BenRiach 10 yo (2019, OB, 43%)

Da qualche tempo BenRiach, distilleria storica dello Speyside da un paio d’anni passata al gruppo Brown Forman dopo il rilancio per mano di Billy Walker, ha aggiunto sul suo sito l’autodefinizione di “progressive Speyside distillery“, che riprende chiaramente quella di Bruichladdich (progressive hebridean distillery…). Sembra infatti che Robert Fripp sia stato invitato a dirigere la distilleria, e che abbia deciso di sottoporre i barili in maturazione a ore e ore di scale atonali e poliritmie deliranti. Così ci pare di aver capito, eh, magari sbagliamo…

bnrob.10yov4N: che piacevolezza. Torta Paradiso, mela golden e pera. Perfino un po’ di gelato all’ananas. Il bourbon cask prende l’iniziativa e come un nonno buono ci porta in pasticceria a sollazzarci con pasticcini alla banana, crema pasticcera e vaniglia. Non complicato ma gradevole.

P: ricco, fruttato e cremosino. Di certo coerente con il naso, perché ancora l’immagine è quella del pasticcino alla frutta. Torta di mele, ananas, vaniglia e pasta frolla, a indicare una certa burrosità accennata. C’è anche un tocco di liquirizia dolce Haribo.

F: crema, limone, vaniglia.

Un Bignami di un entry level dello Speyside in bourbon. Ha tutti i descrittori da manuale, dalla frutta gialla alla vaniglia alla pasticceria, e senz’altro si propone come un buon daily dram. Il limite se si vuole è che non stupisce proprio mai, non c’è una nota fuori dallo spartito, non c’è improvvisazione. Il che lo rende ottimo per una bevuta sicura e confortevole, ma forse un po’ limitato per chi cerca novità ed emozioni. Ad ogni modo, per il whisky che è, good job: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robert Fripp String Quintet – Hope.

Hazelburn 10 yo ‘Cage Sample’ (2009/2019, OB, 59,7%)

di cosa parliamo quando parliamo di “cage bottles” (foto pijata dar webbe)

Chi va a Campbeltown in cerca di emozioni, sa che le troverà solo in una delle tre distillerie della città, o nelle sede del più antico imbottigliatore indipendente di Scozia – per carità, un paio di pub, certo, ma per il resto finita lì. Ma i pellegrini che si spingono fino all’estremità del Kintyre sanno che ne vale comunque la pena: tra le preziosità locali che si possono scovare nei luoghi più segreti della distilleria di Springbank, ad esempio, ci sono senz’altro le “bottiglie della gabbia”, ovvero le “cage bottles”. In distilleria, o meglio nel Cadenhead Shop che sta a pochi metri dalla distilleria, c’è infatti una vera e propria gabbia, riempita di tanto in tanto con sample di botti di Springbank, Longrow o Hazelburn, di età e tipologie varie – sample da 70 cl, tra l’altro, e come potete ben capire il tesoro è ghiotto. Oggi assaggiamo proprio un esemplare di questa specie: si tratta di un Hazelburn, Fresh Bourbon Barrel, rotation 10, distillato il 9 marzo 2009 e imbottigliato l’11 settembre 2019, naturalmente a gradazione piena.

quella a sx!

N: sicuramente ha bisogno di un po’ di tempo, il primo impatto non nasconde neppure un mezzo punto di gradazione. Dopo un po’, rivela la sua duplice anima: da un lato le lusinghe della botte, con una pastafrolla burrosa e zuccherina, un pasticcino alla crema e alla frutta gialla, un sacco aperto di zucchero a velo… Dopo un po’ la frutta gialla si fa sempre più matura, più carica. Gelato alla banana. Dall’altro, un sentore più screziato e spigoloso, erbaceo, che rivela l’anima di Campbeltown, con erba fresca, magari un praticello dopo una fresca pioggia; insalata iceberg. C’è anche quella punta sporca, minerale e cerosa, che è una delle cose che preferiamo degli Hazelburn.

