Port Charlotte 2011 ‘Islay Barley’ (2018, OB, 50%)

là dove si distilla quel che stiamo bevendo

Come senz’altro sapete, la “distilleria progressiva delle Ebridi” – aka Bruichladdich – produce una versione torbata, messa in circolazione al nome di Port Charlotte. Negli ultimi anni, seguendo l’impulso dato dal precedente proprietario Mark Reynier, a Bruichladdich hanno deciso di puntare forte sul terroir, sull’approvvigionamento locale dell’orzo, sulla maturazione in loco – e sulla trasparenza totale nel rivelare quel che si trova nel bicchiere. Per questa ragione, consultando il sito di Bruichladdich si trova ogni informazione possibile su questo Port Charlotte ‘Islay Barley’: distillato nel 2011 con varietà di orzo Oxbridge e Publican coltivati presso le fattorie Dunlossit, Kilchiaran e Sunderland, ovviamente ad Islay, è invecchiato sull’isola in una miscela di botti composta per il 75% da ex-bourbon first-fill e per il restante 25% da barili ex-vino (Syrah e Figero) a secondo riempimento. Grazie ragazzi, ma anche meno, no? Diremmo “imbottigliato nel 2018 a 50%”, ma visto l’aspetto delle nuove bottiglie di PC forse sarebbe meglio scrivere “messo in bussolotti di vetro”.

N: subito l’aria di mare che sferza il borgo di Port Charlotte esce dal bicchiere: alghe riarse e pesce essiccato. Piuttosto nudo, con una torbina fumosa e catramosa neanche così hardcore come ci si aspetterebbe dai 40ppm dichiarati. Sarà la seduzione dell’inverno che galoppa vicino, ma ci vengono in mente nitidi sandalo e verbena. Poca cremosità, anzi un mero sentore di vaniglia. Cedro, e limonata zuccherata.

P: qui una dolcezza zuccherina diventa più facilmente riconoscibile, appoggiata su un tappetone torbato molto intenso (proprio fumo, cenere, ancora catrame). Aria di mare ancora, e alghe: la componente costiera è decisamente caratterizzante. Tè nero. Emerge un po’ di vinosità, che al naso non avremmo riconosciuto. Buono.

F: ancora alghe, con una prima dolcezza mielosa e appiccicosa. Lungo, marino.

Forse confusi da tutte le informazioni che vengono fornite dagli amici di Bruichladdich, abbiamo affrontato questo Port Charlotte aspettandoci una complessità quasi insostenibile per le nostre umili facoltà, e in realtà la sensazione è di una relativa semplicità: intendiamoci, questo whisky è buono e piacevole, sferzante e soddisfacente, con una torba marina e catramosa in evoluzione. Gli manca forse un tocco di magia… Svolto il compitino, ma svolto alla grandissima: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Porcupine Tree – Anesthetize.

Glenrothes 11 yo (2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%)

Quando Matteo Zampini ci ha proposto questo Glenrothes allo scorso Milano Whisky Festival, l’abbiamo guardato perplessi: sei troppo entusiasta, non ci caschiamo, stai cercando di rifilarci un pacco. Dopo qualche mese, scopriamo se di pacco trattasi o no: single cask ex-sherry, come rivela il colore senza lasciar dubbi, di Glenrothes, distilleria del cuore dello Speyside molto amata da grandi e piccini, celebre per le note di frutta secca che caratterizzano gli imbottigliamenti ufficiali. Selezione e imbottigliamento a cura di Hepburn’s Choice, marchio di Hunter Laing.

glenrothes-11-year-old-2004-bottled-2015-hepburns-choice-langside-whiskyN: molto carico, molto aperto, molto odoroso: l’apporto dello sherry è totalizzante, ma per fortuna la copertura è di ottima qualità. Si tratta di uno sherried pesante ma fresco, se la cosa ha un senso per altri oltre che per noi: ha note intensamente fruttate (di uvetta e ciliegia sotto spirito, soprattutto), abbinate a intensissime zaffate di cola e chinotto. Un pit di cioccolato, forse di vaniglia; fichi secchi, grassi e oleosi. Un po’ di ‘legno intriso’, da warehouse; liquirizia. Quei mix di caramelle gommose alla liquirizia ripiene… Un filo di noce moscata, lieve ma costante, chiude un seducente profilo da sherry iper-ruffiano.

