Laphroaig ‘Lp8’ (1998/2017, Elements of Islay, 53,5%)

Stimolati dal Laphroaig bevuto ieri, ne cerchiamo un altro che possa essere in qualche modo avvicinabile: dopo una ricerca scientifica, dopo quindici tabelle excel con millesettecento variabili incrociate, abbiamo deciso di bendare il gatto e scegliere il primo sample cui si fosse avvicinato. Il gatto sa, il gatto è infallibile: il gatto infatti ha scelto un Laphroaig di quasi vent’anni, maturato in barili ex-sherry, imbottigliato da Speciality Drinks nella serie incantevole e medicinale “Elements of Islay“, siglato Lp8. Bando alle fregnacce, si beva, diamine!

N: il profilo è ancora una volta inusuale, anche se molto diverso dal Laphroaig di ieri, ed è piegato ai desiderata del cask: fava tonka e radice di Ginseng sono le prime note che ci vengono in mente. Poi, una profonda dolcezza da datteri e arance rosse, il tutto davvero molto zuccherino e appiccicoso. Legno tostato e torba medicinale a fare da contorno, senza però sovrastare alcunché, anzi.

P: che esplosione di sapore! C’è una sensazione molto cremosa, come di pralina, di caramello, mentre una certa acidità vinosa (ricorda proprio uno sherry, anche se forse più un Pedro Ximenez che un Oloroso; ma anche arance rosse, ancora) esce fuori vibrante e mantiene il whisky vivo in bocca. La torba è molto impattante, con tanto legno bruciato. Mare e medicine di Laphroaig non pervenute.

F: lungherrimo, sapido e bruciato con una dolcezza caramellata di fondo.

Un esperimento riuscito e d’impatto: abbiamo ormai capito che le botti ex-sherry tendono un po’ a snaturare la violenza selvaggia di Laphroaig, ma d’altro canto ne cavano fuori una nuova creatura strana, che ci piace. Anche se forse, a essere sinceri, tutta questa dolcezza, tutto questo carico, alla lunga rischiano di stufare un po’ – ma si sa, dipende dal tempo, dall’umore… Quindi uscite e regalatecene una bottiglia. Adesso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fu Manchu – Slow Ride.

Heaven Hill 8 yo (2009/2017, Valinch & Mallet, 48,8%)

Dopo il single malt americano assaggiato ieri, ci è venuta voglia di issare la bandiera sudista sul retro dell’Harley e partire per un viaggio on the road, manco fossimo Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider. Purtroppo il viaggio sarà solo immaginario, ma ci condurrà comunque attraverso vari stati dell’Unione per arrivare, finalmente, a Heaven Hill: per merito di Davide e Fabio di Valinch & Mallet, un single cask della storica distilleria del Kentucky si è intrufolato nel mercato italiano ormai un paio d’anni fa. Con il proverbiale tempismo che ci contraddistingue, lo recensiamo oggi, a bordo dei nostri chopper immaginari.

Heaven_Hill_8_descrN: molto piacevole e seducente, non sembra neppure un bourbon a tratti – non che sia un difetto sapere di bourbon se sei un bourbon, eh, ma insomma, ci siamo intesi. Ha una nota di erbe aromatiche molto spiccata, potrebbe essere maggiorana?, e poi resta molto floreale. Kirsch. Molto burroso: proprio burro fresco, ma anche (udite udite) burro di karitè. Vabbè, vaniglia.

P: ok, qui torna a essere un bourbon, anche se di certo molto personale: c’è una coltre di violetta che tutto copre, e che onestamente non ci aspettavamo, oltre poi a sentori di prugnola, albicocche acerbe, delle prugne gialle non troppo dolci. Legno e spezie del legno si fanno sentire.

F: lungo e persistente, molto legnoso e violettoso, ancora prugne gialle. Spezie dal legno sul finale, con zenzero e fiori misti.

La violetta ha un disturbo istrionico della personalità, e tende a prendersi la scena con la stessa sobrietà di Achille Lauro a Sanremo. Stupisce davvero questa componente floreale, qui molto presente (e che spesso abbiamo riscontrato anche nei Michter’s, ad esempio), che finisce per regalare nel bicchiere un bourbon che sa poco di bourbon, tutto sommato… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steppenwolf – The Pusher.

