Dailuaine 22 yo (1995/2018, Carn Mor, 56,6%)

Carn Mor, pezzo pregiato del gruppo Morrison & Mackay, è uno degli imbottigliatori che ha stupito di più gli appassionati all’ultimo Milano Whisky Festival, in cui era presente al banchetto di Fabio Ermoli, importatore italiano: anche per questa ragione a inizio maggio abbiamo deciso di partecipare alla Masterclass di Peter Mackay tenuta a Tomintoul, durante lo Spirit of Speyside. Tra i vari assaggi, abbiamo deciso di dedicare una recensione ad hoc a questo Dailuaine, un single cask che, alla vista, avremmo sicuramente ritenuto frutto di una maturazione ex-sherry… E ci saremmo sbagliati: solo 76 bottiglie ottenute da un bourbon cask di secondo riempimento ma sottoposto a un pesante recharring, ovvero una nuova tostatura per ravvivare la vitalità del legno: di qui il colore scuro scuro.

N: aperto, aromatico, molto intenso e ‘scuro’, compatto. Pesche sciroppate, pesche con gli amaretti – insomma pesche iperzuccherine. Tarte tatin, frutta maturissima. Caramello, miele di castagno. Il senso di zuccherinità è devastante! Ma resiste anche una certa maltosità biscottata, insieme a chips di legno – e di mele. Tante mele, rosse soprattutto.

P: idem come sopra, dall’intensità ai descrittori. A voler essere più effusivi, ci sono più evidenti anche note di arancia e burro (biscotti al burro). Basta con le effusioni. Un vago sentore che definiremmo di cera, anzi forse frutta di marzapane con cera edibile. Zuccheri caramellizzati. Cocco.

F: lungo, persistente e ancora incredibilmente intenso. Tutto coerente con quanto scritto su.

Molto compatto e coerente, grandissima intensità, grande frutta, un po’ monotono se vogliamo: ma che bella monotonia. Molto molto carico, certo, e il distillato pare decisamente ancillare alla vivace virulenza del barile; e però è buono, decisamente persuasivo, per cui ci appiccichiamo sopra un 87/100. Costa circa 170€, è quasi esaurito ed era destinato al solo mercato britannico.

Sottofondo musicale consigliato: Gorillaz – Humility.

Annunci

Kininvie 23 yo (batch #2, 2014, OB, 42,6%)

Kininvie-Opening-big

signora mia!

Signora mia, e cosa sarà mai questo Kininvie? Che roba è?, non ho mica mai sentito una distilleria del genere. Beh, mio caro interlocutore immaginario, io che sono una signora esperta so! Capisco, signora, e rispetto la sua autostima, ma mi dica, cortesemente, che roba è. Beh, caro interlocutore immaginario, Kininvie un tempo era una distilleria ‘fantasma’ del gruppo William Grant: usavasi la piccoletta e poco amena distilleria, sita nel cortile di Balvenie, per produrre grain e malt whisky da destinare ai blended di casa; oggi però si distilla quasi solo malt whisky destinato a rimpinguare il Monkey Shoulder e, soprattutto, a fare magazzino per imbottigliamenti premium semi-misteriosi, tipo quello che abbiamo qui davanti, caro interlocutore immaginario. Ah, signora mia!, ma allora Kininvie Single Malt è come l’Hazelwood! Già, solo che costa un poco di più. Beh, signora mia, beviamoci su.

Schermata 2016-07-13 alle 20.26.10N: da subito, è un whisky che sa maledettamente di whisky di Dufftown, in tutte le sue accattivanti sinuosità: ci sono note ingolosenti di brioche all’albicocca e di toffee burroso (avete presente il fudge?), poi seducenti voci di pesca sciroppata, mele gialle; pane al latte con le uvette. Sicuramente nel mix di botti c’è un bell’apporto dello sherry, che porta anche un senso di legno tostato, di zucchero cotto (diciamo tarte tatin per placare chi a ragione diffida dal descrittore zucchero cotto). Tutto davvero molto opulento. A bilanciare, un ricordo di buccia d’arancia rossa.

P: sa proprio di cereale burroso con delle frutta cotta zuccherina: fate voi, a seconda della vostra sensibilità e del vostro vissuto: una bella brioche all’albicocca, una torta di mele o ancora tarte tatin. Ancora un po’ di legno tostato e la buccia d’arancia, magari essiccata… Qualcosa di noccioloso, anche. Miele.

