Glenglassaugh ‘Octaves’ Classic batch #2 (2018, OB, 44%)

Hey, we’ve been there!

Dopo qualche anno di assenza dalle nostre pagine, torniamo a mettere piede a Glenglassaugh, sfortunata distilleria delle Highlands parte del gruppo BenRiach (gruppo di recente passato dalle mani di Billy Walker a quelle di Brown-Forman, colosso americano dell’alcol). Perché sfortunata? Beh, povera, è rimasta chiusa tra il 1986 e il 2008 – cosa che spiega perché il suo core range è diviso tra vecchioni e giovincelli, senza vie di mezzo. E poi diciamocelo francamente, del gruppo BenRiach lei è certo la meno amata dagli appassionati, se vogliamo proprio dirlo così, è un po’ la sfigatina del trio – ed è un peccato, però. Quando noi l’abbiamo visitata, tre anni fa, ci era piaciuto molto il contrasto tra il luogo, particolarmente ameno, e la struttura nuova della distilleria, molto… come dire… cementosa: guardate il profilo del tetto, sembra l’icona della fabbrica che si trova sui cartelli stradali! Ad ogni modo abbiamo tra le mani un sample del secondo batch di Octaves, versione Classic ovvero non torbata: messo in commercio nel 2018, è frutto della turbo-maturazione in barili piccoli (octaves, appunto, da 65 litri) ex-Bourbon ed ex-Sherry, sia Pedro Ximenez che Amontillado, ed è uno dei primi imbottigliamenti che indossano il cappello di Rachel Barrie. Ci aspettiamo un legno assai attivo, n’est-ce pas?

N: molto accattivante, fresco e fragrante. Ha una vivacità aromatica quasi da bibita, fra aranciata e EstaThè al limone. C’è anche un che di pasticceria maltosa, con croissant all’albicocca e pan brioche caldo. Lo sherry non si nasconde, lasciando una scia vinosa ma mai pesante o stucchevole. Mirtilli rossi disidratati!, è la folgorazione; ma poi ci sovviene anche la pralina al cioccolato con latte e caffè.

P. che botta di intensità! Non molto coerente con la freschezza del naso a dire il vero, ma senza dubbio di impatto. Corpo vigorosissimo per i 44%. Qui gli octave fanno sentire tutta la loro presenza: attacco molto dolce, poi tannini a go go, caffè, christmas pudding (chiodi garofano, scorze arancia e cannella). Caramello fuso e marmellata di mirtilli rossi. A bilanciare parzialmente questo muro di dolcezza, arriva una sensazione ossidata che vira al secco, probabilmente frutto dell’Amontillado.

F. meno spiccatamente zuccherino, si asciuga un po’. Caramello, arancia, sherry secco. Con acqua aranciata.

Una cosa va detta: è fatto bene. Può essere giovincello, può essere sfaccaito, può essere anche un po’ eccessivo, ma il risultato funziona alla grande. Il mix di botti crea un whisky carico ma molto espressivo, che unisce un olfatto fresco a un palato più tannico, ma comunque ben bilanciato dallo sherry secco. Non te ne finisci una bottiglia in un attimo, però non è neanche di quei malti che dopo il primo sorso metti via ogni altra voglia. A occhio, anzi a naso, la manina di Billy Walker (re indiscusso del cask management Scozzese) ancora un poco si sente. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Weirdos – We Got The Neutron Bomb.

Dunville ‘Three Crowns’ (2018, OB, 43,5%)

Ieri abbiamo assaggiato il Three Crowns peated di Dunville, ovvero il blended torbatino di Echlinville, neonata distilleria Irlandese che – bisogna riconoscerglielo – esibisce ottime intenzioni. Come al solito, anche in questo caso studiando il sito ufficiale non è chiaro se si tratti di whiskey distillato da loro (hanno iniziato a produrre nel 2013, pare, ma nella gamma ‘normale’ sono presenti un 12 e un 18 anni…) o di sourced whiskey, e francamente la cosa inizia ad essere seccante, cara la nostra verde Irlanda. Sospendiamo il giudizio su queste questioni, nella speranza che Waterford arrivi in fretta per sparigliare le carte nel gioco della trasparenza, e assaggiamo il Three Crowns normale, cioè un blended whiskey Irlandese non torbatino.

