Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Jura 24 yo (1991/2015, First Editions, 50,5%)

e adesso Jura!

E adesso Jura! Adesso Jura! Adesso Jura che non hai paura, che sia una fregatura dirmi “single cask”, perché una botte col silenziatore ti spara al cuore e Bum!, tu sei caduto giù, e non lo bevi più. Che qualità ragazzi, che qualità: e comunque è proprio Ambra Angiolini ad averci chiamato, questa mattina, imponendoci di assaggiare un single cask di Jura, selezionato da First Editions (aziendina fondata durante un episodio di “Beautiful”, la saga leggendaria della famiglia Laing, non ripercorreremo la storia qui). Noi obbediamo, ma avendo un po’ di paura che sia una fregatura, dato che Jura – si sa – non è sempre garanzia di qualità.

N: molto delicato; la primissima nota che ci pare di trovare è quella del bianco degli agrumi (si chiama albedo, ed è ricco di sostanze pectiche: no, non pensiamo agli acidi poligalatturonici ma alla pectina dei vegetali, ovviamente. L’abbiamo scritto solo per poterci vantare con gli amici di aver scritto “poligalatturonici”), e anzi concordiamo in pieno con i descrittori riportati in etichetta: grandissima epifania del pompelmo! Poi note vegetali, erbacee e cerealose, che assieme a punte più spiccatamente vanigliate (anche pasta di mandorle), paiono definire un naso davvero delicato, trattenuto, che cammina per la stanza in punta di piedi. Anche zaffatine marine, piacevoli. Cioccolato bianco? Crosta di pane?

P: corpo massello, compatto; al palato si rivela acido, vegetale e cerealoso. Potremmo chiuderla qui, no? Dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare. Fiammate agrumate, poi una dolcezza zuccherina semplice, dissetante, vagamente fruttata; potremmo dire cocco, potremmo dire cereale, invece diremo mela gialla.

F: delicato e di media durata, ancora agrumato ed erbaceo. Un filo, ma proprio un filo di frutta secca (nocciola).

Ambra Angiolini aveva ragione: questo single cask era buono. Certo, non costa poco, ma cosa c’è di economico a questo mondo, ci chiediamo? Siccome è pur sempre sabato mattina e siamo un po’ in hangover, chiudiamo autocitandoci: “dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare”, noi apprezziamo le perversioni e stimiamo i pervertiti, ma ci fermiamo a 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: scusaci Ambra, ma sarà R.E.M. – All the way to Reno.

Botti da orbi – recensioni dal Whisky Revolution Festival

Torna la rubrica di assaggi a cura di Marco Zucchetti, eroe dei due mondi (quelli del giornalismo e del benessere, per i garibaldini già sul piede di guerra): questa volta, tocca a una selezione di assaggi dal Whisky Revolution Festival dello scorso settembre…

La vita è una scatola di samples, non sai mai quello che ti capita. Forse Forrest Gump preferiva i cioccolatini, ma sono problemi suoi. D’altronde lui era reduce dal Vietnam, noi invece dal Whisky Revolution Festival di Castelfranco Veneto. Dove, in un’isola di malto circondata da un mare di spritz, abbiamo fatto i whiskaioli, ovvero i fungaioli dello scotch. Ecco una selezione delle cose buone finite nel nostro cestino, rigorosamente senza un ordine. Perché dove c’è ordine, lì c’è pace e decoro. Ma entrambe le cose al momento non sono una priorità.

