‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

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Mortlach 1995 (2015, Riegger’s Selection, 55%)

Già sono rari i Mortlach in bourbon, figuratevi un po’ voi un Mortlach di vent’anni in un refill bourbon! Mortlach è distilleria che deve la sua fama agli imbottigliatori indipendenti, che storicamente hanno privilegiato le maturazioni ex-sherry: siamo proprio felici, dunque, del fatto che l’amico Fabio (A song of Ice and Whisky, sapevatelo) ci abbia omaggiato di un campione di questo ventenne selezionato da Riegger’s, imbottigliatore indipendente crucco – e si capisce subito, basta guardare l’etichetta e subito pensi a bratwurst, pinte di birra in mano a donne poppute, austerità, Jurgen Klinsmann.

N: vi aspettavate un bel Mortlach carnoso, sporco e rognoso? Sbagliavate. Siamo di fronte a un whisky in cui a sorprendere è una nota erbacea e balsamica, tra l’erba fresca, la camomilla (zuccherata, precisa qualcuno) e il genepy… C’è poi una nota di cereale molto pulita, calda: tra il biscotto ai cereali e il fieno. Ma non si pensi a un whisky super-nudo: si sviluppano note di meringa, di pastafrolla, di crema pasticciera (di pasticcino con frutta?), ed anche di una mela gialla dolce, super aromatica. Un poco di miele.

P: è intenso e compatto, e al contempo di grande eleganza. Ripropone all’unisono la nota maltata, quella erbacea ed una dolcezza garbatissima. E quindi, andando con ordine, diciamo: fieno, fiori secchi, biscotti al burro, mela gialla dolcissima, perfino un ananas disidratato, biscotti digestive, pasta di mandorle. Bergamotto.

F: lungo, intenso, persistente, con ancora note biscottate, burrose e di frutta gialla (ancora mela e un’idea di ananas). Grasso e pieno.

I quattro elementi (maltoso, vegetale, agrumato e fruttato) sono perfettamente bilanciati e davvero compaiono sempre all’unisono, sempre compatti. Bello grasso e pieno, godibilissimo e complesso. Eccellente esempio della qualità di un distillato particolarissimo, tale anche grazie a macchinari e metodi unici: avete mai sentito parlare di un whisky distillato 2,81 volte? Ecco, appunto. 89/100, stessa valutazione di Fabio, scopriamo a posteriori.

Sottofondo musicale consigliato: Schubert – Gute Nacht (Winterreise).

Booker’s Kentucky Straight Bourbon (2015, OB, 62,7% )

Il Booker’s Kentucky Straight Bourbon è la versione ‘premium’, se ci permettete l’orrenda formula, del bourbon di Jim Beam: il distillery manager Booker Noe, che vedete ritratto qui a destra in tutta la sua americanità, nel 1992 ha deciso di mettere in commercio una versione di Jim Beam a grado pieno, in lotti diversi, versione che fino a quel momento era solo privata, per pochi amici e dipendenti. Gode di un’ottima fama tra appassionati, banconieri, alcolisti anonimi e ladri di bestiame, e dunque ci pare il caso di dargli una chance. Abbiamo tra le mani il batch #2015-02, maturato sei anni e un mese, imbottigliato a grado pieno.

N: la gradazione impatta in due sensi: da un lato pare relativamente ‘chiuso’, trattenuto e inaccessibile, dall’altro quel che arriva ha una compattezza e una profondità davvero notevoli. Proviamo a farci strada: a primo impatto c’è una nota chimico-alcolica, vagamente vinilica, di Crystal Ball; poi ecco la frutta secca, soprattutto noce di Pecan; vaniglia, panna cotta e caramello; un che di liquore all’arancia; poi ecco il lato vegetale, tra il lieve balsamico (eucalipto) e il vegetale. Con un bel po’ d’acqua, diventa molto più affrontabile e aperto, e complessivamente guadagna di brutto: l’alcol si dirada e aumentano le note di legno profumato, di tabacco da pipa, speziato. Ancora tanta arancia.

P: come sopra, la gradazione è insensatamente urticante – d’altra parte, pur nella nostra umile e limitata esperienza di bourbon, proprio la gradazione aiuti questo bourbon dalle secche dei cliché: abbiamo sì vaniglia, noce di Pecan e banana, però il cuore inespugnabile pare essere un continuo riverbero di una resina collosa di caramello e arancia – e, andando per suggestioni, il termine resina arriva forse non a caso, perché preso da un altro capo si conficcano fittissimi in gola aghi di pino, balsamici che manco nei boschi dell’Oregon. L’acqua anche in questo caso aiuta non poco al pieno dispiegamento: aumenta l’evidenza del rye, con note di segale e sedano; si fa ancora più burroso (proprio note di burro fresco).

