Balblair 1990/2014 (2nd release, OB, 46%)

Dunnage warehouse di Balblair

Nella nostra prima gita scozzese una delle realtà cui più ci siamo affezionati fu quella di Balblair: forse per la bella giovinetta che ci condusse in giro per la distilleria, forse per quell’abbinamento tra frutta e minerale che caratterizza lo stile di casa, non sapremmo dire. Oggi tra le nostre avide mani sta un campione della seconda release del vintage 1990, risalente al 2014: se la matematica non ci tradisce proprio ora, si tratta di un ventiquattrenne, non colorato e non filtrato, ridotto a 46%.

N: sicuramente un naso bello carino, eppure di una freschezza da subito accattivante. Sentiamo nitide uvetta e ciliegie sotto spirito, assieme all’esuberanza di un cestone di frutta tropicale, banane mature e tante pesche succose. Ecco sì, è un naso succoso e suntuoso, arricchito inoltre da uno spesso strato di crema pasticcera e vaniglia. Biscotti e frutta secca, tipo nocciole. Burroso, persino butirrico, financo leggermente minerale.

P: rispetto al naso perde sicuramente un po’ di quella sorprendente freschezza e mette in risalto i 24 anni di invecchiamento in botte che non sono mica bruscolini. Quindi sicuramente tante spezie, sentori di legno caldo e frutta secca (pacchi di nocciole). C’è anche un bel lato vegetale, quasi mentolato, spesso presente in invecchiamenti così importanti. La frutta è macerata, zuccherina, pastosa (pesche, torta di mele, frutta rossa infusa nell’alcol). Pasta frolla, brioches all’albicocca e un po’ di arancia.

F: molto persistente, brioscioso, tanto maltoso, e con la giusta dose di legno. Esibisce dei richiami di frutta rossa e pasta frolla davvero incantevoli.

Che gioia: è un Balblair complesso (caratteristica di cui spesso la distilleria difetta, regalando nasi spettacolari e palati meno entusiasmanti), sorprendente (succoso al naso, più profondo al palato) e, considerato il mercato attuale, costa il giusto (circa 120 euro). 90/100, caldamente consigliato a chi ama questo stile.

Sottofondo musicale consigliato: Merk&Kremont – Sad Story (Out of Luck).

Annunci

Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Clynelish ‘Select Reserve’ (2014, OB, 54,9%)

La versione ‘Select Reserve’ di Clynelish è parte delle Special Release Diageo dal 2014: la prima versione era un NAS – nessuna età dichiarata – costosissimo, anche se il vintage più giovane era dichiarato, il 1999 (quindi tecnicamente avrebbero potuto rilasciarlo come 15 anni a grado pieno). Dovremmo meditare a lungo sul concetto di NAS portato ad un livello estremo, ma siccome è agosto pieno e non siamo mai andati in vacanza, beh: non ne abbiamo proprio voglia, pensateci voi. Noi, qui, assaggiamo.

clyob.non2N: di primo acchito potrebbe sembrare un whisky beverino, come tanti, e invece se lo si ascolta con un po’ di attenzione apre le porte a mille mondi paralleli. Proviamo a fare ordine: c’è un lato intensamente fruttato, di frutta matura e golosa (pesche bianche, di brutto!), ci sono note ‘dolci’ e agrumate che ci riportano alla nostra amata torta paradiso (e quindi limone, crema, vaniglia, zucchero a velo). Non disdegna nemmeno certa mineralità vegetale tipica del lavoro degli alambicchi di Clynelish (qui diremmo: fiori secchi), poi a tratti una bella torba, acre e al limite del timidamente fumoso (solo a volte, però).

P: molto, molto coerente con il naso. Il primo impatto è ‘austero’, sul limone e sul vegetale (erba fresca, lemongrass; ma anche tanti fiori, freschi e recisi); e compare anche una deliziosa sfumatura di cera, intensa ma fugace, che di questa qualità si trova solo nel Clynelish. Pulitissimo, si sente benissimo il malto, dolce (fiocchi di cereali zuccherati?); un leggerissimo cenno di mandorle. Ancora un che di più dolce, tra la pesca bianca e la torta paradiso.

