Millburn 20 yo (1983/2004, Private Cellar, 43%)

Millburn: blast from the past

La degustazione SCOTCH MISSED dello scorso 15 giugno è stata l’occasione per assaggiare finalmente un Millburn: malto raro quanto mai, se controllate su whiskybase troverete solo un centinaio di imbottigliamenti… E tutti ormai vecchiotti e introvabili, purtroppo. Millburn è stata la più longeva delle distillerie di Inverness, attiva tra l’inizio dell’Ottocento e il 1985, vittima della crisi di quel decennio come tante altre. Piccolissima, solo due alambicchi fin dalla sua fondazione, ha patito proprio la sua dimensione urbana: inespandibile, chiusa in un sandwich tra il fiume e una collina, Diageo ha preferito chiuderla e venderla. Ora quel che rimane è un po’ un ristorante, un po’ un budget hotel. Per fortuna che Tomislav ci ha messo a disposizione questa bottiglia, un 20 anni di Private Cellar – e ora ce lo ribeviamo con calma.

N: uh, com’è particolare! Molto interessante, un profilo inusuale e molto sfidante. La prima cosa che ci colpisce è una dimensione ‘sporca’, al limite del sulfureo positivo, con un lato quasi ‘meaty’, con un cenno di ragù à la Mortlach, e metallico, ferroso, con arancia quasi andata. Arancia che per il resto è onnipresente anche nel versante più setoso e fruttato: arancia candita, poi tamarindo fresco e pesche sciroppate, sfiorando la frutta tropicale ma senza forse raggiungerla mai pienamente. Un senso di chinotto / cola, arriva quasi al dattero: immaginiamo un succo di dattero, possibile?

P: la parte torbata, che al naso quasi non si percepiva, qui diventa molto evidente, donando un ulteriore strato minerale di complessità, con una deliziosa patina felpata di cera (e di stoppino di candela spento) che prende il posto del sulfureo meaty e variegato del naso. Anche se è a 43%, è molto oleoso, con un bel corpo ‘vivace’, eppure si mantiene molto fresco, molto pimpante: la componente fruttata è ancora di arancia, agrumi dolci e pesca matura, poi anche mango, e accanto a ciò c’è pure una dolcezza quasi di marshmallow. Il palato è straordinario.

F: il finale è medio-lungo, non urlato, ma con una prima frutta suadente tra la pesca e il mango e una torba minerale e acre, ancora più elegante, ancora con cera e stoppino di candela.

È veramente ottimo: è davvero un whisky con un profilo come non ce ne sono più, e con una personalità francamente incredibile. Assaggiato durante la degustazione, in mezzo a diversi gradi pieni, sembrava ‘solo’ strano e molto particolare, ma forse restava un po’ penalizzato: ribevuto così, con la dovuta calma, lo riconosciamo come qualcosa di eccezionale. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve Miller Band – Fly Like An Eagle.

Caol Ila 13 yo (2004/2018, Gordon&MacPhail, 45%)

Siamo pigri quest’oggi, e ci limitiamo al compitino: ecco le nostre non richieste opinioni su un Caol Ila di 13 anni, maturato per i primi dieci in botti ex-bourbon e poi finiti in Hermitage (un pregiato vino della valle del Rodano). Imbottigliato a 45%, è parte della nuova versione della storica serie Connoisseur’s Choice di Gordon & MacPhail, che da qualche mese ha goduto di un restyling: e le bottiglie, diciamolo francamente, sono proprio molto belle. Ma ci accontentiamo forse dell’involucro? Non sia mai!

N: molto piacevole, nonostante la vinosità sia certo evidente… Corrado ci regala una suggestione definitiva: ricorda il sugo dell’arrosto di maiale fatto con vino rosso (con note di carote, di bacon, di braci, di grasso). In effetti l’apporto del legno è evidente, ma non va a sovrastare del tutto il “profumo di whisky”, se vogliamo. Arancia rossa, forse perfino in macerazione. Risotto alla milanese (c’è una zafferanata…)

P: la presenza del vino è immediatamente percepibile soprattutto perché allappa. Detto ciò, è molto dolciastro: accanto alla torba e al suo fumo intenso (di brace, poco acre) si sviluppano note di caramello, di prugna cotta. Una nota di inchiostro e ancora arrosto. Un che di sulfureo…

F: lungo, intenso nella torba bruciata e nella frutta cotta. Sentori sulfurei.