Tomatin 36 yo batch #4 (1981/2017, OB, 46%)

Re Lear a passeggio fra i Colli Euganei. Il pezzo forte della masterclass Tomatin – e forse la cosa più buona assaggiata al WRF – è stato questo whisky maestoso, che indossa la sua nobiltà con sicurezza e senza ostentarla. Discendente da tre barili ex bourbon ed ex Oloroso, è l’esempio di come Tomatin sia distilleria maratoneta, che dà il meglio sulle lunghissime distanze. E quando gli altri cadono stremati, lui ancora scatta brioso fra vivissimi aromi di papaya e melone, fragola e nespola. L’età non si chiede né alle signore né ai re e all’olfatto i 36 anni sono solo un ricordo. In bocca no, l’antichità ha un suo corpo possente. Così accanto a un sollucchero di pesche al forno e amarene sciroppate, sullo sfondo di una cremosità di cioccolato al latte che ti avvolge, ecco il legno. Balsamico, elegante, con un gran bel brio di pepe nero e chiodi di garofano che nulla toglie a una freschezza fuori sincrono con la carta d’identità. Tanti sono i monarchi sclerotici che il tempo ha ridotto a semplici lozioni di profumi prive di anima al palato. Qui invece di stantio non c’è nulla e il re è tutto tranne che nudo.

Magnificente. 92/100

Ancnoc 24 yo (2018, OB, 46%)

Il fatto che ancora non ci sia un Arbre Magique dedicato è uno scandalo. Perché guidare molestati da limone o pino silvestre quando si potrebbe farlo accarezzati da volute di brioche alla marmellata, zabaione e nocciola? Aromatico, aromaticissimo eppure fresco come un succo di frutta. Molto espressivo, anche se non complesso. È coerente qualunque faccia mostri: naso, palato, finale, è sempre fruttato, con note di pasticceria e di praline. Il legno – grassoccio, con un che di anice – fa capolino poco prima che il bicchiere si svuoti. Cuoio e fiori secchi impreziosiscono il quadro. Dunque cos’è quel senso di rammarico? Ahimé la gradazione, che se fosse più alta lo eleverebbe fra troni e dominazioni. Si ferma appena sotto, ma il paradiso è comunque assicurato.

Whisky da fiuto. 87/100

Bladnoch Bicentennial 29 yo (1988/2018, OB, 41,2%)

Sulla Settimana Enigmistica c’è l’enigma della Sfinge, lui è l’enigma del festival. Edizione ultraspeciale di rara opulenza (tanto oro si è visto solo per lo Zacapa Royal) per i duecento anni della rinata distilleria delle Lowlands. Duecento bottiglie, che in Rete si trovano a non meno di 5.700 euro l’una. Ma il denaro è lo sterco del diavolo, quindi qui se ne parlerà come se costasse 40 euro all’Esselunga. Al naso le note floreali ci sono (poutpourri), ma arrivano dopo un’anticamera di arancia e pesca, e dopo un corridoio di prugne secche, nocciole e vaniglia. In certe sniffate lo prenderesti pure per Armagnac, in altre la resina di abete la fa da padrona. In bocca invece ecco l’anima Lowlands, nonostante l’invecchiamento: lavanda, violetta, cola e cannella accanto alla dolcezza del malto. Il legno sgomita per mostrarsi (forse troppo?). Spuntano ricordi di quel cassetto con la biancheria della nonna terrorizzata dalle tarme, che un finale di legno e cacao confonde un po’. E dunque? Cattivo non è, il naso molto elegante, il finale persistente. Ma è come se la leggiadria dello spirito Bladnoch faticasse a respirare sotto il peso del tempo. Trilly Campanellino ha il tutù, non il paltò, anche se di cashmere.

Fiato corto. 85/100

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Valinch & Mallet, 52,1%)

Tullibardine è distilleria difficile: un tempo concentrata esclusivamente sulla produzione di materiale per blended, oggi sta cercando di rifarsi l’immagine e – contestualmente – di innalzare la qualità del distillato, stante una fama non proprio radiosa. Il vintage del 1993 è il più frequente disponibile presso gli imbottigliatori indipendenti, se si dà una rapida occhiata al whiskybase: oggi assaggiamo un single cask ex-bourbon selezionato da Valinch&Mallet, italianissimo giovane top player nel mondo dell’imbottigliamento indie.

