whisky benriach 21 yo

Benriach 21 yo (1994/2016, OB for Pellegrini, 54,2%)

Dovete scusarci, perché ogni tanto ci distraiamo davvero tanto e ci capita allora di perdere certe chicche, addirittura in esclusiva per il mercato italiano. Ad esempio due anni or sono Pellegrini, l’importatore italiano di Benriach, ha portato a casa l’imbottigliamento di due single cask: uno era questo 10 anni invecchiato in Porto, che ci era parso eccellente, l’altro il whisky di cui leggerete tra poco. Benriach, che appartiene a Brown Forman assieme a Glendronach e Glenglassaugh, è una distilleria molto prolifica in quanto a imbottigliamenti, ma poco si sa di come vanno le cose tra le sue mura, non avendo un visitor center e non essendo dunque visitabile facilmente. Ci sono insomma tutti i presupposti per qualche leggenda spaventosa sul mostro che nottetempo si aggira tra gli alambicchi di Benriach; intanto noi, più modestamente, assaggiamo questo 21 anni invecchiato in un refill hogshead.

whisky benriach 21 yoN: si presenta torbatino, ma di una torba sottile, pungente. Un che di pasta del dentista e di chiodi di garofano… Tanta gomma, anche gomma bruciata. La tela cerata (e perché non un Barbour?). Dopo di che arriva una bella frutta, variegata (quasi tropicale): mela rossa, albicocca, forse perfino melone.

P: urca, pieno e aggressivo, molto intenso – la botta iniziale è massiccia. Resta molto torbato, ancora con pasta del dentista e fumo. La dolcezza è nuovamente di frutta arancione (melone, di brutto). Una spruzzatina di peperoncino. L’agrume emerge nitido, soprattutto con acqua, e lo definiremmo d’imperio come lime: anzi, ci folgora il buon Zucchetti, oscuro manovratore di questa recensione, con la sua immagine di caramella al limone frizzante. Poi, anice e liquirizia, anzi: finocchietto.

F: lungo, un po’ monodimensionale, tutto spinto sulla torba: resta molto chimico e torbato, gomma bruciata.

Dovendo mettere in parole le emozioni forti che questo single cask sa dare, lo divideremmo sicuramente in due parti: il naso è molto piacevole, oltre che ricco di sfumature certo insolite, come il melone e la pasta del dentista. Il palato, pur mantenendo le stesse curiose sorprese, ha un “problema” di aggressività, con tutti i sapori sparati a mille a sbaragliare l’incolpevole cavo orale. Intendiamoci, complessivamente resta un ottimo dram, di cui consigliamo vivamente l’assaggio, ma se è un daily dram che cercate… state sbagliando tutto: 86/100. Grazie mille a Samuel per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Glenn Miller & His Orchestra – Moonlight Serenade

 

 

 

Blair Athol 21yo ‘Cars’ (Moon Import, 57%)

Le bottiglie della serie Cars, forgiata dallo storico importatore e imbottigliatore indipendente italiano Moon Import, non sono per niente facili da reperire. Messe in commercio in un non meglio precisato anno dell’ultima decade del millennio, sono infatti diventate instantaneamente oggetto da collezione, anche grazie allo stile squisitamente vintage delle etichette; perdipiù di questo Blair Athol ne sono state prodotte solo 257 bottiglie. Ma c’è un ma: lungo il percorso lastricato di insidie e sofferenze di questo blog noi abbiamo incontrato un angelo salvifico e munifico di doni inaspettati. Il suo nome è Luca Bellia, storico di professione, entusiasta del succo di malto e fan sfegatato di Blair Athol, il quale durante una recente degustazione si è presentato bello come il sole e ci ha mollato tra capo e collo questo sample da assaggiare: e gloria eterna per Luca sia!

BlairAthol-21Y-MoonCars-711604-FN: subito trasmette una sensazione calda e scura, profonda. Abbiamo a che fare con compatte bordate di sherry: frutta rossa, certo, con ciliegia sotto spirito e fragole, in primo piano; c’è tanta uvetta, con la teoria di dolciumi che ad essa si lega (zuppa inglese, strudel perfino). Qui e là c’è una nota lievemente sulfurea, di arancia rossa matura, quasi di carne, a tratti. Perdura alta una nota balsamica, particolare, non di eucalipto ma… di canfora! Con acqua, si apre il mentolato, erbaceo, e talvolta regala suggestioni al limite del farmy.