P: poco alcolico e, come prevedibile dato il naso, veramente straripante in intensità. È senz’altro più ‘scuro’ qui, con note di tabacco, di cioccolato amaro; la frutta resta molto pesante e fresca al contempo, frutti rossi macerati nell’alcol (una ciliegia devastante); anche la crema malaga emerge… Suggestioni di frutta secca (nocciola). Ancora cola e chinotto, mentre le spezie del legno retrocedono un po’.

F: lungo ma non lunghissimo, è tutto giocato su un balletto di ciliegia, chinotto e cioccolato.

Ottima botte: molto buono, davvero, grande intensità, bevuta piacevole, discreta complessità. Una lezione di sherry cask, oltretutto tenuta ad un prezzo più che ragionevole, circa 55€ (tant’è che ne abbiamo comprate due bottiglie, nel frattempo). Insomma, Matteo: non stavi cercando di truffarci, dobbiamo esserti riconoscenti… 88/100 è il giudizio trasposto in cifra. Bene bene.

Sottofondo musicale consigliato: Velvet revolver – Slither.

Glen Mhor 1980 (2011, Gordon & MacPhail, 43%)

Circa un mese fa abbiamo avuto il privilegio di ricevere da Gordon & MacPhail quattro campioni della serie “Rare Vintage” e tra questi abbiamo già assaggiato un Glen Grant 52 yo indimenticabile, oltre a un Dallas Dhu 34 yo e a uno Strathisla 1965 molto interessanti.  Si tratta di imbottigliamenti davvero importanti, impreziositi dalle storiche etichette dei tempi gloriosi, quando G&M aveva licenza esclusiva per alcune distillerie e di fatto faceva uscire single malt altrimenti semplicemente inesistenti sul mercato. Si tratta di un fenomeno nato a partire dagli anni ’30 ma che è poi sopravvissuto come una felice tradizione fino ai giorni nostri, giorni in cui (quasi) tutte le distillerie forgiano core range a volte fin troppo variegati. Questo Glen Mhor, distilleria delle Highlands chiusa nel 1983, ha riposato in refill sherry butts per più di 30 anni.

glen-mhor-1980-gmN: non immaginatevi una botte eccessivamente marcante e aromatica: piuttosto, il legno pare aver sottratto… Sembrano rimasti i tratti più ‘vegetali’ del distillato, sotto forma di fiori (camomilla!, e gambi di fiori recisi) e un malto davvero pulito (non brioscioso o burroso, per intenderci). Poi c’è una grande citricità limonosa, multiforme: dalle foglie fresche alla limonata appena zuccherata. Un mero ricordo di vaniglia e un pizzico di pera e banana. Leggermente minerale. Semplice, ma incredibilmente raffinato…

P: una sorprendente, leggera nota alcolica in ingresso, e poi parte una botta di dolcezza, proprio di zucchero bianco… Si parlava di dolcezza: non è ‘moderna’ e vanigliosa, da whisky caricato con legno, anzi: è una paradossale dolcezza ‘austera’, verosimilmente guidata dal distillato, e di nuovo viene in mente la limonata zuccherata. Poi, sempre sul versante dell’austerità, in aumento una mineralità terrosa, ciottolosa (in fin dei conti proprio torbata, anche se leggermente). Resiste anche il lato erbaceo, leggermente e piacevolmente amaricante.

F: breve e molto pulito, dopo un primo rimasuglio di dolcezza lascia spazio alla mineralità di torba.

Il Glen Mhor di oggi ci ha davvero stupito per le botti a millesimo riempimento, scariche e dagli esiti imprevedibili: la baracca infatti è retta dal distillato, austero e romanticamente lontano dalla modernità vanigliata. A noi questo stile francamente affascina molto, perchè rappresenta l’eleganza che non c’è più e lo premieremo con un 87/100. Costa intorno ai 300 euro, se vi pungesse vaghezza.