Sapete che quando troviamo torbati con passaggi in barili ex-vino ci si drizzano subito le antenne della diffidenza e partiamo consapevolmente prevenuti. E dunque, non nascondendo i nostri pregiudizi, diciamo che poteva essere una tragedia e invece è ‘solo’ un esperimento un po’ freak, comunque da provare… Come si sarà capito dalla recensione, non è un whisky morbido, docile, fatto di tinte sfumate: è anzi un mostro di sapori intensi, decisi, spinti in ogni direzione, sia verso la dolcezza allappante del legno sia verso le braci e la torba. Insomma, se non possiamo dirci pienamente sedotti, certo apprezziamo l’estro e la volontà di non fare prigionieri, e spariamo un convinto 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – Yassassin.

‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.

GlenDronach 2004 (2016, OB for Beija Flor & Whiskyclub.it, 51,1%)

schermata-2016-11-11-alle-11-49-59GlenDronach è da molti considerata una delle migliori realtà nel mondo dei produttori di whisky di malto scozzese: ne abbiamo bevuti tanti, ne abbiamo parlato a lungo, non ci ripeteremo. Voi di certo sapete che la peculiarità della distilleria, soprattutto negli ultimi anni, è l’ottimo lavoro con le botti ex-sherry. Oggi assaggiamo un single cask ex-Pedro Ximenez, selezionato da un panel di soci di whiskyclub.it per il club stesso, ovviamente, e per l’importatore italiano Beija-Flor. Ne parliamo oggi anche perché questa domenica daremo una mano a Claudio e Davide di whiskyclub.it al whiskyday, organizzato da Bartender: sarà l’occasione per chiacchierare con professionisti e per proporre la Guida completa al whisky di malto di Micheal Jackson, appena pubblicata per LSWR con lo zampino proprio di Claudio Riva ed anche il ruinoso apporto dei vostri amati blogger: noi.

glendronach_12_2004_1-570x572N: l’alcol sta a zero, in un’atmosfera esplosiva e di grande cremosità. Davvero carico, da sbattere direttamente sulla tavola di Natale: noce pekan, pandoro, banana matura, cioccolato al latte e toffee. La frutta rossa arriva in un secondo momento, con delle belle zaffate di ciliegia e uvetta. Tisana arancia e cannella. Che ricchezza!

P: corpo pieno, molto saporito. Ripartiamo da dove avevamo finito, perché qui le arance sono davvero sugli scudi, dolci e fresche ma anche in marmellata. E poi, in grande coerenza col naso, ritroviamo uvetta, panettone, cioccolato al latte. Torta di carote. Insomma, tanta dolcezza invade la bocca, con un senso finanche burroso (da pasticceria, scrive gentaglia che di dolci se ne intende), che noi sintetizziamo nuovamente in una noce pekan.

F: …e questo senso di burrosità zuccherata accompagna a lungo, con ancora pesanti note di arancia.

Difetti? Neanche a parlarne, a meno che il fascino non sia un difetto. Intensità e gradevolezza? Pazzesche. Molti single casks ex- Pedro Ximenez esibiscono muscolari note dolciarie, molto rotonde e ruffiane, da dentro o fuori, e questa selezione certo non fa eccezione: i più golosi impazziscono dunque, noi riconosciamo la qualità ma forse, alla fine della cena natalizia, ci limiteremmo a un paio dram. Oddio, forse tre o quattro… Insomma, se ci invitate a casa e avete questa bottiglia aperta, ve la finiamo comunque. E dunque la valutazione non schizza, ma la goduria resta: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Walter Wanderley – Summer Samba (So Nice).