P: la gradazione non è nascosta, e però è un palato spariglia le carte, particolare, intenso, stranissimo e incantevole. Esibisce un lato erbaceo inaspettato, tra la liquirizia (ma la caramella alla liquirizia, pure salata), la canfora, il mentolato. Carruba e chinotto. Aumenta il lato carnoso/sulfureo, che si prende tanto spazio; se concede un po’ di spazio alla frutta rossa succosa, si chiude su una nota profondamente amaricante… L’acqua fa uscire anche qui un che di mentolato e della scorza d’agrume (agrumi in grande crescita), ma non ci pare esaltare il whisky, e onestamente lo preferiamo liscio.

F: …che però miracolosamente svanisce al finale, tutto fatto di uvetta, di una rotonda morbidezza sherried.

Blair Athol è spesso un whisky dallo stile non banale e questo Moon Import non fa certamente eccezione, risultando anzi abbastanza estremo. Ti prende a cazzotti e ti disorienta a ogni sorso, cambiando forma e suggestioni; a tratti quasi inafferrabile, eppure così presente. Non è in assoluto il nostro optimum, ma tanto rispetto per questo imbottigliamento che è già Storia (sperando che Luca ci perdoni la maiuscola): 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rodrigo Amarante – Tuyo (Narcos Theme)

Blair Athol 21 yo (1995/2016, Valinch & Mallet, 56,8%)

Ancora indipendenti, questa volta dall’Italia: Fabio Ermoli & Davide Romano sono Valinch & Mallet, e stanno in questi giorni annunciando le nuove release autunnali. Noi oggi ci soffermiamo su quelle ‘vecchie’, per così dire, e partiamo da un Blair Athol di ventun anni maturato in un barile ex-sherry. Single cask, a grado pieno, non filtrato e freddo e non colorato, ovviamente: ma non è anche per questo che amiamo gli indipendenti? Le premesse per un grande spettacolo ci sono tutte…

N: molto intenso, compatto e, se ha un senso, ‘cupo’. C’è una sensazione di frutta scaldata, appena uscita da un forno, come una crostata alle arance; oppure, proprio la marmellata (di arancia, ca va sans dire) in via di preparazione che ribolle nella pentola. Mela rossa, anche un che di pesca, sempre in versione ‘calda’. C’è poi un graffio minerale, sottile, come di legno umido (sa un po’ di warehouse) o forse di tabacco da sigaro; c’è la frutta secca (noce, nocciola), forse una polvere di caffè. Col tempo si scurisce, con anche cioccolato e una cola in crescita costante. Pane dolce all’uvetta.

P: anche qui si conferma compatto, difficile da sezionare; e però c’è una grande sovrastruttura che si coglie immediatamente, ed è un agrume pervasivo: arancia in marmellata, buccia di arancia, ma anche un liquore all’arancia. Abbiamo già scritto “arancia”, per caso? Ci sovviene, quindi, un’epifania di Fiesta: appunto agrumata, con pan di Spagna saporito e cioccolato. Poi c’è un sostrato di caramello, infinito, impastato con la frutta secca. C’è un senso di legno infuso, umido; carruba, e un velo di caffè, con uno sherry torbido, appena al qua del limite del sulfureo...

F: lungo e persistente, c’è una sensazione di pan di Spagna, frutta secca, ancora un sacco di arancia variamente declinata.

87/100: molto buono, intensissimo, piuttosto composito e impreziosito da quelle sfumature minerali che tanto ci piacciono. È uno stile di sherry cask ‘greve’, denso, aggressivo, pur senza essere il classico sherry monster – e il colore ce lo dimostra già alla perfezione. Ci piace rilevare come il nostro voto sia lo stesso di Serge e Sebastiano e Davide, e soprattutto – molto più importante – l’interpretazione complessiva e la descrizione siano assai simili.

Sottofondo musicale consigliato: Parcels – Overnight.

