Chichibu 2011 Pinot Noir Cask (2018, OB per Sexy Fish Bar, 60,2%)

un bancone importante

La nostra settimana di Chichibu si chiude là dove è iniziata, cioè al Sexy Fish Bar in Berkeley Square a Londra. Grazie alla chiacchierata con Daniele Terragnolo, un gentilissimo ragazzo trentino che lavora dietro al bancone del Sexy Fish, ci siamo decisi ad assaggiare il single cask imbottigliato pochi mesi prima in esclusiva per loro – sei anni in un barile ex-pinot noir Chassagne-Montrachet (#5253) e la consueta gradazione alta. Un suggerimento: sappiamo che i prezzi sono alti, ma al Sexy Fish la selezione di whisky giapponese aperto è davvero impressionante, e con la formula delle mezze dosi si riesce ad assaggiare una discreta varietà di cose altrimenti introvabili. Se siete a Londra, dedicategli un paio d’ore.

N: 60 gradi sono splendidamente mascherati e fin da subito è un piacere infilare il naso nel bicchiere. La nota principale è quella di un super frutto rosso, succoso e molto ingolosente: soprattutto ciliegie sotto spirito e marmellata di more, a cui affianchiamo volentieri cioccolato al latte e arancia. Si specchia a tratti in una Fiesta. Accanto a tanta cristallina ricchezza, c’è poi un lato più screziato, “marrone”, se dovessimo capirci coi colori, tra la prugna secca e i funghi secchi. Vinoso certamente, ma chi avrebbe l’ardire di parlare di botte ex vino rosso annusandolo alla cieca? Di certo però generose zaffate di legno caldo e umido si fanno largo con una certa prepotenza. L’acqua non sposta troppo gli equilibri, nel senso che aperto era e aperto rimane; si sposta un poco sulla frutta sciroppata, tipo pesche.

P: pur con tanta coerenza rispetto al naso, qui la botte scopre definitivamente le sue carte, donando una spiccata vinosità. La gradazione monstre lo rende davvero esplosivo, mentre come descrittori ritroviamo in ordine sparso ciliegie, more, prugne, arancia secca. Vaniglia e poi un tabacco davvero pronunciato, assieme a un schiaffo di tannini, contundenti anche se non astringenti. Moderatamente sapido, quasi umami.

F: vino e tannino, ciliegia e tabacco, funghi secchi in acqua, coriandolo e scorzetta d’agrumi, chiodi di garofano. Ad libitum…

Bomber!

Alla cieca potremmo scambiarlo per un ottimo sherry cask maggiorenne, spariamo un “Glengoyne” per rendere conto di questa deliziosa succosità. E invece è un whisky molto giovane, invecchiato in una botte ex Pinot Nero: e tutti sappiamo i mostri che, sulla carta, una maturazione del genere può scatenare. Forse meno stupefacente del barile ex-Imperial Stout, che aveva un profilo del tutto inedito, ma in ogni caso questo single cask è di una qualità altissima, con grande intensità e una complessità fuori dal comune. Rinnoviamo il consiglio di passare dal Sexy Fish per assaggiarlo, anche perché questa bottiglia è esclusiva per il locale e non la troverete mai, teoricamente, neppure in asta. Se dobbiamo portare a casa una lezione da questa settimana di Chichibu, beh, la lezione è che Chichibu è davvero un distillato della Madonna, e che regge alla grande praticamente in ogni botte. Che lezione profonda, vero? 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stereopony – Hitoira No Hanabiri.

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Chichibu 2011 Imperial Stout Cask (2018, OB for The Whisky Exchange, 59,5%)

Black Rock Bar, Londra

Proseguiamo nella nostra settimana a tema Chichibu, e ci soffermiamo sul single cask #3537, selezionato dai ragazzi di The Whisky Exchange: si tratta di un barile di Imperial Stout riempito nel 2011 e poi imbottigliato nel 2018 a 59,5% – ne abbiamo recuperato un sample al Black Rock, un whisky bar che si vuole rivoluzionario nel cuore di Londra, con uno staff molto preparato, le moltissime bottiglie divise per profilo aromatico e un fiume del loro blend che scorre tra i tavoli. Insomma, roba grossa…

N: mamma mia, che roba… Il naso è incredibile, unico: non abbiamo mai annusato un whisky del genere. La prima cosa che colpisce è una nota intensamente cioccolatosa, ma di un cioccolato misto a caramello fondente, caldo, magari in realtà è caramello salato… Ricorda infatti subito qualcosa di sapido: se dicessimo “croccantino” qualcuno si offenderebbe? E se citassimo della verdura cotta, nello specifico delle coste cotte…? C’è una parte intensamente fruttata poi, diremmo soprattutto mele e prugne cotte (tantissime prugne cotte). C’è una nota di legno di sandalo, e anche di fiori freschi bagnati, veramente notevole. Che naso!, note davvero inusuali.

