Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

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L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

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amrut intermediate sherry

Amrut ‘Intermediate Sherry’ (2010, OB, 57,1%)

Noi abbiamo un amico di nome Davide che è tanto curioso, in molteplici campi di questo fantastico viaggio che è la vita. Tanto curioso da trasferirsi a Monaco di Baviera, per vedere l’effetto che fa stare sotto l’ala amorevole di Mamma Merkel; tanto curioso da esser andato in vacanza in Corea del Nord, riuscendo tra l’altro a non farsi incarcerare contro ogni ragionevole previsione; tanto curioso da averci portato un campione di questo sperimentalissimo Amrut, distilleria indiana che oramai non può più essere considerata una sorpresa, visti i riconoscimenti conseguiti in svariati concorsi internazionali. L’Intermediate Sherry spicca però per la particolare composizione delle botti: dopo un periodo in ex virgin ed ex bourbon casks, il tutto viene spostato in botti di sherry. Tutto qui? Nemmeno per idea, perché a questo primo finish ne segue un altro in botti di bourbon. Leggiamo poi che il distillato è stato spedito in Spagna e travasato nelle botti di sherry, per poi far ritorno in India, evitando così il rischio di “infezioni” delle botti esauste durante il viaggio dall’Europa all’Asia. Magia della globalizzazione!

amrut intermediate sherryN: Davide non ti preoccupare, non è orribile, bensì molto particolare. Parte ricordando un paio di Converse nuove, avete presente? Poi si agita un senso di bruciato che si estende soprattutto su ciò che di dolce riusciamo a immaginare: una torta alle mele, cannella e uvetta dimenticata quei dieci minuti di troppo in forno. Caramello. Anche uvetta sotto spirito: c’è un qualcosa che indica un alcol piuttosto grezzo, elemento che ci fa capire che siamo di fronte a un distillato piuttosto giovane. Marmellata di ciliegia. Sarà la suggestione indiana, ma ci vien da dire spezie varie – e pepe bianco. Una punta muffita, di legno umido.

P: intenso e aggressivo, per nulla delicato. L’apporto del legno è evidente e mostruoso, a suo modo. Si parte con una certa acidità spiccata, orientato soprattutto sull’arancia (anche rossa, al limite del marcio), è davvero molto dolce, tra caramello, torte marmellatose e dolcetti orientali, miele, cotognata. Anche qui non c’è fumo, ma resta una netta nota di plastica.

F: lungo e persistente, ancora acido, plasticoso, marmellata di frutta stracotta.

Questa pazza creazione di Amrut ci sembra si distingua per una maturazione iper estrattiva e in un certo senso forzata: non è uno scandalo, soprattutto dato l’angel’s share che affligge le botti a queste latitudini, e non è un whisky “cattivo”, intendiamoci. C’è chi infatti ne rimane entusiasta, come Ruben. Tuttavia onestamente non ne cercheremmo un altro dram, perchè non ci ha catturato e molto semplicemente non incontra i nostri gusti: 78/100. Si trova ancora in giro a circa 80 euro, se siete curiosi.

Sottofondo musicale consigliato: A.R. Rahman, The Pussycat Dolls – Jai Ho (You Are My Destiny) 

Port Ellen 27 yo (1983/2010, Old Bothwell, 56%)

Old Bothwell è un imbottigliatore scozzese piuttosto particolare, che pare campare soprattutto di “bomboniere”: vale a dire che pare campare soprattutto vendendo whisky con etichette personalizzate, idea regalo perfetta per i vostri matrimoni e le vostre feste aziendali, splendida strenna natalizia! Non sapremmo dire se si tratta di una deriva recente o di una vera e propria tradizione commerciale; sta di fatto che quattro/cinque anni fa Old Bothwell ha avuto il privilegio (la fortuna, la bravura) di mettere le mani su diverse botti di Port Ellen, imbottigliandole tutte a grado pieno. Tenete conto che su whiskybase dei 39 imbottigliamenti di Old Bothwell, 34 sono proprio Port Ellen… Quello che assaggiamo oggi è un Port Ellen del 1983 (Cask #216) che ci inviò in omaggio un amico di whisky ormai tre anni fa: l’abbiamo fatto aspettare fin troppo, ora è il caso di bere.

port-ellen-25-year-old-cask-2471-old-bothwell-whiskyN: pur a 56% l’approccio è molto gradevole. Inoltre ha tutti i tratti che hanno reso leggenda alcuni di questi Port Ellen ultra invecchiati, a partire da una torba bella acre, fumosa, da braci spente sulla spiaggia (non lesina infatti anche una leggera marinità). Il carico da novanta lo gioca però su una serie di suggestioni vegetali molto delicate ma anche molto persuasive: banana verde, eucalipto, una pigna resinosa davvero incantevole. Esibisce una buona dose di acidità, elargendo suggestioni di cedro e lime. A completare un sobrio lato vanigliato e di zucchero a velo. Impressiona il bilanciamento complessivo e la grande intensità.