N: gelato alla crema con sopra Amarena Fabbri, anche malaga volendo. Meringata! Una nota agrumata, di limone, che gli dà freschezza, unitamente a una netta sensazione mentolata (con cioccolato: aftereight). Bordate di cocco. In generale però domina un senso di costruito, di gelato al gusto di qualcosa.

P: ancora un senso pannoso, cremoso, a richiamare i gelati: malaga, amarena, cocco. Molto dolce e carico, compatto con i legni in sherry che danno omogeneità al blend. Legno verde. Gelato Liuk. Abbiamo già detto gelato? Semplice, giovane, ma certamente molto ricco e molto carico.

F: rimane un cocco lungo lungo (per i latinisti tradurremo cocco diu), misto a panna.

Merita un assaggio, anche se è un Irish sicuramente sui generis. Poco sussurrato, anzi bello arrogante e un ottimo surrogato del gelato, se avete finito la Viennetta in freezer: 81/100. Sicuramente Serge non era di buon umore quando l’ha bevuto e lo stronca con grande entusiasmo.

Sottofondo musicale consigliato: Iggy Pop – Repo Man.

Dunville’s Three Crowns ‘Peated’ (2018, OB, 43,5%)

IMG_0018Come sempre Jim Murray – l’unico co-autore di una Bibbia insieme a un Altro che al whisky preferisce roveti ardenti e diluvi universali – ama stupire. Il suo 94.5/100 al “terzo whisky torbato d’Irlanda” ha fatto discutere. E noi che del franco confronto abbiamo fatto una religione siamo curiosi di capire se questo blended di single malt e single grain che ha subito un “marriage finish” in barili torbati sia davvero così entusiasmante. Prima però due coordinate: siamo in Ulster, terra che come insegna George Best con gli alcolici ha dimestichezza. Dunville’s è un marchio storico, “lo spirito di Belfast”. Per un secolo fu distillato nella capitale dell’Irlanda del Nord alle Royal Irish Distilleries. Poi, negli anni Trenta, la crisi e la chiusura. Triste storia. Finché ottant’anni dopo, nel 2015 la Echlinville Distillery non decise di riportare Dunville’s in vita con un core range che include un single malt 10 yo in PX e il blended Three Crowns. Happy ending, vediamo se è altrettanto felice il dram.

 

N: la prima nota è chiaramente di Barbour: tela cerata, nitida nitida, e non è perché siamo a due passi dal mare e a un tiro di schioppo dall’Isola di Man. Ha proprio note di gomma (boule dell’acqua calda), poi sentori di erbe aromatiche (origano e timo, potremmo spingerci a dire addirittura sedano). C’è poi una dolcezza di cedro, di agrumi semplici, di limone zuccherato, di canditi. Completa il quadretto una suggestione floreale di deodorante d’ambienti. Curioso, anche se tutto risulta un po’ artificiale, in realtà.

P: il corpo è un po’ esile, ma tutto sommato saporito, con una torba leggera ma molto catramosa e cenerosa. Che sotto sotto fa balenare qualcosa di più grasso, come della scamorza affumicata. Come al naso, non manca una dolcezza da grain, stavolta molto meno agrumata e tutta incentrata su miele (caramella al miele) e mela verde.

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F: breve tutto sommato, ricorda una mela verde caduta in un posacenere che di cenere ne ha poca. Dolcino e appena appena torbato.

Non ha particolari difetti, non si può dire che sia sgradevole né sbagliato. E considerando che il peated finish is the new black, lo stile è anche molto moderno e alla moda. Però tutto risulta ovattato e poco intenso e la mancanza di naturalezza è forse il suo limite più evidente. Apprezziamo la piacevolezza, ma nonostante la Bibbia ci smentisca, non gridiamo al capolavoro. Un piacevole everyday dram, questo sì. 80/100. Grazie a Beppe per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: The Irish Rovers – Boys of Belfast 

West Cork 12 yo ‘Rum Cask’ (2019, OB, 46%)

