Glenfiddich 18 yo (2019, OB, 40%)

Glenfiddich è distilleria cui abbiamo un piccolo debito di riconoscenza, dato che anni fa fu proprio un ‘fiddich 12 a farci scoprire la grande arte della degustazione – un po’ alticci, sbevazzando il più giovane della gamma, trovammo corrispondenza tra i nostri sensi e quel che c’era scritto in etichetta (“vaniglia e pera, incredibile!“), e lì, proprio lì, vedemmo la luce. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, memori della bontà del Glenfiddich indipendente di Valinch & Mallet bevuto di recente.

N: molto aperto, molto dolcino. Il naso è da banchetto delle caramelle al mercato: iperzuccherino e seducente. Vaniglia e pasta di mandorle; cioccolato al latte e pere maturissime. Da molto tempo non diciamo “confetti”, e qui non si può tacere: dunque “confetti”. Piattino, nel complesso, ma non sgradevole.

P: qui l’età forse si fa sentire un po’ di più, con delle note legnose (proprio di legno) abbastanza nette, per lo meno all’inizio, e a dirla tutta si sente un po’ troppo l’alcol. Poi si apre molto e ricorda un budino di vaniglia, ancora confetti, ancora pera. Nocciola e crema di nocciola.

F: avete presente le Big Babol panna e cacao? Se sì, avete avuto un’infanzia non semplicissima, come noi, e va bene così. Ancora vaniglia e cocco.

Onestamente, ci sembra un po’ deludente, soprattutto al palato: il naso ancora ancora, è semplice e ruffiano ma pieno, mentre le altre due fasi crollano sotto la scure dell’alcol e di una personalità assai dimessa. Avevamo assaggiato il 18 anni sei anni fa, e all’epoca ci era piaciuto molto proprio perché negava quel paradigma di Glenfiddich (naso ok, palato gnè): questo è decisamente un passo indietro. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Savatage – Blackjac guillotine.

Tobermory 12 yo (2019, whic.de, 65,4%)

Prima che Babbo Natale arrivasse con la sua slitta carica di samples, avevamo avuto modo di apprezzare il nuovo Tobermory 12 yo OB. Oggi torniamo idealmente sulla pittoresca isola di Mull per infilare le nostre voraci narici in un Tobermory indipendente imbottigliato dai tedeschi di Whiskycircle. Con la consueta misura e la naturale predisposizione per la morigeratezza e le nuances più delicate, gli amici teutonici hanno deciso di imbottigliare a 65,4 gradi: facendo parte della serie “Landscape of taste”, probabilmente si voleva rendere in forma liquida il paesaggio del deserto postnucleare… Ad ogni modo, è uno sherry cask e ne hanno tirate 140 bottiglie.

237048-bigN: a dispetto della gradazione, riesci perfino ad annusarlo… E quando annusi, ti si apre davanti un laido spettacolo degno dei più sordidi postriboli e dei più sporchi Tobermory sulfurei. Certo, lo sherry si fa sentire con note di mosto cotto e sugo d’uva, forse un poco di gelée alla ciliegia. Però l’anima dello spirito non si inchina al legno e sfoggia la sua faccia sporca che ricorda foglie umide (un sottobosco autunnale?), oppure le foglie macerate di una tisana, quando lasci lì la bustina dopo l’infusione. Guizzi di rame e bocconcini di Emmenthal. Con acqua si fa strada un buon aroma di caramella mou e mela.

P: a grado pieno, dopo una prima botta metallica, diciamo ancora di rame, l’alcol anestetizza l’esperienza. Non brucia, non guasta: semplicemente tira giù la serranda sensoriale del gusto e resta solo zucchero, vagamente acido. Formaggio, ancora, tendenzialmente dolcino (torniamo sull’Emmenthal). Fa capolino una punta di fiammifero. L’acqua, necessaria come dopo una maratona nel Sahara, migliora le cose e aggiunge note di mela caramellata, a equilibrare un poco. Ancora mou.

F: piuttosto basico: zucchero, gelée alla frutta e un qualcosa di pesca (buccia di pesca, asserisce un Angelo in grande spolvero).