F: pulito e maltoso, si rigioca tutte le sfumature di prima, tra i fiori, il vegetale, ancora la mandorla… e una bella dolcezza di pesca bianca.

È un esempio eccellente di Clynelish, che è forse la nostra distilleria preferita: dunque sì, ci è piaciuto tantissimo, diciamo da 91/100. Tenendo conto di questo, allo stesso prezzo ti porti a casa tre o quattro single cask ultraventenni di qualità equivalente…

Sottofondo musicale consigliato: Charles Bradley – Why is it so hard.

Kininvie 23 yo (batch #2, 2014, OB, 42,6%)

Kininvie-Opening-big

signora mia!

Signora mia, e cosa sarà mai questo Kininvie? Che roba è?, non ho mica mai sentito una distilleria del genere. Beh, mio caro interlocutore immaginario, io che sono una signora esperta so! Capisco, signora, e rispetto la sua autostima, ma mi dica, cortesemente, che roba è. Beh, caro interlocutore immaginario, Kininvie un tempo era una distilleria ‘fantasma’ del gruppo William Grant: usavasi la piccoletta e poco amena distilleria, sita nel cortile di Balvenie, per produrre grain e malt whisky da destinare ai blended di casa; oggi però si distilla quasi solo malt whisky destinato a rimpinguare il Monkey Shoulder e, soprattutto, a fare magazzino per imbottigliamenti premium semi-misteriosi, tipo quello che abbiamo qui davanti, caro interlocutore immaginario. Ah, signora mia!, ma allora Kininvie Single Malt è come l’Hazelwood! Già, solo che costa un poco di più. Beh, signora mia, beviamoci su.

Schermata 2016-07-13 alle 20.26.10N: da subito, è un whisky che sa maledettamente di whisky di Dufftown, in tutte le sue accattivanti sinuosità: ci sono note ingolosenti di brioche all’albicocca e di toffee burroso (avete presente il fudge?), poi seducenti voci di pesca sciroppata, mele gialle; pane al latte con le uvette. Sicuramente nel mix di botti c’è un bell’apporto dello sherry, che porta anche un senso di legno tostato, di zucchero cotto (diciamo tarte tatin per placare chi a ragione diffida dal descrittore zucchero cotto). Tutto davvero molto opulento. A bilanciare, un ricordo di buccia d’arancia rossa.

P: sa proprio di cereale burroso con delle frutta cotta zuccherina: fate voi, a seconda della vostra sensibilità e del vostro vissuto: una bella brioche all’albicocca, una torta di mele o ancora tarte tatin. Ancora un po’ di legno tostato e la buccia d’arancia, magari essiccata… Qualcosa di noccioloso, anche. Miele.

F: abbastanza lungo e persistente, prosegue sulla linea ben tracciata sopra, tra burro e buccia d’arancia, tra malto e frutta secca.

Come senz’altro sapete, si tratta di una bottiglia molto ricercata tra i collezionisti (memori delle quotazioni raggiunte dai primi Hazelwood) e tra gli amanti di Balvenie: è una bottiglia da 35 ml, che in uscita costava circa 130 danari. Toltoci il dente del prezzo, dobbiamo dire che è un buon whisky, certo, ma non “mitologico”: la qualità è buona, ovviamente, e a dispetto della gradazione intensità e qualità dei sapori sono di alto livello. Noi però vogliamo tutto, vogliamo sognare!, e dunque non andremo sopra il 85/100. La signora mia di cui sopra nel frattempo si è appartata con l’interlocutore immaginario (lo diciamo per i più apprensivi).

Sottofondo musicale consigliato: Napoli Centrale – Simme iute e simme venute.

Glenturret 1999 (2014, Gordon&MacPhail, 43%)

Se il nostro amico Davide di Angelshare.it ha deciso di imbottigliare due Glenturret per celebrare la sua stessa persona, beh, vorrà dire che la distilleria non sarà così male, no? La nostra limitata esperienza pare avallare questa sensazione, ma in cerca di conferme assaggiamo un quindicenne multibotte selezionato e imbottigliato da Gordon&MacPhail: si tratta di un vintage 1999, imbottigliato nel 2014 (ce ne sono almeno tre diverse versioni, 2011, 2012 e appunto 2014, come insegna anche whiskybase).