P: ragazzi, è buono! Quanto è buono? Tanto, e va giù che è un piacere perfino a questa gradazione. Da subito ritroviamo note balsamiche e resinose in grande spolvero, bilanciate però all’unisono da una dolcezza molto pronunciata (vaniglia e cereale Kellog’s). La torbatura è ancora molto viva, smoggosa e cenerosa (sigaro?). Su tutto regna, come del resto al naso, un’agrumatura limonosa che definiremmo al top. Tutto è esplosivo, tutto è perentorio senza essere volgare, è un piacere continuo.

F: molto lungo e avvolgente come il vapore di una stireria. Insiste all’infinito un senso di erba e di legno bruciati (ma c’è anche qualcosa di più inorganico, plastica bruciata?). Leggera dolcezza maltosa e il ritorno di un’onda salata.

Gli diamo 93/100 perché – banalmente – ti fa godere. Buonissimo, equilibrato, godibile, sfaccettato… Grazie infinite a Luca per l’omaggio, e scusaci se ci abbiamo messo così tanto. L’attesa, almeno per noi, è stata premiata.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Hardwired.

Kilchoman 2010 (2015, OB per Beija Flor, 59,7%)

All’ultimo Tasting Facile abbiamo aperto un single cask ex-sherry di Kilchoman imbottigliato per l’importatore italiano, Beija Flor, nel 2013: quella bottiglia a nostro parere era straordinaria, uno di quei casi rarissimi in cui sherry massiccio e torba aggressiva riescono a sposarsi magnificamente, esaltandosi a vicenda. Quello è ormai esaurito da tempo, ma Beija Flor ha deciso di replicare, presentando sul mercato (usciva per il pubblico il 16 dicembre, se non andiamo errati: non abbiamo neanche ancora la foto della bottiglia, ma solo dell’etichetta!) un nuovo s.c., questa volta ex-bourbon first fill, di cinque anni, ovviamente a grado pieno. Assaggiamolo subito!

unnamed-3N: brutale, come uno si aspetta i Kilchoman. Enorme è l’apporto intensamente fumoso di un distillato torbatissimo; è un fumo denso, e la torba è terrosissima, di una terra impastata d’alghe e sale. Ma non tutto finisce qui, anzi: la botte f.f. riversa sul naso una colata di vaniglia, zucchero a velo, tantissima banana. Svetta poi, sempre con la medesima intensità, anche una nota di menta, di eucalipto, ed anche di borotalco. Pian piano sale il limone, sempre più intenso (soprattutto con acqua).

P: ancora più brutale del naso, di cui dismette a sorpresa le morbide rotondità. Ci aspettavamo una lotta all’ultimo sangue tra fumo e vaniglia, ma la cremosità di quest’ultima retrocede imbarazzata davanti alla torba estrema e alla sua furia cieca. Attacca su una marinità incredibile e salatissima, poi esplode il bruciato di una torba fumosa e di smog: il tutto è piccante, tenuto assieme da una botta di peperoncino. Certo sì, c’è una dolcezza astratta di zucchero, ma passa in secondo piano rispetto al resto. Molto particolare, e comunque molto Islay, nel suo spirito più temerario. Limone. eucalipto.

F: tutto di torba e fumo, ancora eucalipto, acqua di mare e limone zuccherato. Dura fino a dopodomani…

Distillato che pare paradossalmente nudo al palato: dov’è la cremosità della botte? Chissà se avrà solo bisogno di stabilizzarsi in vetro per tirar fuori altri aromi… Ad ora, comunque, bene così: appare un whisky ipertorbato, per gli amanti delle sensazioni estreme, forse fin troppo ‘normale’ nella sua brutalità, ovvero privo di quelle note più bucoliche e agresti che tanta parte hanno nel definire il carattere di Kilchoman. Detto ciò, piallandoci il palato ci piacque: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cattle Decapitation – Regret & The Grave.