Sottofondo musicale consigliato: CreamSunshine of your Love

Samaroli ‘No Age’ (cuvée 2011, 45%)

Non c’è bisogno di presentare Samaroli, vero? Val forse la pena, però, di spendere due parole per l’imbottigliamento che assaggiamo oggi, ovvero il No Age, edizione 2011: si tratta di un vatting di diverse botti di distillerie differenti (ovviamente) di età variabile tra i 10 e i 40 anni, assemblate per ritrovare sapori unici e particolari, in aperta opposizione alla più volte denunciata standardizzazione dei prodotti. Questa è la grande scommessa del Samaroli degli ultimi anni: e siccome (ce lo insegna la storia) Samaroli si rivela sempre essere più avanti degli altri, probabilmente anche in questo caso ci ha azzeccato… Basti pensare ad un progetto simile di grande fortuna, anche commerciale, come la Compass Box di John Glazer. Ad ogni modo, noi, formati alla scuola della filosofia del linguaggio novecentesca, sappiamo che le parole sono approssimazioni inesatte, e dunque non fidandoci del mezzo linguistico preferiamo mettere il naso sul bicchiere e il whisky nello stomaco, e poi valutiamo. Il colore, intanto, è ambrato.

31927N: grande compattezza, che ti investe poco a poco: bisogna avere pazienza, lasciarsi suggestionare con calma e rispetto. Patina torbosa, quasi vegetale, sentori umidi, di ‘stireria’, e una punta di cera d’api: queste note ‘sporche’, ormai lo sapete, a noi fanno impazzire. La suddetta patina si poggia su una ‘dolcezza’ pronunciata ma elegante, che ricorda melassa, carruba, chinotto, tarte tatin; tè al bergamotto. Fondi di cappuccino zuccherato, una punta di rabarbaro, liquirizia. Frutta in compote, sorpattutto rossa (fragola e mela, perfino mirtillo). Che bellezza.

P: si affaccia gentile sul palato, passa quasi inosservato, ma man mano che la bocca si lascia avvolgere dimostra una grandissima personalità. Anche qui prevalgono le note più ‘da whisky vecchio’: favolose note ‘umide’, di cera d’api, di rabarbaro, zucchero bruciato. Tutto ciò contribuisce a una sensazione di poca dolcezza, senza però scadere nell’amaro vero e proprio: un sapore sospeso, in splendido equilibrio. Frutta cotta (mele e prugne); anche marmellata di fragola. Liquirizia e caffè.

F: medio-lungo ma molto intenso, replica il palato con grande coerenza, in un fade graduato e piacevolissimo, di grande eleganza.

Che dire? Una splendida certezza. Samaroli ci convince appieno con questo imbottigliamento, che nasconde dietro di sé tutti i misteri dell’arte del blending. Alcune caratteristiche di questo No Age sono tipiche di whisky molto invecchiati, ma riscontriamo anche segnali di distillati giovani, magari assuefatti a botti molto aggressive: insomma, i legni si sentono (qualcuno direbbe, storcendo il nasino, che è un whisky costruito: e in effetti sì, è proprio il senso dell’operazione, quindi rimettete pure dritto quel nasino), ma la cosa non ci disturba affatto, anzi! Stupisce poi l’assenza di fiammate di sapore, ma una pacata compostezza, piena però di intensità. Basta parole, largo ai numeri: 91/100, a presto.

Sottofondo musicale consigliato: Herbert von Karajan dirige la Filarmonica di Berlino nella Sinfonia n.3 di Brahms, op.90 – III. Poco allegretto. Sì, ce la meniamo.