West Cork Distillers, tra le millemila nuove realtà produttive del whiskey d’Irlanda, ha il merito di essere stata aperta ben prima che si intravedesse il boom in atto ora, avendo iniziato a riempire alambicchi nel 2003, anche se all’inizio non si dedicavano al nostro caro succo di malto. Vogliamo essere onesti: cercando informazioni online, sembra che abbiano iniziato a produrre whiskey dopo il 2007 (Compagnia dei Caraibi, che lo importa per l’Italia, dichiara 2008), e dunque non possiamo essere sicuri che questo 12 anni (finito in barili ex-Rum per meno di 4 mesi) sia frutto della loro produzione o – se la matematica non ci inganna – sia invece un sourced whiskey. Quella di West Cork pare gente seria, ma visto tutto il fumo negli occhi che normalmente viene gettato dai nuovi produttori irlandesi, ci permettiamo di mantenere un dubbio. Sapete chi non mente, invece, mai? Il bicchiere.

N: immaginate un mobile Ikea dolcissimo… Le note che arrivano pian piano sono di vaniglia, di zucchero a velo, di gelato industriale alla banana: molto semplici, molto nette. Poi, un senso di legno, di polish per legno, trementina, con note viniliche. Alla fine, l’orgoglio irlandese emerge con sentori di olio d’oliva, vegetali, erba fresca. Dopo un po’ troviamo anche note di mango disidratato.

P: più seducente del naso, comunque coerente ma deprivato di quella nota di polish che là era un po’ respingente. Vaniglia, vaniglia, budino alla vaniglia, poi vaniglia. Zucchero a velo, ancora banana. Un pasticcino alla crema con banana? Insomma, siamo lì coi descrittori.

F: non lunghissimo, ancora molto cremoso e vaniglioso, con qualche puntina amaricante dal legno.

Buono, per carità, ma in tutta franchezza molto semplice. Dominato da note dolcissime e zuccherine, vanigliose e bananose, appare in fin dei conti monodimensionale, anche se tutto sommato dignitoso e potabile. Non sappiamo dire se ne berremmo un secondo bicchiere. 80/100. Grazie a Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Nicola Piovani – Il Marchese del Grillo.

Balvenie 12 ‘Single Barrel’ #4775 (2018, OB, 47,8%)

Da qualche anno Balvenie ha ampliato la sua offerta di single casks, allargando la serie ‘Single Barrel‘ anche al 12 anni, generalmente maturato in bourbon, oltre allo storico 15, generalmente maturato in sherry: oggi assaggiamo il frutto del barile #4775, una botte appunto ex-Bourbon che ha ospitato per 12 anni (ma va’!) il distillato di Balvenie (ma va’!). Messo sul mercato nel 2018.

Questa è un altro Single Barrel: la bottiglia vera, di cui google non serba traccia, è nell’altra foto in alto: è più grande, la dovresti trovare facilmente

N: burro e brioche, brioche e burro… Iper aromatico, avvolgente e piacente, ci ricorda pasticceria di vario genere: le Tenerezze al limone, le ricordate?, poi pastafrolla, frollini al burro. Ha un che di “fresco ma caldo”, che definiremmo come fieno. Limone candito, poi la ‘solita’ mela gialla. Ananas disidratato, in cubetti. Piccoli. Zenzero candito, in cubetti. Piccoli. Mandorle tostate?, frutta secca sicuramente.

P: più affilato di quanto promettesse il naso, pur se in un contesto di dolcezza diffusa. Limone, crema al limone, albedo; sa di burro, senza averne la consistenza. Tanto distillato. Ancora ananas disidratato. C’è molto legno, tende a chiudere proprio sulla nota tostata legnosa, leggermente amaricante, e pepe bianco.

F: legno, secco, poi dopo un po’ va verso il cioccolato bianco. Ancora pepatino.

Non è confortevole, dice Zucchetti, e noi gli crediamo: non si può dire che non sia buono, né che gli manchi personalità… È però un po’ più ‘verde’ del solito, con un naso piacione e, con incoerenza, decisamente più affilato e tagliente al palato, ma senza particolare equilibrio. E sempre senza equilibrio abbiamo nel bicchiere note di distillato e note di legno che non si sposano mai appieno e in armonia. Non è una cattiva bevuta, intendiamoci, e non è però neppure il miglior Balvenie di sempre: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Riondino – Noi piedi.