Edradour 10 yo ‘Straight from the Cask’ (2007/2017, OB, 58,8%)

Un paio di mesetti fa, i fascistissimi edifici dell’Eur hanno ospitato il Roma Bar Show. Al netto del fatto che 80 anni fa col cavolo che avrebbero potuto chiamarlo così, ma al massimo lo Spettacolo della Taverna a Roma, una delegazione di Whisky Facile era presente anche lì. E fra un gin tonic e un supplì, è passata anche a far visita agli amici di Velier al loro banchetto, come sempre più libidinoso delle vetrine di Victoria’s Secret. Abbiamo trovato dietro il bancone l’ottimo Daniele Cancellara del Rasputin di Firenze, investito di una missione ammirevole: aprire ogni bottiglia senza pietà. Per aiutarlo (siamo dei samaritani nati), ci siamo fatti versare qualche chicca, fra cui questo Edradour Straight from the Cask, distillato nel 2007 e imbottigliato dieci anni dopo. Oltre ad essere stata nota finora come “la distilleria più piccola di Scozia”, Edradour è anche nota per essere poco considerata. Questo malto ha una confezione di legno e una colorazione da spremuta di legno. Vediamo se sa anche di legno.

La foto è di un altro single cask, ma internet è ostile alla precisione

N: fin dalle prime snasate, lo sherry si sente nitido, ma sotto a questa coltre il distillato resta ancora imbizzarrito e scalcia nervoso. Note di dado Liepig, tanta arancia candita, legno umido, piacevolissime punte di resina… Molto interessante. Buccia di arancia concentrata, dice qualche saggio. Curioso come l’alcol resti sempre in disparte, mai contundente – e siamo a quasi 60 gradi, eh!

P: anche qui l’alcol non si sente. Complessivamente molto piacevole in effetti, si conferma molto agrumato: l’arancia (buccia?) la fa da padrone, poi tanta liquirizia, un po’ di cioccolato, albicocca disidratata. Molto buono, forse un po’ monodimensionale. E se dicessimo “panettone”, vi sembreremmo forse sgradevoli verso il povero Giampaolo nel ricordagli quello che no, decisamente non mangerà comodamente seduto sulla panchina del Milan?

F: lungo, agrumato, per nulla allappante. Caramello e arancia.

Da quando Edradour è stata rilevata da Signatory Vintage, celebre ed eccellente imbottigliatore indipendente, la qualità dei suoi whisky è andata in costante crescita, così come la sua percezione da parte degli appassionati. E dunque dobbiamo riconoscere che sì, questo single cask di Edradour è proprio buono: come abbiamo scritto anche prima, ha forse il limite di essere molto carico (di arancia, soprattutto) e dunque di essere un po’ monodimensionale. Ma in fondo, che ci frega? 86/100, ripartiamo lunedì con un altro Edradour in sherry…

Sottofondo musicale consigliato: BowLand – Kemet.

Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

DSC00766-Copia-Copia-1
L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

Clynelish 20 yo (1996/2017, Signatory, 46%)

I Clynelish Signatory sono gli Andrea Rossi del whisky. Ce ne sono talmente tanti e talmente simili come annate che ti sembra di essere nel quadro di Magritte dove piovono omini tutti uguali. Ma al di là della massificazione, ognuno è un individuo con un suo sé, esattamente come questi imbottigliamenti. Ok, fine dei riferimenti dotti, rientriamo nei ranghi e nelle warehouses. Voi che ci seguite con così tanta amicizia (e anche con un po’ di sano disgusto, e non vi biasimiamo per questo) sapete come Clynelish sia una delle nostre distillerie preferite. Peccato solo non esista un nome per il feticismo della cera salmastra, la nostra parafilia di riferimento. Questo whisky imbottigliato per la serie Vintage è rimasto per 20 anni nel refill butt 8787: vediamo come sono le cose dopo il Ventennio…

176680-bigN: colpisce da subito una prima nota delicatamente sulfurea, non eccessiva ma di certo presente: zolfanello, proprio. Piuttosto umido, si respira l’afrore delle foglie bagnate. Olio di noce, anche? Anzi, forse è proprio nocino, perché la sensazione è anche liquorosa. C’è poi un lato fruttato che tende al troppo maturo, siano albicocche o mele renette. Per il resto, si fa piuttosto silenzioso… Assaggiamo.

P: mmm, purtroppo è abbastanza coerente e non è un bene. Parte un po’ scarico, poi quel che viene fuori è ancora la noce, ma marcia. Spuntano buccia di mela molto matura, arancia andata e carruba… Resta ancora molto sulfureo, qui va verso il rancido, forse l’uovo. Yogurt alla liquirizia. Non indimenticabile, per usare un eufemismo.

golconda-magritte
Riconoscete il Clynelish Signatory cattivo fra tutti quelli buoni?

F: piuttosto lungo, ancora sulfureo, ancora yogurt alla liquirizia. Mela. Mah.

Errare è umano, perfino con un Clynelish: 77/100. Peccato, il barile puzzone ha rovinato il miglior distillato di Scozia con una serie di note off eccessivamente sulfuree che soffocano il dna minerale dello spirito. Non ce la prendiamo, succede, anche se per fortuna non troppo spesso.

