Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

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Benromach Peat Smoke (2006/2015, OB, 46%)

Benromach è, se vogliamo, la Springbank dello Speyside: la proprietà è di un imbottigliatore indipendente, Gordon & MacPhail, e soprattutto la maltazione avviene in casa, dato che la nostra Benromach è tra le pochissime distillerie ad aver cura di occuparsi della cosa senza delegare ad altri. Le versioni ‘base’ (5 e 10 anni, anche a grado pieno) sono tra i nostri imbottigliamenti recenti preferiti, perché mostrano un carattere oggi davvero inusuale, paragonabile ai whisky degli anni ’60, molto ‘sporco’ e leggermente torbato. Questo “Peat Smoke” dichiara fin dal nome le sue intenzioni bellicose: qui l’affumicatura è in primo piano, come dimostrano i 62 ppm di torbatura (più di Ardbeg, per intenderci) di un malto giovane, di circa nove anni, invecchiato in sole botti ex-bourbon first fill.

brmob-2006v1N: ha proprio una bel fumo di torba acre e denso; è vivace e non ti lascia un attimo di pace. Sembra anche un po’ minerale e persino iodato (???). Camino spento. Poi abbiamo un lato balsamico (aghi di pino e borotalco) e anche una dolcezza ben costruita: pere, mele, cedro candito e liquirizia. E non dimentichiamoci di citare il malto, fieramente presente.

P: niente alcol e corpo pieno. Di nuovo la torba si fa pervasiva, con un sapore denso e fumoso. Sembra di succhiare della terra che brucia. Liquirizia e ancora aghi di pino e tanto limone, mentre la dolcezza non è mai la nota principale, pur se davvero esasperata dalle botti first fill, ma resta sempre in qualche modo sotto scacco per mano di questo fumo così intenso…

F: …che anche al finale si prende la scena per un tempo lunghissimo. Erba bruciata, scamorza. Veramente una sensazione di torba feroce.

Il fumo è davvero eccessivo, così come la dolcezza, molto “liquiriziosa” e tutta caricata dalla botte. Tutto ‘troppo troppo’ per un whisky che, comunque, costando 55€ resta consigliabile nella categoria BFYB: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Smoke gets in your eyes.

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?

Kilchoman single sherry cask for ‘Beija Flor’ (2007/2013, OB, 58%)

Per una settimana siamo spariti, pucciando mollemente le terga nel mar Mediterraneo; ora, rigenerati, non possiamo che ripartire alla grande, anzi, alla grandissima. Oggi assaggiamo un single cask di Kilchoman imbottigliato per Beija Flor, suo importatore italiano: come sapete, durante i festival nostrani noi diamo una mano al banchetto di B.F., e all’ultimo Spirit of Scotland abbiamo registrato come tra i whisky in mescita questo single cask in sherry dalla gradazione mostruosa sia stato senz’altro tra i più apprezzati. Tant’è che l’ultima bottiglia piena rimasta ce la siamo portata via noi, alla fine del primo giorno… L’occasione è buona anche per ricordarvi del Kilchoman European Tour: il truck della distilleria passerà da Milano il 24 settembre e porterà con sé tante sorpresine che si potranno assaggiare da Alcoliche Alchimie in via Poliziano; chissà che non vogliate fare un saltino. Noi ci saremo, pare ovvio!

wk0062i728-62_IM217343N: alcol aggressivo ma non opprimente. È agrumato, è erbaceo, è speziato: cola, tamarindo, liquirizia, fondi di caffè, tabacco da sigaro, ferrochina. Poi, la torba monstre, che tutto permea: fa subito pensare a una stanza piena di fumo acre, intensissimo, pastoso… Note di borotalco; polifenoli a tuono. Distillato iper-agitato, mitigato da una botte altrettanto scalmanata. Man mano si apre splendidamente, con generose zaffate di legno profumato, chiodi di garofano. Con acqua, si trasforma da whisky eccessivo a grande whisky: tutto si armonizza, le varie anime si integrano senza imbizzarrirsi e su un panorama già composito finiscono per stagliarsi perfino suadenti note di frutti rossi. Interazione impeccabile tra legno e distillato.

