Ledaig 11 yo (2005/2017, Signatory Vintage ‘CSC’, 57%)

Durante lo scorso Freak Show dicembrino abbiamo aperto questo single cask di Ledaig, versione torbata di Torbermory, distilleria dell’isola di Mull. Negli ultimi tempi si trovano in giro sempre più barili di Ledaig, soprattutto delle distillazioni di inizio / metà anni 2000, e gli appassionati stanno iniziando a celebrare la qualità di un produttore che fino a qualche tempo fa era relegato al contenitore delle cose bizzarre: in questo caso è Signatory Vintage ad aver messo in vetro un barile ex-sherry invecchiato 11 anni. Nessuna colorazione artificiale, gradazione piena a 57%.

N: impressionante. Ha note di peperoncino Chipotle (o di Habanero Chocolate), a testimoniare la compresenza di una nota di peperone, vegetale e acida, e di una torbatura intensa. Salsa barbecue e pancetta fresca. La cosa pazzesca e davvero spiazzante è che insieme a tutto ciò c’è anche un massiccio apporto della botte sherry, con uvetta, ciliegia macerata sotto spirito; anche un panettone artigianale, stracolmo di burro. Scorza di arancia?, o forse rende meglio l’idea dell’insieme la suggestione del panforte. Ha in generale una ‘grassezza’ davvero potente, di cioccolato, di toffee, di butterscotch. Ad aggiungere complessità, una nota di mix di erbe aromatiche per arrosti (timo? rosmarino?), e pure un po’ di pepe nero. Eccellente. Ah, cavolo, dimenticavamo: la torba è marina, è catramosa, profonda, aggressiva. L’acqua apre ulteriormente sulla carne: stecchette di maiale secco. Carruba, ulteriore, e anche una tonalità medicinale, torbata, da antisettico, da pasta per dentista.

P: esplosivo, deflagrante, complessissimo. Ha una nota iniziale, evidentissima, che ci ricorda una grigliata, col grasso di maiale che cola sulle braci e la salsa barbecue (o la Worchestershire, oppure ancora indiscutibile è un sentore di Tabasco Chipotle) vicina ad addolcire… E tabasco, e ancora peperoncino. Stando sulla dolcezza, rileviamo ancora una dolcezza in crescita, con frutta rossa (ciliegia e uvetta) ancora molto pesante, macerata, sotto spirito. Ancora erbe aromatiche, ancora il peperone: e l’acqua acuisce questa dimensione, con un peperone mai così evidente in un bicchiere di whisky. L’alcol diminuisce in aggressività ma non si perde neppure una dimensione di sapore.

F: in evidenza l’anima più wild, con tanta cenere, tanto peperone, una carne infinita… E un fumo devastante

Equilibrato nella sua sfrontatezza, nel saper coniugare sentori apparentemente incoerenti. Trovano un’inaspettata sintesi note piccanti e vegetal-torbate e la dolcezza liquorosa della frutta rossa di botte, e la dimensione più greve è sempre bilanciata da una freschezza di fondo. Semplicemente: molto buono. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.

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Bowmore 25yo (1991/2017, Antique Lions of Spirits, 48,7%)

Antique Lions of Spirits, ormai lo sapete, è un marchio dietro cui si celano tre prestigiosi player del mondo del whisky: Max Righi, Diego Sandrin, Jens Drewitz. Nel corso delle settimane passate abbiamo già assaggiato qualche espressione delle loro ultime, bellissime serie, e siamo invariabilmente rimasti soddisfatti. Oggi però vogliamo coglierli in castagna, fargli fare una bella figuraccia, e allora puntiamo su un single cask di Bowmore di 25 anni: almeno questo sarà cattivo, no? Ci ha affiancato nella degustazione Angelo Corbetta, quindi ci sentiamo di condividere con lui l’onere dell’interpretazione.

N: un odore di mare intensissimo, riesce ad essere sia avvolgente e cremoso, burroso, che oleoso, grasso e minerale. Brioche al burro. Grande sapidità, marinità al top. Note balsamiche, per non dire decisamente mentolate; aghi di pino? Ancora note di fiori secchi. Note di gomma (Angelo ci fa tornare in mente la boule dell’acqua calda di gomma che avevamo da bambini…); anche di etere, quello da dentista (ok, Angelo adesso ha bevuto troppo). Forse una lievissima spezia, diremmo cannella? La frutta se ne sta molto in disparte, ci viene in mente giusto l’albicocca disidratata. Eccellente, complessissimo. (Ndr: dopo averlo bevuto, la frutta esplode anche qui…).