Sottofondo musicale consigliato: Nine Inch Nails – Somewhat damaged.

‘The Hive’ 12 yo (2018, Wemyss, 40%)

In passato abbiamo assaggiato molti ottimi whisky di Wemyss, azienda indipendente cui bisogna riconoscere di essere stata tra le prime a scommettere sulla “coolizzazione” della categoria. Gentrificazione del blended? In un certo senso, sì. Oggi torniamo da loro e assaggiamo questo blended malt che ci aspettiamo molto mieloso: si chiama “The Hive” e ha il difetto grave di essere imbottigliato a 40%.

N: ha una nota appiccicosa che richiama la marmellata e ci sovviene subito un’immagine definitiva: toast con marmellata di albicocche o pesche e burro. Potremmo chiuderla qui, ma siccome non ci piace fare quelli che si negano, diciamo anche mandarino e un pizzico di cartone. Cartone? Già.

P: onestamente, è abbastanza secco e monodimensionale. Vive di triti cliché, tipo toffee e cereale, poi sul ponte sventola una bandiera gialla (come la frutta che sentiamo: ancora pesca e albicocca) e un touch di amarognolo che accompagna al finale. Perché abbiamo scritto “un touch di amarognolo”? Ce lo chiediamo anche noi, ma se avete da ridire pensate bene: nella seconda riga della recensione avevamo scritto “coolizzazione”, il fondo l’avevamo già toccato.

F: medio breve, dolceamaro, tra cartone e un leggero legnoso allappante. Nocciolo di pesca.

Un blended malt che al naso può anche essere interessante, con la sua maltosità e la sua frutta; al palato però si riduce a due note due, oltretutto banali e non troppo integrate. Da Wemyss ci aspettiamo di più, e lo diciamo come se fossimo Boban e Maldini di fronte a Giampaolo: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Marianne Faithfull – Guilt.

Balvenie 15 yo ‘Single Barrel’ (2017, OB, 47,8%)

Ciao, sono Balvenie. E voi chi c**** siete?

Balvenie è una delle nostre distillerie del cuore: uno dei sette pilastri di Dufftown, uno dei whisky più rappresentativi dello stile ‘tradizionale’ (meglio: dello stereotipo dello stile tradizionale) dello Speyside, un whisky che difficilmente riuscirete a trovare deludente. L’enorme offerta ufficiale di Balvenie è nobilitata da diverse release di single cask: edizione standard, ma sempre diversa, spicca questo 15 anni ‘Single Barrel’ in sherry Oloroso. Oggi assaggiamo un barile imbottigliato nel 2017, ovvero il cask #11272, imbottigliato a 47,8%. Il colore, che colpevolmente citiamo di rado, è un rubino rubizzo rubacuori.

N: un barile ex-sherry molto scuro, schiacciante, polveroso… La prima patina è quasi di bacon, di certo di cuoio, cioccolato molto fondente, un po’ di polvere da sparo, tanto tabacco, spezie come cannella. Succo ai frutti rossi (quello artificiale, da supermercato), molto tamarindo. Come sempre espressivo, anche se scuro. More intense, frutta nera.

P: molto buono. Parte su note di liquirizia, alkermes, zuppa inglese, poi esplode una grande rotondità succosa, bilanciata da note di tannini molto equilibrate. La rotondità succosa è di more, succo di mirtilli, uva americana (l’acido dell’acino), ancora fave di cacao. Scompare il lato più sporco del naso, e va bene così.

F: molto lungo, godibilissimo, cioccolato fondente, amarene.

Molto buono, semplicemente, tutto quello che si può desiderare da un barile ex-sherry, il tutto supportato da un distillato sempre grasso e pieno, che non cede troppo spazio al legno. Equilibrio eccellente. Uno dei due però un po’ frigna, e dice che non è abbastanza Balvenie – ma solo perché era distratto da una fanciulla nel tavolo a fianco, cretedeci. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKA Twigs – Cellophane.

Laphroaig 10 yo Cask Strength #009 (2017, OB, 58,1%)

la procuratrice di questo giocatore

Mille volte e più abbiamo dato conto di quanto Laphroaig sia in una fase contraddittoria della sua onorata carriera, oggi lo facciamo in termini calciomercateschi: la squadra è ottima, come sempre, la qualità del gioco è sempre alta, ma le scelte della dirigenza fanno storcere il naso a molti tifosi storici, che non comprendono del tutto questa svolta verso il calcio moderno, fatto di diritti tv, di vendite e di soldi, e si sentono traditi perché le magliette non hanno più i colori tradizionali ma vanno un po’ in giro là dove il mercato richiede. Uno dei top player in squadra è senza dubbio lui, Laphroaig 10 Cask Strength, sempre amato dai tifosi nonostante la maglia di colore bislacco. Oggi indossa il numero #009 sulla schiena: noi l’abbiamo messo a palleggiare davanti a noi, e ora vi diamo le nostre opinioni.

