Kilchoman ‘Sauternes Finish’ (2012/2017, OB, Distillery Shop Exclusive, 58%)

A Kilchoman sono mesi di grandi cambiamenti e di grandi lavori: la produzione sta raddoppiando, gli alambicchi stanno per diventare quattro, sono stati costruiti un nuovo malting floor e un nuovo kiln, già attivi, c’è una nuova warehouse… Insomma, si lavora e si fatica: noi abbiamo fatto da poco un salto sull’isola per verificare lo stato dell’arte, e tra una domanda e un assaggio ne abbiamo approfittato per fare acquisti. Come in ogni visitor centre che si rispetti, anche Kilchoman ha in vendita un single cask in esclusiva per i turisti e gli appassionati che si spingono fino a questo luogo remoto: in questo momento c’è il barile 209/2012, un whisky distillato nell’aprile 2012 (con orzo di Port Ellen, dunque a 50ppm) e messo in bottiglia nel settembre 2017 dopo un passaggio di quattro mesi in una botte ex-Sauternes. Un paio d’anni fa, Kilchoman aveva già messo sul mercato un’edizione limitata maturata in Sauternes, anche se in quel caso si trattava di una full maturation e non un finish.

N: a quasi 60%, la presenza dell’alcol è pari a quella di contenuti nella campagna elettorale appena conclusa. Il passaggio finale in Sauternes è molto evidente, con note vinose, di marshmallow, di confettura di albicocca. Poi tanto tanto zafferano, un senso di fiori freschi, perfino. Mela gialla, fresca, appena tagliata. Come dimenticare la vaniglia calda? La torba è piuttosto morbida, complessivamente, fumosa e acre, pungente: terra bagnata. Non c’è marinità. Con acqua, questo lato, già relativamente tenue, diventa meno intensamente fumoso, si apre su note legnose e tostate.

P: qui la botta alcolica c’è tutta, almeno al primo sorso. Innanzitutto la torba qui è molto aggressiva, i 50ppm si sentono tutti, con note di catrame, di smog, di fumo forte, di legno bruciato. Un lato dolce paradossalmente delicato, con ancora zafferano e mela gialla. Resta viva la vinosità, poi un paio di note di vaniglia. L’acqua ammorbidisce.

F: lascia un senso di amarognolo, oltre ad un bruciato molto intenso e forte.

Molto piacevole, incoerente tra naso e palato per quel che riguarda la presenza della torba: se nella prima fase appariva tutto sommato ammorbidita dal passaggio in Sauternes (e, certo, dalla gradazione), in bocca si rivela esplosiva, aggressiva, molto poco addomesticata. Le note date dal barile di vino sono equilibrate e contenute, confermando la nostra impressione per cui torba e Sauternes spesso funzionano bene – non faranno faville, non saranno indimenticabili, ma fanno il loro sporco lavoro portando a casa la pagnotta. E dunque sia 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: At The Gates – To Drink From The Night Itself.

Annunci

Port Ellen 1982 (2012, Malts of Scotland, 58,6%)

Dici Port Ellen e all’appassionato medio si illuminano gli occhi, si impenna la salivazione, si sconfinfera la spina dorsale, tremano le gambe e (se ha dei seri problemi con le proporzioni della realtà e nel gestirle) magari perfino la zona pelvica sussulta: perché Port Ellen da qualche anno non è più il semplice nome di una distilleria, ma è un’icona, uno status symbol, un grappolo d’uva penzolante di fronte a tante povere volpi… Le ottime bottiglie ufficiali sono diventate mero appannaggio dei più ricchi collezionisti, quelle indipendenti richiedono prezzi folli anche se, come tutti sanno e dicono da sempre, Port Ellen è distilleria bifronte: spesso regala gemme di livello altissimo, altrettanto spesso offre botti tremende – oggidì però stai sicuro che se metti le mani su una botte di Port Ellen questa si venderà da sola, anche se a prezzi proibitivi per le tasche dei più, indipendentemente dalla qualità. Ad ogni modo da tanto, troppo tempo mancava un Port Ellen sulle pagine di whiskyfacile… Nei più oscuri angoli del nostro cabinet di sample abbiamo scovato questo single cask ex-sherry, invecchiato trent’anni, dal 1982 al 2012: ovvero quando ancora si poteva comprare un sample di Port Ellen da un sito senza essere costretti a impegnare tutti i gioielli della nonna. L’imbottigliatore è Malts of Scotland, una solida realtà nel mondo dei selezionatori della terra di Adorno, Kant e Rummenigge. Via con la degustazione, basta ciàcole: e speriamo l’ostrica contenga una perla.