Laphroaig 16 yo (1987/2004, Silver Seal, 46%)

Non possiamo esimerci dal bere un secondo Laphroaig, non siete d’accordo? Dopo l’ottimo quattordicenne di Hidden Spirits, oggi tocca a un sedicenne di Silver Seal: si tratta di un imbottigliamento ormai storico, un distillato del 1987 messo in bottiglia nel 2004 dopo anni trascorsi in una botte ex-sherry. La selezione è opera di Ernesto ‘Rino’ Mainardi, celebrato da molti (e da molti autorevoli appassionati, non da cialtroni come noi) come uno dei migliori nasi italiani, se non il migliore. Noi abbiamo potuto mettere le mani su uno dei 770 esemplari di una boccia del genere, ormai esaurita dovunque (e dove lo trovate un Laphroaig in sherry oggidì?, ditecelo, forza) perché era compresa nel pacchetto “Socio Conoscitore 2015” di Whiskyclub.it – una ragione in più per aderire al Club! Il colore è ramato pieno.

laphroaig_silver_seal_16_1987N: impossibile non partire da un lato fruttato, raramente così clamoroso: frutti rossi e neri (lamponi, fragole, more e mirtilli) intensissimi, succosi e iperzuccherini, che arrivano a ricordare le Fruit Joy scure, alle more, e in generale concentrati di frutti di bosco (forse soprattutto more e mirtilli). Prima ancora della torba, arrivano intense suggestioni di eucalipto, di tè, poi di tabacco da pipa; mare e medicine, grandi classici di Laphroaig, rimangono un po’ in disparte, anche se la torba ovviamente si fa sentire dando ulteriore sostanza… Un lieve senso di zolfanelli, di fiammiferi, con un lato sulfureo a dare un ulteriore strato.

P: all’attacco sembra mansueto, complice la gradazione ridotta; ma si tratta di un’impressione destinata a svanire molto presto. Come sopra, propone un tripudio di frutti rossi (ciliegia e lampone) che, però, forse sono soprattutto neri (more e mirtilli in gran spolvero). Arancia rossa matura, ancora a simulare un che di sulfureo, e tabacco da pipa; solo un cenno di tè affumicato (Lapsang Souchong). In aumento, qui, c’è il lato isolano, soprattutto con l’acqua di mare che riemerge, con note sapide e intense; ancora, la torba (più vegetale che fumosa – solo un qualcosa di bruciato) è parzialmente mitigata.

F: lungo e molto, molto persistente: colpisce la resistenza della frutta, dolce e davvero intensa; poi, labbra salate e fumo acre, di torba, infinito.

Come amiamo dire spesso, certi Laphroaig in sherry riescono a realizzare il miracolo di un perfetto equilibrio tra due mondi (torba e sherry, appunto) apparentemente distantissimi… E questo è senz’altro uno di quei “certi”. Rinnova il miracolo dello stupore primordiale il riconoscere un Laphroaig a grado ridotto intensissimo, certo, ma tutto giocato su sfumature setose, sulle molteplici nuance che la combo botte e distillato riesce a produrre. Capolavoro d’estate. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Il dottor Funky.

Glenrothes 11 yo (2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%)

Quando Matteo Zampini ci ha proposto questo Glenrothes allo scorso Milano Whisky Festival, l’abbiamo guardato perplessi: sei troppo entusiasta, non ci caschiamo, stai cercando di rifilarci un pacco. Dopo qualche mese, scopriamo se di pacco trattasi o no: single cask ex-sherry, come rivela il colore senza lasciar dubbi, di Glenrothes, distilleria del cuore dello Speyside molto amata da grandi e piccini, celebre per le note di frutta secca che caratterizzano gli imbottigliamenti ufficiali. Selezione e imbottigliamento a cura di Hepburn’s Choice, marchio di Hunter Laing.