P: boom!, è un whisky destinato a fare scuola, ad aprire un nuovo capitolo degustativo, o una meteora dovuta all’insondabile mutevolezza del caso? Probabilmente solo Ichiro lo sa. Il whisky è ancora stranissimo, con note che mai avevamo sentito, per lo meno in questa combinazione e con tale virulenza. “Umami in a bottle” pare essere una definizione molto pregnante: c’è un attacco iper-sapido, con caramello salato ancora altissimo, anacardi tostati e salati, in generale frutta secca salata. Agrumi molto evoluti, ha un’acidità difficile da definire, con una birra in fermentazione, forse un po’ di kumqat, i mandarini cinesi. Ha prugne cotte, ancora in quantità, cioccolato con ciliegie.

F: molto lungo, se dovessimo condensarlo in un’immagine (che, per carità, messa così non sappiamo se vi piacerà): prugne cotte salate. Spettacolare.

È molto difficile commentare con ‘oggettività’ questo whisky: è speciale, è stranissimo, con note mai sentite prima in un dram… Umami in a bottle resta in effetti la definizione perfetta. Sicuramente il barile parla a voce molto alta, ma dobbiamo ammettere che non si tratta di strilli scomposti, ma di un canto a suo modo armonioso: ci fa venire in mente Diamanda Galas, se proprio dovessimo rendere l’emozione dell’esperienza. I barili ex-birra non sempre funzionano bene, anzi: in questo caso però il miracolo è riuscito. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Diamanda Galas – Let my people go.

Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

Caol Ila 2011 (2018, Wilson&Morgan, 48%)

Quando si parla di imbottigliatori indipendenti italiani, uno dei nomi certamente più conosciuti e più solidi nel panorama attuale è quello di Wilson & Morgan, incarnazione esotica della storica azienda trevigiana Rossi & Rossi. Abbiamo assaggiato molte selezioni di W&M nel corso degli anni, e ora, grazie alla gentilezza di Marina Del Puppo, abbiamo messo le nostre avide mani su questo imbottigliamento del 2018: un Caol Ila giovane, di sette anni, maturato in dieci barili ex-bourbon first-fill e imbottigliato a 48%.

N: Caol Ila da manuale, come dev’essere. Dunque il tutto sarebbe riassumibile nella sacra triade caolilesca: vaniglia, mare, limone. Giovane, certo, e bene impattato (?) da legni certamente molto attivi, che si sposano alla perfezione con lo stile del distillato. Lo sentiamo fresco e frizzante, e promette un palato molto zuccherino. Sette anni son pochi ma l’invecchiamento ha già nascosto la faccia più ingenua ed erbacea, costruendo un equilibrio convincente tra isolanità e bourbonosità.

P: anche qui stiamo sfogliando il manuale di Caolilicità, con le classiche note della distilleria in evidenza: liquirizia e inchiostro, in primissimo piano. La torba ha le parvenze di un falò in spiaggia, e sono decisamente delle belle parvenze. Molto sapido, con tanta tanta vaniglia: dolci al limone, anzi siamo ancora più specifici: torta paradiso artigianale, fatta a in Strada Nuova a Pavia.

F: di media durata, ricalca le stesse tonalità ma si percepiscono alcune reminiscenze vegetali, tra l’erba e il pepe bianco. Delizioso.

Siamo quasi in imbarazzo: Caol Ila è così, ha una coerenza e una costanza veramente uniche, inconfondibili. Come spesso accade soprattutto con i torbati, anche da giovani e giovanissimi questi Caol Ila riescono a mostrare una maturità e una piacevolezza di bevuta davvero invidiabili. Non si sbaglia, insomma: sono tutti molto simili, sono tutti molto buoni – questo, peraltro, si trova online intorno alle 50€, il che ce lo rende ancora più simpatico. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino D’Angiò – Che idea.

