Edradour 10 yo (2009/2019, OB, 46%)

Chi va fino a Pitlochry per dire a quelli di Edradour di togliere il cartello “the smallest distillery in Scotland”? No, perché noi non vorremmo disturbare… Il trend sempre più galoppante delle microdistillerie ha fatto sì che i 260 mila litri prodotti nel 2018 in questa incantevole e storica (1825) distilleria delle Highlands meridionali sembrino numeri da multinazionale. Al di là delle esagerazioni, di cui amiamo far uso in retorica e in svariati altri campi, è un fatto che Edradour sia una distilleria in rapida ascesa, soprattutto grazie alla crescita della qualità media degli imbottigliamenti, e che non a caso i proprietari di Signatory Vintage abbiano avviato un’espansione che porterà a breve a raddoppiare la capacità massima produttiva. Piccolo è bello, quindi, ma buono e richiesto del mercato forse è anche meglio. Oggi assaggiamo un 10 anni single cask imbottigliato da Signatory nella serie “The Un-chillfiltered Collection”, frutto dell’instancabile lavorio della botte #49 sul distillato. Il colore naturale, di un marrone-cola davvero intenso, ci mette quasi in soggezione. Ci aspettiamo bordate di sherry piovere da ogni dove.

IMG-20190919-WA0019N: e infatti è chiaramente uno sherry monster, carichissimo fin dalla prima annusata. Il barile doveva essere Oloroso, e ha donato a questo whisky note molto scure: liquirizia, fave di cacao, aceto balsamico tradizionale. Poi marmellata di frutta rossa (more, forse), ma un po’ in disparte. Tanto legno, con qualche spezia che fa capolino. Cola, un che di caffè zuccherato.

P: urca!, carichissimissimo. È talmente influenzato dal legno che sembra quasi affumicato: la prima nota che ci viene in mente è il Tabasco Chipotle (che appunto è un po’ affumicato, con anche note di aceto), poi sedano, un sacco di liquirizia, peperoncini (non perché sia piccante, ha proprio il sapore di chili). Ha una certa sapidità, poi cioccolato fondente, leggermente addolcito, marmellata di frutta rossa. Caffè.

F: lungo e sporco come il palato, ancora tabasco Chipotle, liquirizia, note salate.

Ve lo diciamo: è un whisky divisivo. Il punteggio che assegniamo (86/100) è la media matematica tra i nostri due voti: a uno è piaciuto molto per la sua stranezza, all’altro decisamente meno. Certo è una bevuta impegnativa, non è un whisky che finisci in una sera chiacchierando del più e del meno, ma altrettanto sicuramente è un profilo molto particolare, quasi unico. Tantissimo legno, tanto gusto, poco distillato. Per portarselo a casa servono una sessantina di euro di euro oppure un amico curiosone come Davide Ansalone che ne compra una bottiglia e te ne porta un sample. Grazie!

Sottofondo musicale consigliato: Wynton Marsalis – Daily Battles (Motherless Brooklyn OST)

 

Chichibu 2009 cask #635 (2016, OB for Number One Drinks, 62,1%)

Quest’estate abbiamo fatto una mezza follia: ci siamo incaponiti nel voler assaggiare dei single cask di Chichibu! La cosa non è facilissima, come potete immaginare, dato che i prezzi di queste release hanno raggiunto quotazioni faraoniche, immorali, quasi ridicole a tratti, e difficilmente chi ne compra una bottiglia poi la apre davvero. Sempre meglio un Chichibu dei minibot, o no? Detto ciò, però, il whisky distillato da Ichiro Akuto è sempre stato eccellente, pur così giovane: e dunque ci siamo armati di buona volontà e siamo andati a Londra, terra di (pochi ma) eccellenti whisky bar – ma ci torneremo nei prossimi giorni. Tre single cask, tre invecchiamenti molto diversi: oggi iniziamo la nostra personale Chichibu Week e partiamo con un ex-bourbon, distillato nel 2009 e imbottigliato nel 2016 per i 10 anni di Number One Drinks – un’azienda di cui vorremmo avere delle quote. Cask #635, per i curiosi: quotazione di mercato corrente, intorno ai 900€.

