Ledaig 11 yo (2005/2017, Signatory Vintage ‘CSC’, 57%)

Durante lo scorso Freak Show dicembrino abbiamo aperto questo single cask di Ledaig, versione torbata di Torbermory, distilleria dell’isola di Mull. Negli ultimi tempi si trovano in giro sempre più barili di Ledaig, soprattutto delle distillazioni di inizio / metà anni 2000, e gli appassionati stanno iniziando a celebrare la qualità di un produttore che fino a qualche tempo fa era relegato al contenitore delle cose bizzarre: in questo caso è Signatory Vintage ad aver messo in vetro un barile ex-sherry invecchiato 11 anni. Nessuna colorazione artificiale, gradazione piena a 57%.

N: impressionante. Ha note di peperoncino Chipotle (o di Habanero Chocolate), a testimoniare la compresenza di una nota di peperone, vegetale e acida, e di una torbatura intensa. Salsa barbecue e pancetta fresca. La cosa pazzesca e davvero spiazzante è che insieme a tutto ciò c’è anche un massiccio apporto della botte sherry, con uvetta, ciliegia macerata sotto spirito; anche un panettone artigianale, stracolmo di burro. Scorza di arancia?, o forse rende meglio l’idea dell’insieme la suggestione del panforte. Ha in generale una ‘grassezza’ davvero potente, di cioccolato, di toffee, di butterscotch. Ad aggiungere complessità, una nota di mix di erbe aromatiche per arrosti (timo? rosmarino?), e pure un po’ di pepe nero. Eccellente. Ah, cavolo, dimenticavamo: la torba è marina, è catramosa, profonda, aggressiva. L’acqua apre ulteriormente sulla carne: stecchette di maiale secco. Carruba, ulteriore, e anche una tonalità medicinale, torbata, da antisettico, da pasta per dentista.

P: esplosivo, deflagrante, complessissimo. Ha una nota iniziale, evidentissima, che ci ricorda una grigliata, col grasso di maiale che cola sulle braci e la salsa barbecue (o la Worchestershire, oppure ancora indiscutibile è un sentore di Tabasco Chipotle) vicina ad addolcire… E tabasco, e ancora peperoncino. Stando sulla dolcezza, rileviamo ancora una dolcezza in crescita, con frutta rossa (ciliegia e uvetta) ancora molto pesante, macerata, sotto spirito. Ancora erbe aromatiche, ancora il peperone: e l’acqua acuisce questa dimensione, con un peperone mai così evidente in un bicchiere di whisky. L’alcol diminuisce in aggressività ma non si perde neppure una dimensione di sapore.

F: in evidenza l’anima più wild, con tanta cenere, tanto peperone, una carne infinita… E un fumo devastante

Equilibrato nella sua sfrontatezza, nel saper coniugare sentori apparentemente incoerenti. Trovano un’inaspettata sintesi note piccanti e vegetal-torbate e la dolcezza liquorosa della frutta rossa di botte, e la dimensione più greve è sempre bilanciata da una freschezza di fondo. Semplicemente: molto buono. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.

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Glenallachie 9 yo (2005/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Ultimamente ci è capitato di sentire un amico pontificare – ostentando sicumera – sulla necessità, per un whisky, di essere molto invecchiato per poter dare soddisfazione: noi non sappiamo resistere alla tentazione della smentita, e dunque assaggiamo un malto che avevamo già testato in passato ‘in via informale’ e che adesso, come dire, casca a fagiuolo. Trattasi d’un Glenallachie (from Speyside, baby) di anni 9, invecchiato in una botte ex-sherry e messo in bottiglia da Hepburn’s Choice (leggasi Hunter Laing), di cui già tempo fa lodammo la selezione di botti giovani ma seducenti (qui, un Talisker). Colore: dorato.

Schermata 2015-09-07 alle 16.48.17N: sulle prime lascia filtrare tutta la sua gioventù, con note di canditi, un senso diffuso di new make (e, diremmo, di mash tun): lieviti a go go, pane, orzo, a tratti con sentori di acqua tonica – e perfino, qualcuno dice, di brodo. Dopo poco, però, questa maltosità organica e vibrante si lascia schermare dall’invecchiamento: note tostate (arachidi), di frutta secca; legno; un che di miele, caramello, carruba, sciroppo d’acero… Cardamomo e mandarino, così, per stupirvi. A parte tutto, è un naso molto stimolante, fresco e gggiovane ma anche piuttosto complesso e non così scontato.