74087-normalN: sbadabam, innanzitutto è a 58 gradi e pare a 40… L’alcol è rimasto in Germania forse. Il connubio perfetto avviene, qui, tra sherry e torba: quest’ultima è in pieno stile Port Ellen, non soffocante, e con un fardello di fumo acre pieno ma leggero ed elegante. C’è anche un sentore nitidamente marino, a ricordarci le onde che si infrangono su Port Ellen; e come tralasciare quelle note di alga riarsa? Intanto, lo sherry ha lasciato solo qualche potente accenno di frutta rossa (una splendida confettura di fragole è qui davanti a noi), ma lascia sgorgare mille suggestioni: dal cuoio e la liquirizia, un po’ sporchine, all’arancia rossa e al chinotto, fino al panettone, alla tarte tatin. Una nota mentolata, erbacea, profonda. Marron glacé; zenzero candito nel cioccolato. Avete presente quell’aroma del legno in fiamme, caldo e incandescente? Ecco. Tabacco da pipa.

P: l’attacco è spaventoso, ha una nota mentolata veramente deliziosa, che non si allontana mai, ad accompagnare una bella sapidità (acqua di mare, alghe, proprio sale) e un senso di acre e minerale dal fumo di torba. Fumo dolce di pipa. Sbalordisce l’intensità, con pacchi di arance rosse mature e una dolcezza pesante, molto profonda: ancora tarte tatin, fichi secchi; tamarindo; ancora un pizzico di frutta rossa in confit (more?); e poi che liquirizia, che uvetta, che legna… La cosa che comunque più affascina è la compattezza mostruosa del palato, davvero imponente.

F: perdura all’infinito, con una nota ancora mentolata che sta abbarbicata sulla marinità… Le labbra sono salate, dolci appiccicosi d’ogni tipo imperversano all’infinito; ancora fumo di pipa. Ancora arancia.

Forse l’ultimo Port Ellen in sherry che assaggeremo nella nostra vita? Beh, se è l’ultimo, è degno di reggere questo fardello. Intensità devastante: che compattezza al palato, con una botta sorda di sapore che rimane lì, mastodontica e intaccabile; e che complessità al naso, quante sfumature nuove ad ogni snasata… Un vero campione, che ci riconcilia con una distilleria spesso sopravvalutata dalle crude leggi del mercato: 94/100. Per fortuna che ‘sto sample l’abbiamo comprato anni fa…

Sottofondo musicale consigliato: Tears for fears – Everybody wants to rule the world.

Clynelish 19 yo (1993/2012, Silver Seal, 53,5%)

Inizia oggi la settimana che porta allo Spirit of Scotland, e vorremmo prepararci adeguatamente… Mentre portiamo a termine gli ultimi ritocchi ai percorsi che, come l’anno scorso, metteremo a disposizione al banchetto di Beija Flor, e mentre attendiamo da Roma i sample da assaggiare (pare che qualche pazzo ci abbia inserito in giuria, assieme a tanti altri più esperti giurati, per il premio Whisky & Lode… ce la tiriamo un po’, dai!), stappiamo un Clynelish imbottigliato ormai 3 anni fa da Max Righi, vale a dire Silver Seal: come sapete, la distilleria è una delle nostre preferite, l’imbottigliatore è uno dei nostri più antichi feticci, Max ha messo più di una radice a Roma… La combo è perfetta.