28928121_10155426680611958_1273406618_oN: all’inizio si rimane spiazzati dalla sconcertante datità del distillato: cioè dal modo assieme sereno e brutale con cui questo va incontro all’ignaro degustatore. E dunque sentiamo note lattiche, di yogurt bianco, e in generale sentori ‘acidi’ – per intenderci – e agrumati, di limone candito, poi di sfalcio d’erba. Solo a un secondo ascolto (ma come? al naso? SINESTESIAAAA HONESTAAAAA) e col passare dei minuti si rivelano le note più attese, pure se in punta di piedi, in stile bourbon hogshead: e quindi vaniglia, pastafrolla cruda. Tuorlo d’uovo. Non moltissimo d’altro, a dirla tutta. A tratti un po’ alcolico.

P: il corpo decisamente non esplode, anche se la componente alcolica è piuttosto evidente. Da un lato si normalizza, seguendo una via che va dallo zucchero bianco alla vaniglia, al frollino. Dall’altro, rispetto al naso quel lato erbaceo molto naked non arretra, anzi a tratti pare di ciucciare fili d’erba fresca. Lemongrass; in generale, piuttosto agrumato (scorza di limone).

F: di media durata, molto pulito e limonoso, sulla falsariga delle fasi precedenti.

Senz’altro molto particolare, molto erbaceo, molto nudo; rispetto alla valutazione di Serge, a noi ha convinto complessivamente un po’ meno, e se possibile l’abbiamo trovato ancor più guidato dal distillato, forse fin troppo dopo 24 anni, e in ogni caso senza che la nudità, qui, risulti un valore assoluto, in sé – anche se quella suggestione di pane che l’alsaziano propone diffusamente, a posteriori, ci pare decisamente azzeccata. 83/100. Grazie a Fabio e Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Nessuno vuole essere Robin.

 

Littlemill 24 yo (1992/2016, Cadenhead’s, 52,2%)

Littlemill, nostra amata, perché mai ti hanno chiuso? Perché quei malvagi della Loch Lomond ti hanno relegato a fantasma, a spettro, in quel lontano 1992 di sicuro tristemente uggioso nelle valli di Scozia? Mentre ci cospargiamo il capo di cenere (manco fosse colpa nostra!), un po’ ci consoliamo pensando che dopo la chiusura della distilleria sono stati rilasciati un buon numero di imbottigliamenti, perlopiù indipendenti e a prezzi tutto sommato accessibili, se si conta che stiamo parlando di una distilleria chiusa e strachiusa, anzi proprio demolita. Considerando anche l’alta qualità media dei single casks in circolazione, non è detto che Littlemill non possa seguire presto sul mercato secondario le orme di Brora e Port Ellen, e veder così decollare le quotazioni assieme a quelle di Rosebank, altra grande defunta delle Lowlands. Intanto, noi continuiamo placidi il tour degli imbottigliatori indipendenti, passando niente meno che a Cadenhead’s, l’indie più antico di Scozia e con le radici ancora saldamente piantate nella penisola del Kintyre, a Campbeltown.

Littlemill-24-y.o.-1992-2016-Cadenheads-e1483440664647N: che spettacolo straordinario! Un affresco complesso, pieno di sfumature, che cambia a ogni snasata… Il primo impatto, devastante!, è su una frutta esuberante: ci sono cenni tropicali, forse maracuja o litchis o mango, poi frutta gialla (pesche sciroppate e mele). Quel che colpisce è che è una frutta venata di spunti minerali, grassi, resinosi: insomma, Littlemill at its best… C’è poi un senso, per nulla greve, di legno lucidato, di cera per legno – ci ricorda proprio la cera d’api. Ha una sua dimensione vegetale, come di resina, di sottobosco. Come se non bastasse, non risparmia certo bordate briosciose, di pasticceria burrosa, perfino di marzapane. Che bontà…

P: mamma mia, compatto come pochi altri, per cui scindere diventa un esercizio retorico che ci saprete perdonare. Esplosioni tropicali accolgono l’impatto palatale, ed è una carneficina di mango; il lato fruttato è ancora intensissimo, sempre di frutta gialla, con in più una dolce spremuta d’arancia e un paio di fette di pompelmo rosa (che nel suo racchiudere assieme dolce, amaro ed acido ci pare forse la suggestione che meglio incasella questo whisky). Poi, la degna austerità delle Lowlands, con note erbacee, vegetali, ancora un burro fresco infinito.