P: mamma mia, pazzesco. Incredibilmente complesso. Si apre sul dolce, poi si sviluppa una nota piccantina (pepe bianco) e mentolata – e va a chiudersi poi sulla torba, su un fumo acre non invadente ma inaspettato. Andiamo con ordine: frutta cotta (tanta mela, ma non solo cotta in effetti), note di pasticceria alla frutta, tra la tarte tatin e una crostata di mele; potremmo poi tacere di una splendida nota tropicale, che definiremmo Guava (o guyaba, chiamatelo come vi pare). Floreale, perfino.

F: molto lungo, persistente come un mal di testa alla domenica mattina; marino e torboso, fumoso, come non te lo aspetteresti: resistono note tropicali e briosciose.

Molto molto convincente il naso, con una grande complessità e una costante evoluzione; lungo il finale e per certi versi sorprendente. È altresì vero che il palato resta, a confronto, relativamente più ‘normale’, più piatto – e per dimostrarvi che proprio non ci è piaciuto, gli assegnamo un pessimo 92/100. Riprovateci la prossima volta, magari vi riesce meglio.

Sottofondo musicale consigliato: Chrysta Bell – Heaven.

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%)

Cooley è una delle distillerie ‘storiche’ d’Irlanda, anche se la sua storia è appena trentennale: fondata nel 1987 sulle ceneri di un impianto per la distillazione delle patate, negli anni ha messo sul mercato whisky con stili differenti a diversi marchi, come è usuale nel mondo degli Irish, tra cui Kilbeggan (anche se ora questa è una distilleria a sé stante), Connemara, Tyrconnell… Chi volesse approfondire i fatti irlandesi d’acquavite, orientatevi qui e qui per un’eccellente introduzione. Negli ultimi tempi circolano tanti single cask di Cooley, e soprattutto quelli intorno ai vent’anni godono di una fama altissima: noi abbiamo messo le mani su un Cooley di 13 anni in sherry, single malt e distillato in pot still – quindi, se vogliamo, un irlandese poco irlandese… Selezionato da Exclusive Malts (Creative Whisky Company) per il negozio The Whisky Barrel, è un barile ex-sherry imbottigliato a grado pieno. Aperto allo scorso Freak Show, finalmente lo beviamo.

cooley-13-year-old-2003-exclusive-malts-10th-anniversaryN: molto aperto ed aromatico, pare una varietà di sherry cask particolarmente ‘morbida’ e zuccherina – uno sherry più arancione che rosso, se intendete le nostre suggestioni cromatiche. La frutta rossa infatti è in disparte; molto evidente è invece una nota di caramella dura alla fragola (perfino i Chupa-chups panna e fragola), e in generale c’è una nota astratta di “caramella” molto evidente. In primo piano abbiamo anche la brioche al miele, la confettura d’albicocca, e perfino la mela rossa glassata, quella che si mangia sugli stecchi… e che scopriamo chiamarsi ‘mela stregata’. C’è poi un lato di ciambellone, di pandoro, di vaniglia, piuttosto smaccato; infine, una nota di legno nuovo conferisce una certa freschezza al tutto.

P: si confermano le impressioni del naso, con in più una nota floreale molto ‘irlandese’, ricorda fiori edibili, tipo la violetta (anche la violetta glassata). Resta sempre molto zuccherino, tutto su note di miele (miele da solo, ma anche biscotti al miele e all’orzo), brioche ripiena di confettura d’albicocca, zucchero a velo; si aggiungono note agrumate, aranciate, che ci ricordano proprio il calore dell’arancia candita del panettone. Tanta mela gialla. La frutta rossa è sempre più un ricordo…

F: …almeno fino al retrolfattivo, in cui torna una fragola ‘industriale’, da caramella alla fragola – e poi il solito miele, la solita brioscia, la solita mela.

Come era prevedibile guardando alla ‘ricetta’, è un Irish molto scozzese, assaggiandolo blind non sappiamo se avremmo identificato il paese d’origine. Il barile è molto attivo, ma a giudicare dalla degustazione doveva trattarsi di quercia americana sherry-seasoned  (sappiamo che è la norma, lo diciamo perché qui è particolarmente evidente) – il risultato è un whisky molto zuccherino, intenso, con note di caramelle davvero in primo piano. Decisamente molto, molto piacevole; congratulazioni agli amici di The Whisky Barrel per la selezione: 86/100 e avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: The Pogues – Sunny Side of the Street.