2060342_1_N: le aspettative altissime sono subito confermate. Molto intenso e compatto, anche se la gradazione, soprattutto sulle prime, non si nasconde; veramente puro Clynelish, con abbondanti cera, salamoia (davvero molto salato e costiero) ed olio d’oliva. Sicuramente note di torba, minerali (zero fumo). Gradevolissimo e naked, senza intrusioni di legni esuberanti. Molto delicato, con fiori, note di ‘bosco di conifere’ ed aghi di pino; poi altrettanto piacevoli note più ‘dolci’, tra uvetta sotto spirito, chips di mele, pera. Un velo lieve ma profondissimo di crema pasticciera e biscotti al burro. Splendido.

P: che corpo! Davvero denso, molto masticabile; e che cera! Ancora olio, un raffinato senso di affumicatura lieve lieve, una sapidità e una mineralità davvero al top. C’è pure una bella nota maltata, dolce e matura e però vegetale, erbacea al contempo. Totalmente guidato dal distillato… Frutta gialla indistinta ma poderosa (ancora mele gialle, pera); con acqua, si aprono note di erbe infuse e fiori zuccherini.

F: si richiude su cera, torba e un malto pulito, mandorlato e quasi amarino; non lunghissimo ma veramente splendido.

Nella sua recensione Serge scrive: “minimal wood influence, perfect age, brilliant spirit, that’s why I’m into whisky”. Ogni altra parola sarebbe superflua, ma forse no: è esattamente il nostro tipo di whisky, impressionante intensità, pulito e sincero ma sporco e intrigante allo stesso tempo. Fantastico. Il nostro consiglio, come sempre, è di fermarvi a lungo allo stand di Max, all’imminente Spirit of Scotland: anche se probabilmente questo imbottigliamento è ormai esaurito, non si potrà rimanere delusi. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Stars fell on Alabama.

Caol Ila 31 yo (1981/2012, Silver Seal, 54,2%)

Rientrati dal festival milanese, ci siamo resi conto di avere ben 5 diversi Caol Ila più o meno trentenni… Che vita dura, vero? Beh, per renderla ancora più impegnativa abbiamo deciso di confrontarne due, imbottigliati entrambi da colossi italiani. Iniziamo con una bottiglia messa sul mercato ormai un paio d’anni fa, bottiglia da cui abbiamo attinto quanto possibile perché ci è piaciuta tanto tanto: è giunto il momento di recensirla anche sul sito e di renderle il giusto tributo, o no? Si tratta di un single cask di Silver Seal, distillato nel 1981 e imbottigliato nel 2012; la gradazione è 54,2% (a proposito: non fate caso anche voi al fatto che 54,2% è una gradazione abbastanza diffusa? a partire dallo Uigeadail… È un’osservazione senza senso? Sì, embè?).

Caol-Ila-31-y.o.-Silver-Seal-e1389891193584N: che bella affabilità! Un Caol Ila affinato, certo, ma non ancora domato dagli anni: si afferma fin da subito una delicata setosità vegetale, lungi però dal sacrificare una fruttata rotondità. C’è infatti una dimensione vanigliosa, che facilmente sconfina nel tropicale (ananas, banana verde, fico d’india). Possiamo dire che ci ricorda certi Port Ellen? Certo che possiamo. Una spruzzatina di limone (o forse è mandarino zuccherato?). E un pit di meringa, perché no? Acqua tonica; confetti. Non pare tanto ‘marino’, ma ha una punta di torba acre, solo lievemente salmastra, che dà a questo malto un piglio, una complessità ‘al top’: c’è proprio una nota sorda, appena accennata ma decisiva.