Quando un nuovo re Riccardo lancerà la crociata contro le gradazioni abnormi, ci vedrete là – con cotta di maglia e alabarda – pronti a combattere una guerra giusta. Sapete bene quanto la gradazione a 40% ci lasci spesso insoddisfatti, ma non possiamo che stigmatizzare l’eccesso opposto. Questo è un perfetto esempio di come una scelta così drastica finisca per soffocare in culla ogni aroma. Non lascia niente, è sporco come Tobermory vuole, ma perfino la sporcizia cade vittima della dittatura dell’alcol. Non tanto al naso, dove comunque la parte grassa e metallica finisce per emergere, quanto al palato e nel finale. Colpa nostra che non siamo tedeschi né siamo abituati al loro gusto che predilige intensità contundenti, ma è troppo per noi: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rammstein – Benzin

 

Deanston 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Di Deanston, distilleria “fuori museo dentro liceo” – vale a dire respingente come una fabbricaccia modello Thatcher dall’esterno ma affascinante e old style all’interno – si è già scritto. Situata sulla strada che da Stirling porta ai Trossachs, dove i Glaswegians amano andare in gita, è una meta sottostimata. Così come non pienamente riconosciuto è il valore del suo (poco) single malt. Fratelli Branca da poco lo importa in Italia e ci ha gentilmente spacciato sottobanco una dose del novissimo 18 anni. Al contrario delle precedenti edizioni in batches dalla confezione marrone, soltanto affinate in barili ex bourbon di primo riempimento, il malto in questione invecchia totalmente in questo tipo di botti, di norma molto marcanti. La gradazione di 46.3% rimane identica, ma non siamo qui per giocare ai piccoli chimici, bensì per berlo.

dstob.18yov3N: pressoché analcolico all’impatto, colpisce una pulizia di aromi non comune. Mostra un ottimo bilanciamento tra acidità (torta al limone, cedro candito) e dolcezza, molto spontanea: ha sì note di vaniglia, pere sciroppate e mele cotte, ma non sembra una dolcezza “pompata”, bensì raggiunta naturalmente, senza eccessi né artifici. Albicocca disidratata, suggerisce G.I. Joe Bombana, che beve con noi. È un whisky che sa di whisky (ci sono tante note di cereale), e ha un tratto fresco, come di erba appena tagliata, felce, perfino un che di garza… Stupisce che siano solo barili first-fill. C’è una punta di spezie del legno (noce moscata, cocco essiccato) a rivelare il peso del tempo – pardon, del barile.

P: cremoso, piacevolissimo, conferma le premesse del naso. Qui i barili first fill si sentono molto di più, con crema pasticciera, vaniglia e shortbread. Molto burroso, senza però mai diventare stucchevole. Anche la parte fruttata rifugge gli eccessi: è “giallo” senza però essere succoso, con ananas disidratato e miele – ma non troppo dolce, diciamo miele d’eucalipto, perché siamo gente che vuole stupire. Buccia d’agrume, con un sentore delicatamente amaro: arancia amara? Il tutto è come ben inscritto in una cornice di legno, perché i 18 anni si sentono anche qui, pur senza prevaricare: spezie chiare, liquirizia e legno di balsa, dolce.

F: l’età vien fuori, con note di rovere, altra crema e pasta di mandorle. Un baleno di spezie e… avete presente le nocciole al miele?

“Sembra talco, ma non è”, cantava quella tossicodipendente di Pollon nei cartoni animati anni ’80. Anche questo Deanston sembra semplice, ma ha una sua grande profondità, piena di sfumature. È come l’arte concettuale, ci si illude che la possano fare tutti, ma in realtà il difficile è pensarla. Resta davvero equilibratissimo, dolcezza e parte amara non lottano mai, si contendono la palma del migliore in campo a suon di colpi di fioretto, evitando pugni e schiaffi. Sia lode alla misura: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Kinks – Mister Pleasant

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Macallan Edition N.5 (2019, OB, 48,5%)

Qualche anno fa, scherzando un po’, avevamo parlato dei primi NAS di Macallan (Ruby, Amber, Gold e Sienna) come dei “Macallan Pantone“, per dire che stavano puntando tutto sui colori… E alla fine, Macallan ci ha preso sul serio. I vari “Edition” sono infatti preparati in collaborazione proprio con lo studio Pantone, per valorizzare le infinite sfumature cromatiche legate al whisky – e a proposito della nostra bevuta di oggi, il violetto Edition N.5, sul sito ufficiale della distilleria si parla solo di quello. Anche se poi, in etichetta, sono indicate tutte le tipologie di barili usate, con una cura per il dettaglio davvero inusuale (come già accaduto anche con l’Edition N.4, ad esempio). E dunque, perché non puntare (anche) su quello? Ad ogni modo, non vogliamo essere polemici, e in fondo siamo d’accordo con tutto quello che scrive Mark su malt-review.com nel cappello introduttivo.

N: se si pensa al noumeno del Macallan in sherry (cioè?, direte voi, a ragione), questo fenomeno ne è distante: è uno di quei Macallan ‘pallidi’, anche se non così pallido come il range normale triple wood ecc. Cioccolato al latte, anzi: Lindor al latte! C’è malaga, forse zuppa inglese: a testimoniare una presenza tenue di frutti rossi, come diluiti in un mix di gelato, vaniglia, crema. Albicocche secche, arancia dolce, uvetta. 