Ledaig 1998/2011 (Malts of Scotland, 61,2%)

La distilleria Tobermory, l’unica situata sull’isola di Mull, ha avuto dall’anno della sua fondazione, nel 1798, una lunga serie di peripezie, tra chiusure, riaperture e cambi di proprietà. Oggi la dizione ‘Ledaig’ è riservata ai malti torbati prodotti in questa distilleria dalla capacità di circa un milione di litri l’anno, ma si tratta in realtà del nome originale della compagnia. Un aneddoto simpatico: il distillato Tobermory ama tenersi in forma e fa un sacco di movimento; una volta creato infatti viene mandato alla Deanstone, in pieno Speyside, è messo in botti e poi se ne riparte con meta finale Bunnahabhain per invecchiare su Islay. Oggi assaggiamo un single cask di 13 anni invecchiato in un sherry butt.

ledaig_MOSN: alcol non molto presente, considerando la gradazione monster. Da subito veramente imponente. Atmosfera inquinata, smog, diesel, lucido da scarpe; un po’ di iodato, impressioni di sale e liquirizia amara (legno veramente massiccio, che dà anche suggestioni di chiodi di garofano e noce moscata, ma anche di eucalipto, e borotalco… wow). Torba acre a pacchi, anche un po’ sotto forma del solito organico / vegetale riscontrato negli altri Ledaig, qui però ben più armonioso e gradevole. La dolcezza sherry resiste sotto le macerie di questo terremoto isolano e lotta, emergendo a tratti alla grande: arancia matura e succosa, uvetta, caramello. Sciroppo d’acero? Con acqua si apre una liquorosità sherry da sborata. Farmy notes!!!

P: alcol ancora abbastanza in sordina. Gran whisky, forse solo un filo troppo legnoso (ma senza allappare). Ha un corpo compattissimo e non sembra avere fasi: è un monolite dall’inzio alla fine del palato, configurato come una lingua di sapore unica conficcata nella bocca e in grande coerenza col naso: quindi bello marino/iodato e brutalmente torbato/inquinato/cuoioso (affumicatura monster) ma – incredibile dictu – nello stesso istante dolce e arrotondato; non è propriamente “beverino”, ma certo è più godibile di quanto ci saremmo attesi. Arance sopra tutto, ma anche zucchero bruciacchiato e cola. Le zollette di toffee salate. Meno complesso che al palato, ma proprio buono come sapore complessivo. Piccantino. Ottimo anche con acqua.

F: pur in vortici perpetui di copertone bruciato cosparsi di sale, si ricompone una nota vegetale e maltosa niente male e pulita. Tonnellate di liquirizia, ancora caramello.

Questi tedeschi, oltre a saper vincere i Mondiali, sanno pure scegliere le botti di whisky: hanno selezionato una botte di violenza inaudita, che dopo 13 anni ha invaso tutto ma senza stuprare completamente il distillato, ed anzi lasciandogli l’isolanità intatta e un ‘nervosismo’ veramente apprezzabili. Whisky da sboroni, certo, ma godurioso: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlot-taBoth with thee.

Arran Amarone Cask, (2011, OB, 50%)

Quando il whisky è invecchiato in botti di vino, i puristi storcono il naso: ma vuoi vedere che questa ulteriore maturazione altro non è che un modo per dare dignità ad un distillato altrimenti deboluccio, attraverso l’uso di botti marcanti? Forse è vero, anzi lo è senz’altro in termini generali, ma alcuni esperimenti talvolta hanno portato ad esiti tutt’altro che deludenti (pensiamo ad un Longrow in Barolo, o ad un Arran in Trebbiano d’Abruzzo). Mettiamo allora alla prova questo Arran finito in botti di Amarone e imbottigliato nel 2011 alla gradazione di 50%. Il colore è ambrato scuro.

Schermata 2014-05-06 alle 12.53.14N: alcol molto pungente, a tratti fastidioso. L’età non è indicata ma rivela giovinezza nelle note maltate. Fresco e spensieratamente fruttato (prugne, albicocche secche). Uvetta sotto spirito! L’extra maturazione in vino si manifesta più che altro sotto forma di legnosità, non così integrata, un po’ off e un po’ brutale. Resiste però il bel malto zuccherino e fruttato di Arran, forse invecchiato prevalentemente in bourbon (vaniglia?) Una nota di vino esce in realtà: acida, poco armonica, e prende via via il sopravvento.

P: il finish di Amarone è da subito molto aggressivo, tanto legno e un po’ di vino. Secco e abbastanza alcolico. Pulisce la bocca con note di frutta secca e malto/erba. Non molto complesso, ma è nitida una suggestione di prugne secche. Molta acidità e forse un barlume di vaniglia che svanisce subito. Pepatino.