Port Charlotte 2011 ‘Islay Barley’ (2018, OB, 50%)

là dove si distilla quel che stiamo bevendo

Come senz’altro sapete, la “distilleria progressiva delle Ebridi” – aka Bruichladdich – produce una versione torbata, messa in circolazione al nome di Port Charlotte. Negli ultimi anni, seguendo l’impulso dato dal precedente proprietario Mark Reynier, a Bruichladdich hanno deciso di puntare forte sul terroir, sull’approvvigionamento locale dell’orzo, sulla maturazione in loco – e sulla trasparenza totale nel rivelare quel che si trova nel bicchiere. Per questa ragione, consultando il sito di Bruichladdich si trova ogni informazione possibile su questo Port Charlotte ‘Islay Barley’: distillato nel 2011 con varietà di orzo Oxbridge e Publican coltivati presso le fattorie Dunlossit, Kilchiaran e Sunderland, ovviamente ad Islay, è invecchiato sull’isola in una miscela di botti composta per il 75% da ex-bourbon first-fill e per il restante 25% da barili ex-vino (Syrah e Figero) a secondo riempimento. Grazie ragazzi, ma anche meno, no? Diremmo “imbottigliato nel 2018 a 50%”, ma visto l’aspetto delle nuove bottiglie di PC forse sarebbe meglio scrivere “messo in bussolotti di vetro”.

N: subito l’aria di mare che sferza il borgo di Port Charlotte esce dal bicchiere: alghe riarse e pesce essiccato. Piuttosto nudo, con una torbina fumosa e catramosa neanche così hardcore come ci si aspetterebbe dai 40ppm dichiarati. Sarà la seduzione dell’inverno che galoppa vicino, ma ci vengono in mente nitidi sandalo e verbena. Poca cremosità, anzi un mero sentore di vaniglia. Cedro, e limonata zuccherata.

P: qui una dolcezza zuccherina diventa più facilmente riconoscibile, appoggiata su un tappetone torbato molto intenso (proprio fumo, cenere, ancora catrame). Aria di mare ancora, e alghe: la componente costiera è decisamente caratterizzante. Tè nero. Emerge un po’ di vinosità, che al naso non avremmo riconosciuto. Buono.

F: ancora alghe, con una prima dolcezza mielosa e appiccicosa. Lungo, marino.

Forse confusi da tutte le informazioni che vengono fornite dagli amici di Bruichladdich, abbiamo affrontato questo Port Charlotte aspettandoci una complessità quasi insostenibile per le nostre umili facoltà, e in realtà la sensazione è di una relativa semplicità: intendiamoci, questo whisky è buono e piacevole, sferzante e soddisfacente, con una torba marina e catramosa in evoluzione. Gli manca forse un tocco di magia… Svolto il compitino, ma svolto alla grandissima: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Porcupine Tree – Anesthetize.

Glenrothes 11 yo (2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%)

Quando Matteo Zampini ci ha proposto questo Glenrothes allo scorso Milano Whisky Festival, l’abbiamo guardato perplessi: sei troppo entusiasta, non ci caschiamo, stai cercando di rifilarci un pacco. Dopo qualche mese, scopriamo se di pacco trattasi o no: single cask ex-sherry, come rivela il colore senza lasciar dubbi, di Glenrothes, distilleria del cuore dello Speyside molto amata da grandi e piccini, celebre per le note di frutta secca che caratterizzano gli imbottigliamenti ufficiali. Selezione e imbottigliamento a cura di Hepburn’s Choice, marchio di Hunter Laing.

glenrothes-11-year-old-2004-bottled-2015-hepburns-choice-langside-whiskyN: molto carico, molto aperto, molto odoroso: l’apporto dello sherry è totalizzante, ma per fortuna la copertura è di ottima qualità. Si tratta di uno sherried pesante ma fresco, se la cosa ha un senso per altri oltre che per noi: ha note intensamente fruttate (di uvetta e ciliegia sotto spirito, soprattutto), abbinate a intensissime zaffate di cola e chinotto. Un pit di cioccolato, forse di vaniglia; fichi secchi, grassi e oleosi. Un po’ di ‘legno intriso’, da warehouse; liquirizia. Quei mix di caramelle gommose alla liquirizia ripiene… Un filo di noce moscata, lieve ma costante, chiude un seducente profilo da sherry iper-ruffiano.