F: davvero lunghissimo, tutto su un burro impressionante, la noce di Pecan, ancora code speziate e resinose.

Veramente soddisfacente, offre tutto quello che uno si aspetta da un bourbon pieno, compatto, con tanta personalità da vendere. Dolce e resinoso, balsamico e speziato, vanigliato e burroso: perfetto. Come scritto, mostra vantaggi e svantaggi di una gradazione così alta e di una concentrazione di aromi e sapori così densa, e per questo chiudiamo la recensione con una domanda: possiamo considerare questo Booker’s come l’Abunad’h del bourbon? Forse sì, e sedotti da questa affinità elettiva spariamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Don’t tread on me.

Octomore 07.1 / 208 (2015, OB, 59,5%)

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Lo scorso luglio siamo stati gentilmente invitati dalla F.lli Branca ad una degustazione guidata di Bruichladdich, di cui da circa un anno è diventata azienda distributrice – finalmente!, da anni lamentavamo l’assenza di Laddie dagli scaffali. Ne diamo conto solo ora, a ridosso del Milano Whisky Festival, perché farlo in mezzo all’estate sarebbe stato iniquo per la qualità del lavoro fatto, e ci piaceva dargli una più giusta collocazione. La storia di Bruichladdich, di proprietà di Remy dal 2012, è l’esempio perfetto di come una distilleria poco in salute possa, grazie a investimenti oculati e a un distillery manager abile come Jim McEwan, ritagliarsi uno spazio importante nel mondo dello scotch fino a diventare un brand iconico. Se si esclude la fase del maltaggio, si tratta di una distilleria sostanzialmente artigianale, in cui buona parte della filiera produttiva avviene in casa, con i barili che non si spostano da Islay per l’invecchiamento. Si ricordano esperimenti di collaborazioni con singoli argicoltori per l’approvvigionamento di orzo e imbottigliamenti ‘single farm’, per tutte e tre le espressioni di distilleria: in ordine di torbatura, Bruichladdich, Port Charlotte e Octomore. Il (bellissimo) libretto promozionale confezionato da Branca recita “la nostra filosofia è radicata nei concetti di terroir, provenienza e tracciabilità”: non possiamo che rimandare al sito ufficiale per lasciare voi, ventisei lettori, approfondire le molte questioni sollevabili – noi siamo gente da bicchieri, non da parole, e dunque dedichiamoci all’Octomore 07.1, imbottigliato nel 2015 e ora presente stabilmente nel core range distribuito in Italia. Al solito, si tratta del whisky fatto con l’orzo “più torbato al mondo”, coltivato in Scozia ma non su Islay, e anche se sappiamo tutti che conta la torbatura del distillato e non quella dell’orzo, saremmo scorretti a non riportare i dichiarati 208 ppm; edizione limitata, cinque anni di invecchiamento in quercia americana, via con l’assaggio.

octob.05yov10N: non si può non iniziare dalla torba, che – come dire – è abbastanza presente… C’è proprio cenere, tantissima, con cenni di smog, più che di fumo di brace. Il lato marino è ben sviluppato, con forse una nota di salamoia, di olive; qualche ubriaco al tavolo dice “succo di pomodoro”, ma lo ignoreremo per pudore. Poi, la dolcezza, come sempre esile e semplice, quasi una uber-dolcezza astratta: zucchero liquido, un poco di vaniglia. Si sente anche, a volerlo sentire, il fiocco di cereale. Leggera nota di limone. Non sgradevole, non eccessivo, c’è però come un senso di deja-vu… Con acqua, forse cresce il fumo e svela pure una nota di aghi di pino.

P: anche al palato, fanno a pugni tra di loro una dolcezza mostruosa e pure monodimensionale, fatta anche qui di Kellog’s Frosties e vaniglia, zucchero liquido, e una fumera cenerosa esorbitante. Che c’è d’altro? Solo una fettina di limone dimenticata nel posacenere. Sotto alla coltre di cenere, pare qui e là di sentire il sapore di un distillato giovane giovane, con canditi cerealosi (eh?) e lieviti. Insomma, sostanzialmente paro paro al naso, di straordinaria coerenza ma, forse, di poca sorpresa… Con acqua, pare un po’ più screziato, perde un po’ di quella snervante semplicità che ostenta in purezza, svelando anche una nota di emmenthal.