P: grande intensità, massima ‘saporosità’: si sente che la botte è di gran qualità. Molto probabilmente si tratta di un first-fill, o comunque di una botte molto attiva: c’è un contributo zuccherino e dolcificante a tratti devastante, con vere esplosioni di zucchero liquido e frutta tropicale a gogo (cocco, su tutto); meringa, pasticcini alla frutta. Più sotto, un simulacro d’acqua di mare. Il tutto, poi, come avvoltolato in foulard torbato e affumicato; spoiler: vedrete che il prossimo Caol Ila che berremo sarà diversamente connotato…

F: torna un po’ il vegetale, torbato, del naso (qui: più sulla gomma bruciata), sotto a una colata di godimento zuccherino.

Niente, con Max difficilmente sbagli: si tratta di una botte eccellente, abbiamo a che fare con un Caol Ila veramente notevole, levigato dal tempo e dal legno ma ancora capace di guizzi. Chi pensa a un fuoriclasse a fine carriera, sbaglia: corsa e sostanza non mancano, oltre a una tecnica sopraffina. Insomma, basta idiozie: 92/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: The Who – Eminence Front.

Balvenie 21 yo Portwood (2013, OB, 43%)

Abbiamo chiuso la settimana con un whisky decisamente particolare: apriamo quella nuova con un malto che, in un certo senso, rappresenta il concetto di whisky per antonomasia. Parliamo del distillato di Balvenie, la distilleria di Dufftown che fa girar la testa a grandi e piccini (se andate in Scozia e non passate di là, vergogna cada su di voi!); assaggiamo una versione particolare, un 21 anni finito (non sappiamo dire per quanto tempo) in botti di Porto. Si sa, generalmente queste operazioni servono per ‘nascondere’ un malto non eccelso, ma nel caso di Balvenie la cosa sorprenderebbe: come dice sempre Andrea Giannone, voi l’avete mai assaggiato un Balvenie cattivo?

The Balvenie Portwood 21 Years Single Malt-600x600N: abbastanza alcolico; il passaggio in seconda botte certo non passa inosservato, soprattutto si percepisce una palatina zuccherina, vinosa, fragolosa (gelée alla fragola). Il malto solitamente generoso di Balvenie pare un po’ sotto tono; troviamo invece discrete suggestioni di uvetta, zuppa inglese, liquore alle arance. Non complessissimo, ma gradevole e rotondo, anche grazie a piacevoli richiami di legno speziato. Chiodi di garofano? Mele cotogne? Leggermente mentolato.

P: botta dolciastra iniziale, simile al naso: fragola, certo, ma anche una nota che si presta ad essere interpretata come caramello, come miele. Poi, il tutto va assopendosi senza grossi sussulti, rotolando su un tappeto speziato (chiodi di garofano, ancora) e di frutta secca. Ancora un pittore di menta. Corpo blandino, si perde un po’ via.

F: media durata, su un dolce mieloso e con note marcate vinose, liquorose.

La distilleria ci ha abituato a non sbagliare un colpo, e anche questo, pur senza entusiasmare, è senz’altro un whisky dignitoso: ma perché l’invecchiamento finale in Porto per un 21 anni? Il malto Balvenie è così buono da solo! 82/100, non un punto di più, non uno di meno, anche considerando il prezzo: una bottiglia di questo, ad esempio, costa il triplo dell’eccellente 12 DoubleWood, e il doppio del notevolissimo 15 Single Barrel.

Sottofondo musicale consigliato: Kiesza – Hideaway.

Balblair 1989/2012 (OB, 46%)

Siccome ormai di recensioni ne abbiamo scritte quasi 350, iniziamo a diventare noiosi: e dunque sapete senz’altro che noi non perdiamo occasione di ripetere che i whisky delle Highlands del nord sono tra i nostri favoriti, e quelli che escono dalla distilleria di Balblair sanno stuzzicare i nostri palati in modo assai peculiare, grazie a un distillato particolarmente fruttato ma non privo di asperità minerali. Insomma, come piace a noi. Assaggiamo un vintage del 1989, imbottigliato nel 2012: la politica di Balblair non prevede un core range classico, ma varie espressioni millesimate di diverse età: insomma, tutto ma non NAS.

