‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.

GlenDronach 2004 (2016, OB for Beija Flor & Whiskyclub.it, 51,1%)

schermata-2016-11-11-alle-11-49-59GlenDronach è da molti considerata una delle migliori realtà nel mondo dei produttori di whisky di malto scozzese: ne abbiamo bevuti tanti, ne abbiamo parlato a lungo, non ci ripeteremo. Voi di certo sapete che la peculiarità della distilleria, soprattutto negli ultimi anni, è l’ottimo lavoro con le botti ex-sherry. Oggi assaggiamo un single cask ex-Pedro Ximenez, selezionato da un panel di soci di whiskyclub.it per il club stesso, ovviamente, e per l’importatore italiano Beija-Flor. Ne parliamo oggi anche perché questa domenica daremo una mano a Claudio e Davide di whiskyclub.it al whiskyday, organizzato da Bartender: sarà l’occasione per chiacchierare con professionisti e per proporre la Guida completa al whisky di malto di Micheal Jackson, appena pubblicata per LSWR con lo zampino proprio di Claudio Riva ed anche il ruinoso apporto dei vostri amati blogger: noi.

glendronach_12_2004_1-570x572N: l’alcol sta a zero, in un’atmosfera esplosiva e di grande cremosità. Davvero carico, da sbattere direttamente sulla tavola di Natale: noce pekan, pandoro, banana matura, cioccolato al latte e toffee. La frutta rossa arriva in un secondo momento, con delle belle zaffate di ciliegia e uvetta. Tisana arancia e cannella. Che ricchezza!

P: corpo pieno, molto saporito. Ripartiamo da dove avevamo finito, perché qui le arance sono davvero sugli scudi, dolci e fresche ma anche in marmellata. E poi, in grande coerenza col naso, ritroviamo uvetta, panettone, cioccolato al latte. Torta di carote. Insomma, tanta dolcezza invade la bocca, con un senso finanche burroso (da pasticceria, scrive gentaglia che di dolci se ne intende), che noi sintetizziamo nuovamente in una noce pekan.

F: …e questo senso di burrosità zuccherata accompagna a lungo, con ancora pesanti note di arancia.

Difetti? Neanche a parlarne, a meno che il fascino non sia un difetto. Intensità e gradevolezza? Pazzesche. Molti single casks ex- Pedro Ximenez esibiscono muscolari note dolciarie, molto rotonde e ruffiane, da dentro o fuori, e questa selezione certo non fa eccezione: i più golosi impazziscono dunque, noi riconosciamo la qualità ma forse, alla fine della cena natalizia, ci limiteremmo a un paio dram. Oddio, forse tre o quattro… Insomma, se ci invitate a casa e avete questa bottiglia aperta, ve la finiamo comunque. E dunque la valutazione non schizza, ma la goduria resta: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Walter Wanderley – Summer Samba (So Nice).

Laphroaig 16 yo (1987/2004, Silver Seal, 46%)

Non possiamo esimerci dal bere un secondo Laphroaig, non siete d’accordo? Dopo l’ottimo quattordicenne di Hidden Spirits, oggi tocca a un sedicenne di Silver Seal: si tratta di un imbottigliamento ormai storico, un distillato del 1987 messo in bottiglia nel 2004 dopo anni trascorsi in una botte ex-sherry. La selezione è opera di Ernesto ‘Rino’ Mainardi, celebrato da molti (e da molti autorevoli appassionati, non da cialtroni come noi) come uno dei migliori nasi italiani, se non il migliore. Noi abbiamo potuto mettere le mani su uno dei 770 esemplari di una boccia del genere, ormai esaurita dovunque (e dove lo trovate un Laphroaig in sherry oggidì?, ditecelo, forza) perché era compresa nel pacchetto “Socio Conoscitore 2015” di Whiskyclub.it – una ragione in più per aderire al Club! Il colore è ramato pieno.

laphroaig_silver_seal_16_1987N: impossibile non partire da un lato fruttato, raramente così clamoroso: frutti rossi e neri (lamponi, fragole, more e mirtilli) intensissimi, succosi e iperzuccherini, che arrivano a ricordare le Fruit Joy scure, alle more, e in generale concentrati di frutti di bosco (forse soprattutto more e mirtilli). Prima ancora della torba, arrivano intense suggestioni di eucalipto, di tè, poi di tabacco da pipa; mare e medicine, grandi classici di Laphroaig, rimangono un po’ in disparte, anche se la torba ovviamente si fa sentire dando ulteriore sostanza… Un lieve senso di zolfanelli, di fiammiferi, con un lato sulfureo a dare un ulteriore strato.