F: paradossalmente pulito, con la torba, del grano, una nota mentolata…

Ogni volta che si assaggia Octomore ci si trova a chiedersi: ma è davvero il whisky più torbato al mondo? In effetti, complici il grado pieno e i fenoli percepibili perduti durante la distillazione, sembra un whisky meno ‘estremo’ di quanto non voglia sembrare dal di fuori; ciò che emerge, soprattutto in questa edizione, sono la gioventù, che ci piace, la carica dolce dei legni e una torbatura fumosa e cenerosa certo molto spiccata. E però, al contempo, non si può non notare la relativa semplicità di questo whisky, fatta di due dimensioni opposte e granitiche, per cui nella nostra valutazione ci arrestiamo a un convinto 84/100. Sappiamo che molti ‘leccapadelle’ impazziscono per Octomore, e ne comprendiamo le ragioni: noi però tendiamo a preferire le espressioni più docili, ma è una mera questione di gusti. Grazie a Fabrizio Gulì per l’invito e i campioni!

Sottofondo musicale consigliato: Carcass – Corporal Jigsore Quandary.

Ardbeg Supernova 2015 ‘Committee release’ (2015, OB, 54,3%)

La serie “Supernova” di Ardbeg allude ai più torbati Ardbeg mai prodotti dalla distilleria, ed è considerata generalmente dai maligni appassionati e rosiconi una delle ultime buone cartucce sparate dal caricatore di Moet Hennessy. 100 ppm contro i normali 50, oggi assaggiamo la versione del 2015 (SN2015): l’ultimo atto, si spera, della gara tra Ardbeg e Octomore a chi ce l’ha più torbato. Per la cronaca, ha vinto Octomore.

ardbeg-supernova-2015-0-7l-b-p-ec-1N: sembra un Ardbeg di razza, con tutte le sue cosine al posto giusto… Ha un profilo molto medicinale (garze) e decisamente salmastro (l’oceano, proprio, le ostriche, l’acqua salata…). La smitragliata di torba effettivamente fa vittime (note di braci, di bruciato, di falò spento), anche se probabilmente più di tanto il naso umano non riesce a seguire le fughe in avanti della mente di certi distillery manager. Per il resto, spiccano note agrumate raramente così intense e intriganti, riassumibili in cedro e lime. Infine, il bourbon fa il suo dovere con robuste zaffate di vaniglia, zucchero a velo, marzapane.

P: l’impatto è devastante, in intensità e compattezza. C’è un muro di dolcezza davvero pronunciata, e di una semplicità disarmante: zucchero bianco, vaniglia. Il vero valore aggiunto sta nel contemporaneo attacco congiunto di una torba grave, acre e fumosissima – che fa letteralmente terra bruciata, concedeteci la battuta -, di un lato medicinale quasi antibiotico, che felpa la bocca con le sue note amaricanti, e di una marinità nuovamente oceanica. Ancora una teoria di agrumi amari, lime, cedro, bergamotto. E il limone, dove l’abbiamo messo? L’abbiamo spremuto sull’antibiotico.

F: qui il legno bruciato si prende l’onere della prima voce, in una metamorfosi infinita degli elementi tra il salato, il dolce e l’acido.

Davvero ottimo, un tripudio di intensità che spinge forte su tutti gli hallmark dell’Ardbeg moderno: certo, la dolcezza è tutta oak-driven, ma si integra con grande equilibrio alle tempeste del distillato. Pare ovvio che deve piacere la torba, qui davvero sparata a mille: e a differenza di altre espressioni “celoduriste”, quanto a ppm, qui in effetti pare di addentrarsi in territori davvero super, in cui fumo, bruciato e medicinale aggrediscono i sensi. Tutto molto bello, però, e ci piacerebbe che Ardbeg fosse sempre (almeno) così. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Philip Glass – Metamorphosis.