P: poco alcolico e, come prevedibile dato il naso, veramente straripante in intensità. È senz’altro più ‘scuro’ qui, con note di tabacco, di cioccolato amaro; la frutta resta molto pesante e fresca al contempo, frutti rossi macerati nell’alcol (una ciliegia devastante); anche la crema malaga emerge… Suggestioni di frutta secca (nocciola). Ancora cola e chinotto, mentre le spezie del legno retrocedono un po’.

F: lungo ma non lunghissimo, è tutto giocato su un balletto di ciliegia, chinotto e cioccolato.

Ottima botte: molto buono, davvero, grande intensità, bevuta piacevole, discreta complessità. Una lezione di sherry cask, oltretutto tenuta ad un prezzo più che ragionevole, circa 55€ (tant’è che ne abbiamo comprate due bottiglie, nel frattempo). Insomma, Matteo: non stavi cercando di truffarci, dobbiamo esserti riconoscenti… 88/100 è il giudizio trasposto in cifra. Bene bene.

Sottofondo musicale consigliato: Velvet revolver – Slither.

Glen Mhor 1980 (2011, Gordon & MacPhail, 43%)

Circa un mese fa abbiamo avuto il privilegio di ricevere da Gordon & MacPhail quattro campioni della serie “Rare Vintage” e tra questi abbiamo già assaggiato un Glen Grant 52 yo indimenticabile, oltre a un Dallas Dhu 34 yo e a uno Strathisla 1965 molto interessanti.  Si tratta di imbottigliamenti davvero importanti, impreziositi dalle storiche etichette dei tempi gloriosi, quando G&M aveva licenza esclusiva per alcune distillerie e di fatto faceva uscire single malt altrimenti semplicemente inesistenti sul mercato. Si tratta di un fenomeno nato a partire dagli anni ’30 ma che è poi sopravvissuto come una felice tradizione fino ai giorni nostri, giorni in cui (quasi) tutte le distillerie forgiano core range a volte fin troppo variegati. Questo Glen Mhor, distilleria delle Highlands chiusa nel 1983, ha riposato in refill sherry butts per più di 30 anni.

glen-mhor-1980-gmN: non immaginatevi una botte eccessivamente marcante e aromatica: piuttosto, il legno pare aver sottratto… Sembrano rimasti i tratti più ‘vegetali’ del distillato, sotto forma di fiori (camomilla!, e gambi di fiori recisi) e un malto davvero pulito (non brioscioso o burroso, per intenderci). Poi c’è una grande citricità limonosa, multiforme: dalle foglie fresche alla limonata appena zuccherata. Un mero ricordo di vaniglia e un pizzico di pera e banana. Leggermente minerale. Semplice, ma incredibilmente raffinato…

P: una sorprendente, leggera nota alcolica in ingresso, e poi parte una botta di dolcezza, proprio di zucchero bianco… Si parlava di dolcezza: non è ‘moderna’ e vanigliosa, da whisky caricato con legno, anzi: è una paradossale dolcezza ‘austera’, verosimilmente guidata dal distillato, e di nuovo viene in mente la limonata zuccherata. Poi, sempre sul versante dell’austerità, in aumento una mineralità terrosa, ciottolosa (in fin dei conti proprio torbata, anche se leggermente). Resiste anche il lato erbaceo, leggermente e piacevolmente amaricante.

F: breve e molto pulito, dopo un primo rimasuglio di dolcezza lascia spazio alla mineralità di torba.

Il Glen Mhor di oggi ci ha davvero stupito per le botti a millesimo riempimento, scariche e dagli esiti imprevedibili: la baracca infatti è retta dal distillato, austero e romanticamente lontano dalla modernità vanigliata. A noi questo stile francamente affascina molto, perchè rappresenta l’eleganza che non c’è più e lo premieremo con un 87/100. Costa intorno ai 300 euro, se vi pungesse vaghezza.