Balblair-1989-3rd-releaseN: ci siamo abituati alla ricchezza del naso dei Balblair maggiorenni, e il profilo di questo 1989, molto fruttato e aromatico, quasi non ci stupisce più. E quindi si dispiegano aromi di confettura di albicocca, uvette, pesche sciroppate, fichi freschi; perfino sfumature tropicali (papaya); agrumi (arance mature). Una bella nota dolcina, tra vaniglia e mandorle. Ma più di tutto è un vero concerto di frutta pazzesca, con in più una lieve nota minerale, tenue tenue, oleosa.

P: non riesce a replicare in pieno la complessità e la vivacità del naso, ma signori: che signor whisky! Cala un po’ la dolcezza più smaccata, resta una frutta molto gradevole (frutta gialla) e una zona agrumata ancora più intensa. A fare da contrappunto alla dolcezza ci pensano poi chiare suggestioni maltate, che sul finale virano su frutta secca oleosa e un tuchelìn di legno.

F: abbastanza lungo, tutto su frutta secca, Malto. Oleoso e molto, molto pulito.

Un naso da campione, un palato buono ma senza acuti ed un finale bello pulito e lineare: insomma, un buon whisky! Whiskyfacile pone il timbro di approvazione e decreta: 87/100. Adesso, per favore, portatecene dell’altro.

Sottofondo musicale consigliato: SohnLights.

Glenturret 35 yo (1977/2012, Wilson & Morgan, 48,5%)

Con ancora nelle gambe i postumi del torneo di calcio disputato in occasione dell’Ardbeg Day (come se non bastasse il massacrante open bar allestito dalla generosa Moet), ci rimettiamo al lavoro per colmare una lacuna che ci tormenta da una settimana ormai. Qualche giorno fa appunto abbiamo assaggiato, non senza un certo godimento, un Glenturret indie davvero gradevole, confrontandolo con un altro imbottigliato da Wilson&Morgan che potrebbe essere suo papà, come si suol dire. Bene, andiamo all’ardito paragone che…

11781_0N: …in effetti riesce davvero difficile sviluppare. I soli tratti comuni sono una bella scorzetta d’arancia e intense innervature di malto e burro; oltre a pesche mature, succose per quanto riguarda il lato fruttato. In questo secondo Glenturret c’è poi un’intensa e costante onda zuccherosa, che richiama mele caramellate, miele, caramelle alla propoli, confettura di fichi. E poi naturalmente c’è il marchio forte del tempo, con ampie zaffate di legno, non ancora invadenti però, e un sontuoso corollario speziato e di erbe aromatiche (rabarbaro, cannella, ferrochina). E a tratti rinveniamo del latte zuccherato.

P: una parziale sorpresa: ci attendevamo una carezza di palato e invece troviamo bombe di succo che esaltano le papille da ogni latitudine. Comunque, che complessità! Ci sono note ‘sporche’ abbastanza dominanti di cera d’api, propoli, un che di ruginoso. Fieno. E poi cascate di un miele molto intenso, che ricordano i dolcetti mediorientali letteralmente imbevuti di miele, appunto. Non dimentichiamoci delle arance, ancora molto presenti. Poi via via va asciugandosi, concludendo con un ritorno splendido di legno e frutta secca, che…

F: …animano un finale davvero senza fine (indegno del suo nome, insomma) assieme a una cera su cui non avremmo scommesso. Miele e rabarbaro.