GlenDronach 21 yo (1994/2016, OB for Silver Seal & Lion’s Whisky, 54,1%)

Abbiamo deciso di dedicare parte delle settimane agostane a delle piccole monografie: assaggeremo infatti solo whisky di selezionatori e imbottigliatori indipendenti. Già la scorsa settimana abbiamo assaggiato due selezioni di Max Righi per Silver Seal: nel fine settimana ci ha punto vaghezza di tornare su quei passi, e abbiamo scelto un GlenDronach ventunenne maturato in Pedro Ximenez. Questo, come ormai tutti i GD acquistati da indipendenti, ha etichetta ufficiale ed è selezionato da Max e da Diego Sandrin, collezionista e proprietario di Lion’s Whisky (qui una sua bella intervista concessa ad Angus). Diego ci perdonerà se però qui ci soffermiamo sul nuovo Whisky Antique di Formigine: negozio – uno dei più forniti al mondo! -, ristorante, spazio esterno per degustazioni con sigari. Il progetto è di fare col whisky qualcosa di mai visto prima in Italia, e se c’era qualcuno in grado di ambire a tanto, quello è proprio Max…

N: molto compatto, intenso ed elegante. Un caso ‘caldo’, e andando in ordine sparso diremmo: marron glacé, caffelatte, cioccolato ai frutti rossi, pan di Spagna, cola, biscotti (azzardiamo: krumiri), marmellata di arancia, crostata alla frutta, toffee, miele. Vi basta? A noi, francamente, sì. È molto buono, denso, grasso: piuttosto old-school.

P: beh, però, che qualità, e che corpo. Il PX si fa sentire tanto, portando una dolcezza molto pronunciata e zuccherina. C’è innanzitutto un tripudio di cioccolato al latte, poi prugne cotte, ancora marron glacé, cola, un pit di caffè (anzi, il solito rimasuglio di cappuccino zuccherato), arancia dolce. Un vago senso di frutta rossa indefinita. Col tempo esce una nota di tabacco di pipa eccellente. Con acqua, diventa più succoso, di una dolcezza più fresca.

F: lungo e persistente, qui torna prepotente la frutta rossa con il suo seguito di cioccolato al latte, un po’ di arancia.

Impressiona come un whisky di 21 anni non dia segni degli acciacchi del tempo, risultando grasso, grosso e godibilissimo. Certo, l’apporto del PX è massiccio, e tende ad addolcire il profilo complessivo – per questo l’aggiunta di acqua, che rende tutto più succoso e screziato, pare a nostro gusto consigliabile. Qualità sempre, immancabilmente alta con GlenDronach; qualità sempre, immancabilmente alta con Silver Seal: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quantic & Flowering Inferno – Cumbia Sobre el Mar.

Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

Glen Albyn 21 yo (1963/1984, Gordon & MacPhail, 40%)

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1934: mentre Hitler firmava il patto di non aggressione con la Polonia, il mostro di Lochness se la spassava

Come ci insegna l’imperdibile Alfred Barnard, che nel peregrinare per le infernali lande scozzesi è il nostro Virgilio , nel ‘700 Inverness era di gran lunga la principale città produttrice di malto, tanto da essere quasi monopolista: quando a fine Ottocento nella stessa città aprì Glen Albyn, però, questo primato era stato abbondantemente perduto… La cosa ovviamente non ha impedito alla distilleria di prosperare, anche se solo per un secolo: nel 1983 la famosa grande crisi del whisky l’ha costretta a chiudere, e proprio per questo è sempre più raro trovarne imbottigliamenti sul mercato. Per questo, quando all’ultimo Milano Whisky Festival abbiamo intravisto al banchetto di Giorgio D’Ambrosio e Franco Di Lillo la scritta rossa in caratteri gotici GLEN ALBYN, non abbiamo saputo resistere e ne abbiamo portato a casa un sample: si tratta di una selezione di Gordon & MacPhail, 21 anni in botte tra il 1963 e il 1984 (ucciso e messo in vetro un anno dopo la nostra venuta al mondo, per capirci). Ah, un dettaglio simpatico: la distilleria traeva l’acqua da Loch Ness…

Schermata 2016-06-30 alle 20.19.33N: certo non sa né di vaniglia né di frutti rossi hardcore, due descrittori così comuni nelle moderne declinazioni ex-bourbon ed ex-sherry… Tanto per chiarire che il salto generazionale è bello forte. Accoglie senza alcuna aggressività alcolica, e ciononostante col massimo della ricchezza aromatica. Si inizia con una setosità un po’ umida (?) da libro vecchio, da cera d’api, impreziosita da burro fresco, tè verde, biscotti al burro, miele. Fieno. L’impronta di grande naso è data poi però dall’aggiunta di un cestone di frutta matura, con mele, pere dolci; perfino la pesca, a portarci alle soglie del tropicale. Fantastique!