Dalwhinnie 25 yo (1989/2015, OB, 48,8%)

Dalwhinnie è una distilleria tutto sommato poco quotata, nonostante rappresenti fin dall’inizio le Highlands nel range dei Classic Malts di Diageo e nonostante sia una delle più visitate per la posizione ‘strategica’ di passaggio tra Glasgow/Edinburgo e il nord della Scozia. Le ragioni di questa sottovalutazione sono per noi oscure, forse si legano al fatto che pochissimi sono gli imbottigliamenti indipendenti di Dalwhinnie e in fondo pochissimi sono anche gli ufficiali, dato che oltre al 15 anni base ci sono un paio di NAS e poco più. Ogni tanto però Diageo spara sul mercato delle edizioni ‘premium’ come questa Special release del 2015: un 25 anni invecchiato solo in botti ex-bourbon refill, quindi non a primo riempimento, a grado pieno e in tiratura limitata a meno di 6000 bottiglie. Diamoci dentro dunque!

dal_25N: che accoglienza! Il naso è da elegante highlander, con una nota minerale (tra la terra umida, la cera, la cera d’api, perfino una delicata sfumatura di erica) immediatamente seducente e di grande persistenza. Poi c’è una freschezza fruttata molto intensa, tra la torta di mele (si sente tutto: l’impasto, la frutta tagliata, il forno profumato dopo la cottura…) e la marmellata d’arancia; un mero ricordo di fragola, delicatissima. Vaniglia e miele, poi una frutta secca tra la mandorla e la nocciola; legno dolce, se ha un senso per qualcuno. Molto ben cesellato. Tabacco da pipa profumato.

P: alcol inesistente, questo whisky si lascia bere benissimo, senza opporre resistenza, e il profilo resta quello minerale e molto elegante intuito al naso. Di nuovo il primo impatto è di cera, di cera d’api, splendidamente minerale (miele, erica); un citrus mix (chissà perché questo inutile anglismo, proprio qui) ci ricorda una certa acidità, fresca e gradevole, non eccessiva. Ancora poi una dolcezza avvolgente e cremosa da torta di mele un po’ vanigliosa, forse ancora uvetta. Ottimo.

F: lunghissimo e persistente, anche se tutto giocato su note delicate di fiori, cera e un leggero fumo. Ah, e ‘sta torta di mele, non la citiamo?

Davvero molto convincente, con quelle note ‘sporche’, cerose e minerali tipiche delle Highlands abbinate ad un lato ‘dolce’ e fruttato molto maturo e screziato. Non avevamo dubbi sulla qualità di Dalwhinnie, e nei prossimi giorni pubblicheremo la recensione di un vecchio 15 anni altrettanto buono: intanto, per questo ci fermiamo a un pieno 90/100. Ah, a ben vedere, tenendo conto della serie in cui è uscito, costa relativamente poco (in commercio attorno ai 300€, se ne trovano ancora bottiglie in giro).

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Show yourself.

Glenturret 8 yo (2006/2015, Angel’s Share, 46%)

meow!, disse l'anima di Toswer

meow!, disse l’anima di Towser

Secondo imbottigliamento celebrativo per il nostro “venerato maestro” Davide, dopo l’eccellente 18 anni – non sappiamo se sia per scelta o per ventura, ma entrambi sono malti distillati a Glenturret, una delle più antiche distillerie attive (licenza ufficialmente concessa nel 1775, ma si vocifera che fosse attiva illegalmente già dal 1717). Un aneddoto che piace all’internet che piace: il gatto Towser, eternato dall’arte scultoria come si può vedere qui affianco, è entrato nel Guinness dei primati (pur essendo un felino, ahah! ok, scusate) per aver catturato la bellezza di trentamila topi tra gli anni ’60 e gli ’80 – complimenti, ma forse la vera notizia è un’altra: a Glenturret hanno un problema coi ratti, meglio vaccinarsi prima di andare a visitarla. Noi arriviamo, come sempre, troppo tardi rispetto alle celebrazioni davidesche: ma piutost che nient l’è mej piutost, si dice dalle nostre parti, e dunque “alla grande”!

img_4659N: l’alcol non è invasivo; per avere meno di dieci anni ha già una personalità bella sfaccettata, e pure solida anche se cangiante: predomina subito un agrume straripante, precisamente arancia – è poi molto zuccherino e caramellato: toffee burroso, zucchero di canna se non proprio mascobado, quasi panna cotta, o fonda di caffelatte zuccherato – ma anche pesche sciroppate o albicocche secche. Poi, in questo tripudio di zuccheri, a sorpresa si innesta anche un lato graffiante, speziato e quasi ‘sporco’ (un velo di sedano, di soffritto, un che di noce moscata, qualcosa di lontanamente sulphury…).