Dobbiamo ammetterlo: confrontarci con questo splendido dram è stato difficile e alla fine non siamo nemmeno sicuri di aver prevalso: avremo esplorato forse il 50% di tutto quello che le suggestioni sensoriali avrebbero potuto offrire! Si tratta di un malto molto sfaccettato, quasi sfuggente per chi ne rincorra le sfumature. Al contempo riesce a evitare ogni rischio di scadere nell’effetto “poltiglia scarica” (questo sì che è gergo tecnico!), un difetto ricorerrente di alcuni malti ultratrentenni che hanno dato troppa confidenza alla botte, e anzi si mantiene un distillato di intensità e compattezza eccezionali. Insomma, reca in sè il marchio dei grandi e noi lo celebriamo come tale: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: un live dei Matia BazarC’è tutto un mondo intorno con una Ruggiero praticamente conturbante

 

 

 

 

 

‘House Malt’ 21 yo (1990/2012, Wilson & Morgan, 46%)

Wilson & Morgan imbottiglia ogni anno un House Malt, marchio dietro cui si cela una innominabile distilleria di Islay (qualcuno sostiene sia Lagavulin…); due anni fa è però stato rilasciato con la medesima denominazione un 21 anni, e non è dato sapere se si tratti o meno della stessa distilleria dell’omonimo più giovane. Questa bottiglia si è guadagnata la medaglia d’argento come “Connoisseur Whisky” al premio indetto dal Milano Whisky Festival. Il colore è ramato.

wmhouse21yoN: pare un naso piuttosto caldo, certo molto ‘profondo’. Proviamo a chiarire: ci colpiscono note di liquirizia, di cuoio, di tabacco da pipa. C’è forse una nota leggermente fumighé? No, forse è solo una suggestione; certo, torba e affumicato stanno in disparte, nascondendo l’origine isolana. Poi, tanta frutta: molta arancia, un po’ di frutta rossa. Molto aperto e aromatico. Liquore alla mandorla? Note erbacee, quasi di tè. Confettura ai frutti di bosco. Mela matura e profumata.

P: al palato, il percorso prevede un ingresso discreto seguito da un’esplosione fruttata (rossa, soprattutto, ma anche tanta disidratata, uvetta, fichi, albicocca). Poi, alcune peculiarità: innanzitutto si sente tanto il malto, brioscioso, è bello dolce, sulla marmellata, sul caramello, sulla tarte tatin. Fichi secchi, ancora; liquirizia. Buono, rotondo.

F: caramello, malto, sherry, tabacco. Lungo e davvero maltoso. Buono!

Di questo whisky, che avevamo assaggiato al Festival dell’anno scorso, nutrivamo un ricordo entusiastico: riassaggiarlo a casa ci ha fatto un po’ tornare sulla terra, ma la discrasia tra ricordo e testimonianza non scalfisce il fatto che si tratti di un ottimo whisky, complesso, strutturato, di corpo e intensità anche a 46%. Dovendo scegliere una distilleria isolana, diremmo Bunnahabhain; dovendo scegliere un voto, staremmo sul 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo NutiniScream (Funk My Life Up).

Bowmore Laimrig (2012, batch #3, 53,7%)

Nel 2009 Bowmore ha lanciato sul mercato la serie a edizione limitata dei ‘Laimrig’, che in gaelico significa ‘molo’. Per un bizzarro colpo di coda del destino, la prima e solo la prima edizione era però riservata al mercato svedese. Nel 2011 è arrivato il secondo batch e infine l’anno successivo questo terzo imbottigliamento, di cui esistono 18 mila bottiglie. Evidentemente questo prodotto ha riscosso un bel successo, visto che si è passati da una tiratura di 4500 bottiglie a una di 15 mila per poi salire di nuovo. Oggi vediamo se questa crescente fama incontra i nostri incredibilmente raffinati gusti.

zoom_20832275_laimrig800N: si nota il carattere da whisky moderno, costruito e tuttavia costruito bene: lo sherry è evidente, sotto forma di cola, chinotto, frutti rossi (confettura di ciliegia). Liquirizia, scorza d’arancia nel cioccolato; è molto fresco anche se il legno si sente. L’affumicatura, invece, è composta, in stile Bowmore, e confondendsi col legno diventa cuoio, tabacco aromatizzato. Buono, non difficilissimo ma bello squadernato e ruffiano il giusto. A voler trovare un difetto, sembra ci sia una nota di legno non del tutto integrata, ma è davvero una pagliuzza in un pagliaio. Eh?