F: lungo, ricco, grasso, tutto giocato su un’infinita endurance tropicale.

Non è un whisky facilissimo, diciamo, ci piace pensare che sia un whisky da intenditori. Ti offre quanto di meglio il whisky delle Lowlands possa offrire, secondo il nostro inutile, modesto parere: leccornie fruttate e sobrie suggestioni di freschezza vegetale. Qui trovate il parere di Ibr, che non fa mistero di apprezzare il nettare. Lo premieremo con 92/100 e lunga vita alla defunta Littlemill!

Sottofondo musicale consigliato: Apparat You don’t know me

Tomatin 24 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 56,2%)

Ultimamente Tomatin sta rilanciando il proprio marchio: la mossa più evidente è il cambio del packaging, con nuove bottiglie (molto belle peraltro) e nuove etichette, ma anche le strategie commerciali paiono accodarsi al trend delle distillerie più quotate: single casks, release limitate, selezioni superpremium con invecchiamenti importanti e costi adeguati alla collocazione. Noi abbiamo sempre apprezzato Tomatin, ma con sgomento non ne conserviamo espressioni ufficiali tra i sample: per fortuna abbiamo un single cask di 24 anni, imbottigliato dai quei due mascalzoni di Valinch & Mallet (la botte è a metà con whiskybroker), da botte ex-sherry.

Schermata 2016-07-22 alle 11.40.52N: complice anche la gradazione monstre, ha un naso molto compatto e (sulle prime, per lo meno) difficile da penetrare. Prevalgono le note educate di frutta disidratata: dall’uvetta alle bacche di Goji (…), all’albicocca. Ha un che di minerale ed erbaceo, che assieme alla timida frutta ci fa immaginare persino un’acidula melagrana; se non sembrasse brutto da dire, potremmo spingerci a parlare di aceto bianco di mele, tutto giocato sull’ossimorico filo di una zuccherina acidità. Pian piano si apre su note al limite della vaniglia e della frutta gialla: davvero particolare e challenging, continua a cambiare e mai si concede uno sguardo ruffiano.

P: frutta rossa?, torte cremose?, un pizzico di malizia? Niente di tutto ciò, l’interazione con la botte ex-sherry (ipotizziamo: di non primo riempimento) ha qui portato a risultati inattesi: note di pera acerba, di vino bianco, passando per una multiforme suggestione di fieno, di uva bianca. Una venatura minerale? Un po’ di limone, forse anche di zenzero?, e uno strano e astratto senso che sta a metà tra il cioccolato e il mentolato. Con acqua, si fa un poco più dolce (si va verso la mela gialla) ma nel complesso lo preferiamo a grado pieno, più tosto e tagliente.

F: di medio-lunga durata, molto pulito, minerale e ancora dalle tinte gradevolmente acidule.

Beh, un whisky veramente sostenuto e talmente poco agghindato da sembrare nudo: Valinch & Mallet ci ha abituato a scelte peculiari, talvolta all’insegna della botte molto attiva, talvolta tutto all’opposto… Qui siamo decisamente in questa categoria, con un eccellente distillato in primissimo piano anche dopo 24 anni di interazione con un legno evidentemente levigante e poco attivo. La scelta ci piace, senz’altro, anche se – a onor del vero – dobbiamo avvertire che si tratta di un Tomatin che può risultare difficile, austero, soprattutto al naso: ma anche questa è una scelta che ci piace, no ai deboli di cuore, sì all’ardimento! 88/100, avanti il prossimo.