P: ha una violenza sensoriale davvero fuori dal comune, che neanche la Marina Abramovic degli esordi. È estremo in tutto: legno e torba, torba e legno, con note vinose di sherry veramente spettacolari. Qui tutto ciò si trasfigura in un succo denso e zuccheroso, quasi uno sciroppo. Dominano note polifenoliche a vampate, a simulare roghi di copertoni – che si provano a spegnere con chinotto e marmellata di fragola… L’effetto dell’acqua è anche qui miracoloso, rendendo tutto più equilibrato ed elegante, smussando la brutalità senza intaccare la straordinaria intensità. Succosissimo e fruttatissimo (frutti rossi, amarene).

F: fumo, gomma bruciata, torba; ma anche chinotto, cola, perfino nuove amarene. Infinito, come la carriera di Totti.

L’adagio per cui sherry e torba non sempre vanno a braccetto serenamente qui viene smentito dall’evidenza di un whisky da panico; direbbe qualcuno, storcendo l’esigente nasino: “ah, ma è un whisky costruito”, e noi risponderemmo “sì, ma costruito bene!”, a dimostrazione di come i risultati si ottengano con la competenza, non solo con il tempo. Il primo Kilchoman che finalmente ci ha davvero convinto: e non ci ha solo convinto, ci ha entusiasmato. 92/100 è il giudizio, e buon settembre a tutti quanti.

Sottofondo musicale consigliato: Opeth – Goblin.

Glenfarclas 19 yo (1988/2007, Cadenhead’s, 46%)

Assaggiare un Glenfarclas invecchiato in botti ex-bourbon, si sa, è più raro che trovare una giornata afosa ad Aberdeen: ma siccome noi amiamo sudare per voi, eccoci qui, con un esemplare da versare nel bicchiere. Che egoisti!, direte; ma siccome noi amiamo sudare per voi, appunto, vi avvertiamo che questa sarà una delle sei bottiglie aperte in degustazione mercoledì prossimo, quando all’interno del “corso di avvicinamento al whisky” organizzato da Alcoliche Alchimie terremo un piccolo tasting in cui vi parleremo un po’ di alcune zone della Scozia (Speyside, Lowlands, Highlands). Per tutte le info, date un’occhiata qui; ad ogni modo, i sei whisky in degustazione saranno:
Lowlands
– Littlemill Cadenhead’s 16 yo (1989/2006, bourbon cask, 59,7%)
Speyside
– Aberlour Cadenhead’s 18 yo (1989/2008, sherry cask, 58%)
– Glenfarclas Cadenhead’s 19 yo (1988/2007, bourbon cask, 46%)
Highlands
– Tomatin 15 yo (OB, 46%)
– Balblair Cadenhead’s 18 yo (1990/2008, bourbon cask, 46%)
– Clynelish Duthies 14 yo (sherry cask, 46%)
Se deciderete di fare un salto, ci farà piacere scambiare quattro chiacchiere con voi! Detto ciò, sotto con questo ‘farclas. Il colore è dorato.

1524783_513602058754740_231825503_nN: l’apporto del bourbon è tanta tanta frutta! Frutta matura e sugosa, di varia natura: dalla banana alla mela gialla, dal mandarino dolce alla maracuja… Che bontà; anche marmellata d’arancia, se pur lieve. Poi spicca nitida la frutta secca, di quella bella oleosa (noci, su tutti, ma anche nocciole; e pure burro fresco, a dir la verità). Non manca una traccia di legno odoroso, né una vaniglia sobriamente cremosa. Multiforme, intenso ma non spaccone.