F: estremamente pulito; si rimane sul secco e troviamo mandorle amare, pepe e fieno. Non breve ma in sordina.

Mmm, certo questo è un whisky molto intenso, con sapori forti, e senza dubbio alcuni palati lo sapranno apprezzare molto; noi – a dirla tutta – non siamo rimasti sedotti dalla combinazione… Ci è parso un po’ troppo alcolico, non abbastanza complesso, con un apporto del legno fin eccessivo; si salva dalla catastrofe, a nostro giudizio, perché il malto di Arran, che sta migliorando con il tempo (non dimentichiamo che la distilleria è attiva solo da 18 anni), esce fuori a contenere l’eversione. Comunque, tanta tanta intensità, non adatto ai deboli di cuore: 78/100 è il numero.

Sottofondo musicale consigliato: a proposito di relazioni con italiani, Raphael Gualazzi & CamilleL’amie d’un italien.

Littlemill 22 yo (1989/2011, Silver Seal, 49,8%)

Qualche giorno fa su facebook ci è capitato di imbatterci in un articolo (che non abbiamo più saputo ritrovare, ma insomma, fidatevi [UPDATE: trovato!]) che sosteneva che Littlemill potrebbe essere la nuova Port Ellen: produceva un distillato eccellente, ci sono un sacco di botti in giro… E ha il grande vantaggio di aver chiuso dieci anni dopo! Sarà dunque Littlemill la prossima distilleria di culto? In effetti, tante volte abbiamo sentito Giorgio D’Ambrosio dire che lì lavoravano davvero bene… Siccome per ora, almeno, di Littlemill se ne trovano tanti in giro, e hanno prezzi tutto sommato accessibili, proviamo a far fuori un po’ di samples che abbiamo in armadio, arbitrariamente in ordine di data di imbottigliamento: si inizia dunque con un Silver Seal di 22 anni, un single cask ex-sherry. Il colore è ramato.

Schermata 2014-03-24 alle 19.07.22N: fin da subito c’è una vera e propria tempesta di aromi ammalianti: frutta rossa in ogni declinazione (marmellata, torte, fresca e succosa…), con prevalenza di fragola e ciliegia; fichi d’India davvero percepibili, ma anche fichi secchi; uvetta; tabacco dolce / vanigliato da pipa; banana matura. Che varietà! E infatti, pur essendo fresco, proprio per la sua complessità non si farebbe scambiare per un giovincello: dopo un po’ appaiono anche note di legno umido che prima avevamo negato, oltre a suggestioni di crema pasticciera. Diventa sempre più noccioloso e legnosetto.

P: il palato non riserva sorprese: e quindi si conferma su un livello molto alto. Com’era prevedibile, si viene fucilati da un plotone di frutti rossi e tropicali (maracuja su tutto – la frutta tropicale è un hallmark di Littlemill, come ci insegnano), davanti a un muro di frutta secca (nocciola in particolare), un bel legno di personalità, qualche punta di cioccolato. Créme caramel?

F: frutta rossa incredibilmente persistente, ma capace anche di sortite amarognole, con ancora legno e frutta secca.

Come primo Littlemill della sessione non possiamo certo lamentarci! L’apporto della botte, con le sue note di frutta rossa intensa e di altri aromi tipicamente ex-sherry, al naso resta prevalente, mentre al palato le tipiche suggestioni tropicali del distillato riemergono in perfetto equilibrio. Insomma, un 89/100 ci pare un modo eccellente per iniziare questo percorso…

Sottofondo musicale consigliato: con un pensiero a Max e Ronald, oggi scegliamo Marco Borsato – Dromen Zijn Bedrog, cover di Riccardo Fogli… Che pezzo!

Glenfarclas 40 yo (1971/2011, Silver Seal, 52%)

E anche quest’anno, puntuale così come solo un lappone può essere, è arrivato il signore panciuto di rosso vestito. Come da tradizione gli abbiamo offerto un dram e abbiamo affidato a lui la scelta di un sample celebrativo, da tracannare sotto l’albero. Santa ha scelto un Glenfarclas dalle credenziali mostruose, un “family cask” di distilleria imbottigliato direttamente per Silver Seal. Come dargli torto?

