Laphroaig 16 yo (2001/2017, Kik Bar Bologna, 50,6%)

quando il gioco si fa duro, Benassi scende in campo!

Dopo il Mortlach della scorsa settimana, torniamo a Bologna per bere il quarto imbottigliamento celebrativo dei 50 anni dello storico Kik Bar dell’immenso Bruno Benassi: ma come, diranno i più attenti, non erano solo tre? Bravi!, ma vi sbagliate: ce n’è pure un quarto, ed è il più speciale, perché si può acquistare solo attraverso una donazione benefica di almeno 300€ alla BeNe Onlus (qui è spiegato tutto, ammesso che ne sia rimasto ancora). Si tratta di un Laphroaig di 16 anni, finito per un anno e mezzo in un barile ex-sherry e imbottigliato alla gradazione piena di 50,6%.

N: la prima nota a scendere in campo è quella balsamica, tipica di Laphroaig (aghi di pino): il profilo è certo medicinale, ma non estremo (ci viene in mente lo sciroppo della tosse, non la corsia d’ospedale, se riuscite a dare un senso a queste farneticazioni), poi troviamo poca gomma e una marinità appena accennata, forse coperta un po’ dal finish in sherry… La torba è sotto forma di sigaro, un fumo intenso, molto aggressivo – e però dolce, diciamo cigarillos aromatizzati alla vaniglia.

P: all’imbocco il fumo aumenta esponenzialmente, e ci fa venire in mente… un würstel affumicatissimo. Si, lo sappiamo, siate clementi. Alcol zero: praticamente un würstel analcolico. Lo sherry qui entra in tackle duro, vigoroso come Bruno all’Ardbeg Day del 2014: la vinosità è esplosiva, ma rimane decisamente sul lato dolce, ultradolce, come Garnier (ehm…). Gelée di frutti rossi, miele di castagno. Il fumo, che si citava in apertura, è Laphroaigissimo. Perfino una nota di cannella.

F: lungo, coerente, tornano la salinità e il mare, quasi scomparso al palato. Tutto si attenua un po’: ad libitum sfumando, dice Corrado.

L’impressione è di un whisky, soprattutto al palato, molto dolce, con l’influsso dell’anno e mezzo in sherry certo decisivo: non ci spingiamo a dire che si tratti di un Laphroaig ‘snaturato’, per carità, ma sicuramente della torbatura medicinale e spigolosa della distilleria resiste per lo più il fumo, mentre il resto rimane schiacciato sotto al peso del finish: resta un ottimo dram, che merita l’acquisto non solo per la buona causa cui contribuisce, e gli appiccichiamo sopra un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kenny Burrell – Chitlins con Carne.

Mortlach 11 yo (2006/2017, Kik Bar Bologna, 51,4%)

Il Kik Bar di Bologna è una vera e propria istituzione del whisky emiliano: attivo fin dal 1967, grazie all’energia e alla passione di Bruno Benassi è diventato un punto di riferimento per tutti i whiskofili. Piccola storia personale: quando uno di noi studiava a Bologna, grazie a un cenno su un numero di Whisky Magazine incontrato un po’ per caso abbiamo scoperto dell’esistenza del Kik Bar, e proprio lì, grazie alla guida di Bruno, abbiamo assaggiato il nostro primo Octomore, abbiamo comprato il nostro primo whisky distillato negli anni ’70 (una mignon di Scapa del 1979, non fatevi strane idee), abbiamo scoperto gli imbottigliatori indipendenti. Solo qualche dozzina di mesi dopo abbiamo deciso di aprire il blog. Ecco, il 2017 è stato un anno importante per il Kik Bar: Bruno ha festeggiato i 60 anni di lavoro, i 50 anni di matrimonio e il Kik ha raggiunto, anche lui, i 50 anni di attività. Per celebrare, Bruno ha imbottigliato tre whisky: oggi assaggiamo un Mortlach di 11 anni, imbottigliato a gradazione piena, che reca in etichetta il Nettuno – che chiunque abbia trascorso almeno un pomeriggio a Bologna dovrebbe riconoscere.

N: un Mortlach apparentemente non estremo, ma comunque ‘molto carataristico’ (cit.). Note sulfuree, che qui più che meaty sembrano muovere verso il formaggio (l’umami del parmigiano, se ci intendete). Fichi e datteri secchi, croccante di mandorle e albicocca disidratata. Mele rosse caramellata, e altra frutta rossa… Frutta vecchia, un po’ ‘sudata’, da whisky vecchio. Eccellente, al naso si intuisce un’ottima interazione tra distillato e barile.