P: una bella sorpresa. Si intensifica il lato signorile: l’impressione complessiva è quella di una bella oleosità, d’una bella masticabilità. Non c’è una farsa dolciastra, ma anzi: rispetto al naso retrocede la frutta (comunque presente con banana, cocco e un’ombra d’agrume). Piuttosto, si esaltano il malto, con le sue note cerealose e di frutta secca (noce, ancora), un nonsoché di legnoso e speziato, erbaceo (forse chiodi di garofano? o erbe amare?). Nocciolo di limone.

F: di nuovo maltoso e pulito, con un che di cocco. Frutta secca.

L’invecchiamento pare essere frutto di una ottima interazione tra botte e distillato: nello specifico, siamo di fronte a una botte evidentemente rispettosa del distillato che ha contenuto, non imponendo eccessive note vanigliose e dolciastre e lasciando intravedere perché la distilleria faccia perdere la testa agli appassionati. Vive di equilibrate contraddizioni, è cremoso e fruttato e al contempo elegante e quasi austero. 87/100 è il nostro giudizio.

Sottofondo musicale consigliato: The OceanMesopelagic: Into the uncanny (la versione solo strumentale è più bella, ma su youtube non c’è!).

Tomintoul 12 yo ‘Oloroso finish’ (2007, OB, 40%)

I malti base ufficiali di Tomintoul ci hanno sempre lasciato un po’ freddini, in tutta franchezza: li abbiamo sempre trovati un po’ anonimi, certamente gentili ma forse perfino un po’ troppo… Nel 2006 la distilleria ha scelto di ‘rianimare’ parte del whisky destinato a comporre il 12 anni normale facendogli fare un giro in botti di sherry Oloroso per 18 mesi, imbottigliandolo poi nel 2007; non sappiamo onestamente se la distilleria abbia messo sul mercato diversi batch di questo 12 anni ‘Oloroso finish’, ma di certo sull’etichetta del nostro sample ufficiale c’è stampata la data ‘2010’. Mistero? Il colore, intanto, è ramato.

Schermata 2014-01-16 alle 11.47.41N: a dominare è decisamente il legno, i 18 mesi in Oloroso hanno lasciato il segno. Ci sono note di scorza d’arancia, di lucido per legno, di Campari (?), di chips di mele, forse perfino di fichi. Pare perfino leggermente affumicato, sogniamo o siam desti? Sotto, note lievi e non indimenticabili di zucchero di canna e muesli. C’è un che di speziato / pepato che non riusciamo bene a mettere a fuoco (noce moscata?).

P: caramelloso, ma in grande coerenza col naso: non straordinariamente complesso, con lo sherry bene in evidenza: mele cotte e mele fresche, toffee, ancora una nota legnosa / affumicata, ancora zucchero di canna e succo d’arancia (ma anche agrume amaro, tipo scorza, o arancia rossa). Il corpo è debole ma non sgradevolmente acquoso. Cannella.

F: toffee e caramello, a go go. Mela cotta (frutta cotta in generale), forse un che di cannella, ancora. Medie intensità e durata.

Si dice spesso che il wine-finishing sia un’operazione fatta per nascondere, sotto l’influsso di botti molto attive, un distillato di base non entusiasmante; forse, con un pizzico di malizia, potremmo dire che anche in questo caso sia andata così… E comunque il make-up certamente – a nostro gusto – giova a questo whisky, che finora ci pare il più piacevole tra i Tomintoul ufficiali di età intermedia. 83/100 è il nostro giudizio, arrivederci.

Sottofondo musicale consigliato: IshahnNaCl.