GlenDronach 25 yo (1992/2017, cask #63, OB for Beija-Flor, 57,6%)

Nei mesi scorsi Beija-Flor, importatore di GlenDronach già responsabile di alcuni imbottigliamenti magnifici (qualcuno ha ancora in mente il cask #35, forse?), ha presentato la sua ultima selezione: si tratta di un single cask di 25 anni, maturato in un barile ex-sherry Oloroso ed imbottigliato nel settembre 2017. Noi avevamo già avuto la fortuna di assaggiare il campione della botte a maggio, quando la scelta non era ancora definitiva, e ci era parso molto buono, con tutto quello che uno può attendersi da un single cask di GlenDronach – ora però è tempo di dedicargli un po’ più di attenzione.

N: la gradazione è importante, e ovviamente (pur non lasciando scorie aromatiche) trattiene un po’ il pieno dispiegarsi dei profumi – ma che davanti a noi ci sia un top player, beh, questo è fin troppo evidente. Rivela da subito i suoi tanti anni di invecchiamento con generose note di legno (non di botte: proprio vecchi mobili di legno), una sorta di guscio, di gheriglio. Ascoltandolo meglio, col passare del tempo si palesa un meraviglioso lato succoso, di frutta rossa intensissima dichiaratamente sherried (ciliegia sesquipedale, poi fragole, lamponi e more, ribes nero), poi un cioccolato “fondente ma non troppo” (pare inevitabile pensare al mon cheri, è chiaro). Frutta secca, con nocciola in primo piano (e perfino una crema di nocciola); torta al cioccolato con uvetta, di quelle che talora vendono in distilleria in Scozia. Fondo di caffelatte. Regge molto bene l’acqua, che non cambia le carte in tavola ma, per così dire, armonizza il tutto. Il legno si ‘apre’, diventando più dolce, più aromatico (sandalo?).

P: masticabile e densissimo, senz’acqua resta piuttosto chiuso e un po’ astringente: ci sono note di chicchi di caffè, di fave di cacao, di legno, perfino di polvere, di tabacco di sigaro (molto intenso), di noci. Solo in disparte paiono agitarsi le note più fruttate, che riescono a farsi però pienamente succose: ancora ciliegie e fragole. La struttura è molto solida e complessa, l’acqua taglia decisamente l’astringenza legnosa e rende tutto più morbido: si sprigiona un lato speziato e dolce, tra lo sciroppo d’acero, il tamarindo, un mix di spezie (ci vengono in mente cannella e pepe nero).

F: molto lungo e persistente, tutto sul legno tostato, sul tabacco, e solo dopo un po’ esce quel mix di frutta rossa e frutta secca che tanto ci sconfinfera.

Un whisky certo complesso, in continua evoluzione e di grandissima intensità, che se dovessimo posizionare in un universo di GD bevuti definiremmo come ‘secco e tagliente’, di certo lontano da certe opulenze cremose riscontrate in passato. Soprattutto il palato, con quelle note lievemente astringenti e tabaccose, si fa più difficile, e richiede senz’altro qualche goccia d’acqua per dispiegare appieno il suo potenziale. 90/100, complimenti a GlenDronach per la qualità sempre alta, complimenti a Beija-Flor per l’ennesima selezione riuscita.

Sottofondo musicale consigliato: Royal Blood – You can be so cruel.

Lagavulin Distiller’s Edition (2001/2017, OB, 43%)

Prima di Natale abbiamo assaggiato un buon Talisker Distiller’s Edition: poco dopo, per mero spirito analogico, abbiamo pensato di berci anche il Lagavulin DE del 2017, anch’esso caratterizzato da una extra-maturation in sherry Pedro Ximenez. Lo ricordiamo come il migliore della collezione Diageo Distiller’s Edition…

N: facciamoci prendere dalla suggestione del paragone, rispetto all’omologo Talisker DE bevuto poco prima il profilo cambia – e cambia a livello qualitativo, perché gli ingredienti, in qualche modo, sono simili. Anche qui la marinità è in evidenza, ma in modo ancora più spiccato: iodio e salmastro, alghe, ostriche – tagliente, sferzante. In più, aumenta un senso di torba terrosa, minerale, con un fumo acre ancora molto forte. La vera differenza, se ha senso paragonare distillerie e invecchiamenti diversi, è nella qualità degli aromi ‘dolci’ e zuccherini: troviamo qui liquirizia, uvetta; ciambellone e, più speziato, pan dei morti. Arancia rossa. Molto carico, eppure molto elegante.