gtug!m1999N: è un naso fresco, agile e fruttato che al contempo, però, si porta dietro una corposa e fragrante personalità. Quest’ultima è infatti impersonificata da un bel misto di frutta cotta (ciascuno di voi avrà avuto un amico immaginario a forma di prugna cotta, no?): mele soprattutto, ma anche pere e prugne. Inoltre, si fa via via sempre più ‘grasso’, con note di burro caldo, ma anche di biscotto (al burro) appena sfornato… In principio dicevamo di una certa freschezza fruttata, che assieme a una nota di arancia molto frizzantina mantiene tutto estremamente easy e gradevole. Anche un velo di legno profumato e di tabacco da pipa. Veramente buono. Dopo un po’, si apre una finestrella minerale…

P: a 43% non pare un mostro di violenza, e il corpo resta un po’ piattino. In compenso, stupisce per delle curiose novità rispetto al naso: quella finestrella minerale diventa un portone, da cui si infilano anche suggestioni lievemente sulfuree, quasi metalliche, e una davvero inconsueta nota di pastiglie alla violetta (ci perseguitano, ultimamente!). Questo profilo schiaccia un po’ la componente di frutta cotta del naso, che rimane solo in disparte; ancora un tocco d’arancia e un po’ di spezie, ad appesantire.

F: un filo di legno tostato con le sue spezie e un grosso, grasso puntello minerale: il tutto appena attorniato da una nota di frutta rossa dolce.

Siamo un po’ perplessi: il naso era molto promettente e certo non lasciava presagire un palato del genere. Come abbiamo scritto, siamo rimasti un po’ spiazzati dalla “pastiglia alla violetta”, che tende a coprire le tante sfumature che finiscono solo per ‘agitarsi’ in disparte rispetto al palco principale (peccato!, perché il lato minerale sembrava spaventosamente buono), minando l’equilibrio generale. Ci rimane un dubbio sul fatto che il nostro sample possa essersi in qualche modo guastato; nel frattempo, il palato ci costringe a non salire oltre il 80/100. Davide, i tuoi erano più buoni!

Sottofondo musicale consigliato: Albertus Radius – Nel ghetto.

Arran 17 yo (2014, OB, 46%)

Nel 2015 Arran ha rilasciato il primo 18 anni ufficiale: ma siccome per quello siamo in ritardo (hey, Facili, vi siete resi conto, vero?, che il 2015 era l’anno scorso, no?), decidiamo di assumere sulle spalle l’intero peso della responsabilità del ritardo: e dunque ci beviamo il 17 anni messo sul mercato l’anno precedente, in edizione limitata a 9000 bottiglie, con malto non torbato invecchiato in sole botti ex-sherry. Il colore dorato ci invita accogliente.

arran-17-year-oldN: la prima sensazione è quella di crema catalana, di zuppa inglese, di uvetta macerata e infilata in una grassa crema dolce… Belle note di marzapane, in crescita costante, e un velo di miele. Non si trascuri la presenza fruttata, piena, profonda e soddisfacente: mele (diremmo: mele cotte), prugne (diremmo: prugne cotte), anche agrumi (e qui no, non diremmo: agrumi cotti, bensì: arancia soprattutto). Resta costante il malto, vera costante di Arran, con note briosciose, di fette biscottate, magari “tutte shpalmate” dimm…armellata all’arancia (citazione colta, quasi: chi la riconosce vince un dram al prossimo Milano Whisky Festival!). Cocco. Molto piacevole.

P: molto coerente, molto buono. L’apporto dello sherry, anche in questa fase, è relativamente discreto: tanta mela rossa, un po’ di cuoio, arancia rossa… Ma poi ancora frutta cotta e marmellata d’arancia; un grande ritorno sulle nostre pagine, lo zenzero candito!, magari pucciato nel cioccolato… Perché sì, c’è pure il cioccolato, al latte. Ancora brioscia maltosa e mielosa. Buono! Frutta cotta (sempre mele e prugne). Un velo di spezie (cannella).

F: piuttosto lungo, molto coerente: frutta cotta, marzapane e arancia rossa multiforme.