Kilchoman 2007/2012 (cask #245, OB for Milano Whisky Festival, 59,5%)

E insomma, la morale è una sola: non ci resta che bere. Ci muove in questo momento il sentimento di non poterci sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità, vale a dire: noi beviamo l’amaro calice, ma ve lo bevete pure voi, ché sbronzarsi da soli è cosa cattiva e ingiusta. Con vibrante emozione, dunque, assaggiamo uno dei due imbottigliamenti proposti da Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci al Milano Whisky Festival 2012: Kilchoman 2007/2012, un single cask della giovane distilleria di Islay (distillato il 15.8.2007 e imbottigliato il primo di ottobre del 2012, a gradazione piena) che ha riscosso grande successo. Finora, come forse sapete, non abbiamo nascosto qualche perplessità su questi giovanissimi malti, vediamo se questo ci farà cambiare idea.

zoom_1857183_kilmwfN: Kilchoman pian piano si fa le ossa, e questo imbottigliamento sembra esserne prova provata: accanto a note medicinali e di gasolio (anche una punta di inchiostro), ci sono – leggermente più in disparte – una discreta marinità (alghe secche) e un’affumicatura torbata intensa, ma non totalizzante. Si sente tanta liquirizia, a mano a mano cresce una dimensione vanigliata e di marzapane. Borotalco? Ci sono note anche vegetali, che non paiono rimandare a immaturità ma completano un profilo semplice ma più vario delle attese. Una goccia d’acqua aumenta l’affumicatura e al contempo potenzia la vaniglia. Buono!

P: qui la giovane età vien fuori tutta, con un attacco forte e deciso su frutta candita e vaniglia… che subito però lascia spazio a bombe di legno amarognolo, torba veramente molto acre, un senso di marinità quasi organica (aringhe) e suggestioni di gomma bruciata, plastica… Ancora tanta liquirizia, per un palato dai sapori extra-strong. Ci sentiamo di suggerire un po’ d’acqua, che – pur non perdendo plastica fusa e pesce – arrotonda una dolcezza cremosa.

N: lunghissimo, molto intenso, a tratti quasi violento nelle sue vette torbate e marine: ancora, gomma bruciata e pesce.

Ultimamente assaggiamo malti controversi; in questo caso, dobbiamo riconoscere a questo Kilchoman un naso molto piacevole, mentre il marino e il torbato – al palato e al finale – onestamente ci sono parsi eccessivi, nel senso che a nostro gusto indulge troppo su un mix di pesce e plastica bruciata. Di recente uno di noi ha assaggiato un sample di quello che sarà probabilmente il prossimo Kilchoman imbottigliato dal MWF, ed era parso un po’ più maturo e soprattutto più bilanciato, anche se non ricordiamo l’età (comunque, tanto più vecchio non può essere). La morale? Rispetto ad altri Kilchoman, questo è più intenso e più vario (per quanto, a maggior ragione a quest’età, resti sullo stereotipo del giovane malto torbato di Islay), ma forse è un po’ meno equilibrato. A parità di gioventù, noi per ora – attendiamo con ansia di farci smentire dai nostri sensi – preferiamo gli imberbi Port Charlotte, che ci possiamo fare. Nel nostro quadernetto questo imbottigliamento si guadagna un 82/100, ma di nuovo avvertiamo che ad molti amici è piaciuto di più. Costa 99 euro.

Sottofondo musicale consigliato: GrenzkommandoLady Gaga.

Ospitaletto Whisky Festival pt.2 – Laphroaig 10 yo Cask Strength (2007, OB, 55,7%)

Proseguiamo nel nostro riepilogo dei malti assaggiati all’Ospitaletto Whisky Festival, procedendo in ordine sparso… L’ultimo whisky bevuto è stato un Laphroaig 10 anni Cask Strength, imbottigliato nel 2007; la serie è ancora in commercio, ma – come ci ha insegnato Claudio – è sensibilmente cambiata a livello qualitativo da quando, tra 2009 e 2010, è iniziata l’era dei batch e delle patacche rosse sull’etichetta. Noi non siamo mai teneri con gli imbottigliamenti ufficiali di Laphroaig, ma dobbiamo ammettere fin d’ora che questo whisky ci ha pienamente convinto… Seguono stringate tasting notes.