P: veramente esplosivo, anche se ancora l’alcol non si fa desiderare. Ancora deflagra una frutta gialla devastante, che qui ci appare fatta di ananas e banana: banana bread, molto zuccherino. Anche piuttosto agrumato (pompelmo rosa, dolce). Resta molto cremoso, con crema pasticciera e pasticcino alla frutta, e ancora iper minerale e cerealoso e piovoso. La nota di tela cerata è deliziosa. L’acqua toglie un poco di tropicalità, ma va a esaltare la nota più cremosa.

F: molto lungo e persistente, con tantissima tutto fatto di quel cereale torbato che in un whisky non torbato proprio non si dovrebbe trovare. Scorza di pompelmo.

Non ci stancheremo mai di dire che anche se Hazelburn è la versione meno celebrata di Springbank, di certo non è priva di fascino – e questa resta una fortuna per gli appassionati, perché è un whisky eccezionale disponibile generalmente a prezzi ottimi, anche sul mercato secondario. Senz’acqua è esplosivo, ma francamente a tratti contundente, con acqua diventa cremosissimo e più che bevibile – a tazze. Delizioso. 88/100. Grazie a Davide Ansalone e a Lars Berens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cage The Elephant – Spiderhead.

Filey Bay ‘2nd release’ (2019, OB, 46%)

Da un po’, ormai, il whisky Inglese sta vivendo una sua personalissima Golden Age, con nuove distillerie in rampa di lancio, con filosofie chiare, concetti forti alle spalle e – soprattutto – grande qualità nel bicchiere, anche a fronte di età molto giovani. Abbiamo Costwolds, Bimber, St. Georges, Lakes… Il segreto, sembra, è quello di produrre un new make di altissima qualità, “già buono da bere bianco”, se vogliamo, così che una breve maturazione con legni di qualità riesca a dare effetti ottimi in tempi rapidissimi. Ultimamente ci piace sperimentare cose nuove, e dunque affrontiamo Filey Bay, il Single Malt distillato nella piccola Spirit of Yorkshire Distillery – gente che, a proposito di concetti forti, fa del #fromfieldtobottle il proprio mantra (leggetevi tutto qui). Oggi assaggiamo la Second Release, solo 6.000 bottiglie, miscela di pot e column still, maturazione tutta in botti ex-bourbon.

N: non fa nulla per vestirsi da grande e vendersi più maturo, ma fa proprio bene. Un profilo onesto, fatto di lime, yogurt, sorbetto agli agrumi, un gran gelato alla banana. Piacevolmente erbaceo, quasi verso note di dentifricio (avete presente l’Emoform, leggermente salato? Proprio lui). Solo dopo un po’ esce la vaniglia (artificiale: Danette alla vaniglia). Una lieve patina come polverosa, da catasta di cereali.

P: molto interessante. Qui è più pungente che non al naso, resta senz’altro dolce, con vaniglia, biscotti, chicco di malto e un po’ di cioccolato bianco. Pera. Non pensatelo stucchevole però, mantiene una sua bella freschezza con albedo di limone, l’erbaceo del chicco d’orzo. A tratti ancora sorprendentemente sapido.

F: abbastanza lungo e lievitoso, con toni fruttati (buccia di pera).

Morbido e seducente, con dolcezza d’orzo e di barile… ma c’è anche tutto il resto dell’austerità di contorno che tanto ci piace. Siamo onesti: semplice è semplice, intendiamoci, è un tre anni e li dimostra tutti, non nasconde la nudità del distillato. E però, dato che è buono si merita ogni lode possibile: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – All Hell Breaks Loose.

Auchroisk 27 yo (1991/2019, Valinch & Mallet, 48,7%)

Abbiamo la sgradevole sensazione di aver già pubblicato questa recensione in passato: ma siccome il sito non ne serba traccia, beh, evidentemente ci sbagliamo. Dunque avviciniamoci a questo ventisettenne Auchroisk di Valinch & Mallet come se non lo conoscessimo già, come se non ne ricordassimo nitidamente le sfumature, il passaggio tra naso e palato, le sensazioni che lascia al finale… In realtà, anche questa è una menzogna: l’abbiamo bevuto tempo fa, la bozza era rimasta in canna e ci sembrava solo di averla già pubblicata. Insomma, che pasticcio, che pasticciotto. Mah.