Kilchoman Loch Gorm (2010/2015, OB, 46%)

Mercoledì abbiamo messo alla prova il Machir Bay di quest’anno: oggi, restando su Kilchoman, assaggiamo il Loch Gorm, vale a dire un 5 anni (distillato 2010, imbottigliato 2015, dice l’etichetta) interamente maturato in botti di sherry. E noi sappiamo bene che Kilchoman e sherry possono dare esiti esplosivi…

kilob.non14N: se il Machir Bay era una coltre densa, questa è una staffilata. L’apporto delle botti di sherry è determinante: marino e salato a livelli top, certo; e il pesce intenso dell’altro c’è anche qui, intendiamoci. Ci sono però mondi affascinanti da scoprire, tra la castagna, l’arancia (anche buccia d’arancia, quasi andata), cioccolato gianduia, tamarindo; poi liquirizia, caramello, liquore d’arancia. E poi, l’attore protagonista: mesdames et messieurs, il signor catrame. Un marron glacé davanti al camino?

P: a differenza dell’altro, nessuna evoluzione, resta costante: ma, come si dice, no news good news. C’è infatti un muro maestoso dolce / salato: è infatti molto marino, iodato, anche se il vero valore aggiunto sta in questa bella dolcezza levigata, a base di arance mature, caramello, fichi secchi; zucchero di canna, marron glacé. Il tutto, in una nuvola di smog: legno bruciato e tanta, tanta torba acre e catramosa.

F: ancora grande apporto dello sherry, aggredito da un manto stradale di catrame di inaudita ferocia.

Possiamo dirlo, la ragazza cresce bene: le prime release di Kilchoman, esclusi alcuni single cask, non ci persuadevano a fondo, ci parevano mostrare una certa immaturità, esibire la gioventù senza troppo rifinirla – e infatti le nostre valutazioni erano buone ma non ottime. Era una nostra sensazione, eh, con tutto ciò che questo comporta: però, negli ultimi due anni la qualità media ci sembra in costante ascesa, e forse questo Loch Gorm costituisce la punta di diamante del core range presente: 90/100, davvero molto, molto buono, equilibrato, maturo.

Sottofondo musicale consigliato: Deafheaven – Brought to the water.

Glen Mhor 27 yo (1982/2010, Cadenhead’s, 56,8%)

Glen Mhor è una delle tante distillerie chiuse nel 1983 – anno dallo splendore ancipite, perché da un lato vide i natali delle nostre insigni teste (entrambi di quel vintage, già) e i funerali delle insegne di Port Ellen, Brora, Glen Mhor appunto… Sarà un caso? Ovviamente no, e seguendo le scie chimiche vedrete che con un po’ di buona volontà riuscirete a ricostruire le linee del complotto mondiale che la CIA ha ordito nei confronti dell’industria del whisky e di cui noi siamo, con ogni evidenza, il braccio armato. Già. Oggi assaggiamo un single cask di Glen Mhor imbottigliato da Cadenhead’s nel 2010: si tratta di una botte ex-sherry che per 27 anni ha sonnecchiato nelle warehouse dell’imbottigliatore, prima di venire svuotata, per la gioia degli appassionati, in 236 bottiglie di vetro – qualche goccia sarà caduta per terra, qualche altra nella gola di chi l’ha svuotata, insomma, non state a sottilizzare.

Schermata 2015-04-15 alle 16.37.55N: i quasi 57% portano senz’altro una grande intensità; c’è molta ricchezza, con richiami straripanti al marzapane, uvetta sotto spirito, pan di Spagna… In generale, ‘cose dolci imbevute nell’alcol’, tanto per stare sul tecnico. Tarte tatin, mela caramellata. Seguendo le orme di una suggestione di burro caldo, si arriva a un che di minerale… Frutta disidratata.

P: l’alcol c’è ma non disturba; molto saporito. Offre una bella gamma di sapori, a iniziare da un bell’accenno di cera e un lato minerale certo più evidente. Per il resto, è uno sciroppo (anche se il corpo non richiama certo questa suggestione) ultra-zuccherino, che ricorda caramello, marzapane, un pit di cioccolato; ancora uvetta e tarte tatin. Più dolce che fruttato, se questo ha un senso.