P: tutto bello legato, come un cotechino col filo tirato. L’ingresso è ancora sul sulfureo, con sentori metallici, di rame. Non si sbrodola addosso, conserva una sua affilatura pur avendo un bel corpo e una bella intensità. Tende all’astringente. Arancia tarocco matura e piena, pesche all’amaretto. Zucchero caramellizzato (ma solo la crosticina), cioccolato al latte.

F: abbastanza lungo, spezie calde del legno, caramello bruciacchiato e buccia d’arancia (magari bruciata pure lei).

Davvero ottimo: Mortlach è una distilleria rognosa, che produce un whisky molto corposo e particolare, ma che non sempre i bevitori sanno apprezzare. Questo undicenne è un eccellente esempio dello stile di casa, non puzzone come sa essere talvolta ma molto equilibrato, paradossalmente bilanciato, e con una personalità vigorosa che non può essere taciuta – un po’ come quella di Bruno, che vogliamo ringraziare per il sample. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – L’ultima luna.

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Longmorn 28 yo (1989/2017, Valinch & Mallet, 45,4%)

belli come il sole

Se ricordate, qualche anno fa erano molto comuni i Longmorn indipendenti: se ne trovavano di frequente, e i broker erano pieni di barili da vendere. Di recente la tendenza ha visto una frenata, e ora sono molto più comuni nomi meno noti, di distillerie meno conosciute – che così diventeranno più familiari agli appassionati, e così via. Di fronte a questa grande metafora del ciclo della vita (eh?), noi tiriamo fuori dal cappello proprio un Longmorn del 1989, selezionato e imbottigliato dai prodi Valinch & Mallet nell’ormai preistorico 2017.

N: ha due lati, che si alternano in maniera equa ed equamente schizofrenica: uno, più educato e quasi austero, tra il panino al latte e il limone candito; l’altro, invece, che mostra un’esuberanza di frutta tropicale essiccata dall’alto contenuto zuccherino (papaya e ananas). Una nota di uvetta burrosa e di gelato ci fa pensare al gusto Malaga – pian piano evolve, mostrandosi sempre più pieno.

P: anche qui molto educato, diviso tra la vaniglia, ancora il panino al latte e una frutta gialla che guarda alla tropicalità (qui sul cocco). Certo, nessuna di queste anime prevale, e complessivamente il profilo è abbastanza timido, e sconta forse il fatto di non avere una dimensione cremosa. Molto tagliente, molto thin: va facendosi erbaceo pian piano, con una netta menta verso il finale.

F: frutta secca e cocco, di medie lunghezza e intensità.

Diciamo che mostra i segni di un whisky quasi trentenne, con note tropicali così evolute e, nella nostra esperienza, così tipiche dei Longmorn appena un poco agée. Resta però a metà strada, un po’ troppo magro per le nostre aspettative e un po’ troppo erbaceo per risultare pienamente fruttatone, nonostante un naso assai promettente: siamo incontentabili, l’avremmo preferito più ruffiano, soprattutto al palato – e comunque ce ne berremmo a litrate. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Prodigy – Serial thrilla.

Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

Botti da orbi – Sanremo, serata 4: Kirkwall Bay (2017, Morrison & Mackay, 40%)

kirkwall-bay-whisky

[Quarta serata sanremese, il nostro corrispondente dalla città dei fiori, Marco Zucchetti,  ci assicura che il bisogno di whisky è sempre più impellente]

È il big che ha fatto sognare generazioni ma si presenta con una canzone loffia. Lunga è la storia di aspettative alte scioltesi davanti alla pochezza della melodia e del testo ed è ridondante ripercorrere i recenti capolavori di Toto Cutugno o Al Bano. Qui, nonostante il nome che finge di celare l’identità della distilleria, parliamo di un Highland Park senza indicazione d’età imbottigliato da Morrison and MacKay. Il colore è quasi trasparente, vino bianco chiaro.