P: l’arancia dominava lassù, l’arancia domina pure qui: grande coerenza, questo palato si fa un po’ più ‘greve’ e succoso allo stesso tempo, rilanciando quelle note di zucchero di canna, di fudge e caffelatte, ma con un lato vanigliato, fruttato e cremoso più spiccato (frutta gialla, cocco, burro). Più cocco, meno sporco!, che appare già uno slogan perfetto per la vostra prossima campagna elettorale.

F: lungo, molto fruttato (cocco e arancia), con ancora un rivolo zuccherino a colare.

86/100. L’abbiamo usato per una degustazione nel padovano qualche settimana fa ed è stato tra i whisky più apprezzati, anche perché non mostra i soli otto anni – e sappiamo bene quanto ancora valga inconsciamente l’errata equivalenza “whisky vecchio = whisky buono”. Buono, ben fatto, complesso e intenso: non proprio come Davide, ma che ci vogliamo fare, ha altre doti. Un abbraccio.

Sottofondo musicale consigliato: un capolavoro assoluto paragonabile forse solo a certe composizioni del Mahler più sfrenato, ovvero The Kitty Cat Dance.

Linkwood 26 yo (1989/2015, Valinch & Mallet, 53,1%)

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c’è qualcosa di edipico in questa foto…

Davide Romano, una delle due anime di Valinch & Mallet insieme al baffuto Fabio Ermoli, ci ha sempre detto grandi cose su questo single cask di Linkwood messo in vetro l’anno scorso; noi l’assaggiamo solo oggi, sapendo che i due ci hanno abituati molto bene con le loro selezioni… Si tratta di un ex-bourbon del 1989, imbottigliato ovviamente a grado pieno e senza colorazioni, proveniente da una distilleria dello Speyside che ha la sfortuna di vedere pochi imbottigliamenti ufficiali a fronte di una produzione per lo più destinata ai blended di casa Diageo.

linkwood26_valinch__mallet_single_malt_scotch_whiskyN: incredibilmente fresco dopo 26 anni di botte, ben poco appesantito da legno e spezie, Ciononostante risulta di grande struttura ed esibisce un muro di frutta parecchio spesso. Dominano la frutta gialla (pere e albicocche succose) e gli agrumi (arancia ma anche cedro). Sulle note ufficiali del sito di Valinch ci sembra particolarmente felice l’intuizione del mirtillo, a cui ci piace aggiungere fragole fresche. Che ricchezza! Il senso di compattezza di questo naso è poi persino aumentato da una nota maltosa davvero pronunciata, di cereale caldo, di biscotto secco. Zenzero e un filo di tabacco.

P: davvero solido e con un alcol tutto sommato trascurabile. Rispetto al naso, si fa un poco più dolce e più ‘scuro’. C’è ancora la frutta gialla, con pere e mele, ma diventa più calda, quasi in marmellata. Si sente bene una tostatura che assieme alle note dolci ricorda lo zucchero caramellizzato o la torta bruciacchiata appena tolta dal forno. Di nuovo piacevolmente maltoso. Una sorpresa finale in un neologismo: eucaliptico.

F: lungo, maltoso e fruttato e ci pare persino di recuperare una nota minerale.

Eccellente. Offre tutto quello che si desidera da una distilleria dello Speyside, note fruttate intense e cereali croccanti (…) sempre in primo piano; la nota deliziosa leggermente minerale al finish offre un seppur minimo twist sul tema principale, e noi apprezziamo tanto. 89/100, bravissimi ragazzi.

Sottofondo musicale consigliato: De La Soul feat. Estelle – Memory of… (US).

Royal Brackla 30 yo (1984/2015, Cadenhead’s, 54,1%)

Come ogni anno, l’ormai prossimo Milano Whisky Festival è anche l’occasione per decine di appassionati per scambiarsi samples come fossero figurine Panini: “a te manca il Port Ellen Old Malt Cask 1982?” “Io ce l’ho doppio!, ma in cambio non mi accontento solo di un Mortlach NAS… Ne voglio tre e voglio anche la figurina di Higuain, una mezza boccia di Tavernello e due buoni sconto per la carta igienica e per gli yogurt alle prugne, e mettici pure cinque euro!”. Più o meno è andata così anche l’anno scorso, e il nostro amico Giuseppe (sì, proprio lui!) ha avuto cuore di portarci un sample di Royal Brackla 30 anni, imbottigliato nel 2015 da Cadenhead’s nella serie ‘Single Cask’ con etichetta dorata. Siccome anche sabato e domenica saremo al banchetto di Cadenhead’s, ne approfittiamo qui per ringraziare Giuseppe e per ricordarvi che hey!, passate a trovarci ché da noi si beve bene! Domani o dopo pubblicheremo i ‘soliti’ terzetti: occhio perché abbiamo preparato titoli veramente demenziali.