P: all’attacco sembra mansueto, complice la gradazione ridotta; ma si tratta di un’impressione destinata a svanire molto presto. Come sopra, propone un tripudio di frutti rossi (ciliegia e lampone) che, però, forse sono soprattutto neri (more e mirtilli in gran spolvero). Arancia rossa matura, ancora a simulare un che di sulfureo, e tabacco da pipa; solo un cenno di tè affumicato (Lapsang Souchong). In aumento, qui, c’è il lato isolano, soprattutto con l’acqua di mare che riemerge, con note sapide e intense; ancora, la torba (più vegetale che fumosa – solo un qualcosa di bruciato) è parzialmente mitigata.

F: lungo e molto, molto persistente: colpisce la resistenza della frutta, dolce e davvero intensa; poi, labbra salate e fumo acre, di torba, infinito.

Come amiamo dire spesso, certi Laphroaig in sherry riescono a realizzare il miracolo di un perfetto equilibrio tra due mondi (torba e sherry, appunto) apparentemente distantissimi… E questo è senz’altro uno di quei “certi”. Rinnova il miracolo dello stupore primordiale il riconoscere un Laphroaig a grado ridotto intensissimo, certo, ma tutto giocato su sfumature setose, sulle molteplici nuance che la combo botte e distillato riesce a produrre. Capolavoro d’estate. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Il dottor Funky.

Glenrothes 11 yo (2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%)

Quando Matteo Zampini ci ha proposto questo Glenrothes allo scorso Milano Whisky Festival, l’abbiamo guardato perplessi: sei troppo entusiasta, non ci caschiamo, stai cercando di rifilarci un pacco. Dopo qualche mese, scopriamo se di pacco trattasi o no: single cask ex-sherry, come rivela il colore senza lasciar dubbi, di Glenrothes, distilleria del cuore dello Speyside molto amata da grandi e piccini, celebre per le note di frutta secca che caratterizzano gli imbottigliamenti ufficiali. Selezione e imbottigliamento a cura di Hepburn’s Choice, marchio di Hunter Laing.

glenrothes-11-year-old-2004-bottled-2015-hepburns-choice-langside-whiskyN: molto carico, molto aperto, molto odoroso: l’apporto dello sherry è totalizzante, ma per fortuna la copertura è di ottima qualità. Si tratta di uno sherried pesante ma fresco, se la cosa ha un senso per altri oltre che per noi: ha note intensamente fruttate (di uvetta e ciliegia sotto spirito, soprattutto), abbinate a intensissime zaffate di cola e chinotto. Un pit di cioccolato, forse di vaniglia; fichi secchi, grassi e oleosi. Un po’ di ‘legno intriso’, da warehouse; liquirizia. Quei mix di caramelle gommose alla liquirizia ripiene… Un filo di noce moscata, lieve ma costante, chiude un seducente profilo da sherry iper-ruffiano.

P: poco alcolico e, come prevedibile dato il naso, veramente straripante in intensità. È senz’altro più ‘scuro’ qui, con note di tabacco, di cioccolato amaro; la frutta resta molto pesante e fresca al contempo, frutti rossi macerati nell’alcol (una ciliegia devastante); anche la crema malaga emerge… Suggestioni di frutta secca (nocciola). Ancora cola e chinotto, mentre le spezie del legno retrocedono un po’.

F: lungo ma non lunghissimo, è tutto giocato su un balletto di ciliegia, chinotto e cioccolato.