P: si inizia con una dolcezza biscottata e cerealosa (facile citare i Gran Cereale, no? a questo punto aspettiamo un riconoscimento dall’azienda che li produce) e persino dei sentori di frutta rossa (fragola); biscotti al miele e al caramello. Al contempo, ai lati e verso il finale ci sono note frizzantine davvero peculiari, quasi di (biscotti allo) zenzero, oltre alle note vegetali maltose. Anche il re degli agrumi, l’arancia (abbiamo appena operato l’incoronazione), si fa sentire. Un palato spigoloso ma ‘caldo’, nel complesso davvero convincente.

F: lungo, più sul dolce (ancora caramello) che non sul giovane / maltoso: ancora una potente suggestione di zenzero e biscotti.

Ci è piaciuto. È facile da inquadrare e da ‘analizzare’, ma si mostra costruito su fertili contraddizioni: è mieloso, ma non troppo dolce; è giovane, ma non troppo sbarazzino; ha un naso più fresco, un palato più caldo – e nel complesso ci convince perché svela la sua beata giovinezza ma la indossa con portamento maturo, non rinunciando a una certa complessità non banale. 85/100 è il nostro giudizio in numeri, e forse avremmo potuto anche spingerci oltre… Ma fa niente, ormai abbiamo zittito l’amico: era questo il nostro obiettivo.

Sottofondo musicale consigliato: Paradise Lost – Terminal.

Bunnahabhain 8 yo (2005/2014, Whiskyclub.it, 50%)

Si apre oggi una collaborazione straordinaria e impareggiabile (?) con due mastodonti della degustazione: uno è il buon Federico di whiskysucks.com, l’altro è la raffinatezza fatta palato, Giuseppe, il solo vero Bevitore Raffinato. Abbiamo deciso di bere e pubblicare ‘a blog unificati’ le recensioni di due whisky, che pubblicheremo oggi e mercoledì: si inizia da un single cask di Bunnahabhain, malto declinato nella versione torbata per la selezione degli amici di Whiskyclub.it. Peculiarità è la botte di invecchiamento: si tratta di una botte second-fill ex-Ardbeg; dato che saprete che ad Ardbeg non sanno più che farsene, delle loro botti, se non sono sufficientemente improbabili.

foto-33N: l’apporto della botte si sente eccome – o per lo meno, si sente una certa marinità assai spiccata, che da Bunna non ci dobbiamo attendere come dovuta. Indiscutibile l’affumicatura torbata, intensa ma non aggressiva, certo non scevra di impuntature acri. Giovane, ma non così scopertamente: frutta acerba, quasi ‘acida’ (uva bianca, pera, mela verde); poi un bel limone; yogurt bianco? Una sfumatura di cocco. Inchiostro.

P: molto coerente, mantiene quanto di buono il naso prometteva. Ribadisce una sapidità marina, elabora una affumicatura forse più intensa che al naso, con una torba acre molto piacevole. Poi, la frutta resta come sopra, sobriamente zuccherina e di frutta ancora acerba (pera, limone; ci viene in mente la gommosa zuccherata al cedro), con un pit di liquirizia. Completano un senso di yogurt magro ed uno erbaceo.

F: erbaceo e zuccherino; non dimenticheremmo però un fumo intenso e perdurante. Cenere.

Un whisky bianco; non così ‘canditoso’ come ci si potrebbe attendere da un tale giovinetto: questo invece mostra già di essere maturo, già evoluto, si dimena certo come un pargolo ma ha la stoffa del campione. Siamo sempre più piacevolmente compiaciuti delle selezioni di Claudio e Davide, e premieremo questo Bunna con un 87/100. L’opinione di Federico è qui, quella di Giuseppe, invece, qui.

Sottofondo musicale consigliato: GrindermanHoney Bee (Let’s fly to Mars).

Linkwood 30 yo (1975/2005, OB, Rare Malts, 54,9%)

Torniamo nello Speyside, ed eccoci alle prese con una bottiglia a suo modo storica: questo Linkwood, infatti, è l’imbottigliamento ufficiale più vecchio della distilleria, ed è parte della prestigiosa serie dei “Rare Malts” della Diageo. Il colore è dorato.

106443N: già aperto a 54,9%; profumatissimo e di grande intensità, probabilmente da sole botti ex-bourbon: c’è infatti una eccezionale vaniglia cremosa e burrosa (brioche), poi molta pasta di mandorle. Toffee. Si nota poi un misto di frutta davvero buono: albicocca, pera, caramelle gelée ai frutti rossi, scorzette d’arancia candita. Anche note di frutta tropicale (ananas) e di melone. I 30 anni hanno anche portato qualche richiamo legnoso, non invadente ma caratterizzante; resta comunque molto fresco.