N: molto, molto interessante. Parte su note maltose, di crosta di pane… Non si dimentichi l’arancia, e neppure la marmellatina di pesche, molto intense. Se dicessimo: pane tostato con marmellata di pesca, vi piacerebbe? Poi una venatura metallica, con punte leggere di rame, di ottone. Ci pare anche piuttosto erbaceo, diremmo con sicumera: artemisia. E questa punta leggermente formaggiosa, da dove viene? Avete presente certe caciottelle al timo? No? Peggio per voi. Dopo un po’, arriva una bella nota vanigliata, che diremmo di pandoro – pandoro impolverato.

P: che bel corpo, masticabile, cremoso, per niente esausto. La prima impressione è di un malto molto più fruttato che non al naso. Pesche e albicocche (secche) colpiscono il palato, poi mela cotta, forse anche un sentore di prugna secca. Non è una frutta fresca, è una frutta processata – dice chi se ne intende. C’è una parte evidente di cioccolato, che combinata con la freschezza erbacea e mentolata ci fa pensare, inevitabilmente, agli After Eight.

F: stupisce una nota salina inattesa; anche qui arrivano sentori erbacei, lievemente amaricanti, che completano un profilo veramente delizioso.

Ci sono sentori che tendono verso la decadenza, ma bisogna riconoscere che i selezionatori sono stati bravi e l’hanno acchiappato per i capelli, prima che scollinasse: e bene hanno fatto, perché questo è davvero un gran bel whisky, molto elegante. Il bottoncino del voto si incastra a 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Prince – Mary Don’t You Weep (Piano version).

Caol Ila 8 yo (2011/2019, Lady of the Glen, 57%)

Da qualche tempo si aggira per le valli scozzesi una Signora, secondo alcuni molto elegante e raffinata, secondo altri una carampana sdentata e deforme, che vagando nella notte si intrufola nei magazzini delle distillerie e sottrae quelli di suo maggior gusto. C’è poi un tizio, Gregor Hannah, che deve aver stretto un patto con la Signora della Valle (che sarà una mezza strega ma è pur sempre china sul fatturato) per acquistare direttamente da lei il frutto delle sue razzie notturne. Gregor imbottiglia poi, pagando dazio all’oscura fornitrice, al nome di “Lady of The Glen”, la Signora della Valle. Oggi testiamo una di queste selezioni, ovvero un Caol Ila giovincello, di soli 8 anni, che ha trascorso l’ultima parte della sua maturazione in un barile ex-Amarone – non sappiamo il produttore del vino, sappiamo quello del legno, ovvero Veneta Botti, un bottaio del veronese. Si assaggi!

N: molto curioso e interessante: sa di banana e inchiostro. Potremmo chiuderla qui, perché la banana è davvero totalizzante, ma solo per voi vogliamo impegnarci a fondo: e dunque mela rossa, sciroppo per la tosse, una torba particolarmente chimica, industriale per essere Caol Ila – ma sappiamo che spesso i torbati in vino rosso vanno in questa direzione.

P: pizzica un po’ l’alcol, ma è saporito e interessante, con note di… banana, naturalmente, ma anche tante caramelle gelee alla frutta nera (fruit joy alle more), bello salatino, poi ancora una torba molto cenerosa e chimica, plastica bruciata. Caramelle alla violetta, un cenno. La vinosità dell’Amarone è laterale, ma contribuisce a questo senso di profonda plasticosità del lato affumicato.

F: molto bruciato, ancora inchiostro e caramelle alle more. Fresco anche, mentolato.

Interessante, saporito, molto curioso, il vino non sovrasta e anzi pare esaltare la parte più ‘sporca’ e più spigolosa della torba. In generale non amiamo i finish in barili ex-vino, e non sarà questo l’imbottigliamento che ci fa ribaltare completamente il tavolo delle nostre convinzioni – ma non possiamo che riconoscergli le sue qualità: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kyuss – Hurricane.