Ottima botte: molto buono, davvero, grande intensità, bevuta piacevole, discreta complessità. Una lezione di sherry cask, oltretutto tenuta ad un prezzo più che ragionevole, circa 55€ (tant’è che ne abbiamo comprate due bottiglie, nel frattempo). Insomma, Matteo: non stavi cercando di truffarci, dobbiamo esserti riconoscenti… 88/100 è il giudizio trasposto in cifra. Bene bene.

Sottofondo musicale consigliato: Velvet revolver – Slither.

Talisker 25 yo (2004, OB, 57,8%)

A partire dal 2001 Talisker ha inserito nel core range un imbottigliamento di ben 25 anni, saltando qualche annata e in edizione ovviamente limitata e numerata. Noi ci siamo impossessati dell’imbottigliamento uscito nel 2004, oramai lontanuccio nel tempo e di difficile reperibiltà, ma a onor del vero con un numero di esemplari molto ampio rispetto ad altre annate, con ben 21 mila bottiglie rilasciate. Il vatting è composto da botti refill sherry e noi si muore dalla voglia di assaggiarlo.

talob.25yoN: pochi preamboli e zero fronzoli: un Talisker forgiato nelle dure rocce di Skye. Dopo un quarto di secolo è ancora tagliente, con una torba vegetale, aggressiva, con un misto di marino e catramoso acre. E pure pepato. Insomma, Talisker nel suo miglior abito. Ah, dimenticavamo di rilevare come l’alcol magicamente quasi non si senta. Col tempo, a sorpresa, si apre anche un lato dolce molto profondo e variegato, su suggestioni di marzapane, frutta rossa e soprattutto di liquirizia. Continua a evolvere nel bicchiere, è esaltante e difficile. Bastano poche gocce d’acqua per renderlo più ruffiano, più zuccherino e vanigliato.

P: che esplosione! Legno e liquirizia fanno da collante universale per un palato che mantiene splendidamente la dicotomia del naso. Non c’è conflitto tra pepe e frutta gialla, tra marinità pesciosa e agrumi (qui ben più presenti che al naso); insiste poi una torba acre, vegetale e fumosa davvero eccellente. L’acqua lo rende pure farmy, con note di cera spaventose e una dolcezza se possibile ancora più esaltante.

F: molto Talisker qui: secco, torboso, pepatino, ma senza perdere la dolcezza vanigliosa di cui sopra. Liquirizia, ancora, e cenere.

Tempo addietro avevamo recensito il 25 anni imbottigliato nel 2008, trovandolo ottimo e di grande complessità. Questo suo parente stretto ci è sembrato altrettanto sfaccettato, anche se un po’ differente per suggestioni organolettiche, ma soprattutto ci è parso superiore in quanto a intensità e qualità complessiva dei sapori: una vero inno alla pienezza, un’esperienza travolgente, insomma. Siamo di fronte al miglior Talisker che ci sia mai capitato di assaggiare e lo omaggiamo dunque con un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edeka (feat. Friedrich Liechtenstein)Supergeil

 

Rosebank 22 yo (1981/2004, ‘Rare Malts’, OB, 61,1%)

Dopo un Festival fantastico, e dopo una seratina niente male passata con alcuni amici all’inaugurazione del Club 1909 di Milano (ne riparleremo… ma intanto, tenete d’occhio il sito e le degustazioni che organizzeranno) continuiamo a trattarci bene, e assaggiamo una perla rara di una distilleria chiusa delle Lowlands: parliamo di Rosebank, e parliamo dell’ultima versione ufficiale uscita nella serie dei “Rare Malts”. Dorato chiaro è il colore di un malto imbottigliato alla gradazione monstre di 61,1%.

Schermata 2013-11-13 alle 18.26.34N: l’alcol c’è, ma non trattiene, non pare chiudere: sembra essere lontano chilometri da un profilo di Rosebank ‘nudo’, con un invecchiamento che ha prodotto tante variazioni su un tema: il malto. Partiamo da qui allora, da un malto ‘profumoso’, delicato come solo Rosebank sa essere: note di tè, poi c’è una bella componente fruttata, con le consuete punte agrumate ‘acidine’ (limone, pompelmo); ma c’è anche tanto altro: un nerbo di frutta gialla (mela, confettura d’albicocca, tutto delicato), poi punte briosciose. Col tempo, tende a mutare continuamente, ossigenandosi. Ancora una volta, riesce il miracolo di Rosebank: è succoso ma al contempo si conferma un profilo secco, erboso e ‘composto’. Miracolo!, ad aggiungere complessità, qualche spezia legnosa e un po’ di frutta secca.