Botti da orbi: Clynelish al cubo, tre pezzi da novanta

In spregio ad ogni umana fratellanza e ad ogni pietas, invece di cingere con amichevole braccio le spalle dei due Facili gravate dal peso degli anni e dei malanni, l’umile scrivente ha deciso di approfittare della loro assenza per malattia per darsi alla pazza gioia con l’amico Corrado. Il quale – fra le innumerevoli qualità – conta anche una generosità fuori dal comune. E fuori anche dal Politecnico, considerato che il luogo del ritrovo carbonaro è stato il covo dei Corbettas. Fuor di calembour, Corrado ha voluto condividere un ricco bottino, ovvero una schiscetta piena di samples di Clynelish. Sei magiche boccette direttamente dal tasting organizzato dal forum di singlemaltwhisky.it,  sei facce del dado, sei strade per salire all’olimpo di cera e mineralità della distilleria fu-Brora. Vediamo da quale sentiero si gode la vista migliore.

122051-bigClynelish Distillers edition (2018, OB, 46%)
Uh, che goduria olfattiva! Iniziamo subito con le considerazioni creative: può un whisky essere beverino al naso? E’ una sinestesia da pazzi pericolosi? Eppure è invitante come un negozio di giocattoli: apre sulle note liquorose, ma più che Oloroso seco, come dice l’etichetta, qui sembra di annusare il vin santo. Sfoggia una freschezza di aranciata che prelude al lato più cerealoso, diciamo i Frosties, a sottolineare la dolcezza. Uvetta, un che di cerino spento e poi, senza grandi avvisaglie, ecco sulla scena del sapone ai frutti rossi e del poutpourri. Angelo si lascia trasportare: profumo da donna di lusso…
Poi, svolti la curva del palato e… ti ritrovi in un altro mondo. Qui è molto affilato e l’alcol più evidente. Rimane la vinosità, ma ora sì più secca. Buccia di mela, nocciolo di pesca. Il legno rende tutto molto asciutto e poco gentile: spezie (chiodi di garofano, forse anice stellato) e polvere di caffè. Il finale è coerente, tendente all’amaro e alla mandorla. Buona persistenza, pizzico di sapidità finale.
Chiamate uno whischiatra, perché questo malto è un po’ scisso. Due vinosità differenti, due sensazioni differenti. Il voto tiene conto di questa carenza di equilibrio e purtroppo penalizza un whisky dall’olfatto eccellente ma che non rispetta le promesse. E a noi i bugiardi non piacciono granché: 83/100.

141010-bigClynelish 20 yo (1996/2016, casks 6410 e 6411, Signatory vintage, 46%)
Come la Panda rossa degli anni Ottanta, il Clynelish SV è uno di quei classici talmente diffusi che anche per sbaglio chiunque ci è incappato. Tra questi anche J&G, che hanno recensito una versione gemella, blend dei due barili precedenti, il 6408 e 6409: Carramba che sorpresa! Esauriti i convenevoli, subito è chiaro che è un altro sport: molto più rispondente ai canoni della distilleria (che poi, sono convenzioni, suvvia), apporto del legno minimo. Si apre con mela gialla, di quelle con la cera sopra a renderle lucidissime. Miele di erica, sventagliate di pera e banana, torta di mele con lo zucchero a velo (ma di quelle senza burro, che ti lasciano insoddisfatto, sospira Corrado con nostalgia). Whisky decisamente giallo! E infatti spunta una scorzetta di pompelmo, che con un profumo di pasta di pane (lievito, cereale), dà l’idea di un malto giovane, cosa che non è. Una voce dice: “Sembra un Glen Grant più minerale” e il paragone regge.
In bocca è omogeneo, stesso attacco di mela/pera. Poi però scende sovrappensiero verso il mare: ciottoli bagnati e asciugati, salinità, limone. Eccola, la mineralità rincorsa come la pietra filosofale! Di nuovo legno assente, compare giusto un che di frutta secca chiara, tipo macadamia. Nudo e costiero, nel finale si fa amarognolo (albedo del limone) e un filo di pepe bianco pulisce tutto.
Didattico e semplice, come quelle tavole per insegnare le lettere alle elementari: C di Clynelish, è lui. Certo, se proprio si deve trovare un difetto, da un vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma tanto ne abbiamo altri 4, quindi non ce la prendiamo. E dunque tra 84 e 85 scegliamo un 85/100.