Sottofondo musicale consigliato: James Senese, Napoli Centrale – Ngazzate Nire.

Glen Garioch 24 yo (1991/2015, Liquid Treasures, 51,9%)

Qualche settimana fa l’amico postino ci ha recapitato un pacchetto inatteso, e proprio per questo assai gradito: trattavasi di quattro sample di imbottigliamenti di Liquid Treasures, selezionatore e imbottigliatore indipendente tedesco che già da qualche anno delizia gli appassionati con single cask molto apprezzati. Apprezzati dagli altri, per la verità, dato che fino ad ora non avevamo mai avuto modo di assaggiarne neppure uno: ma appunto, grazie all’amico postino eccoci qui. Assaggiamo una singola botte ex-bourbon di Glen Garioch, distilleria delle highlands poco conosciuta ma dotata di un glorioso passato (dare un’occhiata alla ‘classifica‘ di Serge è indicativo). Testiamone il presente.

glengarioch1991-shop-aid-547bN: ci accoglie una sensazione di buon ex-bourbon, che dopo 24 anni è in piena fase fruttata: domina un effetto “pasticcino alla frutta”, con tanta crema e note di frutta gialla (pera, pesca); pastafrolla calda. Comunque, cambia a ogni snasata… e infatti emerge presto una generosa nota di burro fresco, che fa idealmente da ponte verso suggestioni più minerali, di scorzetta di limone, di lime. Pian piano una dimensione erbacea aumenta, tra menta ed erba falciata.

P: l’impatto è di un corpo intenso e pieno, esplosivo: ma le note sono tutto sommato delicate, raffinate. Si apprezza un limone in crescita esponenziale, controbilanciato da calde ed avvolgenti note di legno di botte che richiamano frutta secca mista (mandorle, nocciole…). La crema c’è, ma meno presente, così come la frutta (ananas, forse ancora pesca). Rispetto al naso, che già non era una ruffianata, diventa ancora più vegetale ed elegante, quasi minerale.

F: si riverbera quel vegetale, quasi tendente all’amaro, con una punta asprigna (semini di limone – e non nocciolo, come dicevamo in passato, ma sappiamo far tesoro delle bacchettate altrui).

Buonissimo, davvero; molto simile al diciottenne di Cadenhead’s che avevamo assaggiato tempo fa (e d’altro canto la botte è simile e il vintage è lo stesso), bilancia molto bene note più austere ad altre più morbide, rotonde e ‘immediatamente’ seducenti. Il risultato, che noi quantifichiamo in 87/100, è un ottimo imbottigliamento che merita senz’altro lode e applauso.

Sottofondo musicale consigliato: Bush – Swallowed.

Miltonduff 24 yo (1989/2013, Silver Seal, 51,3%)

Dopo questi ultimi due Ardbeg, eccellenti ed estremi nella loro torbosa isolanità, cerchiamo rifugio nei più morbidi territori dello Speyside: nelle nostre peregrinazioni continuiamo però ad affidarci alla guida di Max Righi, novello Virgilio, che ci consegna questo Miltonduff, una botte ex-sherry (o una parte, per lo meno: solo 120 bottiglie messe in commercio) di 24 anni.

0000000018172N: un classico naso da Speysider, quel che cercavamo! Si apre su un tripudio di pasticceria e frutta, in ogni forma: domina sulle prime la pasta di mandorla (i dolcetti di marzapane, che buoni!), ma anche qualcosa che ricorda il pandoro, o la torta paradiso; ci sono note cremose, ma non ruffiane, ed anzi lievemente mosse da punte agrumate (essenza di buccia d’arancia; limone, ma forse perfino pompelmo?); la frutta è sia fresca e matura (pesche, mele; anche una bella nota di melone) che disidratata (ancora mele, albicocche); uva bianca e fragole sono frutto della nostra immaginazione? Col tempo si fa più complesso, lasciando emergere note di malto, di legno impregnato; evolve anche verso un lato più ‘scuro’ (miele, sciroppo d’acero), al limite del minerale.