P: la stessa alternanza rilevata al naso tra secchezza e succosità si ripete, in modo ancora più netto: l’ingresso è infatti una vera carrellata di frutta (mela, pompelmo, a tratta suggestioni quasi tropicali), che lascerebbe pensare a un crescendo fatto di lingue di sapore. Invece, a sorpresa, il whisky sembra addomesticarsi in bocca, facendosi secco, quasi evaporando in una maltosa amarognolignità. E dopo questa fuga immaginifica e neologistica, il silenzio. Anzi no: mandorle amare, legno, frutta secca. Sempre più amaro, soprattutto con acqua (che, a dispetto dei 61%, non consigliamo). I più arditi rileveranno anche un po’ di formaggio dolce (emmenthal).

F: media lunghezza, in pieno stile Lowlands, a base di malto erboso – che pare ripulire la bocca, per passare a un nuovo dram.

Questa curva juicy – austero ti illude che questo whisky possa contenere infiniti mondi possibili; in verità, la bilancia del reale pende decisamente dalla parte dell’amarognolignità, che è la nostra nuova parola preferita. Non esiste? Vero, ma anche questo whisky è difficile da trovare, e quindi. Il voto sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FoalsBlack Gold // Track 8

Balvenie 30 yo (2004, OB, 47,3%)

Whisky Facile raddoppia per il ‘fuori tutto’ agostano e dopo il Balvenie 15 si procede così col gioiellino di sei lustri. Questa versione è stata rilasciata nel 2004 ma l’imbottigliamento è entrato oramai a far parte del core range di Balvenie. Noi l’avevamo assaggiato nel tasting di distilleria, in una piovigginosa giornata così dannatamente scozzese; le impressioni erano state otttime, oggi ci tocca di mettere il timbro ai nostri ricordi. Il colore è ambrato pieno.

the_balvenie_30N: naturalmente molto aperto, naturalmente molto complesso, è in corso una gran festa di marmellata di fragole, uva americana, ciliegie. Frutta secca, con un legno bello aromatico e la solita deliziosa impronta del malto Balvenie. Unitamente, ci pare di sentire una fortissima nota di cera, cera d’api, che davvero lascia a naso aperto…Anche frutta disidratata (albicocca, uvetta, fichi secchi). Suggestioni oniriche di zuppa inglese e crema di marroni.

P: un palato molto morbido, senza picchi in intensità, ma che eleganza, che qualità. Frutta rossa e frutta secca sono come fuse assieme, in un bilanciamento perfetto. Di primo acchito però monopolizza l’attenzione una dirompente cera mielosa. Non è dolcissimo e paragonandolo al 15 anni del 2012 è sia meno esplosivo che meno dolce, meno immediato. Crema pasticciera, con tracce di vaniglia, ancora frutta secca tostata; una nota di rabarbaro a lato di miele e cera, si diceva. Eucalipto. Biscotti alle castagne.

F: fantastico, al miele si aggiungono potenti innesti di frutta secca e di malto. Lungo, con escursioni piacevolissime verso l’amarognolo.

Siamo d’accordo, i malti assaggiati sul suolo di Scozia, magari dopo un suggestivo giro in distilleria, guadagnano sempre qualche punticino, ma questo trent’anni è buono anche nella depressa Italia del 2013, persino nell’afosa Milano d’agosto. Volendo dividere i vari momenti della degustazione, secondo noi il naso è superlativo, ben oltre i 90 punti, meno sbalorditivo il palato. “Mai assaggiato un Balvenie cattivo”, recita l’adagio degli aficionados della distilleria, e qui non siamo di certo di fronte all’eccezione che conferma la regola: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dark TranquillitySilence (and the firmament withdrew).