N: molto bourbonoso, al solito fa impressione che l’alcol non si senta. La botte sì però: crema pasticcera, miele, toffee caldo, fudge, cocco (gelato al cocco). Cioccolato bianco a tuono, me lo immagino colante, sarà che sono matto. Mantiene bei sentori di agrume, a testimoniare un senso come di acidità sempre presente. Qui e là sembra emergere un lievissimo sentore minerale, come di un ricordo di torba distante. L’acqua fa esplodere un lato tropical, tutto di ananas, anche essiccato.

P: esplosivo, grasso, anch’esso pressoché privo di alcol, anche se l’intensità è ovviamente a mille. Sembra di addentare un pezzo di toffee al cioccolato bianco, ammesso che esista… Poi è pure più fruttato, banana certo ma anche pesca gialla dolce. Biscotto al burro. Anche qui l’acqua apre sull’ananas, spaventoso.

F: lungo, dolce ovviamente ma molto pulito, a tratti affilato. Pesche taglienti, avere presente? Ehm… Ancora gelato al cocco. Toffee.

90/100, non un punto di meno per whisky speciale, già molto maturo anche se in giovane età. Certo, il barile ex-bourbon si fa sentire in modo massiccio, ma non crediamo valga la pena di lamentarsi troppo. Whiskyfacile per il sociale: il Sexy Fish Bar, che vanta la più spaventosa bottigliera di whisky giapponesi APERTI al mondo, serve una mezza dose (2,5 cl) a 25 sterline. Ne riparliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Ivan Graziani – E sei così bella.

Bruichladdich 2009 (2017, SMILE Whisky Club, 50%)

Un uccellino, un colibrì forse, ci ha portato un sample di un Bruichladdich del 2009, single cask imbottigliato dallo SMILE Whisky Club, con sede a La Spezia: si tratta di un barile ex-bourbon, distillato da Jim McEwan (qui sopra ritratto con il panel di selezionatori, vale a dire: il club), messo in vetro a fine 2017. Ne esistono due versioni, una a grado pieno ed un’altra, quella che abbiamo noi, ridotta a 50%. Ci accostiamo con curiosità.

N: un po’ etereo sulle prime, con qualche nota di smalto. Su questi giovani Bruichladdich, gli attori recitano sempre sensazioni di cereale, erbacee, oppure di vaniglia, pastafrolla in fieri, un che di minerale. In questo specifico barile ci sembra prevalgano le sensazioni più legate al distillato, nude, di materia prima: quindi si esalta il lato erbaceo e maltoso, poi frutta secca, soprattutto mandorle e anche un po’ di noce. Poi confetto, pastafrolla. Solo dopo un po’ si inizia a percepire una leggera torbatura.

P: qui cambia un po’, pur in una coerenza complessiva. Orientato sul distillato, ancora, ma se al naso l’immaginazione rimaneva un po’ tarpata, qui la complessità di Bruichladdich si dispiega meglio, con note più compiutamente minerali, perfino una sapidità molto evidente e certo gradevole. Ancora pastafrolla ‘cruda’, poi burro e brioscina. Un accenno di mela gialla. Pane.

F: pulito, non lunghissimo, tutto su pane, ancora una suggestione di marinità. Un filo di torba, minerale, perdura a lungo.

Un whisky che francamente non può non piacere: rivela la godibile complessità del distillato di Bruichladdich, evidente visti i soli otto anni di invecchiamento, e si lascia bere con una facilità disarmante. Nudo, pulito e limpido: è il suo pregio e, ad essere onesti, anche il suo limite – ma avercene, di limiti del genere: 84/100. Complimenti ai ragazzi dello SMILE Whisky Club per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Nat King Cole – Smile.

