilmente sulfuree al naso che donano profondità e complessità (sapete che ci piacciono i nasi ‘sporchi’) ad un profilo che invece, al palato, presenta una dolcezza pesante, greve, che non riesce però a zittire la mineralità torbosa del distillato. Mentre lo assaggiavamo, ci veniva in mente uno Springbank un po’ più pulito; questo già pare un complimento, e probabilmente tra i due imbottigliamenti del MWF 2015 ci orienteremmo su questo, che ci convince appena un poco di più. 86/100: trovateci un 10 anni così composito e… lo assaggeremo. Bravi, come sempre, Andrea e Giuseppe!

Sottofondo musicale consigliato: Smoke city – Underwater Love.

Bowmore 11 yo (1992/2003, High Spirits, 46%)

Il nostro personalissimo Feis Ile continua, e continua grazie a una delle bottiglie aperte nella scorsa degustazione “A tutta torba” che abbiamo tenuto all’Harp Pub, lo scorso giovedì. Ci spostiamo sulla costa orientale del Loch Indaal, quindi a Bowmore: assaggiamo un single cask i 11 anni selezionato e imbottigliato dal grande Nadi Fiori, quindi High Spirits, nel 2003. Peraltro, occhio alla combo Bowmore e Harp Pub, perché già sul forum corre voce di una degustazioncina che avrà luogo a fine giugno, e se questo è l’anno del bicentenario di Ardbeg e Laphroaig, il Bicentenary di Bowmore era nel 1979… Chi ha orecchie per intendere, intenda, e gli altri, come da prassi, in roulotte.

Schermata 2015-05-28 alle 17.52.13N: moderata alcolicità. Si presenta come abbastanza ‘nudo’, senza troppi fronzoli di botte, con note vegetali di erba falciata e olio di mandorle. Decisi richiami citrici (limone e cedro, canditi) vanno a braccetto con un’affumicatura leggera (smog) ma avvolgente. La nota marina (proprio acqua di mare) va decrescendo, lasciandosi assorbire dalla frutta. Col tempo emerge a tratti un lato più spiccatamente ‘dolce’, su marzapane, ananas e kiwi aspri, ma pare comunque prevalere un profilo da whisky seminudo, vegetal-maltoso.

P: il gusto è pieno e con una bella botta di sapore. Ancora molto citrico ma ben bilanciato da una componente dolce in risalita rispetto al naso (vaniglia, zucchero a velo, confetti). Ritroviamo poi, ancora ben in evidenza, quelle suggestioni erbose, che ce lo fanno apparire molto giovane e austero. L’affumicatura, gentile, vira sul bruciato. Leggermente salino.

F: ritorna marcatamente erboso. Retrogusto pulito con un sottofondo bruciacchiato persistente.

Durante la degustazione di giovedì, questo ha vinto il “premio rivelazione”: nudo è nudo, e proprio per questo mantiene una spontaneità di sapori non intaccata dalla volgarità del legno. Non è forse un whisky di complessità strabiliante (peccato che le note più isolane tendano a farsi da parte nell’evoluzione nel bicchiere), ma di certo è estremamente beverino e il palato regala un’intensità molto persuasiva. 83/100, avanti un altro.

Sottofondo musicale consigliato: Samuele Bersani, Pacifico – Le storie che non conosci.

Glenlivet 1983/2003 ‘Cellar Collection’ (OB, 46%)

La serie “Cellar Collection”di Glenlivet , nata nel 2001, prevede imbottigliamenti di qualità generalmente molto alta: nella nostra mente rimane impresso molto nitidamente quel Cellar del ’72 assaggiato al Milano Whisky Festival del 2012, una piccola gemma, un tripudio di ‘glenlivetismo’. Oggi assaggiamo il più giovane malto entrato a far parte della serie, ovvero un vent’anni (1983/2003) caratterizzato da un invecchiamento peculiare: parte sherry e parte bourbon, il tutto miscelato e maturato per tre anni in botti di legno francese (french limousine oak). Come sarà il risultato?

11839N: spicca subito l’anima della distilleria, con intense note tropicali e di albicocca; spumeggianti si rivelano anche suggestioni latamente fruttate, diciamo di confetture varie (fragola pare dominante). Nel complesso è molto ‘odoroso’, molto aromatico, se pure non di grande complessità: c’è la cara vaniglia, ci sono sfumature di noccioline (in generale, frutta secca in abbondanza); dopo un po’ siamo cullati da una crema al limone molto gradevole. Il tutto è come racchiuso da un costante profumo di legno umido, impregnato di whisky, insomma: di warehouse.