F: continua l’escalation della componente highlander, con cenni di cera e tostati che richiamano quasi note di torba leggermente fumosa.

Un buon whisky, semplice nella sua complessità e che non lesina momenti di grande soddisfazione durante l’analisi, soprattutto grazie ad una mineralità che lotta per non essere schiacciata dal muro di dolcezza: intensità è la parola d’ordine, e non si può non pronunciarla – anche se, a dirla tutta, sul suo altare restano forse sacrificate le sfumature. 87/100 è il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Igor Presnyakov ci delizia con la sua cover di Smoke on the Water.

Glen Garioch 18 yo (1991/2010, Cadenhead’s, 50,3%)

Glen Garioch è una storica distilleria scozzese che se ne sta in splendida solitudine nell’entroterra delle Highlands orientali, lontana dal mare, lontana da Aberdeen, forse lontana perfino dai nostri cuori. Sono in molti infatti a dimenticare che, essendo stata fondata nel 1797, risulta essere una delle pochissime distillerie del 1700 ancora operanti. Quindi massimo rispetto, lo stesso rispetto che d’altronde deve aver portato la Morrison Bowmore ad acquistare e riaprire Glen Garioch nel 1973, dopo che la sua chiusura per mano della Scotch Malt Distillers, cinque anni prima, sembrava averne decretato il mesto sempiterno riposo. Oggi invece la distilleria è saldamente in mano al colosso giapponese Suntory e ha adottato una scoppiettante politica d’imbottigliamenti basata soprattutto sui ‘vintage’, un po’ come accade per Balblair. Tra l’altro, fin da fine 1800 il malto Glen Garioch è uno di quelli marcanti per il mitico blended Vat69. Insomma, grande rispetto. Oggi noi assaggiamo un single cask ex bourbon, messo in bottiglia da Cadenhead’s.

P1060089N: approccio molto poco alcolico e una bella intensità. Nudo ma non troppo: inizia infatti su note di erba fresca, olio di mandorle, erba limonosa, citronella, menta e zenzero, ma appena dietro si agita un profilo bourbonoso bello fruttato (pesche dolci, pera matura e ananas). Col tempo sono in crescita anche seducenti note cremose, di crema pasticcera e budino alla vaniglia. Legna fresca. Semplice certo, ma di un’intensità appagante. Con acqua, pare di annusare camomilla zuccherata.

P: pure al palato si conferma l’influsso non ruffiano ma deciso della botte ex-bourbon, con tanta vaniglia e crema. Si sentono anche note maltose e limonose, mentre menta e zenzero intervengono come variazioni sul tema. Non possiamo poi evitare di citare punte tropicali (ananas) davvero persuasive, come anche pesche gialle. Arriva della frutta secca (noci e mandorle) ed è graditissima. Erbe aromatiche molto in disparte. Con acqua si fa più dolce, di una dolcezza cerealosa (Kellog’s).

F: molta vaniglia, erba e un poco di frutta gialla.

Questo whisky è, per così dire, pienamente whiskoso; riempie i sensi di un sapore ordinariamente gradevole. La botte non violenta il distillato e il distillato non è di quelli graffianti, contundenti. Sorseggiandolo, ci ha ricordato un po’ lo stile di certi imbottigliamenti Silver Seal semplici ma potenti e godibili, che ti fanno esclamare: “Questo è quello che mi aspettavo di ricevere quando ho detto ‘hey, portatemi subito dello Scotch, per dio!'”. Voto 86/100, sempre col massimo rispetto.

Sottofondo musicale consigliato: Adele Don’t you remember

 

Longrow 14 yo ‘Sherry Cask Finish’ (2010, OB, 46%)

Longrow, lo dobbiamo dire ogni volta?, è la versione ‘più torbata’ di Springbank: 55 ppm per Longrow contro 15 ppm del malto base della distilleria; oltretutto si tratta di una doppia distillazione, contro le due e mezzo di Springbank (che vuol dire? che parte del whisky è distillato due volte e parte tre…). Questa versione, esistente dal 1973, è distillata a Campbeltown solo per circa due mesi all’anno, ed è un peccato, data la qualità costantemente alta degli imbottigliamenti di casa; di certo bisogna apprezzare dei malti nervosi, non ruffiani, ma hey!, è per questo che ci siamo appassionati al whisky, no? L’imbottigliamento di oggi è già storia, dato che non esiste praticamente più in commercio; si tratta di un malto invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in barili ex-sherry.