Lochindaal 7 yo (2009/2016, High Spirits, 46%)

Nadi Fiori, aka Freddy Flowers, è uso comprare botti di Port Charlotte, il torbato di Bruichladdich, e noi lo sappiamo bene grazie agli acquisti e imbottigliamenti fatti a sei mani, insieme a Giorgio D’Ambrosio e a Franco DiLillo (ad esempio, questo o questo). Qui, almeno a livello di imbottigliamento per quel che ne sappiamo, fa per conto suo e decide di scrivere in etichetta Lochindaal, perché Lochindaal è il golfo su cui si affacciano i vicini villaggi di Bruichladdich e Port Charlotte. Sarà Bruichladdich? Sarà Port Charlotte? L’etichetta cambia stile rispetto alle ultime selezioni di “High Spirits”, ammicca al passato ma – possiamo dirlo? – graficamente non ci fa proprio impazzire: ma in fondo checcefrega dell’etichetta, noi vogliamo bere, gli sguardi li destiniamo alle fanciulle.

lochindaal-7-y-oN: se potevamo avere dei dubbi sul fatto che si trattasse di Laddie o di Port Charlotte, beh, basta poggiare il naso sul bicchiere per confermare che sì, è proprio Port Charlotte. La prima suggestione, contundente e immersiva, è proprio di aria di mare, di sferzante brezza salata. Davvero uno shock! Anche la torba è molto viva, sporca e ‘chimica’ come il gasolio. Affianco si agita un lato fruttato bardato di cedro candito (e in generale di agrumi canditi, non sottilizziamo), di banana verde; un che di vaniglia, certo, ma abbastanza trattenuta e delicata. Chiudiamo con un lato balsamico, di bosco di conifere, quasi esondante sul medicinale (medicine per la tosse, ca va sans dire!).

P: come al naso, colpisce fin dall’attacco una marinità davvero sopra le righe, esplosiva: esibisce una sapidità veramente estrema. In grande coerenza, si conferma una dolcezza austera e ‘vegetale’, tra il cedro candito e un senso di  zucchero bianco ‘annacquato’ (avete mai bevuto da bambini dell’acqua poco zuccherata?) – la botte, che pareva poco attiva già al naso, conferma l’impressione. Ancora un che di mentolato e balsamico. Infine, ecco ancora una torba cenerosa e bruciata, che sul finale…

F: …si prende la scena, accompagnata da un senso di ‘vegetale’ salato davvero peculiare. Lascia le labbra salate.

Decisamente buono, ci piacciono sempre i malti di Islay quando sono ‘nudi’, quando parlano con la propria voce e non con quella della botte. Pur essendo relativamente semplice, è fatto di una semplicità di cui è difficile stancarsi, trattenuta e cesellata: in una parola, una bevuta spensieratamente fresca e giovane – e tutti sanno quanto ci piacciano le cose (o le cosce?) giovani. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jamiroquai che cambia stile con il nuovo singolo Automation.

Port Charlotte ‘PC9’ (2009, OB, 59,2%)

Da tempo non facciamo una sosta su Islay… Ravanando nel nostro parco-sample, ci siamo resi conto di avere, nascosti sotto una coltre di polvere, con le etichette smangiate, con lo sguardo sofferente di due cuccioli di labrador dimenticati fuori dal supermercato… due sample (già!, non bastava l’affronto dell’oblio, doveva essere anche duplice!) di PC9, una versione limitatissima di Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich: si tratta di una tiratura di 6000 bottiglie, solo invecchiamento ex-bourbon, imbottigliata nel 2009. Come sapete, ogni anno dal 2006 sono state messe sul mercato diverse edizioni limitate a numerazione progressiva (PC5, PC6, PC7, PC8, PC9…), fino ad arrivare al recente PC12, che assaggeremo a breve; la qualità è sempre stata molto alta, quindi altrettanto alte sono le nostre aspettative.

pclob.non1N: la gradazione monstre non è un problema, si snasa che è un piacere. Uno dei Port Charlotte più marini che abbiamo mai incontrato: brillano proprio le note salmastre, di spuma, di sale incrostato; poi la torba, solo in parte fumosa (anche se… il fumo c’è, intenso e acre, sia chiaro, ma tra due titani pare vincere il minerale); poi, ecco le conifere, gli aghi di pino; e poi la vernice… Il lato fruttato ricorda il succo pera e limone, mentre non c’è traccia di vaniglia se non dopo un bel po’ d’aria.