P: molto più dolce e cremoso, e molto più smaccatamente tale: prevalgono sentori di caramello, di vaniglia, di cioccolato bianco. Poi, ancora confetture varie (diremmo albicocca, che ritorna anche come albicocca disidratata); gli manca un po’ di grip a livello di corpo, forse, chissà a cosa si deve la scelta di una gradazione così bassa (quasi tutti gli altri Cellar sono imbottigliati cask strength, se pure – talora – il tempo è intervenuto a levigare). Frutta gialla, mandorla.

F: molto discreto e maltoso. Brioche con confettura d’albicocca, frutta secca.

Stereotypical Glenlivet, diremmo, senza grande presa però; non ci ha rubato il cuore, altre espressioni sono decisamente più intriganti (basti pensare all’incetta di premi fatta all’ultimo Milano Whisky Festival…). Il terzo legno francese non aggiunge né rovina, pare, e il risultato è a nostro giudizio un buon whisky che però non sboccia mai. 85/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Paris ComboFibre de Verre.

Port Charlotte Valinch ‘Prediction’ (2003/2012, OB, 63,5% – 50 cl)

Squagliandoci sotto al sole, abbiamo pensato che il modo migliore per finire al pronto soccorso fosse tracannarsi un bel torbatone a più di 60 gradi: non abbiamo tutti i torti, vero? Assaggiamo un Port Charlotte della serie ‘Valinch’, ovvero le edizioni limitate (e ricercatissime in asta) di Bruichladdich; nello specifico, ecco la versione Prediction, che in qualche modo voleva anticipare l’uscita del PC10. Si tratta di un whisky maturato in bourbon per nove anni e finito per sei mesi in botti di Chateau Latour, che per chi non lo sapesse è uno di quei vini francesi costosissimi (e che si tratti di una cialtronata colossale, proprio roba da francesi, si capisce dando un’occhiata al sito [ndr: francesi, stiamo a scherza’, suvvia]).

33083-largeN: 63° e non sentirli: apertissimo. Port Charlotte, ciao, sei tu: rispetto ad altri OB assaggiati, ancora più giovani, questo – almeno cask strength, e forse per il finish – risulta più naked, nel senso che pare decisamente meno ‘cremoso’. Spiccano note di salsa BBQ; è piuttosto vegetale e marino, per ora sembra che il vino non abbia ‘arrotondato’ né coperto (ebbràvo Jim). Note di salamoia, di torba, di eucalipto. Dicevamo meno cremoso, sì, ma col tempo emergono note bourbonesque (whiskyfacile: creiamo neologismi dal 1983). Buccia di limone. Vediamo con acqua… Agrume più nitido; la componente vinosa è più intellegibile. Anche spezie più distinte (chiodi di garofano).

P: 63° e sentirli tutti. Presenta la solita mostruosa intensità di Port Charlotte, a partire da un tappetone di torba e affumicatura acre; però ci pare forse eccedere in rudezza, perché queste note non sono mitigate da una spiccata dolcezza, ma anzi restano punte vegetali, di inchiostro (dev’essere il vino), oltre a una legnosità davvero hardcore. Liquirizia; ancora note mentolate. Ancora, il vino pare seccare più che arrotondare. L’acqua allevia l’impatto alcolico: è più vanigliato e zuccherino, ma non cambia radicalmente.

F: fieno e torba e inchiostro e acqua di mare. Lungo e molto persistente.

Ci eravamo abituati a giovani Port Charlotte in grado di mascherare la propria età: a questo non riesce lo stesso miracolo, anche se la straordinaria intensità lo salva da una bocciatura. In ogni caso, non ci pare di grande complessità né particolarmente entusiasmante; insomma, non è il PC che ci sconfinfera, ed anzi forse è il primo a non persuaderci del tutto, ma il suo 84/100 se lo guadagna con merito. Si trova attorno ai 200 euro, ma okkio: la bottiglia è da 50 cl.

Sottofondo musicale consigliato: Marilyn MansonThe Beautiful People.