clymdw1996Clynelish 20 yo Artist collective #1.3 (1996/2017, La maison du whisky, 48%)
Se l’Olimpo fosse a Cremona, si potrebbe camminare per km senza fare un metro di dislivello (e senza vedere a un passo per la nebbia). Invece è una montagna, quindi si sale, sia come grado che come pedigree. Ecco dunque un blend di due barili di sherry imbottigliato dalla Maison du whisky per la splendida serie Artist Collective. Qui le cose si fanno complesse, il naso è più criptico ma si capisce subito che sarà vera gloria. Si apre sulla marmellata di arance e mette sul tavolo un curioso e intrigante aroma di rabarbaro, quasi di vermut. E’ dolce/amaro, giocato tra bastoncino di liquirizia e fichi secchi. I frutti rossi non sono freschi, vengono in mente le bacche di goji disidratate e le scorze di arancia dragee. Lo sherry è profondo, umido, con foglie di tabacco e un’arancia rossa ipermatura.
In bocca dilagano cioccolato e caramello, perfino zabaione. Che cremeria!, direbbero i tizi che non trovavano Gigi nello spot. Fa capolino un’intrigante torbetta strana, levigata dal tempo: è la maschera che indossa la mineralità della casa, diciamo di grafite o polvere pirica. Un dubbio si fa strada: e se avessero usato botti ex Brora? Dovremmo contare gli anni, ma preferiamo lasciarci trasportare al secondo palato, dove il legno regala ancora liquirizia e un retrogusto di pepe. Prugne secche, anche!
Il finale è epico, prima il chinotto (prima il frutto, poi proprio la bibita); di nuovo rabarbaro, cacao amaro e una lunghezza che si stempera in un sorriso dalle labbra salate.
Eccellente, impegnativo, variegato. Non c’è la cerosità? Ce ne facciamo non una, ma due ragioni: 90/100.

1541Clynelish 2004 Expression (2004/2018, MaSam, 54%)
Toh, Zeus ci viene incontro. E chi se non Samaroli può fare le veci del padrone dell’Olimpo? Il sample arriva da una di quelle evocative ampolle della serie “From Silvano’s collection” e curate dalla moglie Maryse. Noi lo beviamo da un boccettino prosaico, ma confidiamo nella poesia liquida. Il colore assai pallido ci dice che le botti qui si sono sedute in platea ad applaudire l’evoluzione del distillato, e in effetti il naso è assai “sour”: ananas acerbo, limone e lime, note di fermentato. Sale poi una dolcezza zuccherina di uva spina e una mineralità non precisa, tra l’agrume e il sale: Citrosodina? Serve tempo, qui. Chi attende incapperà in una nota tropicale quasi da vecchio whisky, anche se qui non si parla di anziani. L’alcol non è evidente, ma forse tiene il guinzaglio ai profumi. Due gocce d’acqua migliorano il tutto e fanno emergere la candela spenta.
Un bisturi: affilato, pungente, pepe e peperoncino aprono la sarabanda. Poi è la frutta a dilagare (limone e pompelmo, ma anche macedonia matura e mela golden). Molto aromatico, miele millefiori. Si direbbe quasi balsamico. Alla dolcezza si contrappone la sapidità: cioccolato bianco con grani di sale, se la Lindt ci legge può brevettarlo. Nocciola. Con l’acqua si fa ancor più avvolgente, deliziosamente ceroso. Finale frizzante, limonoso e marino. Angelo estrae dai baffi il ricordo del sale turco al limone. Corrado oggi in vena di similitudini butta lì: un Ardbeg senza la torba. Molto austero, non nasconde gli spigoli e ne fa un vanto. Il naso inizialmente banale è solo il preludio a una grande esperienza degustativa, un sudoku infernale che è una gioia risolvere. 90/100, ma Angelo sarebbe stato più generoso.