glenrothes-11-year-old-2004-bottled-2015-hepburns-choice-langside-whiskyN: molto carico, molto aperto, molto odoroso: l’apporto dello sherry è totalizzante, ma per fortuna la copertura è di ottima qualità. Si tratta di uno sherried pesante ma fresco, se la cosa ha un senso per altri oltre che per noi: ha note intensamente fruttate (di uvetta e ciliegia sotto spirito, soprattutto), abbinate a intensissime zaffate di cola e chinotto. Un pit di cioccolato, forse di vaniglia; fichi secchi, grassi e oleosi. Un po’ di ‘legno intriso’, da warehouse; liquirizia. Quei mix di caramelle gommose alla liquirizia ripiene… Un filo di noce moscata, lieve ma costante, chiude un seducente profilo da sherry iper-ruffiano.

P: poco alcolico e, come prevedibile dato il naso, veramente straripante in intensità. È senz’altro più ‘scuro’ qui, con note di tabacco, di cioccolato amaro; la frutta resta molto pesante e fresca al contempo, frutti rossi macerati nell’alcol (una ciliegia devastante); anche la crema malaga emerge… Suggestioni di frutta secca (nocciola). Ancora cola e chinotto, mentre le spezie del legno retrocedono un po’.

F: lungo ma non lunghissimo, è tutto giocato su un balletto di ciliegia, chinotto e cioccolato.

Ottima botte: molto buono, davvero, grande intensità, bevuta piacevole, discreta complessità. Una lezione di sherry cask, oltretutto tenuta ad un prezzo più che ragionevole, circa 55€ (tant’è che ne abbiamo comprate due bottiglie, nel frattempo). Insomma, Matteo: non stavi cercando di truffarci, dobbiamo esserti riconoscenti… 88/100 è il giudizio trasposto in cifra. Bene bene.

Sottofondo musicale consigliato: Velvet revolver – Slither.

Talisker 25 yo (2004, OB, 57,8%)

A partire dal 2001 Talisker ha inserito nel core range un imbottigliamento di ben 25 anni, saltando qualche annata e in edizione ovviamente limitata e numerata. Noi ci siamo impossessati dell’imbottigliamento uscito nel 2004, oramai lontanuccio nel tempo e di difficile reperibiltà, ma a onor del vero con un numero di esemplari molto ampio rispetto ad altre annate, con ben 21 mila bottiglie rilasciate. Il vatting è composto da botti refill sherry e noi si muore dalla voglia di assaggiarlo.

talob.25yoN: pochi preamboli e zero fronzoli: un Talisker forgiato nelle dure rocce di Skye. Dopo un quarto di secolo è ancora tagliente, con una torba vegetale, aggressiva, con un misto di marino e catramoso acre. E pure pepato. Insomma, Talisker nel suo miglior abito. Ah, dimenticavamo di rilevare come l’alcol magicamente quasi non si senta. Col tempo, a sorpresa, si apre anche un lato dolce molto profondo e variegato, su suggestioni di marzapane, frutta rossa e soprattutto di liquirizia. Continua a evolvere nel bicchiere, è esaltante e difficile. Bastano poche gocce d’acqua per renderlo più ruffiano, più zuccherino e vanigliato.

P: che esplosione! Legno e liquirizia fanno da collante universale per un palato che mantiene splendidamente la dicotomia del naso. Non c’è conflitto tra pepe e frutta gialla, tra marinità pesciosa e agrumi (qui ben più presenti che al naso); insiste poi una torba acre, vegetale e fumosa davvero eccellente. L’acqua lo rende pure farmy, con note di cera spaventose e una dolcezza se possibile ancora più esaltante.

F: molto Talisker qui: secco, torboso, pepatino, ma senza perdere la dolcezza vanigliosa di cui sopra. Liquirizia, ancora, e cenere.