65371N: ha la faccia seria del whisky da meditazione, con un velo di cera e legno vecchio a regalare subito sensazioni molto particolari. Affianco a una nota garbatamente minerale troviamo potenti suggestioni fruttate, dalla marmellata di fragole a pesche zuccherine fino a un misto tropicale. Miele scuro e zucchero di canna, burro caldo e pasta frolla lo rendono nell’insieme molto complesso; e arriva anche qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo che non riusciamo del tutto a capire. Menta?

P: un senso di cera e di una leggera torba minerale ricopre tutto. Abbiamo spesse note di miele e di biscotti speziati di Natale, senza che in realtà la dolcezza risulti anche solo per un istante troppo pronunciate. Grande infatti è il bilanciamento, con deliziose suggestioni erbacee di the e di buccia essicata di arancia. Marmellata di fichi e caramelle al rabarbaro.

F: lungo e setoso, ancora in perfetto equilibrio tra la torba vegetale e una dolcezza appiccicosa.

Veramente un ottimo whisky, esattamente della tipologia che piace a noi: bilancia perfettamente un lato ‘dolce’, fruttato, con una venatura spigolosa, minerale e torbata, che ci fa arruffare il pelo sulla schiena. Serge dice “sexy and austere at the same time”, ovviamente ha ragione: rispetto a lui e al magico IBR però noi andremo ancora più in alto, spingendoci fino a un meritato 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – Drugs, capolavoro.

Glenrothes 1995 (2014, OB, 43%)

Glenrothes ha avuto il merito di intuire fra i primi le potenzialità commerciali del concetto di vintage: da diversi anni infatti in etichetta non è dichiarata l’età (10, 15, 35 anni…) bensì l’anno di distillazione. Oggi assaggiamo dunque un 1995 di quasi vent’anni, mentre in passato avevamo provato un’espressione dello stesso millesimo ma imbottigliata nel 2011: siccome questo è il segno del tempo che passa anche per noi, spostiamo il bicchiere da sotto al naso per evitare di diluirlo con la lacrimuccia che ci cade dall’occhio.

the-glenrothes-1995-bottled-2014-whiskyN: che si tratti di una miscela a base sherry è subito evidente, così come è ben chiaro un solido sostrato di frutta secca, in piena tradizione di casa (nocciola, soprattutto, e noce). Impasto per torte. L’apporto dello sherry è abbastanza scuro, con note di caramello, liquirizia (quella dolce delle girelle Haribo), carruba, cioccolato al latte… Sullo sfondo, e in un secondo momento, compaiono suggestioni fruttate (uvetta, ovviamente!). Liquore agli agrumi, e poi… e poi colpisce una nota al limite del mortlachoso, che ricorda la carne, il soffritto del ragù. Sa proprio di ragù!

P: coerente come descrittori, solo cambiano le proporzioni: si assottiglia la nota di carne, facendosi meno invasiva e integrandosi col resto; ancora cioccolato al latte, esplode la frutta rossa, rivelando inaspettate tensioni succose, di fragola, lampone… Poi certo uvetta, certamente il liquore all’arancia, e perché poi negare la presenza di liquirizia e carruba? Non la neghiamo, lasciateci andare avanti. Un che di caffè, diremmo: di caffè corretto grappa (dopo un po’ l’alcol si sente, strano).

F: non lunghissimo ma molto intenso, questa volta tutto su nocciola, miele, caffè, legno tostato.

Siamo onestamente sorpresi da quella nota sporca che complica il naso; nel complesso è un buon whisky che mostra bene una delle vesti che lo sherry può dare ad un distillato di qualità – e però gli manca quel je ne sais quoi che ci fa girar la testa e ci seduce appieno, resta un filo piatto e dunque pur apprezzando non c’innamoriamo. Non è una questione di descrittori, è una questione di emozione e di corpo, forse. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: non c’entra niente, ma oggi va così, Marracash & Guè Pequeno (feat Sfera Ebbasta) – Scooteroni.