60365-bigClynelish 10 yo (1995/2006, James McArthur, 58,9%)
Qui, al contrario del Samaroli, siamo contenti di avere il nostro boccettino, perché la bottiglia della serie The Way of Spirits, con la sua croce celtica sopra, è mesta come una di quelle cartoline con la scritta “Saluti da Gabicce mare”. Ci aspettiamo molto dal nostro N5, dato che i ragazzi del forum lo hanno messo al primo posto nel sestetto. Il primo naso è un po’ strano, tela cerata e un filo di zolfo. Di sicuro non nasconde i natali costieri, dato che fa capolino anche una nota di alghe riarse. L’alcol è ingombrante, ma non dà fastidio. Anche lo sherry sgomita, e accanto a una nota di pesca all’amaretto e arancia un po’ andata, spunta un netto accenno metallico, di rame. Pera e senape in grani, tipo mostarda.
Chi ha proditoriamente messo del cioccolato al latte nel nostro dram? Proprio Lindor, dolcezza e cremosità. Una sensazione che si ripete nella nota di miele di castagno e di lemon curd. Toffee setoso e un clamoroso sentore di marron glacé. Eppure rimane quel filo sulfureo mai sgradevole, ora accompagnato al pepe. Con l’acqua cala la dolcezza e sale il sale (!). Liquirizia salata. Splendido retrogusto di affumicato e quasi terroso.
Il finale è lungo e dolce, crema di marroni e cioccolato fondente, l’unica parte che con la diluizione perde un po’.
Beh, questo è giovane e incazzato, non c’è che dire. Decisamente tosto, fra tutti quello con meno compromessi e forse il più emozionante, come un ottovolante. Due di noi abbassano di nuovo la media, ma si resta comunque in quota: 88/100.

162340-bigClynelish 19 yo (1997/2017, Gordon and MacPhail, 55,5%)
Lo versiamo con la lacrimuccia che accompagna l’ultimo giorno di vacanza che chiude un grande viaggio. Un quasi ventenne (“19 anni e undici dodicesimi”) a grado pieno, imbottigliato per la serie “Germany at cask strength”: è quasi coetaneo del LMDW ma maturato in first fill American hogshead, quindi attendiamoci ricchezza. In attesa dei gioielli, ci accontentiamo di un cesto di frutta matura degno delle nature morte di Caravaggio: pesca, mela, melone, albicocca, ananas… Il tutto ricoperto da cera profumata e calda, a formare la tipica patina. Il legno non fa mancare il binomio vaniglia e miele, e invece del cocco di nuovo spunta la macadamia. Si fa sempre più tropicale col tempo, balena un che di fieno bagnato e poi esplode un burro fuso memorabile. Pandoro, sì, ma al triplo burro.
Pardon, quadruplo, perché continua in bocca. Ci mancava quell’oleosità che ha fatto grandi tanti Clynelish? Eccola servita! Le botti attive accentuano vaniglia e miele, ma potrebbero far poco se non supportate da un corpo quasi scultoreo: mela, banana e ananas maturo sul fronte frutta, cannoncini appena sfornati sul fronte pasticceria. In mezzo, noi, fortunati natanti sballottati dalle sensazioni. Un filo di sale, buccia di limone, un pizzico di zenzero e il naufragar ci è dolce… Finale fotocopia: crema, burro e sale. Avvolgente come un piumone.
Dopo tante asperità in questo viaggio, dopo whisky complessi e “pensati”, eccone uno rilassato, da bere più che da decodificare. Una intensità di sapori e una piacevolezza ammirevoli, quasi commoventi. Eppure questa relativa innocenza non sia scambiata per banalità. Questa è la terra promessa, dove scorrono latte e miele. Anzi è meglio, qui scorre burro fuso e miele, scusate se è poco. 90/100 anche se è un “whiskyfacile”.

Bowmore 19 yo ‘French Oak Barrique’ (2018, OB, 48,9%)

Spesso le distillerie preparano degli imbottigliamenti esclusivi per alcuni rivenditori, in carne e ossa oppure online, che così possono proporre delle ciliegie pregiate dall’albero della loro offerta. Anche questo è il caso, ma le proporzioni sono un po’ diverse dal solito… Bowmore, la più antica distilleria ancora attiva di Islay (almeno stando alle licenze, ma questa è un’altra storia), ha selezionato un imbottigliamento di 19 anni in esclusiva per Amazon. Tacendo qui ogni riserva su Jeff Bezos e la sua passione per il non pagare le tasse, e tacendo anche l’impatto che la sua creatura ha ed avrà sulle botteghe su strada, oggi assaggiamo un sample di una delle 4500 bottiglie messe in commercio. Si tratta di una piena maturazione in botti ex-Chateau Lagrange.