N: che buono, magari fossero tutti così i Laphroaig ufficiali… Note fruttate eccezionali, lime e mela verde, poi sentori di cola, anzi: di caramelle zuccherate alla cola e limone (avete presente i ciucci zuccherini, vero? Se no, non avete avuto un’infanzia e non avete un cuore, ci spiace). C’è un sentore medicinale, di garza, non eccessivo ma perfettamente integrato. E la torba? Beh, c’è ed è pura bella viva, fumosa, acre e bruciacchiata. Iodio. Liquirizia, anche un poco di cioccolato bianco, dice Ansalone che beve con noi.

P: molto fresco, intenso, ma anche bruciato e legnoso. Ci viene in mente un dentifricio alla menta però un po’ dolce, a testimoniare la nota mentolata e medicinale. Di nuovo qualcosa che ricorda la garza. Ancora liquirizia, ancora torba acre. Barbecue e borotalco. Sale e lime, molto lime. La torba è nervosa, un po’ chimica e smoggosa. Note di pepe nero, pure.

F: lungo, molto intenso, molto laphroaiggoso… Qui il pesce è più presente, con un sentore di grigliata di mare (kippers affumicate). Ancora dolce, liquirizia.

Molto buono, per carità, gioca comunque in un altro campionato rispetto agli altri OB, ma forse, a nostro gusto, resta un po’ troppo dolce, un po’ troppo carico, in fondo un po’ stucchevole. Oh, avercene di stucchevolezza del genere, eh! Ah, giusto, avevamo una metafora in atto: sempre bravo ‘sto giocatore, anche se onestamente rispetto al passato pare un po’ eccedere in dribbling e in veroniche, mentre a noi interessa che la butti dentro. Che si sia montato la testa, forse anche per colpa di una procuratrice fin troppo ingombrante? 87/100, anzi, 87 milioni la valutazione. Paratici vieni a comprartelo, se hai il coraggio.

Sottofondo musicale consigliato: LukHash – Proxima.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Springbank 21 yo (1996/2017, Valinch & Mallet, 52,6%)

Sono due anni che abbiamo questo sample in casa (oltre a una bottiglia gelosamente custodita per i giorni di pioggia), abbiamo aspettato fin troppo tempo per recensirlo ma sapete com’è: quando ti trovi davanti uno Springbank 21 anni maturato in un barile ex-sherry Fino vuoi dedicargli la giusta attenzione… Il fatto che sia imbottigliato dalla premiata ditta Fabio Ermoli & Davide Romano, aka Valinch & Mallet, alza ulteriormente le nostre aspettative: speriamo che il sample non si faccia prendere da troppa ansia da prestazione, ma conoscendo il distillato l’eventualità dovrebbe essere remota.

N: aaah, che piacere, questi profumi per noi sono come tornare a casa dopo un lungo e faticoso viaggio. Partiamo dalle note più sporche, più Campbeltownesche: quindi olio d’oliva, spiaggia scozzese, aria di mare, alghe riarse, una torba non fumosa ma minerale, con grafite, terra umida. Zucchetti ci stende dicendo “salicornia”, ma d’altro canto lui è di un’altra pasta. Vi è però anche un lato fruttato, diciamo ‘dolcino’, con un misto di pesche e amaretti, con della frutta candita e una bella uva spina. Molto particolare, come sempre dalle parti di Springbank.

P: il tempo e il barile hanno smussato un po’ gli spigoli, senza però negare l’identità. E dunque liquirizia salata, un lieve sale, una leggera mineralità di terra umida. Il lato dolce e fruttato è ancora piuttosto coerente col naso ma difficile da imbrigliare: pesche cotte col vino, mele renette, una crema fruttata e acidina, forse yogurt al limone? Crosta di torta di mele. C’è poi verso il finale un ritorno di amaro, di vegetale…

P: …che torna deciso al finale, dopo un tappetino minerale e dolce: un po’ come pucciare delle pesche in un mix di zenzero, sale e cenere.

Molto variabile, molto fluttuante, è molto buono anche perché gli manca un vero e proprio centro, continua a cambiare e a colpirti prima con una nota minerale, poi con un’altra dolcina, poi ancora con qualcosa di più acido… Molto affilato, nervoso, per niente ruffiano: in fondo dimostra una personalità da picchiatore di strada, da scumbag scozzese, magro e tirato, sempre pronto alla rissa nelle periferie di Aberdeen. Non c’è verso, a noi lo stile di Campbeltown piace proprio perché è così unico, così introvabile altrove. Il giudizio tradotto in freddo numero non può che essere 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Oi Polloi – Let the boots do the talking.