Beh, beh: molto buono. Relativamente standard come profilo, mostra le peculiarità di tutti gli Arran che abbiamo assaggiato, ovvero la pulizia estrema e un malto in primo piano. Apprezziamo che lo sherry non sia una sverniciata coprente ma un elegante vestitino corto: nel complesso, stiamo sugli 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kiasmos – Looped.

Port Charlotte ‘PC12’ (2014, OB, 58,7%)

Accanto all’imbottigliamento per D’Ambrosio-DiLillo-Fiori abbiamo assaggiato Port Charlotte ‘PC12’: edizione speciale per i duty free e primo dodicenne ufficiale di distilleria [edit: no, non è un dodici anni, non fidatevi di whiskybase!], è stato rilasciato sul mercato nel 2014, appena dopo il passaggio di consegne di Bruichladdich, appunto, dalla cordata-Reynier al colosso Remy. Impronunciabile il nome gaelico (Oileanach Furachail), che per quel che ci riguarda potrebbe voler dire qualsiasi cosa: non ne approfondiremo le pieghe semantiche per pigrizia, profondo disinteresse ed un malposto senso del pudore. Il colore è ramato.

PCH_PC12_700MLN: la gradazione scompare e il whisky è davvero molto accessibile: come l’altro, questo esibisce la sua spiccata marinità senza pudori, con un grande mare, grandi alghe, grande sale. A differenza di quell’altro, però, questo ha note molto particolari, decisamente ‘organiche’: prosciutto cotto, perfino salsa di pomodoro (o il gazpacho?), il tutto affiancato curiosamente da una dolcezza molto marcata in senso sherried con malaga, zuppa inglese (ovvio il cenno a uvetta e vini liquorosi). Un che di liquirizia ed anche un’arancia rossa. Volendo astrarre e congelare il tutto ad una drastica, ingiusta e in fondo impropria reductio ad unum: dopobarba. Lucido da scarpe. Ah, il fumo, il fumo! L’affumicatura è un po’ chimica, smoggosa.

P: soprattutto in ingresso rimane ancora bello marino e con peculiari note organiche; poi però arrivano alla carica le suggestioni liquorose (conoscendo le abitudini di casa, immaginiamo botti ex-sherry ma non solo) che squadernano una teoria di note di arancia e marmellata d’arancia, frutti rossi, fragola, amarene, uvetta; fichi secchi. Insomma, un’ode allo sherry cask veicolata attraverso 58 gradi di violenza alcolica e torbata. Mica male, per quello che dovrebbe essere il primo 12 anni del core range… L’acqua rende il tutto più accessibile, più dolce: ma certo non meno intenso… Mandorle dolci.

F: lungo; curiosamente non secca la bocca come ci saremmo aspettati, anzi la frutta rossa si fa succosa assieme all’onnipresente fumo di torba (di smog, gomma bruciata devastante, cenere).

Decade la marinità al finale, peccato; e a nostro gusto peccato anche per un naso un po’ troppo ‘organico’, rispetto ad un palato francamente incantevole. Nel complesso, ci pare senz’altro buono, molto buono, ma forse un po’ troppo carico, un po’ troppo ‘dolce’… Un po’ troppo, e basta; la qualità è però molto alta, quindi 87/100 è il minimo.

Sottofondo musicale consigliato: Pantera – Walk.

Grand Royal ‘Special Reserve’ (2014, OB, Myanmar, 43%)

Voi sapete che la Birmania è un paese in grande crescita, anche se le vicende politiche restano contorte. Di certo, quando Aung San Suu Kyi ha vinto le prime elezioni democratiche, nel novembre dell’anno scorso, avrà senz’altro brindato con il whisky più venduto in Birmania: si tratta del Grand Royal ‘Special Reserve’, composto da 16 malti e grani scozzesi e del whisky di grano prodotto proprio in Birmania. Noi oggi possiamo pregiarci di assaggiarne una versione molto rara, da collezione, risalente appunto al 2014: sappiate che questo gioiellino ha vinto premi su premi come miglior whisky asiatico – anche se, come detto, buona parte è proprio scotch. Lorenzo, un nostro caro amico, ce ne ha portata una bottiglia conoscendo le nostre passioni.

