Octomore 08.1 ‘Masterclass’ (2007/2018, OB, 59,3%)

lo staff che a Bruichladdich si occupa di Octomore

Octomore, aka il mostro finale, aka la Morte Nera, aka la scodella di cenere, aka “ti spiezzo in due”, aka “Panzer Division Marduk“: Octomore, il whisky più torbato al mondo. Prodotto a Bruichladdich e frutto della geniale invenzione di Jim McEwan, è naturalmente un freak ma proprio per questo, pur costando uno sproposito e avendo uno dei rapporti età/prezzo peggiori della storia (si chiama tecnicamente “capolavoro di marketing”), è tra i più ricercati dai torbofili italiani, che generalmente entrano ai festival schiumando dalla bocca e guardandosi intorno per trovare uno di questi rari esemplari. L’orzo alla base di questo batch subisce una torbatura a 167 ppm, quindi tutto sommato ‘delicata’, se pensiamo che si sono spinti fino a oltre 200… E per avere un’idea, Lagavulin e Ardbeg torbano tra i 50 e i 55 ppm. Octomore Masterclass 08.1 è tutto del vintage 2007, maturato esclusivamente in botti ex-bourbon.

N: irrompe subito una folgorazione, immediata: la boule dell’acqua calda. C’è infatti tutta una gamma di oggetti di gomma (che forse non snoccioleremo per pudore), arrivando fino alla visione di un tir che inchioda, fa fischiare i dischi, i pneumatici sfrigolano, la puzza di smog si sente bene. Lo volevate torbato? Eccovelo! Pian piano si fa largo un sentore balsamico, tipo pino mugo e… tremate… masticha (liquore greco aromatizzato con resina). Zucchero a velo e cedro. Zafferano ma anche cimice spetasciata.

P: anche qui l’impatto è inaspettato… subito netto si staglia un sentore di senape!, inaspettata ma presente. Anche il lato balsamico non si fa certo pregare, con ancora resina e aghi di pino, eucalipto. Coerente rispetto al naso, e quindi impregnato di carbone e plastica bruciata. Dolcezza molto semplice, da zucchero bianco, vaniglia e candito da distillato.

F: chimico, plasticoso. Esce la (relativa, peraltro) gioventù, canditi e new make. Ancora zafferano.

Da una parte è indubbiamente estremo, anche se come sempre diciamo non dimostra di essere “quattro volte più torbato di un Ardbeg”, per intenderci; dall’altra parte sono sempre gli stessi eccessi, gli stessi pregi e gli stessi limiti. Come insegna una memorabile campagna di Pubblicità Progresso degli anni ’90, talvolta il vero sballo è dire no. E comunque, 84/100: di questo undicenne stupisce la percepita gioventù del distillato, che ormai siamo portati a credere darà il suo meglio dopo venti, trent’anni in botte. Aspettiamo con curiosità, e con Burzum nelle cuffie.

Sottofondo musicale consigliato: Burzum – Aske.

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Bunnahabhain 10 yo (2007/2018, Douglas Laing, 46%)

è diventato un oggetto da collezione, scopriamo oggi

Il magico Marco Zucchetti ha, tra le molte doti, un fratello che gli regala whisky a Natale: fratelli del genere sono da tenere stretti, mi raccomando. Qualche settimana fa ci ha portato da assaggiare proprio l’ultimo presente alcolico ricevuto, vale a dire questo single cask di Bunnahabhain (refill hogshead, 377 bottiglie totali) imbottigliato da Douglas Laing nella storica serie-base “Provenance”. Brindiamo agli Zucchetti Bros e affondiamo gli artigli nella carne di questo Bunna.

N: se vi turbano le nudità, state lontani: questo Bunna è più nudo di Anna Falchi sul calendario di Max del 1996. Il cereale è protagonista: ricorda il profumo di un malting floor, è orzo umido, in purezza. Molto minerale. Albedo d’agrume: di un pomelo, magari? Un senso di aria di mare, poi una zuccherinità vagamente vanigliata molto piacevole; pera soprattutto. Tanto lievito (pasta cruda di pane). Cioccolato bianco, un pochino?

P: tutto sommato gradevole, riesce ad essere dolce, salato e amaro al contempo. Cioccolato bianco, tanto zucchero, poi un amaro erbaceo (cicoria, dice Zucchetti). Predomina il distillato purissimo e bianco, sapido sapido e con note di mollica di pane. Piacevole.