P: inizialmente paga un po’ dazio ad una gradazione così ridotta, che ne penalizza l’esplosività – anche se bisogna riconoscere che il corpo ha una sua pienezza, non delude affatto. L’attacco è di mare: alghe e acqua di mare, poi ancora un fumo smoggoso e acre di torba. Poi, arrivano bordate dolci: caffè zuccherato, liquirizia, arancia rossa; caramello. Viene in mente il bacon, il grasso di maiale in cottura sulla brace. Le due anime (isolanità torbata e dolcezza sherried) si mitigano a vicenda, raggiungendo un ottimo equilibrio, non perdendo in intensità.

F: caffè zuccherato, ancora tanta arancia, poi liquirizia. Molto molto bruciato, poi bacon, poi ancora iodio.

87/100. Proprio buono, davvero molto elegante. Se vogliamo dirla tutta, non è lo stile di Lagavulin che preferiamo, ci piacciono di più quelli nudi, quelli con più quota in bourbon, con legni meno attivi – e però è buono, porcaccia la miseria, non possiamo che ripetere il commento che facemmo assaggiandone una vecchia versione: il distillato di Lagavulin non lo azzittisci, manco con il Pedro Ximenez.

Sottofondo musicale consigliato: Tears for Fears – Break it down again.

Clynelish 1997 (2017, Carn Mor, 57%)

La compagnia Morrison & Mackay è nel business dell’alcol britannico dall’inizio degli anni ’80: dopo liquori, gin e altre amenità, dal 2008 seleziona e imbottiglia single malt scozzese. È nel 2012 che viene lanciata la serie ‘premium’ di single cask con nome “Carn Mor”: e da qualche mese Lost Drams, azienda di importazione e distribuzione di distillati che fa capo al prode Fabio Ermoli, ha portato in Italia queste bottiglie, presentandole in anteprima all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi in quell’occasione abbiamo adocchiato alcuni whisky piuttosto solleticanti, e iniziamo ad assaggiarli partendo da un Clynelish maturato in uno sherry puncheon.

N: un profilo sicuramente particolare. Dà l’idea di un whisky pesante, dove gli aromi faticano a uscire dal bicchiere ma che d’altra parte si mostra delicato, assolutamente non alcolico. Piano piano si mostra un profilo levigato, con note di tabacco, tamarindo, cola, una leggera suggestione sulphury di brodo di carne e – perché no? – di cera, in crescita. Soprattutto quest’ultimo rende conto di un distillato bello grasso, capace di dialogare alla pari con la botte. Bontà, ma certo non per i palati (pardon, nasi) in cerca di ruffianeria. Via via si apre, e fa venire in mente le fragole disidratate, o addirittura: certi infusi di frutta essiccata; scorzetta d’arancia secca. Pasticcino con fragola. Ogni istante che passa, diventa più aperto, più profondo, più entusiasmante. Profumo di un sigaro cubano morbido, nuovo, appena uscito dall’humidor. Continuamente cangiante, splendido. Candela di cera aromatizzata alla fragola. Agrumi. Basta, fermati qui!

P: si chiarisca un punto: i 57% non ci sono, non esistono, sono scomparsi, rimasti nella bottiglia, nel sample, chissà. Molto coerente col naso, ha un attacco ‘sporco’ e sulfureo, poi evolve verso una deliziosa cera (di candela, non cera d’api) con innesti di fragole, e man mano va verso un profilo più dolcino, più compiutamente fruttato. Brioche, di quelle tanto, tanto burrose. Esplosiva è la frutta, che appare una frutta ‘cerata’ e cerosa, quasi di marzapane; c’è una bella presenza agrumata, di arancia rossa soprattutto – a tratti appare un’arancia rossa quando è troppo matura, per non dire marcia, che si lega perfettamente al sulfureo. Poi c’è cioccolato al latte, c’è pasta di mandorla.