P: bisogna ripararsi in un rifugio per resistere al bombardamento di sapore; inizia con intense note dolci, molto piacevole (confettura di albicocca, molta; zucchero di canna, tuorlo d’uovo; pesche sciroppate, e mele), e pian piano lascia spazio ad un malto che si rivela più ‘sporco’ rispetto alle nostre attese: c’è una venatura minerale che, abbinata ad un progressivo aumento delle note più ‘legnose’, richiude il profilo di sapori ancora su miele e su una cremosità tostata (e con questa suggestione agghiacciante pensiamo alla creme brulee).

F: si divide tra un lato ‘frizzantino’, maltoso e fruttato, e alcune note, francamente inaspettate, di cacao amaro e pepe.

Siamo di fronte ad un whisky molto buono, che abbina le più rotonde note della frutta cremosa tipica dei malti dello Speyside ad alcune venature minerali, maltose e amaricanti inattese che donano complessità al profilo; uno di noi ha però trovato queste venature non troppo integrate nel contesto, e dopo un lavoro diplomatico degno della migliore prima repubblica, giungiamo al compromesso storico di un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Gianni Morandi – Banane e lampone.

Macallan 24 yo (1989/2014, Silver Seal, 54,4%)

Macallan è Macallan, si sa, e quindi è bene tenere alte le aspettative; Silver Seal è Silver Seal, si sa, e quindi è bene tenere alte le aspettative; quando si assaggia un Macallan di Silver Seal, dunque, le aspettative non possono che essere alte… A maggior ragione se la serie dell’etichetta si chiama “Whisky is Art” (anche se lo stesso selezionatore, Max Righi, ci spiega con preoccupazione che oggidì il whisky è sempre meno un’arte, appunto, e sempre più business… ma la serie vuole appunto essere innanzitutto una dichiarazione d’amore e d’intenti), e sullo sfondo campeggia addirittura l’immortale Colosseo! Si tratta di un single cask di 24 anni: assaggiamolo.

SFW10_75_1N: la gradazione non si nasconde, e sulle prime tutto resta coperto; dopo un po’, però, si levano ricche e succose note di frutta, che pare arrivare quasi alla caramella gelée: pesca e albicocca; gelée all’arancia; appena un accenno di banana, mentre sotto si agita uno strato di marzapane assai vivace e profondo. Fa capolino un po’ di  legna tagliata. Con acqua, si apre molto bene sul fruttato, diventando quasi cremoso (vaniglia in gran crescita).

P: mantiene la promessa fruttata del naso, ma ci aggiunge anche crema e vaniglia: si ottiene dunque un bellissimo senso di pienezza. A stupire c’è una maltosità pulita e cristallina, cerealosa e splendidamente vegetale, che fa tutt’uno con la frutta. L’acqua lascia erompere il lato zuccherino e torna quel senso di gelée; un pit di ananas, perfino?

F: maltoso, una leggera frutta secca; si richiude proprio qui, dopo una bella danza fruttata.

Un single cask che è un’ode al whisky, perché riesce molto bene a unire l’eleganza di un distillato pulito, fruttato e “che sa di malto” ad una gentile patina di botte, che arrotonda la frutta e ammorbidisce gli spigoli. Molto equilibrato, appunto, e poi: dov’è che trovate un single cask di un Macallan indipendente, oggigiorno, oltretutto in botte ex-bourbon? 87/100, il voto più giusto nel nostro quadernino.

Sottofondo musicale consigliato: Joe Strummer – Burning Light (dal film di Aki Kaurismaki “Ho affittato un killer”… guardatelo!)