F: abbastanza lungo e persistente, prosegue sulla linea ben tracciata sopra, tra burro e buccia d’arancia, tra malto e frutta secca.

Come senz’altro sapete, si tratta di una bottiglia molto ricercata tra i collezionisti (memori delle quotazioni raggiunte dai primi Hazelwood) e tra gli amanti di Balvenie: è una bottiglia da 35 ml, che in uscita costava circa 130 danari. Toltoci il dente del prezzo, dobbiamo dire che è un buon whisky, certo, ma non “mitologico”: la qualità è buona, ovviamente, e a dispetto della gradazione intensità e qualità dei sapori sono di alto livello. Noi però vogliamo tutto, vogliamo sognare!, e dunque non andremo sopra il 85/100. La signora mia di cui sopra nel frattempo si è appartata con l’interlocutore immaginario (lo diciamo per i più apprensivi).

Sottofondo musicale consigliato: Napoli Centrale – Simme iute e simme venute.

Glen Garioch 23 yo (1991/2015, Sansibar, 51,7%)

In tanti, durante il Milano Whisky Festival, ci hanno invitato ad assaggiare questo single cask che Max Righi aveva al suo banchetto; si tratta di un Glen Garioch in botte ex-sherry, selezionato e imbottigliato da Sansibar, marchio tedesco che negli anni si è guadagnato una certa reputazione e che finora era abbastanza difficile da trovare in Italia. Facciamo ora quel che al festival non abbiamo potuto fare: si dia inizio alle danze.

pid_59117_00001N: si sentono i 23 anni, nel senso che mettiamo il naso in un whisky complesso che rivela una lunga interazione con il legno. Ha proprio una bella evoluzione: all’inizio è un po’ chiuso, con note di cuoio, quasi di cerino, di polvere da sparo, mentre sotto si agita una dolcezza scura, tra lo sciroppo d’acero e i datteri e i fichi secchi. C’è anche l’acidità delle prugne secche, e pure un che di cioccolato con uvetta. Poi pian piano si apre, e viene fuori la crema di marroni; anche ciliegie sotto spirito. Chiude il tutto una leggera nota velata, minerale… E tabacco da pipa.

P: molto compatto e vellutato; dovendo dividere i sentori, iniziamo da arancia rossa (con quel lieve amaro…), frutti rossi (ciliegia); poi sciroppo d’acero, ma anche fette biscottate, di quelle ‘scure’, amare e tostate; datteri, ancora, e cioccolato fondente, tabacco e uvetta. Ma anche qui non si può tralasciare una nota lieve ma persistente di polvere da sparo, minerale e quasi fumosa… Torba e spezie del legno? Tanto toffee.

F: lungo e persistente, pur se composto; un fil di fumo, poi caramello, datteri e fichi, ancora tabacco.

Questo stile di whisky ci piace tantissimo, è sempre più raro e inusuale da incontrare; davvero elegante, raffinato, ma dotato di spigoli e screziature ‘sporche’ che gli donano una profondità notevole. Il naso è da Oscar, il palato è da… Leonardo Di Caprio, perché a nostro gusto si ferma un gradino sotto, quasi fosse un poco trattenuto (ma ne avevamo un sample piccolo, magari dipende da quello). 89/100 nel nostro quaderno, e ne consigliamo caldamente l’assaggio: whisky del genere, con uno sherry così profondo e sporcato dalla torba, sono sempre più rari.

Sottofondo musicale consigliato: Moderat – Bad Kingdom.

Glen Elgin 23 yo (1991/2014, Wilson&Morgan, 50%)

L’italianissimo imbottigliatore Wilson & Morgan ha nelle sue disponibilità molte botti di Marsala, che sovente utilizza per far maturare (più spesso, per ‘finire’) alcuni whisky che gli capitano tra le mani: questa volta è il turno di un single cask di Glen Elgin, distilleria dello Speyside poco conosciuta ma in grado di sfornare vere e proprie perle. Si tratta di un nettare distillato nel 1991 e messo in bottiglia l’anno scorso; non sappiamo quanto sia durato il finishing in Marsala, ma di certo sappiamo che si trattava di un Marsala secco.