IMG_8193_15N: il primo impatto è di cartone bagnato, di legno: la cosa ci insospettisce, lasciamo lì il bicchiere un attimo. Come fosse una Freccia Rossa, arriva in ritardo: dopo un po’, tende ad aprirsi, e dietro la porta spunta una frutta cotta macerata, massiccia. Mele cotte e prugne, uvetta macerata. In crescita costante una nota balsamica, molto netta, di aghi di pino. L’anima di Bowmore si rivela con qualche sentore tropicale, di frutta esotica iper matura, quasi marcia.

P: che buono!, è sempre abbastanza carico dal barile ma ci pare davvero interessante. Troviamo note floreali polverose, parte con bombette della solita deliziosa frutta tropicale macerata ultra carica di Bowmore, sterza poi verso un misto di sale e pepe (e cenere). Tende a rimanere del pepe fumoso – come se ci fosse del fumo di legno in fiamme coperto di pepe. Crema di marroni, in generale frutta secca. Qualcosa come lo zucchero bruciato, un po’ di liquirizia in legnetti – cosa che rivela qui quel senso di vinosità estremo.

F: lungo, perdura a lungo quel misto di sale, pepe e cenere. Marron glacée. Dopo un po’, marmellata di frutta rossa.

Un esperimento decisamente ben riuscito: molto carico, tantissimo apporto del barile, e d’altro canto sarebbe stato strano se fosse andata diversamente. Il risultato però è molto particolare, per nulla scontato, e il profilo, pur se iperzuccherino, è effettivamente inedito. Per nostra fortuna, Bowmore riesce a emergere con le sue punte tropicali e la sua anima sobriamente fumosina: l’equilibrio raggiunto non si può non premiare con un 87/100. Grazie a Egidio per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: 2Pac – Ambition az a ridah.

 

Benrinnes 10 yo (2008/2018, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere grazie alle sue selezioni coraggiosamente importate in Italia dagli amici di Whiskyitaly – ne abbiamo a casa diversi sample, e ci dobbiamo scusare (con Diego ma non solo, con tutti quelli che ci omaggiano cose che non facciamo in tempo a bere per tempo) per il ritardo con cui pubblichiamo le nostre note… Ma d’altro canto, abbiate pazienza: prima o poi beviamo tutto. Garantito! Oggi assaggiamo un Benrinnes maturato in una botte ex-Bourbon, anche se un terzo di quella botte è stata spostata in una ex-sherry per un finish, e poi ritravasato nella botte bourbon. Una storia avventurosa e all’apparenza insensata, quest’oggi in onda sui nostri schermi.

N: chiudendo gli occhi pare di stare in Scozia, precisamente in una distilleria. Ci sono note di still room, di distillato giovane rampante, con tanto tanto cereale bagnato, caldo. Oliva verde. Giovane, a tratti comunica acidità, ma rimane comunque pulito, diretto, in definitiva gradevole. Arrivano anche note di mele rosse e scorza d’arancia.

P: ricomincia da dove l’avevamo lasciato. Esplodono le note agrumate affianco a vagonate di cereale nudo, sapido; è semplice ma saporito e con grande equilibrio. Al palato si esplicita una dolcezza che dal naso non avremmo dato per scontata, con mela zuccherina e zucchero a velo a far da collante.

F: di media durata e ancora molto centrato, tra sentori di miele, di biscotti ai cereali e di arancia. Siamo matti ma sentiamo perfino una lieve torbatura, un senso di cereale essiccato ricco di mineralità.

Un whisky che sa di whisky, guidato dal distillato nonostante i bizzarri cambi di botte: a noi questo stile piace, e ci sentiamo serenamente di dire che si tratta di un Benrinnes da bere ad ampie sorsate, senza menate, pensando solo per un istante a quanto siano bravi gli scozzesi a fare questa cosa qui che si chiama whisky. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fvneral Fvkk – Alone With The Cross.