F: distillato bianco, erbaceo e salato. Ancora mollica di pane.

C’è un’acidità da distillato lievitoso che appare un po’ irrisolta, ma è forse un tratto comune a molti imbottigliamenti così nudi. Non è whisky assertivo, e dunque per compensazione lo saremo noi: 82/100. Divisivo, si sappia: eravamo in quattro ad assaggiare, abbiamo dato volti diversi, con un delta di 10 punti. Sapevatelo, assaggiatelo.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Nude.

Aultmore 7 yo (2007/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

non sono bella, ma piaccio

Nei meandri del nostro armadietto dei samples, ecco comparire un Aultmore del 2007, maturato in un barile ex-sherry e imbottigliato ormai cinque anni fa da Hunter Laing col marchio Hepburn’s Choice. Che senso ha recensire una cosa che ormai sarà quasi sicuramente esaurita? Non siamo mica una succursale di mediashopping, beviamo quello che ci pare, quando ci pare. Pensa te, tsk. Comunque, Aultmore è distilleria dello Speyside che spicca per bruttezza, a maggior ragione se confrontata con l’amenissima Strathisla che sorge poco lontano: d’altro canto, il suo whisky corposo è tradizionalmente molto apprezzato dai blenders, e di recente, con la discesa in campo di un core range di distilleria, anche gli appassionati più distratti ne stanno scoprendo il potenziale. Quindi: sarà pure brutta, ma mica ci dobbiamo vivere, no?

N: per iniziare con una suggestione cromatica, è sia verde che arancione: ha in evidenza la gioventù erbacea, lievitosa, acidula. Pian piano esce un calore ‘sporco’, con il barile che tende a prendersi spazio, con note di cuoio, aceto di mele… Poi un lato più compiutamente ‘dolce’, scuro, come di un caramello particolarmente grasso; anche barrette di cereali e miele. Con acqua, va sporcandosi, andando verso la carne (arrosto? cotenna di maiale?).

P: buono, piacevole, tendenzialmente più dolce del naso e un po’ più guidato dal legno – restano le note di distillato bianco, ancora un po’ acidule. Poi un lato fruttato, con uvetta, arancia, toffee. Ci sono punte speziate, che forse non sappiamo definire compiutamente. L’acqua sposta, facendo perdere la frutta e onestamente vien da chiedersi: perché abbiamo aggiunto acqua? Boh.

F: dopo un primo approccio di frutta rossa, diventa legnoso e speziato, erbe aromatiche (timo?). Il legno resta piuttosto evidente.

Il distillato mostra personalità, non soccombe di fronte al barile in sherry, e c’è da riconoscere che le due dimensioni restano ben armonizzate tra loro. Se vogliamo aggiungere un’altra nota di merito, costa (o costava? non sapremmo) proprio poco, intorno alle 45/50€. Un piacevole everyday dram: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Khruangbin – Maria También. Ma che qualità, signori, dove la trovate una musica migliore? Stay whiskyfacile, stay foolish.

Orkney 10 yo (2007/2018, Claxton’s, 63%)

Abbiamo accennato ieri, sulla nostra fantastica pagina Facebook, al fatto che negli ultimi mesi sono spuntati in giro dei misteriosi barili di single malt distillato sulle Orcadi… Ora noi sappiamo bene che tra Scapa e Highland Park, le due distillerie orcadiane, l’unica ad avere la puzzetta sotto al naso è senz’altro la seconda, che ci tiene tanto al controllo del proprio brand e vuole che questo resti esclusivamente legato a drakkar, pantheon norreno, gente pelosa barbuta sporca e tendenzialmente molto violenta – con una particolare predilezione per la violenza gratuita, son vichinghi d’altro canto, si sa. Questa è una buona notizia per noi: un single cask di Highland Park “non dichiarato” costa meno di uno in cui il nome della distilleria campeggi in etichetta, e dunque… compriamo compriamo! Oggi peschiamo tra le tante release messe sul mercato recentemente, e peschiamo un “Orkney malt” di 10 anni selezionato da Claxton’s, timido imbottigliatore indipendente inglese importato dai prodi ragazzi di Whiskyitaly; si tratta di una botte ex-bourbon, con gradazione intatta a 63%.

orkney-10yo-claxtonsN: pazzesca l’apertura a dispetto della gradazione… Molto Hp, con note di fumo di torba leggero, ma ben presente, con un lato iodato, costiero piuttosto spiccato; ha pure una bellissima acidità, agrumata (proprio limone), e delle note di distillato giovane che a noi piacciono molto – quindi pasta della pizza, lievito, pane. Con acqua si esaltano entrambi i lati, tra lo zucchero a velo e un lieve fumo di torba marino, in pieno stile Hp.