Arran “Orkney Bere Barley” (2004/2012, OB, 46%)

Arran è stata spesso criticata perché, soprattutto nei primi anni di vita, ha puntato molto sui wine-finishing per aggredire il mercato; col tempo, però, la stringente necessità di fatturare è venuta meno, e la qualità della distilleria ha iniziato ad affermarsi autonomamente. Oggi assaggiamo una versione molto particolare, ovvero un giovanissimo distillato (circa otto anni) caratterizzato dall’uso esclusivo della varietà di orzo “Bere” (nomen omen, direbbe qualche buontempone) coltivato sulle Orcadi. Noi l’abbiamo assaggiato da Alcoliche Alchimie, e il suo colore è paglierino chiaro.

BereN: un naso che sulle prime sembra piuttosto ‘standard’, con però una buona intensità, una facile apertura (anche se all’inizio l’alcol si fa sentire). Si sente molto l’invecchiamento in bourbon, che pure non sovrasta il malto: note di vaniglia cremosa, di cocco, di pere, di mele… C’è poi un bel malto biscottoso, e tanto miele. Non mancano anche, lievi ma ben integrate, note di agrume (succo di limone zuccherato, molto nitido il lime; cedro candito?), ed anche suggestioni tropicali (maracuja? ananas?); poi susine gialle? Davvero gradevole.

P: in linea col naso, più ‘cerealoso’; resta semplice e molto godibile, facilmente sgargarozzabile. Si pregia di sapori caldi e vagamente cremosi: ancora miele, un po’ di mandorle (più frutta secca che al naso), vaniglia e cocco. Il lato fruttato diminuisce molto, restando appunto maltoso e cerealoso (diremo farro). Verso il finale, sembra regalare suggestioni di pepe.

F: non lunghissimo ma abbastanza persistente; vaniglia / cocco (c’è un che di tropicale) e tanto malto. Ancora frutta secca (mandorla) e pepe.

Un whisky… facile!, buono e abbastanza intenso. Pare fin troppo ovvio scrivere così, ma se l’obiettivo era quello di concentrare l’attenzione sulla qualità del malto, beh, ad Arran ci sono riusciti; in particolare, il naso è davvero molto buono, caldo e pieno, è forse il palato a sembrare al nostro gusto un po’ povero di stimoli. Ma comunque c’è della qualità, intendiamoci, e il nostro voto sarà di 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Armin Van Buuren – Intense.

Inchgower 27 yo (1976/2004, OB, Rare Malts, 55,6%)

Tra le tante distillerie dello Speyside più o meno ‘dimenticate’ dal mercato c’è la Inchgower: le espressioni ufficiali, almeno negli ultimi vent’anni, si contano sulle dita di una mano, e la Diageo non sembra avere intenzione di modificare i suoi piani… Ricordiamo infatti che, in ossequio alle proporzioni di vendita, i whisky della maggior parte delle distillerie sono per lo più destinati a finire nei blended; come ci insegnano in questa pagina Davide e – non ce ne vorrà il primo, ma – soprattutto Pino Perrone (date un’occhiata ai commenti), Inchgower è parte di Bell’s, Johnny Walker e White Horse. Affrontiamo oggi una versione della serie “Rare Malts” di Diageo, serie molto apprezzata dai collezionisti, come si sa; è del 1976 ed è stata imbottigliata nel 2004 a gradazione piena.

ingrm.1976N: mmm, wow! Ma siamo sicuri di non essere nelle Highlands più a nord? Ci sono note di una profonda affumicatura – profonda ma tenue, si capisce che intendiamo? forse no -, accanto a suggestioni inattese, minerali, ‘polverose’ (quando abbiamo letto Serge scrivere di ‘vecchi libri’ abbiamo subito condiviso) e di legno umido. Miele, in gran quantità. Affianco, c’è una dimensione sherried molto discreta, con note di succo di mela, di frutti rossi (fragole e lamponi), di frutta secca (mandorla). Zucchero di canna, caramello. Pere, a pacchi, forse candite?, poi una bella maltosità. Una nota come di Campari? Buono, complesso e inatteso.