Tempo addietro avevamo recensito il 25 anni imbottigliato nel 2008, trovandolo ottimo e di grande complessità. Questo suo parente stretto ci è sembrato altrettanto sfaccettato, anche se un po’ differente per suggestioni organolettiche, ma soprattutto ci è parso superiore in quanto a intensità e qualità complessiva dei sapori: una vero inno alla pienezza, un’esperienza travolgente, insomma. Siamo di fronte al miglior Talisker che ci sia mai capitato di assaggiare e lo omaggiamo dunque con un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edeka (feat. Friedrich Liechtenstein)Supergeil

 

Rosebank 22 yo (1981/2004, ‘Rare Malts’, OB, 61,1%)

Dopo un Festival fantastico, e dopo una seratina niente male passata con alcuni amici all’inaugurazione del Club 1909 di Milano (ne riparleremo… ma intanto, tenete d’occhio il sito e le degustazioni che organizzeranno) continuiamo a trattarci bene, e assaggiamo una perla rara di una distilleria chiusa delle Lowlands: parliamo di Rosebank, e parliamo dell’ultima versione ufficiale uscita nella serie dei “Rare Malts”. Dorato chiaro è il colore di un malto imbottigliato alla gradazione monstre di 61,1%.

Schermata 2013-11-13 alle 18.26.34N: l’alcol c’è, ma non trattiene, non pare chiudere: sembra essere lontano chilometri da un profilo di Rosebank ‘nudo’, con un invecchiamento che ha prodotto tante variazioni su un tema: il malto. Partiamo da qui allora, da un malto ‘profumoso’, delicato come solo Rosebank sa essere: note di tè, poi c’è una bella componente fruttata, con le consuete punte agrumate ‘acidine’ (limone, pompelmo); ma c’è anche tanto altro: un nerbo di frutta gialla (mela, confettura d’albicocca, tutto delicato), poi punte briosciose. Col tempo, tende a mutare continuamente, ossigenandosi. Ancora una volta, riesce il miracolo di Rosebank: è succoso ma al contempo si conferma un profilo secco, erboso e ‘composto’. Miracolo!, ad aggiungere complessità, qualche spezia legnosa e un po’ di frutta secca.

P: la stessa alternanza rilevata al naso tra secchezza e succosità si ripete, in modo ancora più netto: l’ingresso è infatti una vera carrellata di frutta (mela, pompelmo, a tratta suggestioni quasi tropicali), che lascerebbe pensare a un crescendo fatto di lingue di sapore. Invece, a sorpresa, il whisky sembra addomesticarsi in bocca, facendosi secco, quasi evaporando in una maltosa amarognolignità. E dopo questa fuga immaginifica e neologistica, il silenzio. Anzi no: mandorle amare, legno, frutta secca. Sempre più amaro, soprattutto con acqua (che, a dispetto dei 61%, non consigliamo). I più arditi rileveranno anche un po’ di formaggio dolce (emmenthal).

F: media lunghezza, in pieno stile Lowlands, a base di malto erboso – che pare ripulire la bocca, per passare a un nuovo dram.

Questa curva juicy – austero ti illude che questo whisky possa contenere infiniti mondi possibili; in verità, la bilancia del reale pende decisamente dalla parte dell’amarognolignità, che è la nostra nuova parola preferita. Non esiste? Vero, ma anche questo whisky è difficile da trovare, e quindi. Il voto sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FoalsBlack Gold // Track 8

Balvenie 30 yo (2004, OB, 47,3%)

Whisky Facile raddoppia per il ‘fuori tutto’ agostano e dopo il Balvenie 15 si procede così col gioiellino di sei lustri. Questa versione è stata rilasciata nel 2004 ma l’imbottigliamento è entrato oramai a far parte del core range di Balvenie. Noi l’avevamo assaggiato nel tasting di distilleria, in una piovigginosa giornata così dannatamente scozzese; le impressioni erano state otttime, oggi ci tocca di mettere il timbro ai nostri ricordi. Il colore è ambrato pieno.

the_balvenie_30N: naturalmente molto aperto, naturalmente molto complesso, è in corso una gran festa di marmellata di fragole, uva americana, ciliegie. Frutta secca, con un legno bello aromatico e la solita deliziosa impronta del malto Balvenie. Unitamente, ci pare di sentire una fortissima nota di cera, cera d’api, che davvero lascia a naso aperto…Anche frutta disidratata (albicocca, uvetta, fichi secchi). Suggestioni oniriche di zuppa inglese e crema di marroni.