13852_355941457854135_344763067_nN: affumicatura molto intensa, ma sotto si staglia un profilo davvero complesso; intensamente medicinale, con note torbate ‘minerali’; ci sono invitanti tracce marine, di salamoia, di motore acceso. Segue un tripudio di liquirizia, accanto a crescenti note fruttate molto ‘calde’ e marmellatose (tra l’arancia e la fragola). Buono buono. P: liquirizia, ancora, predominante in attacco, poi note medicinali sempre più intense, che integrate nel complesso ricordano quasi certi sciroppi per la tosse. Molta frutta, massiccia e buona, tra cui albicocche disidratate, banane, suggestioni tropicali… Sapido e marino, con l’affumicatura più composta rispetto al naso, ma sempre bella viva. F: come dice Claudio, “se non c’è liquirizia al finale, non è Laphroaig”. Beh, qui c’è… Poi note di cenere e perfino di bacon.

Decisamente migliore rispetto ai Laphroaig ufficiali più recenti che ci è accaduto di bere, complesso, intenso, equilibrato, pieno di sfaccettature, meritevole di essere bevuto con calma. Se verrete allo Spirit Of Scotland, festival romano ormai sempre più imminente, noi saremo al banchetto di Laphroaig e Angel’s Share a dare una mano, e ci farà piacere chiacchierare di whisky magari sorseggiando proprio questo dram: siamo curiosi di sapere che ne pensate voi, cari ventisei lettori (ché noi ne abbiamo più di Manzoni), perché il giudizio di Whisky Facile è 90/100. Questo è ciò che ne pensa Serge.

Sottofondo musicale consigliato: Ms MrBones.

Port Charlotte ‘PC6’ (2007, OB, 61,6%)

Quando è uscito questo PC6 noi eravamo degli alcolizz… ehm, degli appassionati di whisky alle prime armi, e un po’ alla cieca, come si fa quando si è agli inizi, ci siamo fatti sedurre e ne abbiamo comprato una bottiglia, che abbiamo tenuto lì per anni senza aprirla, portandole un rispetto quasi sacrale. Ormai la nostra boccia (che compare in una foto qui sopra, ogni tanto) è quasi finita, e abbiamo pensato fosse giusto tributarle il giusto omaggio, recensendola ‘ammòdino’, come si dice sull’Arno. Quindi: versione mediamente torbata di Bruichladdich, distillata nel 2001, invecchiata in botti di bourbon e di Madeira, imbottgliata nel 2007. Siamo su Islay, per chi si fosse distratto. Colore? Ambrato chiaro.

pclob-2001v1N: questi 61,6% richiedono una certa cautela… Appena si scioglie un po’, si sente tutta la sfrontatezza affumicata isolana (?), rivelando un malto davvero assertivo: un fumo di torba ancora nervoso e di crescente intensità (catrame) pare dimenarsi nel bicchiere, accanto a un’altrettanto esuberante dimensione zuccherina. Si distingue una dolcezza di canditi, di vaniglia, di pasticceria, che arrotonda e sfuma molto. Crostata di frutta, perfino, forse torta di cioccolato e pere (certamente in queste impressioni avrà influito l’invecchiamento parziale in Madeira…). Si riaffaccia un lato marino (alghe, iodio) assieme a note minerali. Pelle appena conciata, fantastico! Suona strano dirlo, lo sappiamo, ma è un aroma molto ben integrato nel contesto. Con acqua il panorama non muta molto: si apre soprattutto la dolcezza, alleviando un poco l’intensa affumicatura e virando su note quasi ‘vegetali’, d’orzo.