Macduff 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 53,3%)

Basta passare da Milton a Mac, e zàcchete: abbiamo superato il passato e ci siamo tuffati nel presente. No, non abbiamo ancora abbandonato gli studi letterari per darci al Macdonald, semplicemente era un bruttissimo gioco di parole: siamo passati dal Miltonduff di Cadenhead’s di ieri al Macduff di Cadenhead’s di oggi… Superata la vergogna per un’ironia degna di chi non sa cosa dire e rompe l’imbarazzo ma non fa che peggiorar le cose, questo è un single cask invecchiato per 24 anni in una botte di sherry: e si vede, diremmo, dato che il colore è rubino.

macduff-24-year-old-1989-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: un whisky incastonato nel rovere e certo l’alcol è molto discreto. L’apporto dello sherry è bello chiaro: note di legno (di ‘mobile’, di credenza, proprio: no, non di comodino, né di tavolino, abbiamo detto di credenza!), di tabacco da pipa, quasi bruciacchiato; e di rabarbaro, tanto tanto. Al fianco, altrettanto massiccio, si staglia tutto un mondo zuccherino: caramello, frutta rossa in confettura (fragola uber alles), uvetta, sciroppo d’acero. Poi emerge perfino il malto, toh!, chi si vede: in una versione molto briosciosa, se ci è concesso. Suggestioni intense, pure, di frutta tropicale (cocco, mango) molto matura. L’acqua apre un po’ sulla frutta e sul tostato.

P: un’esplosione sensoriale, con fiammate di sapore: in controtendenza rispetto al legnoso del naso, svela qui succose note tropicali e fruttate, tra la fragola e il succo di frutti tropicali misti (ammazza, quanta papaya!). Poi, riemerge il legno con note di aghi di pino, di eucalipto, e anche di cola e rabarbaro. Con acqua, occhio!, perché si perde il fruttato (parte pregevole) e si sfarina in una legnosità dolciastra e tostata (rabarbaro, caramello bruciacchiato).

F: ritorna in scia al naso, con tante suggestioni legnose e tanniche; eucalipto da una parte, rabarbaro e cola dall’altro; leggermente tostato.

Buono, di una bontà eccessiva, come certe battone truccatissime che tanto piacevano a Baudelaire: il legno è protagonista assoluto, nel bene e nel male, e a dirla tutta probabilmente se fosse rimasto un pochetto in meno in legno sarebbe stato più armonioso e avrebbe evitato certa esuberanza del tannino (il rabarbaro così evidente è spia inconfutabile), a dir la verità esuberanza che si manifesta soprattutto con acqua. Ma basta parole, noi ci intorcichiamo in giri di parole e siamo schiavi della retorica perché altrimenti saremmo nudi, di fronte alla scarna essenzialità della miseria della vita umana. Ma a voi mica interessa patire il nostro dramma, o no? Quindi, torniamo al malto: è quel che si dice uno sherry monster, e deve piacere tutto il suo legno eccessivo. A noi piace, ma non si aggiunga acqua!, e quindi: 86/100. PS: ne approfittiamo qui per dire una cosa che vorremmo tutti sapeste, dato che c’è chi ci dice “ma che sia buono o no, voi usate sempre le stesse parole! talvolta date giudizi critici e voti buoni, talaltra date giudizi indulgenti e voti bassi”. Forse in effetti è così, ma lo facciamo sempre in relazione a un whisky ideale, che non esiste: si prenda questo whisky come esempio. È un buon prodotto, è molto ‘tipico’ nel genere degli speysider pesantemente sherried, con una sua bella intensità. Siccome ha dei difetti, a nostro gusto (non c’è oggettività, c’è solo soggettività! eddai ragazzi, lo sapete pure voi che il positivismo ha fatto il suo tempo, se ci credete sbagliate voi), gli diamo un voto alto ma non altissimo. Capito? Bene, ciao, grazie.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Breadfan.