Schermata 2015-01-28 alle 10.40.44N: il primo impatto rivela tutto l’apporto del finish, con note di uvetta, zuppa inglese, prugne cotte (frutta cotta in generale); note pungenti, di sherry ‘appuntito’, tra l’alcolico e il vinoso. Ma è pur sempre Longrow, qui lo sherry non agisce su un distillato debole: e quindi ecco forte la torbatura molto ‘bruciacchiata’ (braci, lucido per legno; pancetta) più che minerale (anche se… col tempo pare crescere una nota tra il marino e la salamoia). Con tempo e ossigeno, il tutto va scurendosi, con note di tabacco da pipa aromatizzato molto intense, di cuoio, di spezie (cannella, noce moscata, pepe); frutta disidratata (fichi, albicocche, scorza d’arancia). Malto buono, molto vivace, ottima interazione tra botti e distillato. Ci sono anche note di vaniglia, che danno un po’ di freschezza.

P: molto coerente col naso, di cui in pratica replica ogni nuance, ogni sfaccettatura. Qui forse emerge un che di fruttato, più fresco, che forse deriva dal primo tempo passato in bourbon?, e che comunque è di grande intensità e di piacevole dolcezza, soprattutto all’inizio. Quasi pesche sciroppate, albicocche… Comunque, tanta frutta disidratata. Aumenta esponenzialmente il lato Longrow, con molta più affumicatura (più fumo, più cenere, più cuoio; ma anche proprio torba, qui, evidentemente minerale, con anche un accenno di cera e un che di sapidino). Qualche suggestione mentolata? Pur restando equilibrato, dopo un po’ si lasciano andare note amarognole, con note di agrume amaro, di ferrochina, forse.

F: lungo e ceneroso / torbato; frutta secca, ancora ferrochina, dolceamaro. Agrumi caramellati. Anche una leggera nota umida, cerosa, minerale… fantastica.

Molto ‘old school’, con quel fantastico velo di mineralità… Longrow fino al midollo: sulle prime, soprattutto al naso, pare più banale, in realtà tempo e ossigeno lasciano libera la bestia. Se amate whisky rognosi, spigolosi e vecchia scuola, questo fa per voi… 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ronnie James Dio – Stand up and shout.

Clynelish 1995 ‘Port finish ‘(2010, Wilson & Morgan, 46%)

Dopo il Tobermory controverso di venerdì scorso, abbiamo deciso di assaggiare un’altra espressione selezionata e imbottigliata dal prode Wilson & Morgan, italianissimo spacciatore di malti e rum; generalmente ci ha sempre abituato molto bene, e dunque restare con l’amaro in bocca per quel Tobermory proprio non ci piaceva… Proviamo dunque una bottiglia potenzialmente controversa: vale a dire un Clynelish, cioè distilleria che amiamo tanto e che tipicamente produce un distillato perfetto anche quando è più nudo; dicevamo un Clynelish però finito in botti ex-Porto. Quel che si dice dei wine-finish ormai si sa, e si sa anche che 1. i finish in Porto possono essere tragicomici 2. l’unico altro Clynelish finito in vino che abbiamo assaggiato era buono, sì, ma non buonissimo… Come si comporterà questo amico? (noterella: la foto è del Clynelish 1995/2010 sherry finish, non Port finish… ma quella giusta non l’abbiamo trovata, ahinoi!)

106550419.clynelish-sherry-finish-1995-2010-wilson-morgan-0-7-l-46N: spicca la nota vinosa e un po’ stucchevole del Porto, che abbiamo imparato a riconoscere in note di caramelle gelée, di marmellata di fragole… Ma sotto, si muove indomito un distillato che conferma la qualità della distilleria: ecco l’anima lievemente torbata, vegetale, mielosa, si sente perfino il minerale! E questa nota quasi di fumo, è vera o ce la stiamo sognando? Il malto c’è, in versione apparentemente ancora giovincella (molto cerealoso). Erba fresca. Una bella spruzzata agrumata (fiori d’arancio). Non semplice né straordinariamente complesso, ma proprio piacevole.