P: sbababàm! Babàm! Sberebèm! Impetuoso, esplosivo, devastante. Un candelotto di dinamite in gola: molto avvolgente, con una coltre di legna calda, liquirizia a vagonate, un tripudio di vaniglia… Ma non solo: la torba c’è, molto intensa ma delicata, ben integrata nel profilo complessivo; poi, una dolcezza composita (crostata di fragole; ha un che di molto marmellatoso, magari d’arancia… c’è un qualcosa di agrumato, anzi, sì: scorzette d’arancia). Con acqua, stavolta non si apre tanto la dolcezza quanto piuttosto una maggiore affumicatura, regalando anche qualche nota pepata, forse proprio di peperoncino.

F: liquirizia in-fi-ni-ta, poi cumuli di torba e fenoli. Forse è qui che il lato marino si svela ed esce più massiccio.

Bevendo i Port Charlotte, ufficiali e indipendenti, è sempre una sola la domanda: ma come diavolo fanno a essere così buoni essendo così giovani? Ed anche: assaggiandolo ‘blind’, scommetteremmo qualcosa su un whisky di soli sei anni? Colpisce davvero l’intensità degli aromi, comunque mai eccessivamente ‘ruffiani’; un ottimo prodotto, non c’è che dire, soliti complimenti a Jim McEwan per la sua ennesima creazione – Port Charlotte che, lo ricordiamo, ormai ha raggiunto i dieci anni e più… Questa bottiglia costava circa 80 euro, ora all’asta va a poco più di 200. Il nostro giudizio è di 88/100, mentre Serge la pensa così e Ruben così.

Sottofondo musicale consigliato: Dire StraitsLady writer.

Glen Spey 15 yo (1992/2007, James MacArthur, 53%)

La distilleria Glen Spey, vicina di casa di Glen Grant e Glenrothes, non è particolarmente quotata tra gli esperti; noi abbiamo messo le mani su un imbottigliamento della serie “Old Masters” di James MacArthur, 15 anni passati in una botte ex-bourbon. L’abbiamo assaggiato ‘blind’ in una serata da amici: vediamo se, senza essere influenzati da altre informazioni e senza sapere cosa avevamo davanti, ci è piaciuto o meno… Il colore è paglierino.

zoom_30687136_glenspey15yojmc800N: piuttosto chiuso, all’inizio; tanta vaniglia, tanta liquirizia. Note di frutta gialla, pera e susine soprattutto. Intenso ma piuttosto abbottonato. Ci sono anche note di cioccolato amaro. Limone. Il malto pian piano viene fuori (muesli), affianco a note floreali, erbose, che contribuiscono a definire un profilo abbastanza acerbo. Con un po’ d’acqua, reagisce come ci aspettavamo: si apre verso la pasta di mandorle e la vaniglia si accentua. Ancora limone, ancora cereali.

P: anche qui ci pare un distillato abbastanza ‘nudo’, confermando una certa austerità del naso. C’è un malto robusto e godibile (ancora cereali), cui si affiancano note zuccherine intense ma non sfacciate (uva bianca, un po’ di vaniglia, mandorla). Ancora note erbose. Cacao amaro. Nocciolo di limone (avete presente?, è un po’ amarino), ma anche miele. Con acqua, tutto guadagna in intensità, diventando ancora più dolce e godibile. Molto buono.

F: lungo, non intensissimo; miele, ancora cereali.

Noi avevamo pensato si trattasse di un whisky delle Lowlands di medio invecchiamento (15-20 anni), in virtù di note ‘vegetali’ e floreali e di un profilo austero e delicato. Non abbiamo poi sbagliato di molto… Certamente, quelle stesse note che noi qui abbiamo apprezzato possono essere trovate discutibili e “troppo acerbe” da altri: ad ogni modo, noi alla cieca gli abbiamo dato 89/100 e non possiamo che confermare il voto, avvertendo che, ad esempio, Serge è decisamente meno indulgente. Ah, la soggettività!

Sottofondo musicale consigliato: Dead Can DanceIn the Kingdom of the Blind the One-eyed are Kings.