238N: l’interazione tra il distillato e il finale in Marsala, i cui aromi qui si dispiegano ancora potenti, danno luogo a un profilo bizzarro: sentiamo note di carruba, di noce, ma anche di sedano (?!), liquirizia, rabarbaro. Insomma, un whisky ‘scuro’, qui e là mitigato (o se vogliamo ‘normalizzato’) dalla ‘dolcezza’ del caramello, di prugne cotte. Uvetta e pan di Spagna (…malaga?)

P: poco alcolico; lo scenario è il medesimo che al naso, però cambia la luce. Rimangono i guizzi particolari di carruba, liquirizia e sedano, e addirittura si innestano inattese suggestioni metalliche, appena accennate, e un’intensa tabaccata dolce (pipa). Tutto steso su un prato di una dolcezza molto, molto marcata, di… Marsala; e piovono uvette.

F: ancora tanta uvetta… colpisce come quelle note di sedano persistano ancora.

Il naso ci è parso davvero intrigante; il palato, a nostro gusto, eccede in una dolcezza a tratti un po’ troppo marcata, ma nel complesso si rivela un esperimento riuscito, impreziosito poi da note davvero inedite (sedano?), ma ben integrate. Il profilo, complice quella dolcezza così evidente, non è di quelli che ci fanno strappare i capelli, ma date le caratteristiche inusuali l’assaggio è senz’altro consigliato: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ministri – Spignere.

Macallan 23 yo (1977/2000, Silver Seal, 50%)

Il secondo Macallan della settimana è un imbottigliamento raro, pregiato e prezioso: si tratta infatti di un ventitreenne messo in vetro nel 2000 da Silver Seal. Questo whisky invecchiato in sherry (basta il colore, ramato, a svelarlo) è stato distillato nel 1977, ovvero proprio mentre poche centinaia di chilometri più a sud i club londinesi venivano invasi da gente con la passione per le creste colorate, l’eroina (che passione per l’eroina, uh!, come ci piaceva!) e il punk rock. Va da sé che là dove si distillava Macallan nulla di tutto ciò lanciava ombre, e quindi ignoriamo Sid Vicious e torniamo a Rino Mainardi e alla sua creatura.

pdt__macallan_1977_23yo_silver_seal_1204_1N: intensità ed espressività a livelli veramente importanti; senso di grande compattezza. Abbiamo di fronte un Macallan abbastanza ‘standard’, se vogliamo, ma che standard! C’è frutta rossa in quantità e in varie fogge (sia fresca che in compote), c’è un bel caramello, un bel toffee appena sfornato (si sforna il toffee?); c’è liquore all’arancia, e marmellata; un bel malto Macallan, tostato e aromatico; frutta secca, a oliare (a oleosare, diremmo se fossimo in vena di brutti neologismi inutili) il tutto. Qualche nota più ‘sporca’, tra il rabarbaro, il legno tostato; perfino una nota agrodolce, tipo worchester sauce. Un naso semplicemente monolitico, ma a dispetto dell’ultimo avverbio per nulla semplice: tradizionale ma non banale. Datteri e fichi, alla grande; liquirizia. Che qualità.

P: succosissimo e ultra-beverino. Inizialmente può sembrare deficitaria la componente alcolica: la realtà è che questo Macallan è lontano anni luce dalla pungenza alcolica della distillazione moderna (o se non altro, di quel che viene messo in bottiglia oggidì), e nasconde la gradazione in un oceano di piacere. Molto coerente col naso, lo replica in ogni sfaccettatura: è sia fruttatissimo (ancora rossa, ma quanta mela!) che tostato; è sia intensamente dolce che raffinatamente tannico. Aggiungiamo anche un po’ di mou, di cioccolato, forse anche caffè zuccherato. Veramente buono.

F: ma quant’è lungo? Dapprima replica il palato per un po’ (con una mela to-ta-le), poi lascia riemergere un malto oleoso e sulla frutta secca (nocciola) che impone di tirar giù il cappello.

Niente da dire: che i Macallan di questi anni (e non solo) abbiano fatto la storia non stupisce, né stupisce che Macallan sia la distilleria preferita dai collezionisti. Che peccato, però, che tante bottiglie giacciano chiuse nelle teche di signori eleganti, quando noi preferiremmo di gran lunga scolarcene a litrate… Su questa nota di rosicante rimpianto, non dimentichiamo la nostra missione e tiriamo fuori il numero: 93/100, non un punto di meno. Complimenti a Mainardi per la selezione, e grazie alla Betty e a Max che quasi un anno fa ci fecero omaggio di un sample di questo nettare.