Botti da Orbi – Palindrome date – Mystic Whisky Tasting

[Questo articolo è un inception di rubriche: noi ospitiamo una rubrica di Marco Zucchetti che ospita un articolo di Corrado De Rosa, nostro amico e sodale che si è goduto una degustazione da panico organizzata dal forum singlemaltwhisky.it. Impegni pregressi ci hanno impedito di partecipare, ma non potevamo non darne conto… Grazie, Corrado! E se vi venisse il dubbio che non è una persona seria, beh, tacete di fronte a questa evidenza: annota anche il colore. Un gigante!]

roba forte

Con gli amici del Forum singlemaltwhisky.it, nella data più unica del secolo, ci siamo trovati a interpretare, come il mistico che si affaccia allo studio delle intrecciate combinazioni della kabbalah, cinque whisky unici. E nell’assurdità di una data complessa come un labirinto, sappiamo che troveremo tanti tratti che uniranno il percorso, come un anello infinito, e altrettanto infinite differenze e specificità. Ma non abbiamo paura. Qui, un resoconto che – excusatio non petita – nonostante l’impegno dello scriba che le ha appuntate, non potrà riferire alcune delle estroflessioni più estreme rese dal consesso riunito (per buon costume) e neppure esaurire quello che un mistico moderno come Valentino Zagatti ha scritto e affermato: il whisky costruisce ponti, crea amicizia.

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Daftmill 2008 summer release (2019, OB, 1st fill bourbon cask, 46%)

C: giallo paglierino

N: ci troviamo in un campo di fiori nei mesi caldi di primavera, tra margherite e camomilla. Poi il profumo ci porta verso territori più conosciuti, bacca di vaniglia e crema al limone. Continuando l’interpretazione dei segni, c’è una nota olfattiva molto simile a quella dei bourbon, un sentore di polline e di cedro.

P: la sfida è attendere qualche secondo, e lasciar sfumare una punta di alcol che inizialmente si affaccia. Dopo, si confermano le suggestioni del miele e dei fiori. Il palato risulta molto più viscoso del previsto, è godibile e importante. Sfuma verso le note della frutta gialla: albicocche e pesce gialle non mature; i più arditi si gettano in un “mango un po’ acerbo”. Scaldando il bicchiere  e lasciandolo maturare, un po’ di cioccolato al latte.

Finale: media durata, sulle note del cocco e del pepe, a conferma delle suggestioni conferite dalle sei first fill bourbon cask impiegate per questo prodotto.

85/100 il verdetto dello scriba.

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Auchentoshan 12 anni ‘Soffiantino import’ (43%, OB, fine anni ’80)

C: ramato e denso

N: noce moscata e chiodi di garofano, che bella presenza delle vecchie botti ex sherry! Spezie e vino, come un vin brulee meno dolce e più complesso. Si decifrano, nel roteare delle sfere e dei bicchieri cielesti, note sugose, quasi d’arrosto (“brasato con carote: no visto la luce!”). Da altre voci si sente parlare di funghi secchi.

P: forse qui si sente la leggerezza della tripla distillazione, e la gradazione poco spiccata, ma è solo un attimo. Subentrano subito note  di profumo, pout purry, poi erbe (un saggio tra i saggi dice: “Jagermeister”), poi ancora qualcosa di sporco, tipo zolfo e uova. Che percezione allucinogena! Non tutto inquadrato, ma tutto davvero interessante.

F: medio – lungo, su note di mobile antico laccato, spezie, vinosità.

Lo scriba appunta che alcuni difetti non pregiudicano l’identità del distillato e della selezione: 87/100 è la conclusione.

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Springbank 15 yo Rum wood (2019, OB, 51%)

C: oro chiaro

N: un po’ di solvente e di mare danno il LA all’olfatto di un whisky complesso: soave e sporco allo stesso tempo. L’immagine che sovviene è quella (tristemente ricorrente in tema di battaglie ambientali) dello scarico di scorie chimiche nel mare: mineralità, iodio, e qualche zaffata “artificiale” e mentolata, di medicina. Prosegue sulla frutta bianca (uva, pesca), e poi odore di tartare di carne cruda. Infine, tanto per rimanere nella metafora ambientale, petrolio balsamico. Stupisce l’assenza di alcol.