Sottofondo musicale consigliato: CreamSunshine of your Love

Samaroli ‘No Age’ (cuvée 2011, 45%)

Non c’è bisogno di presentare Samaroli, vero? Val forse la pena, però, di spendere due parole per l’imbottigliamento che assaggiamo oggi, ovvero il No Age, edizione 2011: si tratta di un vatting di diverse botti di distillerie differenti (ovviamente) di età variabile tra i 10 e i 40 anni, assemblate per ritrovare sapori unici e particolari, in aperta opposizione alla più volte denunciata standardizzazione dei prodotti. Questa è la grande scommessa del Samaroli degli ultimi anni: e siccome (ce lo insegna la storia) Samaroli si rivela sempre essere più avanti degli altri, probabilmente anche in questo caso ci ha azzeccato… Basti pensare ad un progetto simile di grande fortuna, anche commerciale, come la Compass Box di John Glazer. Ad ogni modo, noi, formati alla scuola della filosofia del linguaggio novecentesca, sappiamo che le parole sono approssimazioni inesatte, e dunque non fidandoci del mezzo linguistico preferiamo mettere il naso sul bicchiere e il whisky nello stomaco, e poi valutiamo. Il colore, intanto, è ambrato.

31927N: grande compattezza, che ti investe poco a poco: bisogna avere pazienza, lasciarsi suggestionare con calma e rispetto. Patina torbosa, quasi vegetale, sentori umidi, di ‘stireria’, e una punta di cera d’api: queste note ‘sporche’, ormai lo sapete, a noi fanno impazzire. La suddetta patina si poggia su una ‘dolcezza’ pronunciata ma elegante, che ricorda melassa, carruba, chinotto, tarte tatin; tè al bergamotto. Fondi di cappuccino zuccherato, una punta di rabarbaro, liquirizia. Frutta in compote, sorpattutto rossa (fragola e mela, perfino mirtillo). Che bellezza.

P: si affaccia gentile sul palato, passa quasi inosservato, ma man mano che la bocca si lascia avvolgere dimostra una grandissima personalità. Anche qui prevalgono le note più ‘da whisky vecchio’: favolose note ‘umide’, di cera d’api, di rabarbaro, zucchero bruciato. Tutto ciò contribuisce a una sensazione di poca dolcezza, senza però scadere nell’amaro vero e proprio: un sapore sospeso, in splendido equilibrio. Frutta cotta (mele e prugne); anche marmellata di fragola. Liquirizia e caffè.

F: medio-lungo ma molto intenso, replica il palato con grande coerenza, in un fade graduato e piacevolissimo, di grande eleganza.

Che dire? Una splendida certezza. Samaroli ci convince appieno con questo imbottigliamento, che nasconde dietro di sé tutti i misteri dell’arte del blending. Alcune caratteristiche di questo No Age sono tipiche di whisky molto invecchiati, ma riscontriamo anche segnali di distillati giovani, magari assuefatti a botti molto aggressive: insomma, i legni si sentono (qualcuno direbbe, storcendo il nasino, che è un whisky costruito: e in effetti sì, è proprio il senso dell’operazione, quindi rimettete pure dritto quel nasino), ma la cosa non ci disturba affatto, anzi! Stupisce poi l’assenza di fiammate di sapore, ma una pacata compostezza, piena però di intensità. Basta parole, largo ai numeri: 91/100, a presto.

Sottofondo musicale consigliato: Herbert von Karajan dirige la Filarmonica di Berlino nella Sinfonia n.3 di Brahms, op.90 – III. Poco allegretto. Sì, ce la meniamo.

Ledaig 1998/2011 (Malts of Scotland, 61,2%)

La distilleria Tobermory, l’unica situata sull’isola di Mull, ha avuto dall’anno della sua fondazione, nel 1798, una lunga serie di peripezie, tra chiusure, riaperture e cambi di proprietà. Oggi la dizione ‘Ledaig’ è riservata ai malti torbati prodotti in questa distilleria dalla capacità di circa un milione di litri l’anno, ma si tratta in realtà del nome originale della compagnia. Un aneddoto simpatico: il distillato Tobermory ama tenersi in forma e fa un sacco di movimento; una volta creato infatti viene mandato alla Deanstone, in pieno Speyside, è messo in botti e poi se ne riparte con meta finale Bunnahabhain per invecchiare su Islay. Oggi assaggiamo un single cask di 13 anni invecchiato in un sherry butt.

ledaig_MOSN: alcol non molto presente, considerando la gradazione monster. Da subito veramente imponente. Atmosfera inquinata, smog, diesel, lucido da scarpe; un po’ di iodato, impressioni di sale e liquirizia amara (legno veramente massiccio, che dà anche suggestioni di chiodi di garofano e noce moscata, ma anche di eucalipto, e borotalco… wow). Torba acre a pacchi, anche un po’ sotto forma del solito organico / vegetale riscontrato negli altri Ledaig, qui però ben più armonioso e gradevole. La dolcezza sherry resiste sotto le macerie di questo terremoto isolano e lotta, emergendo a tratti alla grande: arancia matura e succosa, uvetta, caramello. Sciroppo d’acero? Con acqua si apre una liquorosità sherry da sborata. Farmy notes!!!