Sottofondo musicale consigliato: Sid Vicious – My way.

Aberlour 23 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 54,9%)

Cosa? Avete detto “Aberlour in bourbon”? Come, come? Avete detto “imbottigliato da uno dei più affidabili imbottigliatori indipendenti scozzesi”, e intendete Cadenhead’s? Cooooosa, nella prestigiosa serie “Small batch”? Come, “ventitré anni”? Eh, siete sicuri? Avete proprio pronunciato il discutibile sintagma “tanta roba”? Vediamo se avete detto cose a caso o se ci avete azzeccato.

aberlourglenlivet-23-year-old-small-batch-wm-cadenheadN: un pochino d’alcol si sente, al primo impatto; ma l’istante è fulmineo, e come tale scompare in fretta. Grande ricchezza olfattiva, e l’impressione è quella di un malto vario, quasi cangiante. C’è un filone vegetale, che ricorda infusi d’erbe, amari, persino l’olio 31, se siete di vedute abbastanza larghe per concedercelo. Poi, una bella vanigliona emerge massiccia, salvo poi rimettere la sordina, salvo poi riemergere… Note ‘dolci’ di mandorle, albicocche, marmellata d’arancia; banana matura. Strano ma sontuoso, grazie anche al contributo di note ‘sporchine’, di warehouse (un pazzo ci sentirebbe anche un che di soffritto). Con acqua, il minerale acquista intensità, così come l’agrume, l’erbaceo; vengono fuori note burrose e di zenzero.

P: c’era da aspettarselo: badilate di sapore, con vaniglia, frutta gialla e frutta secca in primo piano. Che compattezza! Mele e arance, con potenti innesti maltosi; poi miele e ancora erbe balsamiche; volendo esagerare (e noi vogliamo), ricorda quasi un infuso zuccherato, anzi: addolcito con miele. Caramelloso, ma non per questo dolciastro; anzi, pare proprio ben bilanciato e succoso. Con acqua, esce la qualità del malto Aberlour, con le sue note agrumate e aranciate; rileviamo – d’altro canto – zenzero in aumento.

F: pulito e riccamente maltato; burroso, a tratti. Replica il palato, con lunghi sconfinamenti verso erbe infuse.

Beh, avevate ragione. Niente da dire: Aberlour lavora benissimo, non ci ha praticamente mai delusi; solitamente si associa la distilleria ai malti sherried, ma questo trattatello sulla qualità dimostra che anche quando il distillato incontra botti di quercia americana il risultato può essere soddisfacente. Più che soddisfacente. Diciamo 88/100? Eddai, diciamolo. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: EarthFrom the zodiacal light.

Strathisla 23 yo ‘Bourbon wood’ (1989/2013, Cadenhead’s, 48,5%)

Lo sfidante dello Strathisla ufficiale era questo single cask di Cadenhead’s, malto imbottigliato l’anno scorso dopo 23 anni passati in una botte ex-bourbon. Poche ciance, assaggiamolo e vediamo se l’età più matura servirà a farlo trionfare sul rivale. Il colore è paglierino.

cadenheads_strathisla_23yoN: con il 12 ufficiale rivela in comune quelle note di scorza d’agrume, qui più intense, acri, aggressive (arance, qui quasi ‘andate’; ma anche lana bagnata, è un profilo almeno all’inizio piuttosto ‘umido’, minerale). Una delicata dolcezza convive con un velo ovattante che pian piano si dirime lievemente, e lascia spazio, oltre a cenni di caramello, a una variazione sul tema dell’agrume: aranciata, lime, marmellata d’arancia. Anche sobriamente mieloso, certo non dolciastro (castagno?).

P: tutto si può dire tranne che sia incoerente. L’agrume, aspro, aggressivo, umido, un po’ al limite, è lì lì per sfociare in sapori pienamente organici. Qualcuno potrebbe perfino trovare note di carne, o di brodo… E invece proprio nell’acme riemergono delicate e saporite note minerali che trattengono il tutto nell’alveo dell’austerità. Una dolcezza di sottofondo, tra canditi, biscotti di malto, panettone secco.

F: idem come sopra, quindi agrume agrume agrume, una puntina biscottosa, solo più burroso.