P: molto aggressivo, ancora attacca sull’acqua di mare, intensissima, come concentrata; e poi torba, acre, violenta e cenerosa. Al fianco cresce una dolcezza più smaccata che al naso, ma meno fruttata: borotalco, limone, vaniglia (legna bruciata). Un pit di menta, perfino un velo di peperoncino. Zolfo (di fiammifero), e un che di balsamico.

F: plastica bruciata, zucchero a velo, sale. Ancora zolfo e fiammifero. Lunghissimo e intensissimo.

Diverso dalle altre release ufficiali di PC, ma non per questo meno convincente: anzi, con il lieve sbilanciamento verso il lato più austero e marino, il distillato rivela una capacità di modularsi a seconda delle esigenze… Ma siccome dietro a queste distillazioni, a queste selezioni e a questi imbottigliamenti c’è il genio di Jim McEwan, beh: non c’era da dubitarne. 88/100 il giudizio, alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Maribou State – Steal.

GlenDronach 1991 (2010, cask #3182, OB, 51,7%)

Glen per Glen, restiamo nelle Highlands ma saliamo per tanti chilometri: dopo Glengoyne passiamo a GlenDronach. Abbiamo da un anno e mezzo un sample di un single cask in Pedro Ximenez donatoci dal prode Federico, e non possiamo più attendere oltre; non attendiamo, quindi.

16919N: apertissimo, niente alcol; pare un po’ scarico, non sembra neppure a grado pieno, tantomeno a 60%… Davvero molto fruttato, comunque, con notevolissime note supersuccose di fragole e more e lamponi e mirtilli. Qualche nota ‘profumata’ (quasi floreale… intensa, però), di frutta secca (fichi a gogo) ma non solo (prugne succose). Zero note sporche. Marmellata bruciacchiata. Qualche punta di caramello, qualcosa di tostato. Dopo un po’ esce un che di aceto balsamico. Cremoso (creme caramel), a testimoniare la botte PX.

P: il palato, con un attacco poco intenso, è molto meno fruttato: tanta liquirizia, tanto toffee, creme caramel. C’è una nota dolce un po’ strana, forse carruba? Nocciole tostate. La frutta c’è, chiaro, con marmellata di lampone; una intensa uvetta (quasi siropposa, se possibile). Ha un che di panettone marsalato e di mandorle. Legno, a tratti amaro. Buono, ma non pare a grado pieno… Già emergeva il tremendo dubbio al naso, ma forse il sample non era chiuso bene e ha perso in gradazione? Boh. Se anche così fosse, l’effetto complessivo resta buono.

F: tutto sul panettone, uvetta, marsala. Ancora fragola. Cose caramellate (che so, noccioline?).

Particolare: naso iperfruttato, palato e finale più su pasticceria e pasta di mandorle. Ce lo aspettavamo senz’altro più intenso, ma francamente abbiamo la nettissima impressione che il sample abbia lasciato agli angeli (?) qualcosina… In ogni caso, a dispetto dei nostri dubbi abbiamo deciso di pubblicare lo stesso le nostre note perché l’effetto, se pure un po’ scaricato rispetto a ciò che forse sarebbe potuto essere in origine, resta comunque molto piacevole; a dimostrazione, se vogliamo, che GlenDronach spacca. 84/100 è il voto, che però – vi preghiamo – prendete con delle pinze ancor più grandi di quelle che dovete usare di solito (e non solo con noi, con tutti! fidatevi solo di voi stessi! eccetera).

Sottofondo musicale consigliato: Laibach – Sympathy for the Devil, non foss’altro che per il video.