P: super beverino e molto dolce, conferma le impressioni del naso: sa di zuppa inglese. Potremmo forse chiudere il palato qui: è il whisky più zuppinglesoso che abbiamo mai incrociato. Talmente dolce che la nota di arancia si rivela liquorosa, come Cointreau; tanta vaniglia, crema e uvetta. Il malto non c’è, coperto dalla coltre appiccicosa di dolcezza. Cacao.

F: Angelo, che beve con noi, ci stupisce con una nota epifanica: buccia di pesca.

E che gli vuoi dire, è un whisky complessivamente piacevole, certo un po’ sbilanciato sul dolce – più o meno siamo sul livello dell’Edition N.4, forse un pelo più piacione, e dunque, mostrando grandissima coerenza, ci piace anche un punticino in più: 85/100. Grazie a Marco e Chiara di Velier per il generoso sample.

Sottofondo musicale consigliato: The Jimi Hendrix Experience – Purple Haze.

Lagavulin 10 yo (2019, OB, 43%)

Quest’estate Lagavulin ha lanciato un nuovo imbottigliamento esclusivo per il travel retail (cioè, te lo compri solo in aereoporto): si tratta di un 10 anni, testimone dell’amore di Lagavulin per gli invecchiamenti pari. C’è un 8, c’è il 12, c’è il 16… A questo punto nella sequenza manca un 14 anni, ce lo aspettiamo entro un paio d’anni – figurati Diageo, è stato un piacere darti questo suggerimento. Ci avviciniamo a questo Lagavulin con biforcute e contrastanti aspettative: da una parte, come fai ad essere deluso da un Laga?, dall’altra, come fai ad aspettarti qualcosa di buono dal travel retail? Sia come sia, questo è frutto del matrimonio tra barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento e botti “newly charred and rejuvenated” – cioè legni attivi. Vediamo.

N: uh, com’è timido. Ci aggredisce immediatamente una sorprendente nota di marmellata di limone, molto profumata. Ci sono poi barrette di cereali (quelle che ti rimanevano appiccicate ai denti a scuola), forse con un po’ di cioccolato. Note di clorofilla, anzi: di cicche alla clorofilla, cioè una clorofilla zuccherata e un po’ mentolata, per essere meno evocativi. Dopo un po’, la torba che all’inizio appariva in disparte si fa strada tra i sentori, e arriva, Lagavulinosa, grassa e piacevolmente fumosa, con qualche sentore bello marino e iodato.

P: non ce n’è, Lagavulin non lo abbatti manco se ti sforzi. Qui l’ingresso è un po’ acquoso, la diluizione è massiccia e azzopperebbe ogni whisky… ma non Lagavulin. Dopo il primo sconcerto, esplode sia la parte dolce (forse un po’ eccessiva) tutta su miele e ancora barrette ai cereali; sia quella mentolata e balsamica, con Vicks Vaporub; sia quella torbata, fumosa, acre e cerealosa. Una sola punta di sapidità, senza mai essere troppo marino.

F: perdura il cereale affumicato, molto a lungo. Mele cotte, frutta secca.

Parliamo chiaramente: non è il migliore dei Lagavulin possibili, patisce un po’ di ruffianeria e di eccessiva facilità, soprattutto al palato, ma è un ottimo entry level – certo, costa più o meno quanto il 16 anni (poco più di 50€), ma pur sempre la metà del 12, no? Davvero, la considerazione è sempre la stessa, fatta mille altre volte: ci sono distillati che resistono a ogni avversità, e quello di Lagavulin, si sa, è parte del gruppo. 86/100. Insomma, la prossima volta che tornate da un viaggio e vi siete dimenticati di prendere un souvenir per quel vostro amico che colleziona magneti da frigo, ecco, prendetevi un Laga 10 e beveteci su. Grazie davvero a Egidio per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Angel.

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

Edradour 10 yo (2009/2019, OB, 46%)

Chi va fino a Pitlochry per dire a quelli di Edradour di togliere il cartello “the smallest distillery in Scotland”? No, perché noi non vorremmo disturbare… Il trend sempre più galoppante delle microdistillerie ha fatto sì che i 260 mila litri prodotti nel 2018 in questa incantevole e storica (1825) distilleria delle Highlands meridionali sembrino numeri da multinazionale. Al di là delle esagerazioni, di cui amiamo far uso in retorica e in svariati altri campi, è un fatto che Edradour sia una distilleria in rapida ascesa, soprattutto grazie alla crescita della qualità media degli imbottigliamenti, e che non a caso i proprietari di Signatory Vintage abbiano avviato un’espansione che porterà a breve a raddoppiare la capacità massima produttiva. Piccolo è bello, quindi, ma buono e richiesto del mercato forse è anche meglio. Oggi assaggiamo un 10 anni single cask imbottigliato da Signatory nella serie “The Un-chillfiltered Collection”, frutto dell’instancabile lavorio della botte #49 sul distillato. Il colore naturale, di un marrone-cola davvero intenso, ci mette quasi in soggezione. Ci aspettiamo bordate di sherry piovere da ogni dove.