Se cercate complessità, beh, non la troverete qui: di certo è un whisky molto particolare, e nel confronto con il 12 di distilleria è stato interessante riscontrare la vicinanza delle note agrumate molto intense, se pure variate. Detto ciò, anche a detta dei presenti alla degustazione il giovincello ha schiaffeggiato irriverente il cugino più anziano, che si ferma a 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: il cugino più anziano, comunque, ha le palle. Rings of SaturnSeized and devoured.

Littlemill 23 yo (1990/2013, Silver Seal, 54,8%)

Il cerchio si chiude: questo nostro tour in Littlemill indipendenti è iniziato la scorsa settimana con un single cask ex-sherry selezionato e imbottigliato da Silver Seal, si chiude quest’oggi ancora con un single cask di Silver Seal, questa volta di 23 anni ed ex-bourbon. La bottiglia è dell’ultima serie di rilasci del marchio ‘modenese’, da cui attingeremo ampiamente nei prossimi giorni; le etichette ci paiono molto belle, variando il tema tradizionale della grafica Sestante / Silver Seal – da sempre aspetto molto curato dalle parti di Formigine.

Schermata 2014-04-01 alle 23.07.37N: alcol davvero poco invasivo… La caratteristica principale è l’eleganza incredibile: dispiega un’intensità d’aromi clamorosa, ma tutto ci pare perfettamente levigato e al posto giusto. Ancora c’è un malto brioscioso e a tratti erbaceo (proprio erba fresca), ma più composto, più elegante – un ottimo naso che in qualche modo ci ricorda il Littlemill di Cadenhead’s, che però a confronto pare ruffiano e quasi eccessivo, sbilanciato. Al di là del paragone, troviamo un teorema di frutta davvero maestoso: agrumi freschi, fico d’India, pera, ananas… Intenso, ma delicato. La vaniglia è appena accennata, con invece lievi emersioni mandorlate. Un che di zucchero di canna, forse sciroppo d’acero?, anche qui solo accennato.

P: una dichiarazione d’amore alle Lowlands. Esordisce con grande coerenza: pienezza e pervasività ancora alle stelle, e tutto in perfetto equilibrio. Si sente nitidamente un malto erbaceo pulitissimo a cui seguono calde suggestioni di frutta gialla matura (pera, cocco, arance e limoni, ancora ananas). Anche mieloso e sciropposo (di nuovo ci vengono in mente sciroppo d’acero e zucchero di canna), ma non è mai cremoso o melenso, anzi: il contesto generale riesce a risultare secco, di eccezionale pulizia, pur con tutta un’opulenza fruttata. Poi accade “o miracolo”: tutto si ricompone in fretta, richiudendosi su note amare, di malto erbaceo veramente godibili.

F: cocco, frutta secca accennata (una sorta di mandorla), nocciolo di limone, ancora malto (biscotti integrali).

Qualità e quantità, eleganza ed onestà; insomma è #tantaroba. L’anima contadina di Littlemill qui è assolutamente rispettata dalla botte, che agisce levigando asperità e regalando momenti di vero piacere. Alla fine di questa Littlemill parade, questa bottiglia si guadagna il gradino più alto del nostro (sempre discutibile) podio: 92/100, grazie a Betty e Max per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: David ByrneMiss America.

Clynelish 24 yo (1989/2013, Adelphi, 53,1%)

Siccome il Clynelish 14 ci è piaciuto, abbiamo deciso di fare il bis: e però abbiamo voluto puntare ancora un po’ più in alto, assaggiando un single cask imbottigliato Adelphi 23 anni dopo la distillazione avvenuta nel 1989. Circonlocuzione un po’ forzata? Senz’altro: e dunque bando alle ciance, diamo fondo al sample avvertendo che Adelphi sarà presente al prossimo festival di Roma: fate un salto al loro banchetto, i ragazzi di Pellegrini sono di una cortesia unica e vi dedicheranno tutta l’attenzione che desiderate – davvero, eh, non è una marchetta! E questa non è un’excusatio non petita! E questo non è un circolo vizioso! A parte tutto, davvero, passateci.

Schermata 2014-03-07 alle 22.46.31N: la prima impressione è quella di dover superare un’erta muraglia fatta di cliché Clynelish, tutti sul lato dell’austerità: la patina avvolgente di cera, di candela, di frutta secca oleosa (noce, ma anche mandorla), di una composta ma viva torbatura… Questa patina è spettacolare, da sola basterebbe a caratterizzare un ottimo Clynelish ‘naked’; ma poi, indugiando con le narici sopra al bicchiere, a un tratto si viene ammessi nel giardino delle delizie. In un contesto ‘pannoso’ e cremoso, spiccano composite suggestioni di dolci di marzapane, albicocche succose, forse perfino punte d’ananas, certo agrumi odorosi freschi. C’è vaniglia, c’è miele. Notevole, davvero.