P: si ergono alte palizzate di legno (anche un po’ allappanti, a tratti) e superarle parrebbe impresa proibitiva; poi invece si viene ammessi in un regno di dolcezza con tamarindo, agrumi rossi, crostata di more, frutta rossa (ciliegia). A completare c’è un caratteristico sapore di Bowmore.

F: chinotto, frutti rossi, erbaceo, con l’affumicatura che si riprende in parte la scena.

Questo terzo batch di Laimrig è sicuramente un buon esperimento, con un assemblaggio di botti che sembrano scelte per il loro forte impatto sul distillato. Il naso e il finale sono molto godibili, tuttavia il palato risulta, a nostro gusto, davvero troppo intenso. Se dovessimo scegliere un whisky da bere con continuità, di certo non opteremmo per questa espressione di Bowmore, anche se il prezzo di circa 90 euro non è poi così malvagio se rapportato alla qualità, che noi traduciamo in numeri con un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: un po’ di Johann Sebastian Bach, giusto per ribadire l’entità museale della nostra raffinatezza. Fantasia in C minor, BWV906 

Port Ellen 12th release (1979/2013, OB, 52,5%) – Ospitaletto whisky festival 2014

Come l’anno scorso, ci avviciniamo allo Spirit of Scotland di Roma assaggiando un Port Ellen ufficiale: e come l’anno scorso, questo Port Ellen ci arriva direttamente dall’Ospitaletto Whisky Festival… Questa è la special release dell’anno scorso, quando è uscita costava una barca di quattrini: e a giudicare dai prezzi dell’edizione 2013 pare che la barca non sia affondata, anzi. Il colore è paglierino.

1921892_506925869418793_34043488_nN: pare uno riassunto delle puntate precedenti, e pensiamo alla 10ª e all’11ª: conserva dell’una (la decima) una evidente marinità, con note ‘pesciose’, iodate (aria di mare, alghe riarse in spiaggia), con una torba presente (diesel) ma al contempo non invadente, povera d’affumicatura; dell’altra (l’undicesima) ribadisce la dolcezza vanigliata e fruttata (l’hallmark banana è evidente, ma anche limone e agrume), con note di marzapane. Le due anime sono molto ben bilanciate, con in più un tocco di liquirizia e di zenzero.

P: corpo oleoso. L’incantesimo un po’ si spezza, lasciando prevalere la componente dolce: prende infatti il sopravvento la vaniglia, la meringa, lo zucchero, la pasta di mandorla, mentre la marinità pare deporre le armi. C’è una affumicatura più evidente (braci, pezzettoni di legno nel camino) ed anche una nota formaggiosa, tra l’emmenthal e la scamorza affumicata. Note pepate verso il finale. Ancora tanta liquirizia.

F: il ritorno del profumo e del mare, all’infinito… Ma la vaniglia resiste orgogliosa in tutto questo finale, bello intenso.

In generale, buono; nel particolare del mondo rapporto Ellen, manca un po’ di quella brutale ma raffinatissima intensità soprattutto al palato; ha una dolcezza forse fin troppo monolitica e sfacciata, dunque si sentono meno certe suggestioni setose dei PE ultratrentenni. Sarà che da questa distilleria tendiamo sempre ad aspettarci qualcosa in più? Sarà, forse; comunque, 89/100 è il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Daniele PaceVaffanculo, un capolavoro dimenticato.