29599N: l’alcol è levigatissimo, la gradazione impercettibile. Non dimostra quarant’anni, di certo; si sprigionano odori intensissimi e profondi ma non grevi nè ‘sporchi’. C’è però un aspetto che suggerisce la lunga interazione tra botte e distillato: la setosità estrema di aromi di spezie e fragranze agrumate (chinotto, arancia disidratata, tamarindo, un velo di cannella dolce), e qui la qualità è davvero stellare. Ruben, che lo assaggia e lo apprezza assai, ha un’intuizione condivisibile: cardamomo! Poi certo non dimentichiamo di abbandonarci ai più felici clichés degli invecchiamenti heavy sherried: mele rosse, zucchero di canna, un po’ di frutta cotta (mele, prugne, uvette). Troviamo che la frutta rossa sia particolare, non troppo marmellatosa nè del tutto fresca, è ottima e compatta. Infine, punte erbacee foriere di infinite suggestioni, tra vermouth e infusi. Col tempo cresce anche un gran cioccolatone e un che di pineta sotto la pioggia.

P: a volte i whisky sulla quarantina tendono a scaricarsi e potremmo dire con un “anziano” saggio che”i whisky buoni oltre i 25 anni di invecchiamento sono un’eccezione, non la regola”. Qui però non vale l’adagio. C’è infatti grande intensità, anche alcolica, ed è garantito un corpo denso e ‘masticabile’. Il palato vive pericolosamente tra due precipizi, il dolce e l’amaro, e si muove a suo agio camminando sul filo. Da una parte, robuste note di (marmellata di) arancia, mela, frutti rossi disidratati; dall’altra (ma la divisione deriva, ahinoi, dalle aride esigenze del linguaggio scritto, quando invece nell’esperienza tutto è estaticamente fuso), una vasta gamma di sapori, tra legno, noce moscata, cannella, infusi d’erbe, tabacco da pipa, eucalipto, cioccolato amaro, chiodi di garofano. Dimenticavamo, il malto bello caldo, beh si sente anche quello.

F: si assesta su livelli di eccellenza protratti all’infinito. Dominano punte di cenere, di tabacco, di biscotti natalizi scandinavi allo zenzero e cannella. E no, non è Babbo Natale che ce li ha pucciati dentro.

Che dire? Sarà pure lo spirito di questa giornata, sarà pure il senso ristoratore di aver fatto del nostro meglio anche per quest’anno, prossimo a spegnersi, ma dopo whisky del genere ci si sente più buoni, quasi purificati. E già siamo in attesa della prossima visita del barbuto, che per quest’anno ci ha omaggiato di un 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vieni a noi, Babbo, vieni! Jacques BrelJ’arrive

Bowmore 2000/2011 (Wilson & Morgan, 46%)

I trevigiani fratelli Rossi, che imbottigliano whisky da vent’anni celandosi dietro l’insospettabile marchio “Wilson & Morgan”, sono sempre stati puntualissimi nel non deludere le nostre aspettative di beoni e la qualità dei loro imbottigliamenti è stata peraltro spesso sottolineata con sonanti medaglie anche in contesti internazionali. Al Milano Whisky Festival del 2011 ci aveva incuriosito questa giovane espressione di Bowmore, che è rimasta per qualche tempo a riposare assieme a un barile di sherry, prima di finire sulle nostre tavole. Dopo due anni di ulteriore stallo è pronta per salutare questo mondo.

27670N: una punta d’alcol la si sente. Ha un profilo strano, con poca, pochissima influenza dello sherry ed è in generale davvero poco zuccherino. Rimane dunque molto ‘naked’, con evidenti note minerali, marine, maltate e vegetali. C’è poi una torba austera, accompagnata da un affumicato discreto e da suggestioni di cuoio e medicine. Completano il naso zaffate di agrume (limone e scorza d’arancia candita) e un intrigante odore di caramella gommosa (forse alla fragola).