Kilchoman 5 yo (2009/2014, OB for Whiskyclub.it, 60,8%)

Domani sera ci sarà un evento speciale: Claudio, Davide e Andrea presenteranno ufficialmente la loro creatura, Whiskyclub Italia. Lasciamo a loro le parole di presentazione, ricordando solo come a un godurioso banco di assaggio seguirà una cena luculliana imbevuta di birre artigianali maturate in botti di whisky… Insomma, l’evento pare imperdibile! Noi per prepararci assaggiamo l’ultima selezione dei ragazzi, ovvero un Kilchoman invecchiato in botte ex-bourbon (cask #343/2009) e imbottigliato ad un mostruoso grado pieno, 60,8%. Non per i deboli di cuore… Il colore è paglierino.

Schermata 2014-11-07 alle 11.43.28N: chiuso, molto chiuso sulle prime, pur senza risultare alcolico in modo disturbante. Trapelano però, fin da subito, due note clamorosamente nitide: propoli e caramelle al miele. Davvero molto ‘vegetale’ e maltoso; erbe infuse dolci (ricordano, queste note, un amaro d’erbe fatto artigianale). Una punta di pastello a cera? Di gomma? Poco affumicato per ora. Ci sono poi note zuccherine e forse fruttate, ma tutto sommato laterali (e solo dopo un bel po’ d’aria); si apre poi, pian piano, su biscotti appena sfornati; e su camomilla, tanta. Con acqua, oltre a una punta di borotalco, notiamo in grande crescita note aranciate zuccherine, diciamo tra il miele d’arancio e una crostata.

P: l’impatto, complice la gradazione, è senz’altro esplosivo: di nuovo, la fa da padrone un malto certo giovane ma non ingenuo, di accennata vegetalità (?) zuccherina; a questo palato mancano marinità e fumo (ma rispetto a cosa, boh!), ed è per questo che si presenta ‘nudo alla meta’: fiori infusi, gran tripudio di camomilla zuccherata, fette biscottate, ancora propoli e miele. Spezie? Con acqua, si fa più vaniglioso e arancioso (arancia dolce, zuccherina, non rossa). Torba, sempre senza fumo.

F: ancora torbato ma per nulla affumicato. Si conclude richiudendosi, ancora su malto, erbe vegetali, un lieve zuccherino.

Un whisky difficile, di certo arduo da maneggiare; e senz’altro whisky particolare, particolarissimo, che probabilmente dividerà i gusti di chi lo assaggerà. Anzi, ha già diviso perfino noi: chi lo elogia ne ha apprezzato l’intensità, le sfumature inusuali e la qualità di un malto caldo, campagnolo; chi non l’ha amato ne critica, per contro, la ‘nudità’, l’eccessiva semplicità. Insomma, l’abbiamo proprio interpretato in modo opposto; che dire? Bevetelo, e sappiateci dire la vostra opinione. Il nostro voto è la sintesi, la media dei due giudizi che singolarmente avremmo dato, e quindi 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Toto Cutugno – Voglio andare a vivere in campagna.

Tre Laphroaig a confronto

Che ne dite di seguirci in un piccolo percorso di degustazione di tre malti – sulla carta – abbastanza simili, ovvero tre Laphroaig più meno di età simile, distillati più o meno negli stessi anni (1997-99) imbottigliati a grado ridotto? Se, come dice Serge, ‘reason is in comparison’, questo potrebbe essere un esperimento fruttuoso e istruttivo; noi, quando il nostro parco sample ce lo consente, cerchiamo sempre di bere whisky della stessa distilleria assieme – in questo caso, data la somiglianza della tipologia di bottiglie, pubblichiamo tutti e tre le recensioni nello stesso post. Iniziamo da un Laphroaig Highrove, su cui potete leggere tutto qui: dodici anni e uno stemma reale bene in evidenza, dato che si tratta quasi di un imbottigliamento ‘privato’ di quel giocherellone del principe Carlo. Proseguiamo con un 14 anni selezionato da Le Bon Bock, storico pub/whiskeria della Capitale (a proposito, auguri!) e chiudiamo con il Laffy di Whiskyclub.it – e d’altro non si tratta se non de La Pala, imbottigliata a grado ridotto. Sotto a chi tocca.