P: dopo tanti anni probabilmente un minimo di ossidazione è intervenuta, e in effetti l’attacco è molto soft, con una leggera sensazione di ‘slegato’… Ma com’è slegato bene! L’esperienza infatti è assai più che gradevole: ci pare affievolita la componente più ‘cerosa’, da whisky d’antan (non che sparisca: perde un po’ di spazio) a vantaggio di una dolcezza a base di cereale: brioche (alla marmellata, o anzi: fagottino alla mela), biscotti; ancora fieno.

F: persistente, rimane bello dolce, tutto su biscotti ai cereali, malto, cioccolato bianco.

Come spesso accade con i whisky del passato, il naso di questo imbottigliamento meriterebbe valutazioni stellari, con la capacità evocativa che hanno quelle note maltose, di fieno, di vecchia carta umida, di cera… Peccato che il palato, leggermente ‘scarico’ a nostro parere, porti un po’ giù l’asticella: ma ciò non toglie che l’esperienza complessiva sia fantastica, e il nostro freddo, pur alto 88/100 non rende giustizia allo splendore.

Sottofondo musicale consigliato: Amy Winehouse – Tears Dry On Their Own.

Aberfeldy 21 yo (2015, OB, 40%)

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quanta amenità

Aberfeldy è distilleria delle Highlands centrali di proprietà di Dewar’s (ovvero: Bacardi), generalmente poco conosciuta: questo 21 anni però, a dispetto delle nostre scarse competenze, si è vinto il premio 2014 ai World Whiskies Awards come miglior malto della regione… Da poco tempo il core range ha subito una bella riverniciata di novità (le bottiglie e le etichette sono molto belle, nello stile che oggi è più di moda), e anche in Italia iniziano a vedersi diverse espressioni ai festival e nelle enoteche; la cosa ci fa piacere, certo, ma mai quanto ci fa piacere bere un dram… Tutto ‘sto pippone per annunciare con trombe squillanti che oggi assaggiamo l’espressione più matura del lotto. Dàghene (forma veneta per il più celebre daje).

Schermata 2016-06-08 alle 21.55.35N: fin da subito sembra un whisky ‘classico’, con un’accezione positiva dell’aggettivo: molto profondo, maturo e aperto, privo di note alcoliche (d’altro canto, è solo a 40%), tutto giocato tra note di brioche appena sfornata, di fette biscottate calde, di cioccolato al latte e vaniglia… Ma non si pensi a una monodimensionalità dolciaria: la quota di botti ex-sherry dev’essere stata bella importante, con suggestioni chiare di frutti rossi (ciliegie, lamponi), un velo di tabacco da pipa (molto dolce); uvetta, in grande quantità (e le prugne secche?), ed anche un po’ di frutta secca tostata (arachidi). C’è anche un cicinin di erbaceo e mentolato (ma proprio un cicinin, eh). Molto piacevole, davvero un naso rotondo e… classico.

P: se tanti, online, criticano la scelta di imbottigliare a 40% (e, intendiamoci: anche noi preferiremmo sempre una gradazione più alta, ma siamo dei rompiballe, si sa), onestamente a noi non pare particolarmente scarico, e il corpo ci sembra certo non esplosivo ma nel complesso accettabile. Siamo subito piacevolmente colpiti da una nota molto nitida di cera, in avvio: proprio cera d’api, ma anche miele, di quelli non troppo dolci… Ci stupisce proprio che sia così compostamente ‘amaro’, con perfino una suggestione episodica di propoli. Sullo sfondo si agitano ancora il cioccolato, la frutta secca tostata, un velo ancora di frutta rossa (molto meno evidente che al naso, però), di uvetta. Che bella sorpresa!, mostra una complessità inattesa e resta molto piacevole da bere. Verso il finale mostra anche una venatura affumicata…

F: il finale non è lunghissimo, pagando forse dazio – qui sì – alla gradazione bassa: tutto su miele, uvetta ed un velo di fumo.

Come abbiamo già scritto, avevamo basse aspettative (non sapremmo dire perché) e siamo stati smentiti dall’evidenza di fatti: è un buon whisky, piacevole, di una certa complessità, con quelle note che tanto ci fanno impazzire (leggi: cera) e che lo rendono tanto “Highlands”. Certo, se la gradazione bassa può essere in assoluto un limite, in questo caso soprattutto rende il whisky pericolosamente beverino. Il giudizio sarà dunque di 87/100, con uno sguardo per una volta anche al prezzo: circa 90€ per un ventunenne, al giorno d’oggi, è cosa rara.