Lagavulin Distiller’s Edition (1987/2003, OB, 43%)

La serie ‘Distiller’s edition’ di Diageo è caratterizzata dalle versioni base dei Classic Malts affinate in qualcosa (sherry, generalmente) per qualche tempo. Il Lagavulin non fa eccezione, e quindi si tratta di un 16 anni finito per alcuni mesi in botti di sherry Pedro Ximenez: in passato non siamo rimasti particolarmente colpiti da altre D.E., ma vogliamo mettere alla prova anche i Lagavulin, che notoriamente sono difficili da ‘rovinare’. Questa è la seconda versione, imbottigliata nel 2003; il colore è ambrato scuro.

lagavulin-1987-pedro-ximenez-finish-distillers-edition-main_image-250N: l’affinamento in sherry è palese, e che si tratti di Pedro Ximenez lo è (quasi) altrettanto: quella nota tipo ‘succo di pomodoro / worchester sauce’ tipica (almeno a nostro naso) del PX qui si trasfigura, a contatto con la torba massiccia di Lagavulin, in qualcosa di curioso, a metà tra il cuoio e una suggestione intensa ma astratta di verdure cotte (soffritto, sedano). L’affumicatura resta un po’ sepolta, ma vivace: la liquirizia invece è bella presente, insieme a robuste dosi di legno di botte. Il profilo, che ora non è un mostro di complessità, è completato da un po’ di frutti rossi, il cui nitore è blandito da qualche richiamo salato e marino. Cannella.

P: l’anima Lagavulin è salva, anche se solo per un pelo. L’attacco è di intensa dolcezza (liquirizia, confettura bruciacchiata, caramello), poi caffè, cannella. Tè affumicato. Emergono poi note marine ed affumicate (pesce grigliato); bacon. Annotiamo l’assenza di frutti rossi, forse coerentemente col tipo di sherry. Fichi secchi.

F: domina l’amaro del legno, poi ancora caffè, bacon, note salate.

Effettivamente, non male. A nostra opinione, è la migliore versione della serie Distiller’s Edition: Lagavulin non si lascia far violenza neppure dallo stucchevolissimo Pedro Ximenez. La battaglia tra opposti, per quanto serrata e al limite del regolamentare, la vince la distilleria, e il nostro giudizio sarà di 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Zombies – Time of the season.

Mortlach 12 yo (1990/2003, Hart Brothers’ Finest Collection, 46%)

Della distilleria Mortlach vi abbiamo già parlato: la prima bottiglia che abbiamo acquistato, qualche anno fa, era proprio un Mortlach 16 anni Flora e Fauna (la nostra prima recensione, è quasi un momento romantico…). Allo Spirit of Scotland, Pino Perrone de L’Emporio del Gusto (negozio romano di via Chiabrera) aveva aperto in degustazione un imbottigliamento del 2003 della serie Finest Collection di Hart Brothers, e davanti ai nostri occhi spalancati ha avuto cuore di omaggiarci d’un sample. Grazie Pino! I fratelli Hart, dopo aver variamente lavorato nell’ambito del whisky, dalla fine degli anni ’80 imbottigliano proprie selezioni, spesso molto quotate. Il nostro Mortlach di oggi ha un bel colore ramato.

N: sherry! Come spesso accade coi Mortlach (per la gioia di Jim Murray), ci sono note tra il sulfureo e il carnoso, ma ben integrate. Arancia fin troppo matura. Frutta cotta (mele, poi uvetta, prugne…), poi cuoio (quello delle scarpe appena lucidate?), tabacco da pipa. È un naso da sherry “greve”, non c’è nulla di fresco: tutto quel che ci troviamo o è cotto o è fermentato. Strudel, ma senza cannella. Punte di rabarbaro (a tratti è un po’ “amaro”, per quanto siamo al naso…). Buono, comunque, sfaccettato, lascia buone aspettative per il palato.

P: in perfetto stile Mortlach, ci sono note di dado, che sviluppano in bocca il lato sulfureo / carnoso del naso. Frutta rossa dolce (fragola), ma anche, in verità, mela, arancia, forse perfino albicocca matura? Bello vinoso e cremoso, al palato, tutto con buona intensità. Caramello molto dolce. Qualche goccia d’acqua darà ampiezza alla frutta rossa e allo sherry.

F: caramello, sherry, qualche nota nocciolata. Abbastanza persistente. Note di propoli?

Un punticino in più per l’inconfondibilità della distilleria, e un complimento ai fratelli Hart (o chi per loro, insomma) per la selezione: non è uno sherry monster, ma sviluppa al meglio e con eleganza l’interazione tra la botte e un distillato ‘forte’. Il nostro giudizio sarà dunque di 86/100, qui l’opinione di Serge.

Sottofondo musicale consigliato: Gotan project Criminal.