P: succoso, tropicale, salato. C’è solo un ricordo di rum bianco agricolo, ma nulla di più sul versante della botte. Superata la paura che genera il pregiudizio, si apre un mondo complesso, di naftalina, terra, papaya, eucalipto: fruttato, balsamico e minerale allo stesso tempo. Come possa tutto questo folle ansamble essere comunque dolce e bevibile, è un mistero che i mistici scozzesi del Kentyre conservano gelosamente.

F: medio, fresco, costruito sulle endiadi: con un gioco di mele, miele, menta ed eucalipto.

Lo scriba appunta con foga: spettacolare e inaspettato: la botte è poco attiva! 90/100.

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Springbank 10 yo ‘Local Barley’ (2019, OB, 56,2%)

C: dorato

N: più tradizionale del precedente, ma non per questo banale. Mineralità, note dolci e vanigliate che giustificano la prevalenza di ex bourbon cask (77%). Poi distese di frutta bianca, gialla e tropicale, lievemente affumicate da un ricordo di torba di terra. Sale un filo di fumo dal bicchiere, e già alcuni urlano all’ascensione. Ma il whisky è vivo, e continua a cambiare sotto i nostri occhi: lievito madre e cereali, che forse prima avevamo dimenticato, tornano in primo piano aiutati da una stilla d’acqua.

P: mineralissimo e tropicalissimo: mela cotta, quelle torte del centroamerica con zucchero di canna e mango, poi terra, ciottoli, cereali dell’hotel quando si parte per un lungo viaggio. Alcuni notano delle note erbacee, di fieno secco, che probabilmente costituiscono il gioco di luci e ombre di questa bottiglia: è complesso, gustoso, ma giovane.

F: e il viaggio è spettacolare, finisce con un soffio di fumo e un ricordo di terra umida.

Lo scriba, emozionato, verga sul quaderno solo un numero: 91/100.

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Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

C: giallo paglierino

N: impossibile non riconoscerlo: classico fumo di Lagavulin. La partita sembra giocata semplice e vincente: mela, pera e torba. Ma i nostri occhi hanno visto la luce, non si lasciano fermare alle prime impressioni. Cereale (chicco) bruciato, falò spento, muschio fresco, sapone, tutto coperto da una coltre di fumo di torba di mare. Peperoni verdi fritti e schizzi di acqua di mare.

P: meno classico del naso: la percezione è meno grassa e intensa del classico Lagavulin 16, molto più secco e pungente, affilato. Salato, potente e bilanciato, tra dolcezza di zucchero liquido e l’immancabile fumo che ci insegue, come in una paranoia di Lost. Ritorna la pera affumicata, ritorna la suggestione costiera del sale addolcito dallo zucchero vanigliato, che si trasforma in gelato torbato al caramello salato.

F: non termina dolce, la torba ha il sopravvento, e dura a lungo, con richiami acidi e potenti.

Lo scriba ricorda solo la sensazione che la gemma sia lucente, ma non rara o unica: un lavoro ben fatto, ma non irripetibile. Forse è ubriaco? 88/100.

Jameson Caskmates ‘Ipa Edition’ (2019, OB, 40%)

Jameson, lo sapete molto bene, è il whiskey irlandese più venduto al mondo: con una simpatica formula, il sito di Whisky Exchange lo presenta come “un blend irlandese incredibilmente popolare, con una certa affinità per la ginger ale”. Ma Jameson, che – lo ricordiamo ai distratti – viene prodotto da Midleton, è molto di più di questo, e di recente ha provato ad aggredire il mercato con Caskmates, una serie di edizioni speciali, caratterizzate da invecchiamenti in barili ‘inusuali’, ex-birra. Questo è appunto il caso: finish in barili che prima avevano contenuto birra Ipa. Vediamo…

N: davvero strano, qualcosa di mai sentito prima. Grande freschezza e spiccata acidità, tanto che ricorda più la birra Ipa che il whiskey. Tanto luppolo, erba fresca (proprio una cima di marijuana), pompelmo. Esibisce una dolcezza da caramella gommosa alla frutta (deliriamo con un “Fruit Joy alla mela verde”).