Al naso è pulito, si riconosce l’erica che rende il malto HP così sexy, del cedro candito e una dolcezza di biscotto, incorniciata da un fumo terroso lieve. Piccola stecca: l’alcol si sente netto nonostante i 40%. Il problema è che poi in bocca è ancor meno integrato. Si fa pungente e acidino, vira sul limone. La sapidità fa salivare, parte un assolo di suggestioni erbacee che farebbe pensare al celeberrimo basilico delle Orcadi (no eh? Belin, niente pesto lassù?). Vaniglia, mandorla e miele leggero. Basta un poco di zenzero e il finale va giù.

 

Nudo nudello, questo Highland Park non regge il peso di una carriera eccellente. Tra le note si intravvedono le armi segrete che lo hanno reso grande (fiori di campo, torba leggera, aria di mare), però la voce non regge. Alcol e note troppo acide stridono e l’armonia si fa spigolo: 79/100.

 

Sottofondo sanremese consigliato: Patty PravoIl vento e le rose

Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

whisky glenrothes antique lions of whisky

Glenrothes 20 yo (1997/2017, Antique Lions of Spirits, 57%)

Dura da tre anni ormai il sodalizio tra Whisky Antique, Lion’s Whisky e Sansibar, che tra il 2016 e il 2018 ha regalato all’umanità un folto manipolo di single cask suddivisi in tre serie di rara opulenza iconografica. L’esordio è stato con The Birds, seguito dalla serie The Butterflies, di cui oggi assaggiamo un esemplare non più svolazzante, per finire con la Savannah Series. A questo proposito il Milano Whisky Festival del prossimo weekend ci vedrà sicuramente nelle vesti di spitati cacciatori degli ultimi imbottigliamenti di Alos, con Clynelish 1997 e Springbank 1998 ben piantati nel mirino. Intanto ci prepariamo al truculento safari assaggiando un barile ex sherry della distilleria Glenrothes, da cui sono state ricavate 288 bottiglie.

whisky glenrothes antique lions of whiskyN: l’alcol non si risparmia, e picchia forte pizzicando il naso. Passato questo primo schermo, se ne trova però subito un secondo, tagliente, con una nota rugginosa e altre oleose, di frutta secca: mallo di noce, certo, ma anche proprio il nocino, tanti pinoli (viene in mente la torta paesana). Superato anche questo secondo schermo purtroppo c’è una sorta di salto nel vuoto: rimane un profilo sherried abbastanza timido, tra l’arancia, la mela rossa e un accenno di biscotto. Con acqua non cambia moltissimo per la verità, e anzi il lato di frutta secca si fa ancora più ‘vegetale’, con suggestioni erbacee e al limite del mentolato.

P: l’attacco conferma i presagi del naso: ancora in avvio l’alcol è fin troppo aggressivo, molto pungente, e subito sotto si agitano quelle note tra il ferroso/sanguigno e la frutta secca oleosa (noce ancora soprattutto, poi un poco di nocciola) che immancabilmente riconosciamo nei Glenrothes che abbiamo finora assaggiato. Biscotti di farina di castagne. Anche qui, l’approdo alla piacevolezza è solo parziale, con altra mela rossa.

F: medio-lungo, abbastanza intenso, di nuovo tra noce, farina di castagna, una sensazione come di ruggine.

Sa di Glenrothes, e a noi Glenrothes – ormai l’abbiamo capito – non fa impazzire. Se può avere un qualche senso in quest’epoca di impazzimenti climatici, lo definiremmo un whisky “autunnale”, come ha scritto con ben altra autorità anche Ruben di Whiswkynotes, che tra l’altro lo apprezza di più. In definitiva ha però un profilo che a nostro gusto pare fin troppo sottile, polveroso. Per noi è 81/100. Ancora in vendita su whiskyantique.

Sottofondo musicale consigliato: Dengue FeverEthanopium

 

Jack’s Pirate Whisky XI (2017, Jack Wiebers, 53,7%)

Jack Wiebers è imbottigliatore indipendente crucco, da più di un anno presente in Italia grazie al prodigo intervento di Lost Drams Selection, vale a dire: i baffi di Fabio Ermoli. In passato avevamo assaggiato (e consumato ardentemente) un Lagavulin non dichiarato in sherry, imbottigliamento notevole anche perché particolarmente economico a fronte dell’alta qualità. Oggi assaggiamo il Whisky del Pirata di Jack, nel suo undecimo batch: si tratta anche in questo caso di un single malt isolano senza età dichiarata, finito per 30 mesi in “Petro Ximenez” (sic – schiavi dello stereotipo, eh?, ci mancava solo che ci fosse scritto “finiten per trenta mese in petro…”). Alte aspettative, ci accompagna Angelo Corbetta nell’assaggio.