P: un palato molto morbido, senza picchi in intensità, ma che eleganza, che qualità. Frutta rossa e frutta secca sono come fuse assieme, in un bilanciamento perfetto. Di primo acchito però monopolizza l’attenzione una dirompente cera mielosa. Non è dolcissimo e paragonandolo al 15 anni del 2012 è sia meno esplosivo che meno dolce, meno immediato. Crema pasticciera, con tracce di vaniglia, ancora frutta secca tostata; una nota di rabarbaro a lato di miele e cera, si diceva. Eucalipto. Biscotti alle castagne.

F: fantastico, al miele si aggiungono potenti innesti di frutta secca e di malto. Lungo, con escursioni piacevolissime verso l’amarognolo.

Siamo d’accordo, i malti assaggiati sul suolo di Scozia, magari dopo un suggestivo giro in distilleria, guadagnano sempre qualche punticino, ma questo trent’anni è buono anche nella depressa Italia del 2013, persino nell’afosa Milano d’agosto. Volendo dividere i vari momenti della degustazione, secondo noi il naso è superlativo, ben oltre i 90 punti, meno sbalorditivo il palato. “Mai assaggiato un Balvenie cattivo”, recita l’adagio degli aficionados della distilleria, e qui non siamo di certo di fronte all’eccezione che conferma la regola: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dark TranquillitySilence (and the firmament withdrew).

Arran “Orkney Bere Barley” (2004/2012, OB, 46%)

Arran è stata spesso criticata perché, soprattutto nei primi anni di vita, ha puntato molto sui wine-finishing per aggredire il mercato; col tempo, però, la stringente necessità di fatturare è venuta meno, e la qualità della distilleria ha iniziato ad affermarsi autonomamente. Oggi assaggiamo una versione molto particolare, ovvero un giovanissimo distillato (circa otto anni) caratterizzato dall’uso esclusivo della varietà di orzo “Bere” (nomen omen, direbbe qualche buontempone) coltivato sulle Orcadi. Noi l’abbiamo assaggiato da Alcoliche Alchimie, e il suo colore è paglierino chiaro.

BereN: un naso che sulle prime sembra piuttosto ‘standard’, con però una buona intensità, una facile apertura (anche se all’inizio l’alcol si fa sentire). Si sente molto l’invecchiamento in bourbon, che pure non sovrasta il malto: note di vaniglia cremosa, di cocco, di pere, di mele… C’è poi un bel malto biscottoso, e tanto miele. Non mancano anche, lievi ma ben integrate, note di agrume (succo di limone zuccherato, molto nitido il lime; cedro candito?), ed anche suggestioni tropicali (maracuja? ananas?); poi susine gialle? Davvero gradevole.

P: in linea col naso, più ‘cerealoso’; resta semplice e molto godibile, facilmente sgargarozzabile. Si pregia di sapori caldi e vagamente cremosi: ancora miele, un po’ di mandorle (più frutta secca che al naso), vaniglia e cocco. Il lato fruttato diminuisce molto, restando appunto maltoso e cerealoso (diremo farro). Verso il finale, sembra regalare suggestioni di pepe.

F: non lunghissimo ma abbastanza persistente; vaniglia / cocco (c’è un che di tropicale) e tanto malto. Ancora frutta secca (mandorla) e pepe.

Un whisky… facile!, buono e abbastanza intenso. Pare fin troppo ovvio scrivere così, ma se l’obiettivo era quello di concentrare l’attenzione sulla qualità del malto, beh, ad Arran ci sono riusciti; in particolare, il naso è davvero molto buono, caldo e pieno, è forse il palato a sembrare al nostro gusto un po’ povero di stimoli. Ma comunque c’è della qualità, intendiamoci, e il nostro voto sarà di 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Armin Van Buuren – Intense.