P: l’orsetto gommoso verde della Haribo arriva a gamba tesa e si impone con tanto zucchero. Anche torroncini al limone ricoperti di cioccolato bianco. È un bene o un male? Decidete voi. Limone e una nota amaricante da luppolo.

F: continua la nota leggermente amara e birrosa, contrappesata da cioccolato bianco. Fresco, quasi erbaceo, non molto lungo.

A sorpresa dobbiamo ammettere una certa piacevolezza nella bevuta. Le premesse non erano le migliori, ma il ricalcare così meticolosamente una birra Ipa, unito a una facilità di beva imbarazzante a 40 gradi, rendono questo Jameson uno scherzetto gradevole, un passatempo senza pretese che però strappa sorrisi: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Modena City Ramblers – The Great Song of Indifference.

Westport 15 yo (2004/2019, Wilson & Morgan, 57,8%)

Westport è uno di quei nomi ricorrenti nel mondo degli imbottigliamenti indipendenti, cui però curiosamente non corrisponde nessuna distilleria: e quale sarà il segreto? Beh, come già avevamo scritto pochi giorni fa a proposito di Wardhead, si tratta di un malto “teaspooned”: in questo caso è Glenmorangie, con l’aggiunta di una goccina di un altro single malt (tempo fa si diceva fosse Glen Moray, ma ora che non fa più aprte del medesimo gruppo, chissà). Invecchiato per 15 anni in botte ex-sherry, il butt #900050, è stato imbottigliato da Wilson & Morgan.

wilson-morgan-westport-15-anni-sherry-wood-1531000-s506N: molto strano, parte un po’ chiuso e ‘sporco’, poco Glenmorangie a dirla tutta: c’è una nota di porta di legno umida con chiodi arrugginiti. Vi piace questa suggestione? C’è un sentore al limite del sulfureo, diciamo di ‘freschino’, di acqua termale. Legno macerato. Non mancano note di boero, di cioccolato; carruba e ciliegia sotto spirito.

P: molto aggressivo, l’impatto dell’alcol è innegabile. La suggestione che chiude i giochi è: cioccolato sulfureo. Anzi: un boero avvolto nel lardo di porco. C’è grasso di maiale, c’è ancora zolfo; c’è cioccolato, ci sono ancora ciliegie sotto spirito e uvetta. Dopo un po’ si ripulisce, e la parte sulfurea si sposta verso l’arancia troppo matura, anzi: l’arancia calda, in cottura, quando si fa la marmellata. Un po’ di spezie invernali, tra cannella e chiodi di garofano. Polvere di caffè? 

F: ancora una punta sulfurea, poi tanto zabaione. Polvere da sparo e liquirizia.

Il primo impatto sembrava un po’ sgradevole, dopo un po’ si ripulisce leggermente e non sembra così disastroso come all’inizio si poteva temere. Resta, a nostro gusto, un po’ troppo poco ‘Glenmorangie’ e un po’ troppo ‘sherroso’, e di uno sherry che alla fine non ci persuade fino in fondo – ma abbiamo amici che adorano questo stile, quindi dategli un assaggio, non siate timidi. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Joan as a Police Woman – Holy City.

Glenfiddich 18 yo (2019, OB, 40%)

Glenfiddich è distilleria cui abbiamo un piccolo debito di riconoscenza, dato che anni fa fu proprio un ‘fiddich 12 a farci scoprire la grande arte della degustazione – un po’ alticci, sbevazzando il più giovane della gamma, trovammo corrispondenza tra i nostri sensi e quel che c’era scritto in etichetta (“vaniglia e pera, incredibile!“), e lì, proprio lì, vedemmo la luce. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, memori della bontà del Glenfiddich indipendente di Valinch & Mallet bevuto di recente.

N: molto aperto, molto dolcino. Il naso è da banchetto delle caramelle al mercato: iperzuccherino e seducente. Vaniglia e pasta di mandorle; cioccolato al latte e pere maturissime. Da molto tempo non diciamo “confetti”, e qui non si può tacere: dunque “confetti”. Piattino, nel complesso, ma non sgradevole.