P: senz’acqua, molto, molto buono. Certo, l’intensità dell’alcol è ineludibile, ma ha una dolcezza piena, vanigliata, di pastafrolla e di cereale (proprio la dolcezza del chicco) veramente piacevole; poi un angolino di torba minerale e fumosina. L’acqua apre ed esalta l’intensità, la vaniglia resta piacevole e presente, e si spalanca però la porta su una palude, piena di terra bagnata, umida, fango, sale, fumo di torba. Zucchero a velo.

F: lungo. Infinito, buonissimo come sopra. Ancora pane.

A furia di stigmatizzare le scelte di marketing della casa madre, uno rischia di perdere di vista il prodotto, nascosto sotto le pastoie della comunicazione e dell’aggressività sul mercato. Highland Park produce un distillato che è una roba da rotolarsi nel fango dalla gioia, come dei maialetti contenti di vivere; e se magari attraverso gli imbottigliamenti ufficiali diventa un po’ più difficile del passato mettere a fuoco questa qualità eccelsa, lodiamo gli indipendenti che ce lo ricordano. 88/100, ma qualcuno avrebbe voluto perfino alzare ulteriormente il voto: costa circa 60€, noi ne prendiamo due bottiglie, così, nel dubbio.

Sottofondo musicale consigliato: Lumidee – Never leave you.

Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

Benromach Peat Smoke (2006/2015, OB, 46%)

Benromach è, se vogliamo, la Springbank dello Speyside: la proprietà è di un imbottigliatore indipendente, Gordon & MacPhail, e soprattutto la maltazione avviene in casa, dato che la nostra Benromach è tra le pochissime distillerie ad aver cura di occuparsi della cosa senza delegare ad altri. Le versioni ‘base’ (5 e 10 anni, anche a grado pieno) sono tra i nostri imbottigliamenti recenti preferiti, perché mostrano un carattere oggi davvero inusuale, paragonabile ai whisky degli anni ’60, molto ‘sporco’ e leggermente torbato. Questo “Peat Smoke” dichiara fin dal nome le sue intenzioni bellicose: qui l’affumicatura è in primo piano, come dimostrano i 62 ppm di torbatura (più di Ardbeg, per intenderci) di un malto giovane, di circa nove anni, invecchiato in sole botti ex-bourbon first fill.

brmob-2006v1N: ha proprio una bel fumo di torba acre e denso; è vivace e non ti lascia un attimo di pace. Sembra anche un po’ minerale e persino iodato (???). Camino spento. Poi abbiamo un lato balsamico (aghi di pino e borotalco) e anche una dolcezza ben costruita: pere, mele, cedro candito e liquirizia. E non dimentichiamoci di citare il malto, fieramente presente.

P: niente alcol e corpo pieno. Di nuovo la torba si fa pervasiva, con un sapore denso e fumoso. Sembra di succhiare della terra che brucia. Liquirizia e ancora aghi di pino e tanto limone, mentre la dolcezza non è mai la nota principale, pur se davvero esasperata dalle botti first fill, ma resta sempre in qualche modo sotto scacco per mano di questo fumo così intenso…

F: …che anche al finale si prende la scena per un tempo lunghissimo. Erba bruciata, scamorza. Veramente una sensazione di torba feroce.

Il fumo è davvero eccessivo, così come la dolcezza, molto “liquiriziosa” e tutta caricata dalla botte. Tutto ‘troppo troppo’ per un whisky che, comunque, costando 55€ resta consigliabile nella categoria BFYB: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Smoke gets in your eyes.

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?