F: rimane il doppio binario del sulfureo e della delicatezza, in perfetto equilibrio; lascia la bocca deliziosamente impastata di frutta rossa e agrumi sulfurei, senza alcun cenno d’astringenza.

Talvolta, quando abbiamo bevuto qualche dram di troppo e ci sentiamo di poterci sbilanciare su questioni tanto delicate, ci capita di rispondere “Clynelish!” alla domanda “qual’è la tua distilleria preferita?”: e bere whisky come questo non fa altro che rinforzare quella convinzione. Straordinario, un distillato particolarissimo, unico, delicato e grasso al contempo, che si unisce con straordinaria eleganza a un barile – fortunatamente – non troppo marcante se pure certo non passivo. Magnifico. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Poetica.

‘Speysider’ 44 yo (1973/2017, Antique Lions of Whisky, 51,6%)

Negli ultimi due anni si sono affacciati sul mercato diversi single cask di whisky prodotto in distillerie non dichiarate dello Speyside a inizio anni ’70, soprattutto nel 1973 – i rumors parlano alternativamente di Tamdhu, Macallan, Glenfarclas… Ma a noi francamente poco importa sapere chi abbia prodotto, ci interessa soprattutto sapere che a prezzi abbordabili – generalmente attorno ai 3/400 euro – sono accessibili whisky di oltre quarant’anni, a grado pieno, nella versione più nobile: il single cask. Anche ALoW, marchio frutto della prestigiosa sinergia tra Silver Seal / Whisky Antique, Lion’s Whisky e Sansibar, ha messo le mani su uno di questi barili e lo ha imbottigliato nella bellissima serie Butterflies, tributo evidente alle prime selezioni di Pepi Mongiardino: e ci pare il massimo berlo proprio oggi, a Natale.

Schermata 2017-12-25 alle 17.07.05N: la gradazione è come se non ci fosse, pare di annusare un succo: e che succo, ragazzi… Certo troviamo, sulle prime soprattutto, descrittori che a leggerli così paiono ‘standard’: un bel miele caldo, brioche, una purea di pere, la mela gialla farinosa, marmellata d’albicocca, dopo un poco anche un po’ di crema pasticcera… Ma poi pian piano si spalanca una nota di whisky vecchio da panico!, con una cera d’api intensissima, vecchi mobili intrisi di polish; poi un lato erbaceo, molto difficile e compatto, che stratifica l’esperienza – potenzialmente – all’infinito. Diremmo camomilla, fieno caldo al sole, d’estate; fiori d’arancio. E la frutta, signori, la frutta!, al limite del tropicale con ananas candito; marmellata di fichi, calda, incredibilmente intensa. Straordinario, un whisky continuamente cangiante, a perdersi nel turbine delle suggestioni si trovano una, cento, mille, strade da percorrere.

P: ha quella forza, quella chiarezza espressiva dei grandi whisky, tanto più sorprendente dopo 44 anni in botte, supportato da una gradazione che non lascia indietro neppure una virgola di intensità – e al contempo i 44 anni l’hanno reso perfettamente levigato! Un capolavoro. Torna il senso di marmellata, in particolar modo di fichi, e poi una frutta gialla poderosa (mele e albicocche dolci); poi ancora cera d’api, zenzero e un pizzicorino da pepe bianco. Crema pasticcera (anzi: proprio il sapore delle torte di frutta!). Un che di erbaceo, vagamente balsamico, duro a morire (eucalipto, diciamo). Scorza di agrume macerata nell’alcol (sappiamo che è un’eresia evocarlo qui, ma c’è un senso di Old Fashioned…).

F: pepe bianco e frutta gialla intensa e succosa, all’infinito; ancora cera d’api.

Stupefacente è la combinazione di eleganza e intensità, combinazione rara da trovare in un quarantaquattrenne: riesce infatti a mostrare tutta la raffinatezza di un whisky invecchiato lentamente, con certe note di frutta e cera che solo lunghissime maturazioni riescono a produrre, e al contempo si mantiene sempre intenso, esuberante quasi. Imperdibile: 93/100. Buon Natale a tutti!

Sottofondo musicale consigliato: Tony Bennett – Have yourself a merry little christmas.

Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

Treacle Chest (2017, Wemyss, 46%)

Wemyss è un imbottigliatore indipendente che da qualche anno – a onor del vero, prima di altri – ha deciso di investire commercialmente su concept whisky, su miscele di barili selezionati in base ad un profilo aromatico preciso e imbottigliati spesso senza età dichiarata e con un nome relativamente esotico, teso a esplicitare il concept di cui sopra. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di partecipare ad una degustazione su Twitter, organizzata da The Whisky Wire, in cui abbiamo assaggiato assieme a tanti altri squilibrati sparsi per il globo tre espressioni di Wemyss: Treacle Chest, che recensiamo oggi, è un blended malt (quello che una volta si chiamava vatted, ovvero miscela di soli malti, no grano) di whisky delle Highlands maturato in 14 sherry casks. Assaggiamo, non prima di aver notato che hey!, hanno cambiato packaging!

N: uvetta, buccia di arancia e albicocca e papaya disidratata. Poca frutta rosa, piuttosto declinato sulla tarte tatin e caramello – piuttosto sticky. Uno sherry di quelly ‘secchi’, legnosetti e non troppo succosi. Carruba, con quella dolcezza paradossale di fave di cacao. Fonda di caffè. Sporchino, con note lievemente gommose e sulfuree. Un che di tabacco da sigaro. Note di rum, secondo molti partecipanti al tasting.

P: decisamente sviluppa la dolcezza di uvetta e toffee; appiccisoso ancora, con zucchero di canna, ma con quella venatura sporca (ruggine), qui compitamente gommosa; c’è anche una nota di cardamomo inaspettata e intensa. Si fa mentolato con il tempo. Speziato, ma speziato in modo pesante… Più decisamente meaty (prosciutto cotto andato a male) e con note piacevoli di tabacco.

F: lungo e dolce, ancora zucchero di canna, uvetta, rum – grasso e yummy.

Per citare non sapremmo più quale talent show, “all’inizio era un NO”: pian piano, però, si svela e grazie ad un po’ di tempo ed aria appare decisamente più complesso, integrato ed equilibrato, pur con quel lato meaty e di cardamomo mai domo – che deve piacere, è ovviamente divisivo. 85\100, meglio di quel che sembra: considerando che costa circa 55/60€, non possiamo non raccomandarne almeno un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Mayhem – I Am Thy Labyrinth.

Bowmore 15 yo (2002/2017, Valinch&Mallet per Mulligan’s Pub Milano, 53%)

Giuseppe dietro al suo bancone

Lunedì siamo stati al Mulligan’s per festeggiare i primi 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone a Milano. Noi naturalmente non potevamo mancare, sia per il piacere di guardare le bottiglie esposte nelle vetrinette (un piacere in fondo masochistico, lo sappiamo), sia per assaggiare i tre imbottigliamenti celebrativi. Giuseppe Bertoni, storico proprietario del pub, si è affidato alle disponibilità degli amici Fabio e Davide di Valinch & Mallet: oggi pubblichiamo la recensione del whisky che più ci è piaciuto del trio, ovvero un Bowmore di 15 anni in bourbon – e noi ricordiamo bene come l’accoppiata V&M e Bowmore possa dare frutti spettacolari…

N: un Bowmore elegantissimo, con una torba profonda, da ‘stireria’: note di amido, intense. Il fumo c’è, è acre ma molto rarefatto, sottile, raffinato, perfino con sfumature di canfora. C’è poi una nota fruttata molto intensa e piacevole, al limite del tropicale, con pesche e mango. Impasto del pane, ma anche – a dirla tutta – qualcosa di più ‘dolce’, vanigliato: pastafrolla. Mandorle.

P: il corpo è molto ‘beverino’, certo non ti esplode sul palato. E però c’è una piccola deflagrazione di cenere, di pepe, molto più intensa di quanto il naso lasciasse presagire: con il tempo questo lato torboso si manifesta anche con una nota di cera deliziosa. Poi ancora frutta tropicale, limone, papaya e pesca bianca verso il finale.

F: lungo, elegante, tutto sulla cenere e su un mero ricordo di dolcezza fruttata (mela e pera).

L’avevamo anticipato: dei tre imbottigliamenti di Beppe, questo è il nostro preferito. Elegante, raffinato, giocato su delicati contrasti di mondi opposti: ci ha stupito il corpo molto beverino, ma non lo consideriamo un difetto – solo un pretesto per versarne un altro bicchiere, e poi un altro, e poi un altro ancora… 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Morrisey – Spent the day in bed.