P: qui l’età forse si fa sentire un po’ di più, con delle note legnose (proprio di legno) abbastanza nette, per lo meno all’inizio, e a dirla tutta si sente un po’ troppo l’alcol. Poi si apre molto e ricorda un budino di vaniglia, ancora confetti, ancora pera. Nocciola e crema di nocciola.

F: avete presente le Big Babol panna e cacao? Se sì, avete avuto un’infanzia non semplicissima, come noi, e va bene così. Ancora vaniglia e cocco.

Onestamente, ci sembra un po’ deludente, soprattutto al palato: il naso ancora ancora, è semplice e ruffiano ma pieno, mentre le altre due fasi crollano sotto la scure dell’alcol e di una personalità assai dimessa. Avevamo assaggiato il 18 anni sei anni fa, e all’epoca ci era piaciuto molto proprio perché negava quel paradigma di Glenfiddich (naso ok, palato gnè): questo è decisamente un passo indietro. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Savatage – Blackjac guillotine.

Tobermory 12 yo (2019, whic.de, 65,4%)

Prima che Babbo Natale arrivasse con la sua slitta carica di samples, avevamo avuto modo di apprezzare il nuovo Tobermory 12 yo OB. Oggi torniamo idealmente sulla pittoresca isola di Mull per infilare le nostre voraci narici in un Tobermory indipendente imbottigliato dai tedeschi di Whiskycircle. Con la consueta misura e la naturale predisposizione per la morigeratezza e le nuances più delicate, gli amici teutonici hanno deciso di imbottigliare a 65,4 gradi: facendo parte della serie “Landscape of taste”, probabilmente si voleva rendere in forma liquida il paesaggio del deserto postnucleare… Ad ogni modo, è uno sherry cask e ne hanno tirate 140 bottiglie.

237048-bigN: a dispetto della gradazione, riesci perfino ad annusarlo… E quando annusi, ti si apre davanti un laido spettacolo degno dei più sordidi postriboli e dei più sporchi Tobermory sulfurei. Certo, lo sherry si fa sentire con note di mosto cotto e sugo d’uva, forse un poco di gelée alla ciliegia. Però l’anima dello spirito non si inchina al legno e sfoggia la sua faccia sporca che ricorda foglie umide (un sottobosco autunnale?), oppure le foglie macerate di una tisana, quando lasci lì la bustina dopo l’infusione. Guizzi di rame e bocconcini di Emmenthal. Con acqua si fa strada un buon aroma di caramella mou e mela.

P: a grado pieno, dopo una prima botta metallica, diciamo ancora di rame, l’alcol anestetizza l’esperienza. Non brucia, non guasta: semplicemente tira giù la serranda sensoriale del gusto e resta solo zucchero, vagamente acido. Formaggio, ancora, tendenzialmente dolcino (torniamo sull’Emmenthal). Fa capolino una punta di fiammifero. L’acqua, necessaria come dopo una maratona nel Sahara, migliora le cose e aggiunge note di mela caramellata, a equilibrare un poco. Ancora mou.

F: piuttosto basico: zucchero, gelée alla frutta e un qualcosa di pesca (buccia di pesca, asserisce un Angelo in grande spolvero).

Quando un nuovo re Riccardo lancerà la crociata contro le gradazioni abnormi, ci vedrete là – con cotta di maglia e alabarda – pronti a combattere una guerra giusta. Sapete bene quanto la gradazione a 40% ci lasci spesso insoddisfatti, ma non possiamo che stigmatizzare l’eccesso opposto. Questo è un perfetto esempio di come una scelta così drastica finisca per soffocare in culla ogni aroma. Non lascia niente, è sporco come Tobermory vuole, ma perfino la sporcizia cade vittima della dittatura dell’alcol. Non tanto al naso, dove comunque la parte grassa e metallica finisce per emergere, quanto al palato e nel finale. Colpa nostra che non siamo tedeschi né siamo abituati al loro gusto che predilige intensità contundenti, ma è troppo per noi: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rammstein – Benzin