Kilchoman single sherry cask for ‘Beija Flor’ (2007/2013, OB, 58%)

Per una settimana siamo spariti, pucciando mollemente le terga nel mar Mediterraneo; ora, rigenerati, non possiamo che ripartire alla grande, anzi, alla grandissima. Oggi assaggiamo un single cask di Kilchoman imbottigliato per Beija Flor, suo importatore italiano: come sapete, durante i festival nostrani noi diamo una mano al banchetto di B.F., e all’ultimo Spirit of Scotland abbiamo registrato come tra i whisky in mescita questo single cask in sherry dalla gradazione mostruosa sia stato senz’altro tra i più apprezzati. Tant’è che l’ultima bottiglia piena rimasta ce la siamo portata via noi, alla fine del primo giorno… L’occasione è buona anche per ricordarvi del Kilchoman European Tour: il truck della distilleria passerà da Milano il 24 settembre e porterà con sé tante sorpresine che si potranno assaggiare da Alcoliche Alchimie in via Poliziano; chissà che non vogliate fare un saltino. Noi ci saremo, pare ovvio!

wk0062i728-62_IM217343N: alcol aggressivo ma non opprimente. È agrumato, è erbaceo, è speziato: cola, tamarindo, liquirizia, fondi di caffè, tabacco da sigaro, ferrochina. Poi, la torba monstre, che tutto permea: fa subito pensare a una stanza piena di fumo acre, intensissimo, pastoso… Note di borotalco; polifenoli a tuono. Distillato iper-agitato, mitigato da una botte altrettanto scalmanata. Man mano si apre splendidamente, con generose zaffate di legno profumato, chiodi di garofano. Con acqua, si trasforma da whisky eccessivo a grande whisky: tutto si armonizza, le varie anime si integrano senza imbizzarrirsi e su un panorama già composito finiscono per stagliarsi perfino suadenti note di frutti rossi. Interazione impeccabile tra legno e distillato.

P: ha una violenza sensoriale davvero fuori dal comune, che neanche la Marina Abramovic degli esordi. È estremo in tutto: legno e torba, torba e legno, con note vinose di sherry veramente spettacolari. Qui tutto ciò si trasfigura in un succo denso e zuccheroso, quasi uno sciroppo. Dominano note polifenoliche a vampate, a simulare roghi di copertoni – che si provano a spegnere con chinotto e marmellata di fragola… L’effetto dell’acqua è anche qui miracoloso, rendendo tutto più equilibrato ed elegante, smussando la brutalità senza intaccare la straordinaria intensità. Succosissimo e fruttatissimo (frutti rossi, amarene).

F: fumo, gomma bruciata, torba; ma anche chinotto, cola, perfino nuove amarene. Infinito, come la carriera di Totti.

L’adagio per cui sherry e torba non sempre vanno a braccetto serenamente qui viene smentito dall’evidenza di un whisky da panico; direbbe qualcuno, storcendo l’esigente nasino: “ah, ma è un whisky costruito”, e noi risponderemmo “sì, ma costruito bene!”, a dimostrazione di come i risultati si ottengano con la competenza, non solo con il tempo. Il primo Kilchoman che finalmente ci ha davvero convinto: e non ci ha solo convinto, ci ha entusiasmato. 92/100 è il giudizio, e buon settembre a tutti quanti.

Sottofondo musicale consigliato: Opeth – Goblin.

Glenfarclas 19 yo (1988/2007, Cadenhead’s, 46%)

Assaggiare un Glenfarclas invecchiato in botti ex-bourbon, si sa, è più raro che trovare una giornata afosa ad Aberdeen: ma siccome noi amiamo sudare per voi, eccoci qui, con un esemplare da versare nel bicchiere. Che egoisti!, direte; ma siccome noi amiamo sudare per voi, appunto, vi avvertiamo che questa sarà una delle sei bottiglie aperte in degustazione mercoledì prossimo, quando all’interno del “corso di avvicinamento al whisky” organizzato da Alcoliche Alchimie terremo un piccolo tasting in cui vi parleremo un po’ di alcune zone della Scozia (Speyside, Lowlands, Highlands). Per tutte le info, date un’occhiata qui; ad ogni modo, i sei whisky in degustazione saranno:
Lowlands
– Littlemill Cadenhead’s 16 yo (1989/2006, bourbon cask, 59,7%)
Speyside
– Aberlour Cadenhead’s 18 yo (1989/2008, sherry cask, 58%)
– Glenfarclas Cadenhead’s 19 yo (1988/2007, bourbon cask, 46%)
Highlands
– Tomatin 15 yo (OB, 46%)
– Balblair Cadenhead’s 18 yo (1990/2008, bourbon cask, 46%)
– Clynelish Duthies 14 yo (sherry cask, 46%)
Se deciderete di fare un salto, ci farà piacere scambiare quattro chiacchiere con voi! Detto ciò, sotto con questo ‘farclas. Il colore è dorato.