Laphroaig Highrove 1997/2009 (cask #156, OB, 46%)

110228_highgrove_01N: bello aperto e aromatico: alcuni capisaldi di Laphroaig sono presenti (limone, liquirizia, molto marino); poi note di borotalco, emmenthal, marshmellows, e anche originali note tropicali (cocco, ananas maturo). Tutto sommato, più dolce che torbato. Affumicatura media, per gli standard di Laphroaig. P: iter inaspettato: subito legno e liquirizia, gradevoli ma imponenti; il corpo, oleoso, regala un colpo di coda di dolcezza fruttata (ancora bombette tropicali) e di zucchero di canna a seguire un tappeto ceneroso. F: tutto su cenere, gomma bruciata; ancora liquirizia e zucchero di canna.

Sorprende il cambio di marcia tra naso e palato; comunque è un malto di grande intensità, molto Laphroaig in tal senso, che ci ha fatto divertire. 88/100. Grazie a Claudio per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Le Bon Bock, 46%)

foto-36N: i classici qui si declinano su torba e catrame, con una marinità esplosiva (acqua di mare, pesciosa) e limonata fresca. Minerale ed austero, con un’affumicatura più spiccata. Col tempo, torna la dolcezza discreta e vanigliosa (comunque due gradini sotto rispetto all’esplosione dell’Highrove). E che dire del medicinale? P: qui si esibisce in un grande show proprio medicinale (corsia di ospedale: che c’è, voi non girate per gli ospedali leccando per terra? Non sarete mai dei veri degustatori!) e di marinità. Ancora tanto limone, ancora una torba acre; leggero richiamo di caramelle Valda (nota mentolata e dolce). Continua ad essere austero, ma è anche davvero intenso. F: molto medicinale, ancora, e affumicato – ricorda proprio la scamorza affumicata…

Il naso parte un po’ lentamente, il palato poi esplode in un tripudio dei lati più spigolosi e meno affabili del distillato, che a noi piacciono tanto tanto: un po’ più di grip al naso ci avrebbe fatto salire anche sopra a 84/100. Grazie a Tiziana e Stefano per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Whiskyclub.it, 46%)

foto-37N: a suo modo, pare prendere in prestito gli elementi distintivi degli altri due: del coetaneo LBB si prende l’austerità vegetale e iodata, senza però riuscire a pareggiarne gli eccessi; e infatti del cugino di sangue blu riprende i tratti più dolci e invitanti. Inoltre, un bel limone con una grattugiata di pepe. Se ripensiamo alla Pala, questo ci pare più equilibrato, meno contundente. P: decisamente il più vaniglioso dei tre e, decisamente, il meno torbato. Spiccano note molto zuccherine e di agrume (cedro, lime); emmenthal, forse un pit. F: rimane uno zucchero indistinto ma senza supporto isolano. Un che di mentolato.

Molto equilibrato al naso, mentre al palato (come già per la Pala) rileviamo un lieve sbilanciamento verso la dolcezza, con le anime più brutali di Laphroaig che restano in disparte, come addomesticate – per questo, 86/100. Grazie a Claudio e Davide per il sample.

Un breve commento: Laphroaig è senz’altro molto solida, e che si tratti della stessa distilleria è sempre evidente. Anzi, la vera lezione è che è difficile degustare tre whisky in fondo così simili, perché le differenze stanno tutte nelle sfumature, nelle diverse proporzioni dei medesimi ‘ingredienti’: è stata senz’altro una delle sessioni di tasting più faticose degli ultimi tempi…

Sottofondo musicale consigliato: Apocalyptica – Creeping death.

Benriach 12 yo sherry wood (2009, OB, 46%)

Questa distilleria nei pressi di Elgin sta vivendo un momento di grande spolvero, dopo essere passata nel 2004 da Chivas alla gestione di Billy Walker e dei suoi volenterosi soci. Ad oggi il core range è molto ampio e non manca proprio nulla, come testimonia il recente lancio di due imbottigliamenti torbati (Curiositas e Authenticus) e di una serie di single cask OB. Noi assaggiamo un’espressione di fascia bassa del core range (si trova attorno ai 35 euro), uscita nel 2009 e frutto dell’invecchiamento per 12 anni di distillato Benriach in botti di sherry Oloroso e Pedro Ximenez.