P: ribadisce l’intensità già apprezzata al naso, se possibile aumentandola in un loop papillare (ma checcazz…?) di lunga durata. In bocca questo malto vive di più fiammate, diviso tra bombe di frutta (pesche, albicocca, pere, cocco) e una vaniglia davvero massiccia. C’è poi un lato agrumato più intenso che al naso a portare punte leggermente amare. Il legno fa la sua parte, e certo non è un comprimario, assieme a una maltosità davvero invitante; il tutto tende ad essere un po’ amaro, soprattutto verso il finale. Comincia ad emergere un po’ di frutta secca…

F: …che al finale si prolunga indefinitamente, confondendosi con il legno e un malto di buona personalità.

Sembra imbottigliato al momento giusto, con un legno imponente col suo apporto amaro ma non ancora dittatore, ed una frutta matura ben definita. L’acqua è superflua, anche se tende a rendere soprattutto il palato un po’ più cremoso. Semplice ma intenso: il voto di 88/100 è legittimato proprio da questa intensità, soprattutto al naso. Qui le opinioni di Serge, cui è piaciuto un po’ meno. Non costava moltissimo, all’epoca (circa 130 euro) ma adesso tutti i Rare Malts hanno subito un’impennata.

Sottofondo musicale consigliato: Blue MinkGood morning freedom.

Bunnahabhain 6 yo (2005/2011, Le Bon Bock Roma, 46%)

Allo scorso festival romano Spirit of Scotland abbiamo avuto il piacere di conoscere i ragazzi di Le Bon Bock, storica attività della Capitale divisa tra negozio e whisky bar / birreria: la loro ospitalità (culminata, per quel che ci riguarda, in una deliziosa cena scozzese in compagnia del gotha del whisky italiano) è stata davvero squisita, come potete leggere nel resoconto di Davide. Stefano, Francesco e Tiziana gestiscono quello che davvero può definirsi il tempio del whisky romano, e se vi capita di passare da lì, fateci un salto, anche solo per bere un buon dram e ammirare la collezione esposta nel pub. Tra le bottiglie aperte al festival, ci ha colpito un loro imbottigliamento di un giovanissimo Bunnahabhain, malto di Islay, generalmente non torbato e generalmente invecchiato in botti ex-sherry: questo, invece, dovrebbe essere un prodotto a suo modo eccentrico… Il colore è paglierino chiarissimo, quasi bianco: ah, la gioventù!

N: beh, è torbato. Non si sfugge al cliché di un giovane Islay: in rapida rassegna, c’è la torba, c’è l’affumicatura, anche se va ingentilendosi col tempo; c’è la liquirizia, c’è mandorla verde (forse una punta di banana non ancora del tutto matura). C’è, soprattutto, un tripudio marino, salmastro. Lievi note citriche. La gioventù del malto è tradita da note ‘vegetali’, erbacee (quasi minerali: terra bagnata).

P: coerente con il naso, ma forse il corpo è un po’ debole. Si rimane a metà tra un dolce un po’ aspro (? sì dai, tra un lieve sapore di malto dolce, vanigliato, e la scorza di limone) che però non esplode in intensità e una marea che, rispetto al naso, sembra abbassarsi. Nel complesso il sapore è piacevole, ma complice l’età mancano fuochi d’artificio.

F: avete mai buttato la buccia di limone in un posacenere per poi gettarci sopra del sale? No? Beh, peccato.

Si fa apprezzare una botte poco marcante, che rende appieno la schiettezza del giovane distillato; è del tutto coerente, ci rimane forse il dispiacere per un palato un po’ ‘sfarinato’, a fronte di un naso davvero sorprendente nella sua gloriosa normalità isolana. Il nostro giudizio è di 83/100, e lo consigliamo caldamente a chi voglia una sintetica lezione di come  si sia giovani a Islay, se si è un whisky.

Sottofondo musicale consigliato: Hollywood, mon amour, con una languida versione di Eye of the tiger.

Rosebank 30 yo (1975/2005, Silver Seal, Sestante collection, 54,8%)

Non ne avremo bevuti moltissimi, ma di sicuro i Rosebank sono whisky che a noi piacciono tanto: la delicatezza dello stile delle Lowlands si unisce generalmente ad una personalità difficile da eguagliare nel sud della Scozia. Nella mal riposta speranza che prima o poi la distilleria riapra, oggi ci avviciniamo ad un Rosebank di 30 anni imbottigliato nel 2005 da Silver Seal (di cui già assaggiammo tempo fa un 20 anni davvero magnifico). Il colore è dorato.