GRAND_ROYAL_SPECIALN: incredibilmente spento, inespressivo ed alcolico – non nel senso che è pungente, ma nel senso che ‘puzza’ di alcol denaturato, di chimico. C’è una nota di profumo da donna (di quelli dappoco) indistinta e francamente spiazzante. Il cereale si manifesta invece con note… ehm, no: si manifesta con un senso marcato e astratto di vegetale, tra la lattuga e una siepe appena tagliata. Un po’ inquietante, qui e là, una zaffata di un formaggio industriale dopo che la data di scadenza è da tempo passata. La dolcezza è solo dell’alcol.

P: meglio del naso, perché non ne replica la pur orrenda timidezza; stendendo un velo pietoso sulla qualità del corpo, qui rivela per lo meno di avere una dolcezza, costruita su note di miele / melassa e frutta secca (noci). Ricorda un bicchiere di acqua e zucchero, con in più dell’alcol: fantastico, no? Ancora note vegetali, ancora profumo.

F: frutta secca, in particolare ancora la noce; zucchero bianco, burro.

lorenzo in birmania, gonfio di grand royal

lorenzo in birmania, gonfio di grand royal

Beh, che dire: grazie Lorenzo! Ci dispiace citare Serge, ma è esattamente un whisky che ti puoi bere solo viaggiando in Birmania, disperato perché non trovi manco un falso scotch demmerda (si può dire merda?) nei paraggi. Anzi, forse lo compreresti ma poi, una volta assaggiato, non lo berresti: cosa che immaginiamo sia appunto capitata al nostro amico Lorenzo. Insomma: per uno strano circolo di ragionamenti, il voto sarà proprio lo stesso di Serge: 50/100, passiamo in fretta a qualcosa d’altro.

Sottofondo musicale consigliato: Anna Oxa – Un’emozione da poco.

Dallas Dhu 34 yo (1980/2014, Gordon & Macphail, 43%)

Oltre al già leggendario Glen Grant 52 anni, il postino ci ha portato altri tre sample dalle cantine di Gordon & MacPhail: uno che fin da subito ci ha particolarmente attirato è stato questo Dallas Dhu di 34 anni, e ci ha attirato perché ancora risuona nella nostra memoria la voce di Andrea Giannone, una delle menti del Milano Whisky Festival, che ci magnificava le doti di una distilleria chiusa come altre più celebri ma, rispetto a quelle, decisamente sottovalutata. Pochi sono i Dallas Dhu in cui ci si imbatte, e per questo gioiamo davvero: un single cask ex-refill sherry (ma il colore è paglierino chiaro chiaro!) di 34 anni, messo in bottiglia a 43%.

ddug!m1980v1N: apertissimo e molto intenso, con alcol inesistente. Se già il colore risultava inatesso, al naso forse nessuno indovinerebbe la botte in sherry e tanto meno l’invecchiamento monstre: si presenta infatti ancora molto ‘fresco’, con poderose note di malto in distilleria (mashtun ma anche warehouse) e anche richiami molto erbacei, come foglie fresche e menta. A questa maltosità si legano anche suggestioni minerali e vagamente cerose. Poi però non si può tralasciare una gran quantità di frutta bella profumata. Pesche sciroppate, mele, albicocche e banane secche. Miele e cioccolato bianco, a rendere il tutto ancora più goloso. Infine aromi di legno impregnato.

P: ancora molto pieno e sull’attacco splendidamente minerale, ceroso e mentolato. Poi, mentre il malto non arretra di un millimetro, si fanno avanti anche note zuccherine di mela, zucchero bianco, pane dolce al latte. Si mantiene comunque su una dolcezza molto trattenuta e gradevole, costantemente venata di suggestioni erbacee e vagamente legnose e speziate (pepe bianco).

F: si richiude elegantemente su mele, malto, menta e foglie fresche. Molto minerale.

Saremo stringati. I pregi: un’intensità veramente straordinaria a questa gradazione e un naso davvero particolare e raffinato. I difetti: non ne ha per davvero, forse un limite è che al palato a ogni sorso si fa sempre più vegetale e mentolato, perdendo forse quell’equilibrio d’aromi della parte olfattiva. In totale, un gran bel whisky da 89/100 a un prezzo per portafogli all’ingrasso ma che, visto il mercato, pare quasi economico (300 euro).

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Frescura – Non serve a niente