IMG-20190919-WA0019N: e infatti è chiaramente uno sherry monster, carichissimo fin dalla prima annusata. Il barile doveva essere Oloroso, e ha donato a questo whisky note molto scure: liquirizia, fave di cacao, aceto balsamico tradizionale. Poi marmellata di frutta rossa (more, forse), ma un po’ in disparte. Tanto legno, con qualche spezia che fa capolino. Cola, un che di caffè zuccherato.

P: urca!, carichissimissimo. È talmente influenzato dal legno che sembra quasi affumicato: la prima nota che ci viene in mente è il Tabasco Chipotle (che appunto è un po’ affumicato, con anche note di aceto), poi sedano, un sacco di liquirizia, peperoncini (non perché sia piccante, ha proprio il sapore di chili). Ha una certa sapidità, poi cioccolato fondente, leggermente addolcito, marmellata di frutta rossa. Caffè.

F: lungo e sporco come il palato, ancora tabasco Chipotle, liquirizia, note salate.

Ve lo diciamo: è un whisky divisivo. Il punteggio che assegniamo (86/100) è la media matematica tra i nostri due voti: a uno è piaciuto molto per la sua stranezza, all’altro decisamente meno. Certo è una bevuta impegnativa, non è un whisky che finisci in una sera chiacchierando del più e del meno, ma altrettanto sicuramente è un profilo molto particolare, quasi unico. Tantissimo legno, tanto gusto, poco distillato. Per portarselo a casa servono una sessantina di euro di euro oppure un amico curiosone come Davide Ansalone che ne compra una bottiglia e te ne porta un sample. Grazie!

Sottofondo musicale consigliato: Wynton Marsalis – Daily Battles (Motherless Brooklyn OST)

 

Balblair 15 yo (2019, OB, 46%)

“Non sei più quello di una volta”

Una delle novità dell’ultima stagione whiskystica è stato il dietrofront di Balblair sul terreno delle indicazioni dell’età. Fino a pochi mesi fa, infatti, la bellissima distilleria delle Highlands era solita indicare il vintage (e l’anno di imbottigliamento): ora è tornata al passato, segnando in etichetta l’età minima del whisky, e dunque 12, 15, 18 anni… Nelle scorse settimane abbiamo recuperato un sample del 15 anni, maturato in barili ex-bourbon e finito in sherry first fill: è giunto il tempo di metterlo alla prova. Le passate edizioni ufficiali di Balblair erano quasi sempre di nostro gusto, vediamo se il cambio di packaging e di filosofia hanno cambiato anche il liquido.

N: l’anima fruttata di Balblair c’è, e c’è tutta: è un naso super aromatico, con un muro di Berlino di mele rosse, un’aria di marmellata di fragole, prugne fresche… C’è una punta di frutti rossi ‘artificiali’, come di sapone ai f.r., o candela ai f.r. – si noti pure una nota mentolata e balsamica davvero interessante. Se trovassimo del gelato alla pesca, ci prendereste per matti? Forse sì. E uno yogurt alla banana, questo lo ritenete più plausibile?

P: molto intenso, sicuramente, piuttosto fruttato – e certo però l’apporto del barile in fase di finish gli appiccica sopra un che di troppo artificiale, forse… Ci viene in mente il Croccante (o Concertino, secondo altre marche), il gelato: cioccolato, granella, panna e amarena. Banana, ancora, e anche panna cotta. Fruttatissimo, anche al palato. Uva passa.

F: limone dolce, per racchiudere un senso compatto di dolcezza e acidità agrumata. Lychees.

Molto “moderno”, questo Balblair 15 ci sembra molto caricato dal legno, ha un senso di “costruito” che facciamo fatica a collegare alla nostra immagine della distilleria. Al contempo, sembra un po’ più giovane di quel che è. 82/100 la valutazione, e così su due piedi, ad essere sinceri, ci piace meno dei vecchi vintage. Ma assaggeremo anche gli altri e cambieremo idea, d’altro canto tutto scorre, no?

Sottofondo musicale consigliato: Cousin Stizz – Jordan Fade.