N: imponente e aggressivo, molto torbato (i rumors dicono Lagavulin, noi non diremmo nulla di diverso) e piuttosto dolce per l’apporto del PX. Si inizia col dado, con un che di sporchino (glutammato) e un ricordo del rancidino del grasso di maiale. Caramello salato, uvetta, zucchero di canna. Eh beh, siamo su Islay, quindi non dimentichiamo una certa inequivocabile marinità e pure un fumo molto alto, aggressivo.

P: molto coerente, qui a dirla tutta la dolcezza del PX diventa ancora più evidente e invasiva. Caramello salato, pop corn caramellati, caramella mou e zucchero di canna. Anche al palato quel lato tra umami, grasso di maiale e un qualcosa di sulfureo – deve piacere ma mmm.

F: lungo, umami, tutto su grasso di maiale, rancidino, fumo e acqua di mare.

Buono, ovviamente, ma un po’ divisivo: deve piacere questo senso così intenso di dolcissimo e sporchissimo, tutto è sparato a mille e l’umami è il vero protagonista dello show. Ad uno di noi piace molto, all’altro pesa questa dolcezza così carica, e la media tra le due valutazioni è di 84/100. Vorremmo chiudere segnalando il sottofondo musicale, perché in questo caso è curiosamente appropriato: si tratta di un gruppo di scozzesi vestiti da pirati, che fanno un metal disimpegnato e ignorante come solo in Germania alla fine degli anni ’90, e il ritornello della canzone recita “We are here to drink your beer / and steal your rum at a point of a gun / your alcohol to us will fall / ‘cause we are here to drink your beer”. Magnifico, quanta bella umanità, abbracciamoci tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Alestorm – Drink.

Balblair 1999 3rd release (2017, OB, 46%)

Balblair è una distilleria ben piantata nel Nord della Scozia, sopra Inverness, che ci ha sempre causato un’immotivata simpatia. Sarà che è tra quelle la cui visita rimane un bel ricordo tra le sbiadite reminiscenze regalate dai fumi dell’alcol, sarà che la proprietà è dal 2001 della thailandese ThaiBev; sarà che la distilleria si è prestata come location per le riprese del film The Angel’s Share; sarà per quella politica di sfornare solo whisky col vintage e non con la più consueta età espressa in ‘years old’. Beh sarà quel che sarà, ma cerchiamo sempre di avere qualche Balblair nella nostra lista d’attesa dei sample da assaggiare. Oggi è il turno di un fresco maggiorenne o giù di lì, sherry & american oak cask matured.

balblair-1999-2nd-release-whiskyN: andiamo giù duro di frutti come pesche sciroppate e albicocche disidratate; poi il gioco si fa ancora più duro con caramello, caramella mou, torte di noci, croccante di noci e miele (tanto miele). I sentori di frutta, molto presenti, vogliono rappresentare una screziatura nel profilo fruttato e ‘dolce’ che andiamo descrivendo – anche peché questo è a dire il vero più sottile di come può sembrare dai descrittori. Una bella nota agrumata, con un’arancia appena tagliata.

P: buono, piacevole ma – come dire – un po’ frenato. A guardare i descrittori, il panorama appare molto dolce, denso e appiccicoso, e però rimane tutto etereo, come se svanisse in fretta. Diciamo miele, mele gialle, un po’ di arancia. Noce tostata, forse.

F: cocco, spezie e finalmente la frutta rossa.

Imputiamo a questo Balblair solo ciò che non ha, perché è un whisky che fa un bel po’ di promesse per poi mantenerne solo alcune. Pieno, aromatico e molto gradevole rimane purtroppo esile, a un passo dall’eccellenza; non tradisce per davvero, ma d’altro canto non spinge mai abbastanza. Presi da un insolito interesse per mondi lontani dal solo bere, per una volta ci azzardiamo a dire che probabilmente sarebbe un ottimo whisky da pairing col cibo. Tra l’altro qua e là sull’Internet lo si trova a prezzi assolutamente ragionevoli, sui 70 euro (tipo qui). Ah, si dimenticava il voto, una sciocchezzuola da 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dengue Fever – Integration