Sottofondo musicale consigliato: Aberfeldy – Whatever turns you on.

Taketsuru 21 yo (2013, OB, 43%)

masatakataketsuruIl Taketsuru 21 anni è un’istituzione, nel panorama dei whisky giapponesi: noi ne abbiamo tenuto un sample in fresco per troppo, troppo tempo. Adesso che i prezzi s’impennano, ci piace godercelo senza pensieri: si tratta di un blend di distillerie di casa Nikka, Yoichi e Miyagikyo, omaggio a Masataka Taketsuru, un signore pieno di baffi che nel 1918 decise di trasferirsi a Glasgow dal lontano oriente per carpire tutti i segreti della distillazione scozzese. La storia dice che ci è riuscito; vediamo se anche questo malto ce lo confermerà.

japan_tak1N: accoglie subito un aroma leggermente tostato, di malto biscottato e legno – appunto – tostato (anche un sentore di liquirizia, in questa zona). Non si nascondono mai, però, delle note piacevolissime di frutta cotta (prugne, soprattutto), uvetta, forse un accenno di sciroppo d’acero… Le note fruttate proseguono su un senso astratto di confetture in cottura (non d’agrumi, però). Pian piano emergono punte speziate, tra la cannella (molto lieve, per fortuna) e qualcosa di più ‘resinoso’ (ci viene in mente il legno delle vecchie case di montagna).

P: il primo impatto è un po’ straniante, perché a una decisa intensità olfattiva segue un corpo un poco blando, vittima forse della bassa gradazione. Tutto piacevole, comunque, e tutto sommato coerente con il naso, di cui replica l’interazione tra note di cereali tostati, frutta cotta (ancora prugne, mele e pere) e un legno mai invadente, pur se certo non dissimulato. Un intenso ‘che’ di vaniglia pervade il palato, dopo un po’. Semplice, in fondo, ma gradevole.

F: non lunghissimo ma buono, replica pedissequamente le direttive di naso e palato.

Non si può dire che non sia buono: tutto è gradevole e armonioso, e soprattutto il naso giova di qualche nota leggermente sporca davvero piacevole, che va a complicare un profilo molto pieno. Peccato che il palato sia un po’ blando, altrimenti avremmo alzato un voto che comunque resta più che dignitoso: 86/100, e ci vediamo là.

Sottofondo musicale consigliato: As I lay dying – Electric Eye.

GlenDronach 21 yo (1993/2014, OB for Beija Flor & Silver Seal, 58,1%)

L’abbiamo assaggiato per la prima volta a Roma, ed era solo un piccolo, sperduto campione di botte in attesa di trovare una nuova famiglia; ci era piaciuto, molto, ma poi l’abbiamo quasi dimenticato, persi nel quotidiano tran-tran… E poi, a Novembre, finalmente ne abbiamo presa una bottiglia tra le mani; l’abbiamo aperta, ne abbiamo versato qualche dram: e la magia è tornata. Stiamo parlando del GlenDronach ‘dei blogger’, selezionato da un panel composto dai più illustri (…) blogger di whisky italiani, da Max Righi e da Maurizio Cagnolati, i nomi e le anime dietro ai marchi Silver Seal e Beija Flor (potete leggere tutta la vicenda nella bella prosa di Davide). Ora, vediamo un po’ se insieme ai fidati compari abbiamo scelto bene: si tratta di una singola botte (#35) del 1993, ex-sherry Oloroso first-fill, invecchiata per 21 anni e imbottigliata da poche settimane.

Schermata 2014-12-15 alle 12.23.54N: miracolo! Dov’è l’alcol? Forse si è defilato per rispetto alla complessità di questo naso… Ha una ricchezza aromatica clamorosa, che quasi ingolosisce, ti prende per la gola… Il primo impatto è di un bel cioccolato, fondente (anzi: il cremino fondente); poi, a tappeto, un gran misto di frutti rossi, qui in versione fresca e succosa, ma anche: ciliegie sotto spirito! Un’altra immagine che ci viene in mente è: frutti di bosco con il Porto. Prugne nere, fresche e succose; anche fichi freschi, belli maturi. Poi ci addentriamo anche in un lato più graffiante: una bella nota di ‘caramello bruciato’, di creme brulée. Poi, delle note di anice, di rabarbaro, di tè, di legno umido, qualche punta di noce moscata e cera d’api: note sporche che si integrano perfettamente con il resto. Top. Sigaro?