P: leggero, delicato e un po’ acquoso, con tanto malto vegetale e limone. Rispetto al naso è più cremoso (vaniglia) e burroso, proprio burro fresco! Minerale e tutto sommato ancora nudo. L’affumicatura è vaga, così come una timida nota vinosa di sherry. The alla menta. Si sente molto bene quella dolcezza particolare, come di caramella, che ritroviamo in molti Bowmore, controbilanciata da una decisa amarezza erbosa proprio sul finire del palato.

F: incentrato sul malto e non lungo. Legno bruciato ed erba, forse un po’ troppo amara.

Questo whisky è una versione molto fedele al prototipo di Bowmore che ci siamo formati nel corso degli anni. Il finish in sherry ha veramente solo accarezzato un malto che esibisce con fierezza la sua gioventù, forse addirittura accentuandola. In generale non ci è dispiaciuto e ne abbiamo apprezzato la grande pacatezza, pur in un contesto che ad alcuni potrebbe apparire fin troppo rilassato: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: MinaBum ahi! Che colpo di luna

Port Ellen 1983/2011 (Silver Seal and Whiskybase, 55,5%)

Siamo arrivati vivi alla fine del Milano Whisky Festival (com’è andata? Leggete i report di Davide, quel fetente di Federico e di Giuseppe; noi ringraziamo i grandi Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci per l’organizzazione impeccabile e Monica, Filippo e Maurizio del banchetto Cadenhead’s con cui abbiamo collaborato). Mentre cerchiamo di riprenderci dallo stordimento dovuto alle tante emozioni provate, decidiamo di coccolarci un po’: e cosa c’è di meglio di un Port Ellen imbottigliato da un selezionatore prestigioso quale quella di Silver Seal? Si tratta di un single cask (per gli amanti dei dettagli, si tratta del #S1462) messo in vetro da Silver Seal, appunto, insieme a Whiskybase (cos’è whiskybase? Ignoranti!, guardate qui) alla piena gradazione di 55,5%.

30891N: ci eravamo abituati a dividere i Port ellen in due categoria, i dolciosi vanigliati e i costieri acuminati: questo non è così, è più vegetale, limonoso e maltoso, ma zac!, non è nemmeno solo questo: è una sintesi delle tre anime e, ve lo possiamo già dire, ci intriga parecchio. Degna di nota anche una screziatura ‘farmy’ (quella note di stalla, di campagna, e una suggestione di formaggio dolce…). L’affumicatura è quantitativamente delicata ma qualitativamente intensa (gomma bruciata, fumo di motore diesel). Sarà un’eresia, ma nelle note vegetali ed erbose, ci sentiamo chiare note di assenzio. Agrumi canditi, controllatissimi.

P: il palato è totale. E’ farmy, è limonoso, è pepato, è dolce, è quasi marino. Fantastico. Ok, con ordine: innanzitutto, l’acqua non ci vuole, la gradazione alta è un mero dettaglio: beverino come se avesse 43%, e invece sono 55 di potenza e intensità. Qui si perde l’affumicatura più intensa, a tutto favore di un’austera sapidità, nutrita di note agrumate deliziose (cedro, limone) e pasta di mandorle. Quel che ci sbalordisce, e delizia sbalordendoci, è la compattezza dei sapori, variegati, infiniti (abbiamo tralasciato note erbose che spaccano) ma uniti, monolitici.

F: torna la torba bruciata, la cenere limonosa, la liquirizia, una punta zuccherina, da scorzetta candita. Lungo, ma vira presto verso un malto delicatissimo, nudo, il degno requiem per un whisky veramente eccellente.

Uno dei Port Ellen più buoni che ci sia mai capitato sotto tiro. Davvero splendido, intenso, riesce a unire praticamente ogni anima della distilleria in modo armonioso, senza far prevalere un lato sull’altro: equilibrato e potentissimo. Complimenti, come di consueto, a Max per la selezione. Non ce n’erano tante bottiglie, ma quando è uscito costava 250 euro, circa. Per dire: la nuova special release ne costa il triplo. 93/100 è il giudizio.

Sottofondo musicale consigliato: Kronos Quartet & Bryce DessnerAheym, per persone raffinate (sperando piaccia a Pino!)