P: masticabile e pieno. Non è un palato travolgente, né procede a fiammate, resta anzi costante e omogeneo, di buona intensità. Idem come al naso, con anche begli accenni di cera e un fumo un po’ più evidente, anche se garbatissimo. Poi note di miele, di toffee, poi di malto e ancora erbacee; il tutto è ben fuso assieme a quel dolciastro (a tratti sciropposo, se ci intendiamo: e se non ci intendiamo, beh, intendiamoci) vinoso, tra gelée alla fragola e marmellatone. Che bel bilanciamento. Una nota cioccolatosa, mentre l’agrume retrocede un po’.

F: non lunghissimo, ma che eleganza: si richiude sul vegetale, sul malto, e sul cioccolato amaro. Ancora cera e torba fanno un gradito ritorno sulle scene del nostro cavo orale. Emersioni dolciastre, soprattutto dopo un po’… Ma è il Porto, bellezza!

Poche cose, ma chiare: equilibrato, dolce ma non troppo; il vino non si fa pregare e si sente bene in evidenza, ma senza diventare preponderante e senza coprire eccessivamente l’anima del distillato (l’unico appunto è che forse pare più giovane della sua età…), che anzi pare bella squadernata. Si può squadernare un’anima? Forse no, ma a noi checcefrega? 86/100 è il giudizio, e segnaliamo che costava attorno alle 45 euro.

Sottofondo musicale consigliato:Lianne La Havas – Elusive

Chichibu for Silver Seal 4 yo (2010/2014, OB, 62,4% cask #659)

Terminiamo il vagabondaggio agostano per distillerie fuori dalla Scozia con un giretto nel Paese che a nostro giudizio è l’unico serio concorrente degli Scotch whisky in quanto a qualità: il caro vecchio Giappone, dove da quasi un secolo si distilla col tipico piglio certosino degli abitanti dell’isola e dove solo sei anni fa è spuntata una nuova distilleria: la Chichibu, avviata dal nipote del fondatore della oramai defunta Hanyu. Questo imbottigliamento ufficiale è stato selezionato da Max Righi, di Silver Seal, e distribuito in esclusiva solo sul suolo giapponese, un evento di una rarità assoluta. I nostri emissari si annidano però ovunque e uno di loro ci ha recapitato qualche goccia strappata da una delle 239 bottiglie prodotte. Gioia!

OLYMPUS DIGITAL CAMERAN: che freschezza, signori. Anche se l’alcol inibisce un po’, non è così aggressivo come ci si potrebbe aspettare a questa gradazione monstre. Superato lo scoglio, c’è un bel mare aperto di frutta fresca, a base di albicocca (intensissima, davvero) e mele gialle. Importante, anche se non eccessiva, la presenza di legna fresca, quasi segatura, con ogni evidenza derivante da una botte di bourbon assia attiva. Rametto di marijuana. Crema densa, che richiama il budino alla vaniglia. Con acqua, diventa più legnoso (sempre legna appena tagliata), ma anche più generosamente fruttato (con un po’ di pesca e arancia).

P: si cambia musica. Troviamo un’inaspettata parentela con lo Slyrs, anche se non così stretta: come tratto familiare troviamo la pera, i canditi; poi però c’è tutta una maltosità ben più strutturata e soprattutto una botte che genera scariche di vaniglia densissima. Giovane sì, ma con personalità. Zenzero candito. L’acqua giova, aprendo una bella frutta quasi tropicale (ananas e cocco). L’intensità rimane massima.

F: durevole ma non lunghissimo: ha una prima botta cremosa e vanigliata, ma poi evolve in fretta sul legno.

Questa giovanissima distilleria non smette di stupire e oggettivamente sarebbe stato davvero ma davvero stupefacente imbattersi in un prodotto scadente proprio quando a scendere in campo è Silver Seal, uno degli imbottigliatori europei coi più alti standard di qualità. Davvero viene da chiedersi che caratteristiche possa assumere questo distillato dopo aver riposato in botte per almeno una decade. Forse il clima della regione di Saitama, dove si trova la distilleria, riesce a far raggiungere il picco di qualità dopo pochissimi anni e non permetterebbe una corretta maturazione in tempi più lunghi. Ma forse fra qualche anno ci troveremo ad assaggiare qualcosa di davvero speciale. Per quanto riguarda questo singolo imbottigliamento, beh è di ottima fattura, ma resta pur sempre un whisky relativamente semplice; vai con un meritatissimo 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Shigeru UmebayashiYumeji’s Theme (In the mood for love Ost)