1524783_513602058754740_231825503_nN: l’apporto del bourbon è tanta tanta frutta! Frutta matura e sugosa, di varia natura: dalla banana alla mela gialla, dal mandarino dolce alla maracuja… Che bontà; anche marmellata d’arancia, se pur lieve. Poi spicca nitida la frutta secca, di quella bella oleosa (noci, su tutti, ma anche nocciole; e pure burro fresco, a dir la verità). Non manca una traccia di legno odoroso, né una vaniglia sobriamente cremosa. Multiforme, intenso ma non spaccone.

P: una bella sorpresa. Si intensifica il lato signorile: l’impressione complessiva è quella di una bella oleosità, d’una bella masticabilità. Non c’è una farsa dolciastra, ma anzi: rispetto al naso retrocede la frutta (comunque presente con banana, cocco e un’ombra d’agrume). Piuttosto, si esaltano il malto, con le sue note cerealose e di frutta secca (noce, ancora), un nonsoché di legnoso e speziato, erbaceo (forse chiodi di garofano? o erbe amare?). Nocciolo di limone.

F: di nuovo maltoso e pulito, con un che di cocco. Frutta secca.

L’invecchiamento pare essere frutto di una ottima interazione tra botte e distillato: nello specifico, siamo di fronte a una botte evidentemente rispettosa del distillato che ha contenuto, non imponendo eccessive note vanigliose e dolciastre e lasciando intravedere perché la distilleria faccia perdere la testa agli appassionati. Vive di equilibrate contraddizioni, è cremoso e fruttato e al contempo elegante e quasi austero. 87/100 è il nostro giudizio.

Sottofondo musicale consigliato: The OceanMesopelagic: Into the uncanny (la versione solo strumentale è più bella, ma su youtube non c’è!).

Tomintoul 12 yo ‘Oloroso finish’ (2007, OB, 40%)

I malti base ufficiali di Tomintoul ci hanno sempre lasciato un po’ freddini, in tutta franchezza: li abbiamo sempre trovati un po’ anonimi, certamente gentili ma forse perfino un po’ troppo… Nel 2006 la distilleria ha scelto di ‘rianimare’ parte del whisky destinato a comporre il 12 anni normale facendogli fare un giro in botti di sherry Oloroso per 18 mesi, imbottigliandolo poi nel 2007; non sappiamo onestamente se la distilleria abbia messo sul mercato diversi batch di questo 12 anni ‘Oloroso finish’, ma di certo sull’etichetta del nostro sample ufficiale c’è stampata la data ‘2010’. Mistero? Il colore, intanto, è ramato.

Schermata 2014-01-16 alle 11.47.41N: a dominare è decisamente il legno, i 18 mesi in Oloroso hanno lasciato il segno. Ci sono note di scorza d’arancia, di lucido per legno, di Campari (?), di chips di mele, forse perfino di fichi. Pare perfino leggermente affumicato, sogniamo o siam desti? Sotto, note lievi e non indimenticabili di zucchero di canna e muesli. C’è un che di speziato / pepato che non riusciamo bene a mettere a fuoco (noce moscata?).

P: caramelloso, ma in grande coerenza col naso: non straordinariamente complesso, con lo sherry bene in evidenza: mele cotte e mele fresche, toffee, ancora una nota legnosa / affumicata, ancora zucchero di canna e succo d’arancia (ma anche agrume amaro, tipo scorza, o arancia rossa). Il corpo è debole ma non sgradevolmente acquoso. Cannella.

F: toffee e caramello, a go go. Mela cotta (frutta cotta in generale), forse un che di cannella, ancora. Medie intensità e durata.

Si dice spesso che il wine-finishing sia un’operazione fatta per nascondere, sotto l’influsso di botti molto attive, un distillato di base non entusiasmante; forse, con un pizzico di malizia, potremmo dire che anche in questo caso sia andata così… E comunque il make-up certamente – a nostro gusto – giova a questo whisky, che finora ci pare il più piacevole tra i Tomintoul ufficiali di età intermedia. 83/100 è il nostro giudizio, arrivederci.

Sottofondo musicale consigliato: IshahnNaCl.