P: ancora resistono le note minerali del naso, rivelando aromi di torba nitidi ma delicati e una puntina di olio d’oliva; anche una buonissima epifania di zenzero candito (è ‘piccantino’). Poi, una dolcezza educata ed elegante, tra pere e mele, una lieve suggestione di frutti rossi, di panna cotta… Non mancano tracce di mandorla e noce brasiliana (cosa?), né punte cerealose (proprio i fiocchi della Kellog’s, sì). Suggestioni ‘balsamiche’ e mentolate.

F: burro!!! Persistente ma non lunghissimo, tra note burrose di pera e una timida suggestione ancora mentolata; malto, quasi erbaceo. Molto pulito.

Confessiamo, questo Inchgower è stato una sorpresa inattesa: buono e delicato, molto minerale ed erbaceo, con note fruttate che quasi non sembrano rivelare la maturità del distillato. Forse a tratti, soprattutto al palato, la dimensione che chiamiamo ‘vegetale’ prende un po’ il sopravvento, ma di certo ne consigliamo l’assaggio. Il Milano Whisky Festival spesso ne ha una bottiglia aperta, ai suoi Ring of Malt; se venite al World Whisky Day all’Entropia a Milano, il 18 maggio, magari lo potete provare. Intanto, la nostra valutazione è di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Morcheeba – Trigger Hippie.

Mortlach 32 yo (1971/2004, OB, 50,1%)

Stasera è la Burns night, e quindi se avete una scorta di Haggis è l’occasione giusta per farla saltare. Il whisky che berrete in abbinamento, beh, è una vostra scelta; noi affrontiamo una special release del 2004, ovvero un Mortlach inaspettatamente invecchiato in botti ex-bourbon. Inaspettatamente perché, come saprete, i whisky di questa distilleria di Dufftown maturano quasi sempre in sherry, e il risultato è unico è inconfondibile, grazie a note che stanno tra la carne e il sulfureo… Ma questa è un’altra storia. Il colore è dorato chiaro.

smd1240406105_2N: se dovessimo orientarci in un blind tasting, il nostro naso punterebbe dritto verso il nord della Scozia… ma si sbaglierebbe: si stagliano decise, infatti, delle note di cera (candela spenta) e paraffina che a noi fanno impazzire. Sotto questa prima coltre si scatena un universo ‘dolce’ veramente da capogiro, di intensità notevole: vaniglia e toffee, poi tracce di ananas, perfino note di limone che mai avremmo creduto di trovare in un Mortlach. Ci sono suggestioni di frutta secca (noce?), poi zaffatine di erbe aromatiche (diremmo genziana) e balsamiche; poi, albicocca? La verità è che ci sono tante, troppe cose, in un naso complesso e magnificamente bilanciato.

P: che teoria di sapori! L’attacco replica quelle note di cera fantastiche, per poi spalancare la porta a una dolcezza marcata ma mai ruffiana: vaniglia, pere candite, agrumi canditi, crema al limone… Mandando giù, appena prima del finish, ecco ampi influssi di legno, di erbe amare, che danno un ultimo grandioso piacere al degustatore (cioè a noi). Alcuni potrebbero scrivere ‘genziana’. Tracce di zenzero.

F: cioccolato molto amaro, ancora cera, ancora note di erbe aromatiche. Lungo e persistente.

Senza che paia un voler sminuire, il naso sembra fresco e ‘giovane’, anche se molto complesso e cangiante; poi il palato ci riporta sul pianeta ‘over 30’, con il legno di botte splendidamente integrato in un profilo di specchiata eleganza. A valutare questo imbottigliamento ci si chiede: perché Mortlach non ha un core range? E perché di Mortlach non si imbottiglia più spesso un invecchiamento in bourbon? Rosi da questi rovelli, assegniamo un 93/100 a un whisky davvero, davvero buono. Qui le note di Serge, che insiste sul pepatino al palato.

Sottofondo musicale consigliato: Bill WithersWho is he (and what is he to you).