Clynelish 1995 (2018, Wemyss, 46%)

Tempo fa abbiamo assaggiato un eccellente Clynelish del 1995 imbottigliato da Wemyss: siccome ci era piaciuto tantissimo (grazie, Francesco!), siamo andati alla ricerca di altri malti con lo stesso pedigree, e grazie all’amico Davide Ansalone abbiamo messo le mani su un campione di “Pork & Plum Terrine“, ovvero un Clynelish invecchiato in un barile ex-Bourbon per 23 anni, imbottigliato appunto da Wemyss. Vediamo se troveremo davvero una terrina di maiale e prugne…

clynelish_1995_2018_pork_plum_terrine_wemyss__01N: avvicini il naso e ti senti a casa. La patina di cera che tutto avvolge è semplicemente deliziosa, con sentori di paraffina, cera di candela. E i sentori di fieno, come facciamo a tacerne? Sotto, si agita un torrente di agrumi, che potrebbe essere bergamotto, con le sue sfumature floreali. Riesce ad essere affilato ma molto caldo: sentite la componente zuccherina e fruttata come esplode… Prugne gialle deliziose.

P: molto, molto buono. C’è ancora un’anima agrumata, evoluta, magnifica: c’è ancora un bergamotto floreale, con anche sentori di limone zuccherino. Poi cera, paraffina, un po’ di cereale dolce. La mineralità persiste decisa, e poi è seguita da frutta secca oleosa, mandorle soprattutto, e un sentore di burro fresco. Mela gialla.

F: come sopra: affilato e setoso al contempo. Cera e bergamotto e fiori. Delizioso.

Molto equilibrato, molto Clynelish: un profilo unico, decisamente complesso, riesce ad essere affilato e godurioso al contempo, e fidatevi, non è facile raggiungere questo equilibrio. Grazie Davide, grazie Wemyss ma soprattutto grazie Clynelish. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Roxette – It must have been love.

Stratheden (2018, Lost Distillery Company, 43%)

La Lost Distillery Company, che detta così sembra una via di mezzo fra il Signore degli Anelli e i Pirati dei Caraibi, è un imbottigliatore indipendente che si è messo in mente di assoldare un team di archivisti per recuperare le ricette dei vecchi whisky di distillerie chiuse e un team di master blender per assemblare diversi single malt così da ricrearle. Il che è meritorio perché dà lavoro a due categorie da preservare come gli archivisti e i blender, ma non toglie che siamo sempre in territori profondamente controversi, in cui l’idea di marketing alla base è francamente discutibile… Dato questo nostro superfluo contributo alla discussione filosofica sui remake di malti del passato,  si dà però il caso che molti dei whisky assaggiati fossero buoni. Certo, occorre sfrondarli di questa tremenda aura da Indiana Jones alla ricerca del dram perduto. Quello di oggi è un blended malt chiamato Stratheden, che la narrazione vuole essere una distilleria di Fife, chiusa nel 1926. Ma non saremo complici dello storytelling e non proseguiremo oltre.

stratheden-1N: presumibilmente piuttosto giovane, troviamo note di agrumi canditi molto evidenti (limone e soprattutto arancia). Ha una tensione acida non indifferente, che ci fa percepire assonanze con un Sauvignon per quella mistura minerale un po’ sporca (c’è un filo di torba acre, non fumosa). Spunta un piacevole ricordo di salamoia. Buono.

P: l’ingresso è soft ma intenso, per nulla acquoso. La sensazione è che il palato sia molto più dolce di quanto il naso lasciasse presagire. Caramelle dure alla frutta, pastiglia Leone all’ananas – sempre ammesso che esista. Un accenno di violetta è la ciliegina sulla torta di un profilo parecchio ruffiano. Forse un velo di salinità riverbera anche qui, ma la chiusura è di aranciata zuccherata.

F: prosegue sulla strada della dolcezza molto marcata: zucchero bianco e caramelle. Ma quel che resta è una una lieve nota erbacea appena minerale.

Avete presente quei calciatori improbabili che improvvisamente si inventano un doppio passo, un sombrero o un tunnel e si involano verso la porta? Ecco, neppure il tempo di entusiasmarsi per la giocata e subito sprecano tutto con tiracci scomposti o traversoni immancabilmente sbilenchi. Qui è lo stesso: il naso è molto promettente, ma subito palato e finale scadono in una dolcezza eccessiva. Peccato: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Of Montreal – Past is a grotesque animal.