P: anche qui impressiona l’inconsistenza dell’alcol, che lascia il campo a un corpo di compattezza e intensità. Clamorose. Le due anime descritte al naso (fresco fruttato succoso vs graffiante speziato tannico) proseguono qui all’unisono: e quindi, cioccolato ed eucalipto, frutta rosa (ancora iper-succosa) e rabarbaro, arancia e tamarindo. Qui il lato dei tannini si fa più erbaceo, vegetale, ma senza sforare nella dimensione dello ‘sforzato’. Accompagna verso il finale ancora quella nota speziata e piccantina di sigaro. Non sarebbe necessario, ma se volete farvi un regalo e gridare di vera gioia, aggiungete acqua: il lato tannini/erbe si fa appena da parte e lascia che la dolcezza esploda, veramente fragorosa (marmellata di fragole? crostata ai frutti di bosco?).

F: lunghissimo, aperto dal sigaro (quasi fumo); resiste, ancora clamorosamente, una frutta fresca, succosa; cioccolato amaro e una nota biscottata, di malto, a sorpresa.

Noi blogger di whisky italiani saremo dei cialtroni ma di certo sappiamo riconoscere un buon malto; o per lo meno, in questo caso l’abbiamo fatto – e c’è da dire che tutti e quattro i campioni ci erano parsi di alta qualità, quindi non è che proprio sia stato un compito difficile. Ma ecco, un GlenDronach di questa età, per sedurci davvero, deve essere come questo: ha infatti un ottimo bilanciamento tra il lato erbaceo e quello dolce, succoso; e diciamo già che un punticino in più glielo diamo perché con acqua evolve in modo davvero deflagrante. E insomma, bando alle ciance: 94/100 è il nostro voto; perdonateci, l’abbiamo scelto (anche) noi. Qui le impressioni di Federico, qui quelle di Giuseppe.

Sottofondo musicale consigliato: Keith Jarrett – Over the rainbow, dal concerto alla Scala del 1995. Una versione sofferta, e per questo splendida.

Cardhu 21 yo (2013, OB, 54,2%)

La distilleria non gode di un apprezzamento universale, si sa; l’imbottigliamento base, il 12 anni, ci ha già fatto abbastanza cadere in depressione, ma la nostra sete (di conoscenza) è tale che di questa ‘special release’ Diageo del 2013 ce ne siamo portati a casa un campione dall’ultimo Milano Whisky Festival. La ragione è semplice: il Cardhu 21 era il terzo dei cinque whisky proposti alla spettacolare masterclass Diageo, che era appunto spettacolare per la presenza contemporanea di Brora 2013 OB e Port Ellen 2013 OB. E poi scusate, non si può sempre assaggiare a colpo sicuro, tocca di percorrerlo tutto l’enorme spettro sensoriale del whisky. Ma basta con tutta questa spocchia, nessuna bocciatura preventiva!

Cardhu-21-Jahre-0-7l-54-2-Vol-.5577aN: punge, sulle prime; un profilo bello aperto e facilmente aromatico. Sembra di entrare in una pasticceria araba: fichi, miele, frutta secca mista (mandorle caramellate). Sicuramente è bello sherry-oriented, anche se di una versione molto ‘fresca’ e succosina; gelée alle more e alla fragola (…tu resistere non puoi…); certo senza note ‘sporche’ o profonde. Il tutto è completato da legna fresca, un pit di lucido da scarpe e un altro pit di mentolato.

P: ancora alcolico, come ovvio; un corpo non molto denso e masticabile: riesce a essere esile se pur saporito. Per saporito intendiamo intense note di brioche all’albicocca, succo di pesca; aranciata e qualche frutto rosso. Poi distinta una nota di malto che ci ricorda il 12 anni base… Purtroppo, nel senso di un distillato anche qui un po’ monocorde e fragilino, e pare prevalente la ‘costruzione’ in botte. Frutta secca, non poca.

F. non malvagio; lungo, su frutta secca e richiamini di frutta succosa.

Un ex-sherry molto ‘moderno’, non tanto profondo; di certo tutto giocato sul legno, con qualcosa di maltosetto, e un po’ troppo alcolico, che vien fuori al palato… La dolcezza almeno c’è, ma – come già detto – non ci entusiasma per la sua facilità. Niente drammi, per carità: 80/100 però sarà la vetta massima che questo Cardhu raggiungerà nelle nostre pagine.

Sottofondo musicale consigliato: GershwinRhapsody in Blue