P: alcol ancora abbastanza in sordina. Gran whisky, forse solo un filo troppo legnoso (ma senza allappare). Ha un corpo compattissimo e non sembra avere fasi: è un monolite dall’inzio alla fine del palato, configurato come una lingua di sapore unica conficcata nella bocca e in grande coerenza col naso: quindi bello marino/iodato e brutalmente torbato/inquinato/cuoioso (affumicatura monster) ma – incredibile dictu – nello stesso istante dolce e arrotondato; non è propriamente “beverino”, ma certo è più godibile di quanto ci saremmo attesi. Arance sopra tutto, ma anche zucchero bruciacchiato e cola. Le zollette di toffee salate. Meno complesso che al palato, ma proprio buono come sapore complessivo. Piccantino. Ottimo anche con acqua.

F: pur in vortici perpetui di copertone bruciato cosparsi di sale, si ricompone una nota vegetale e maltosa niente male e pulita. Tonnellate di liquirizia, ancora caramello.

Questi tedeschi, oltre a saper vincere i Mondiali, sanno pure scegliere le botti di whisky: hanno selezionato una botte di violenza inaudita, che dopo 13 anni ha invaso tutto ma senza stuprare completamente il distillato, ed anzi lasciandogli l’isolanità intatta e un ‘nervosismo’ veramente apprezzabili. Whisky da sboroni, certo, ma godurioso: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlot-taBoth with thee.

Arran Amarone Cask, (2011, OB, 50%)

Quando il whisky è invecchiato in botti di vino, i puristi storcono il naso: ma vuoi vedere che questa ulteriore maturazione altro non è che un modo per dare dignità ad un distillato altrimenti deboluccio, attraverso l’uso di botti marcanti? Forse è vero, anzi lo è senz’altro in termini generali, ma alcuni esperimenti talvolta hanno portato ad esiti tutt’altro che deludenti (pensiamo ad un Longrow in Barolo, o ad un Arran in Trebbiano d’Abruzzo). Mettiamo allora alla prova questo Arran finito in botti di Amarone e imbottigliato nel 2011 alla gradazione di 50%. Il colore è ambrato scuro.

Schermata 2014-05-06 alle 12.53.14N: alcol molto pungente, a tratti fastidioso. L’età non è indicata ma rivela giovinezza nelle note maltate. Fresco e spensieratamente fruttato (prugne, albicocche secche). Uvetta sotto spirito! L’extra maturazione in vino si manifesta più che altro sotto forma di legnosità, non così integrata, un po’ off e un po’ brutale. Resiste però il bel malto zuccherino e fruttato di Arran, forse invecchiato prevalentemente in bourbon (vaniglia?) Una nota di vino esce in realtà: acida, poco armonica, e prende via via il sopravvento.

P: il finish di Amarone è da subito molto aggressivo, tanto legno e un po’ di vino. Secco e abbastanza alcolico. Pulisce la bocca con note di frutta secca e malto/erba. Non molto complesso, ma è nitida una suggestione di prugne secche. Molta acidità e forse un barlume di vaniglia che svanisce subito. Pepatino.

F: estremamente pulito; si rimane sul secco e troviamo mandorle amare, pepe e fieno. Non breve ma in sordina.

Mmm, certo questo è un whisky molto intenso, con sapori forti, e senza dubbio alcuni palati lo sapranno apprezzare molto; noi – a dirla tutta – non siamo rimasti sedotti dalla combinazione… Ci è parso un po’ troppo alcolico, non abbastanza complesso, con un apporto del legno fin eccessivo; si salva dalla catastrofe, a nostro giudizio, perché il malto di Arran, che sta migliorando con il tempo (non dimentichiamo che la distilleria è attiva solo da 18 anni), esce fuori a contenere l’eversione. Comunque, tanta tanta intensità, non adatto ai deboli di cuore: 78/100 è il numero.

Sottofondo musicale consigliato: a proposito di relazioni con italiani, Raphael Gualazzi & CamilleL’amie d’un italien.