N: dalla coltre dei suoi 54,8% (che inizialmente sono predominanti) iniziano a stagliarsi un malto dolce e robusto e un po’ di vaniglia. La tipiche note floreali ed erbacee di Rosebank tendono a restare un po’ nascoste. Abbisogna di tempo per aprirsi: frutta disidratata (uvetta, soprattutto); agrumi, sempre di più (limone, cedro?). Note di mandorla. Il lato agrumato aumenta con tempo e acqua, regalando nitidi sentori di scorza di limone (o forse della parte bianca della buccia del limone, è acidino e amaro). L’acqua porta anche un po’ d’anice.

P: piuttosto fruttato (frutta gialla soprattutto), ma cask strenght resta un po’ ostico, l’alcol disturba un po’. A colpire piacevolmente, più che la varietà dei sapori, è l’intensità del sapore di malto, accompagnato da un lato erbaceo (fieno) piuttosto amaro. Miele. Succo di limone. Con acqua, diventa molto più beverino, anche se le sfumature ‘vegetali’ che speravamo non esplodono mai. Resta un sapore di malto, fresco e buono, resta nitido l’agrume. Cedro candito.

F: lievemente fruttato (frutta gialla, frutti tropicali, inattesi, soprattutto mango, forse?). Vince ancora una volta il malto.

Consigliamo caldamente di avere pazienza e di aggiungere un bel po’ d’acqua perché cambierà l’esperienza complessiva, che vede nel lato agrumato il suo picco sensoriale. Ammirevole il modo in cui questo malto resiste alla tentazione del legno (forse perfino troppo strenuamente) e dalle contaminazioni che uno si potrebbe attendere da 30 anni in botte: onestamente, però, dobbiamo dire di non aver trovato quel tripudio di delicata complessità che avevamo invece ammirato nel 20 anni di Silver Seal del 2011. Serge non la pensa così, ed anzi loda questo Rosebank più di quanto non faccia col nostro favorito: nel dubbio di aver sbagliato qualcosa, non possiamo che augurarci di poterlo bere (di poterli bere entrambi, magari affiancati) di nuovo! Nell’attesa, la nostra valutazione è di 84/100, che non si pensi che alla fine non ci è piaciuto.

Sottofondo musicale consigliato: CocorosieLemonade, dall’album Grey Oceans.

Glenrothes 1985 (2005, OB, 43%)

Lentamente riprendiamo i ritmi “normali” ed anche il sito, dopo quasi tre settimane di torpore, dovrebbe tornare agli antichi fasti. Lo scorso fine settimana c’è stato lo Spirit of Scotland, primo festival del whisky di Roma: è stata una bellissima esperienza, noi abbiamo collaborato con il banchetto del forum singlemaltwhisky.it e anche grazie a ciò abbiamo potuto conoscere appassionati e rafforzare legami. Nel ringraziare tutte le persone con cui abbiamo condiviso un dram, rimandiamo alle prime impressioni di Davide (raccomandandovi di controllare quel che nei prossimi giorni scriveranno lui e Claudio). Naturalmente il festival è stato l’occasione per rimpinguare il nostro parco-samples, ma prima di affrontare le nuove entrate dobbiamo terminare la Glenrothes parade… E la terminiamo alla grande, con un 20 anni, imbottigliato nel 2005, ormai quasi ‘storico’. Il colore è ramato.

N: fresco e cremoso al contempo. In primo piano, subito, ci sono uvetta e frutta rossa, ma restano in equilibrio; pare complesso, i diversi aromi si succedono, non c’è nulla di predominante e costante, le varie sfumature offrono allo spettatore sempre un lato diverso. Uvetta, si diceva; vaniglia, mela rossa, pera matura; frutta candita (panettone, anche), qualche spezia dolce (cannella). Un po’ d’anice, a tratti.

P: malto! Si sente netto il sapore di malto (fette biscottate, muesli); è poi piuttosto dolce, tra miele, zucchero di canna, frutta secca con guscio (noce e mandorla). Note di arancia essiccata; frutti rossi, lievi (fragola in primo piano, ma complessivamente più amarognolo). Non male, equilibrato e delicato, ma meno fruttato rispetto al naso; i sapori restano sfumati, non troppo intensi.

F: arancia amara, mandorle amare; persistente, tanta frutta secca (nocciola, noce); créme caramel.

Il quinto Glenrothes della nostra serie è molto buono, ma senza punti esclamativi; il naso ha una bella complessità, mentre il palato resta un po’ troppo ‘fossilizzato’ (a nostro giudizio) su frutta secca / malto per fargli fare il salto di qualità verso l’eccellenza. Detto ciò, non sapremmo trovare veri difetti. Se ci è concesso, diremmo “stereotypical Glenrothes”: 85/100 è il nostro voto, ma come al solito si può vedere cosa ne pensa Serge (che riconosce un’affumicatura che a noi è sfuggita del tutto…).

Sottofondo musicale consigliato: Black keysGold on the ceiling, dall’album El camino.