P: quando si dice “compresenza degli opposti”: i due momenti descritti al naso, qui semplicemente accadono, all’unisono. Potete dunque immaginare il delirio papillare… Deflagra immediatamente una dolcezza esuberante (su tutto: vaniglia, marzapane, frutta, sia albicocca che tropical), come però accompagnata e contenuta da una patina di cera, paraffina, candela. Per non far torto a cotanta complessità, merita menzione anche l’agrume e – ultimo ma non ultimo – robuste iniezioni di malto. Fantastique.

F: cremoso, maltoso… Burro fresco, cera. Veramente lungo e persistente.

Vorrei proprio conoscere il poveraccio che decide di comperarsi una botte di Clynelish del 1989 e si ritrova una ciofeca in casa: sarebbe un’impresa più unica che rara! Con i malti di questo periodo distillati in quel di Brora, Sutherland, beh: non si sbaglia praticamente mai. Eccellente, pulito, equilibratissimo, potente in aromi e sapori, bilancia benissimo l’animo ruffiano della dolcezza con quello austero, riuscendo nell’impresa di non deludere: 90/100 è il suo voto, brava Clynelish, un bacino a te.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio DallaAlla fermata del tram. Capolavoro!

Port Ellen 23 yo (1983/2006, Waddel Hepburn for The Way of Spirits, 54,1%)

Uhm, il secondo Port Ellen nel giro di un mese… Ci trattiamo bene, no? D’altro canto, a Islay in questi giorni c’è il Feis Ile, e noi dovremo pur consolarci in qualche modo. Questo è un Port Ellen di 23 anni, imbottigliato da Waddel Hepburn (leggasi Douglas Laing) per The Way of Spirits, ovvero una delle proteiformi manifestazioni degli amici del Milano Whisky Festival. Di questa bottiglia originariamente esistevano 60 esemplari, chissà quante ne saranno rimaste ora nelle cantine del MWF… Il colore è paglierino.

N: senz’acqua, la marca distintiva di certi Port Ellen è presente: vellutate note mineral-vegetali (terra di fiori, fiori recisi, olio d’oliva, puntine d’anice…) accompagnano una deliziosa mandorla – vaniglia, anche, ma in subordine. Prima ancora di una torba armoniosa e gentile arriva un che di vinoso (vino bianco); pian piano viene fuori un po’ di frutta, pera soprattutto, frutta gialla. Con acqua, si conferma. Esce alla grande una doppia libidine di legno (segatura, truciolato, buonissimo! dai, piace un po’ a tutti l’odore che si sente entrando dal falegname, no?). Il vegetale si fa un po’ più dolce, virando su pera e banane acerbe. Note di zenzero.

P: di primo acchito, colpiscono nitide note di cera; poi, liquirizia e vaniglia e ancora note vegetali e minerali. Notevole come la torba sia scemata e ne restino solo pallide vestigia. Si conferma poco affumicato e altrettanto poco marino. Con acqua: aumenta tutto d’intensità, in particolare cera, fiori recisi e frutta (gialla forse… ma si tratta di un sapore zuccherino fruttato che non riusciamo a definire del tutto… forse uva bianca? Ma anche no, eh).

F: la parte forse meno entusiasmante del dram, non è né molto intenso né particolarmente persistente. Poca cera, poche emersioni affumicate. Resti dolcini.

Questo Port Ellen è tutto sulla finezza, ed è in linea con alcuni degli ultimi imbottigliamenti ufficiali (vedi l’ottava release che abbiamo recensito, il profilo è molto simile), tra note di cera, vegetali e un delizioso, delicato dolcino. Volendo trovare il pelo nell’uovo, manca forse un po’ di grip, soprattutto sul finale, per cui il nostro giudizio sarà di 89/100. Nota di merito ulteriore: costa “solo” (stiamo parlando di un Port Ellen, eh…) 220 euro, qui. Ci potremo congratulare con Andrea e Giuseppe domani sera.

Sottofondo musicale consigliato: in tema di raffinatezza… Benny GolsonStaccato swing, dall’album Gone with Golson.