BenRiach_12YO_SherryWoodFinishN: un perfetto esempio di modernità: si mostra con un malto tutto sommato giovane e ingenuo e un deciso apporto dei due legni di sherry. Costruito bene, ma senza grande profondità: da subito è apertissimo e regala forti sentori di frutta rossa succosa (fragola), uvetta, cioccolato. Poi legna fresca, in un contesto sì ‘sherried’ ma di assoluta freschezza e semplicità: una nota gradevole di fico d’India e d’arancia.

P: coerentissimo col naso, anche per quanto riguarda la sensazione generale, cioè di un whisky vestito a festa ma con qualche particolare  fuori posto: il corpo è molto acquoso e i sapori (tra frutta rossa e cioccolato/caffè, una spruzzatina d’arancia), pur risultando ricchi ed esplosivi, paiono come appostati in superficie. Il malto resta nascosto, anche perché verso il finale una coltre di legna fresca si prende la scena con un’intensità niente male, ma senza grosse variazioni.

F: e appunto anche qui legno e uvetta, con ancora una punta di malto acerbo.

Non vorremmo essere inclementi, anche perché il rapporto qualità/prezzo rimane più che soddisfacente, ma questo Benriach ci pare come un’energica pennellata di sherry su un distillato ancora troppo fresco (per quanto 12 anni non siano poi bruscoletti). Andando per metafore, si potrebbe dire che siamo di fronte a un bell’anello di bigiotteria, ben congegnato e luciccante, ma pur sempre lontano parente dei suoi omologhi da gioielleria. In altri termini, per una bevuta e via: 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicius de Moraes, Maria Creuza Y ToquinhoSamba em preludio

Glen Moray 1992/2009 (Samaroli ‘Glen Cawdor’, 45%)

Abbiamo ancora nel naso il profumo di quell’ottimo Mortlach selezionato da Samaroli… Assaggiamo allora un altro imbottigliamento del medesimo storico marchio italiano: dalla serie Glen Cawdor (lodevolissima scelta: bottiglie da 50cl, per contenere i costi: lo fa anche il tedesco Malts of Scotland, chissà che non seguano altri…) ecco un Glen Moray di 17 anni e messo in vetro alla gradazione ridotta di 45%, comme d’habitude per Samaroli.

glen-moray-samaroliN: al primo affondo, l’alcol è pungente e il profilo aromatico sembra molto delicato. Trasmette un senso di fresca gioventù: note di malto, di fieno, di legno, di fiori freschi, di susine acerbe… Esce però anche un lato più ‘adulto’ e zuccherino, con belle note fruttate di pere, mele rosse e con crescenti suggestioni di miele (solo dopo un po’, un accenno di vaniglia). Leggeta nota di liquore agli agrumi (mandarino, ci pare).

P: bel corpo, buona presenza in bocca. Il sapore è molto uniforme, ma piuttosto intenso: un bel malto pulito, mieloso e agrumato, ‘sporcato’ solo da una tenue nota amarognola di erba e legno (frutta secca delicata). Beverino assai, con anche una spruzzata di mandarino e un pizzicore piccantino, ma un pelo troppo alcolico, vista la delicatezza del tutto; e semplice, certo.

F: asciutto e vegetale, vira presto su un malto amaro, erbaceo e sulla frutta secca. Ancora pepatino.

Il naso è molto godibile, non un mostro di complessità ma piacevole e promettente: gli ammiccamenti cedono però al palato e al finale, rivelando un whisky francamente un po’ troppo ‘normale’. Altre bottiglie della selezione Samaroli di questi anni hanno caratteristiche simili, probabilmente siamo noi che non sappiamo sintonizzarci su quello che in fondo è uno stile, una scelta precisa: nel merito, però, non sappiamo salire sopra a 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: SiaChandelier