Botti da orbi: ¡Hasta il Revolution (festival)!

[Zucchetti, Gran Maestro delle Piacevolezze, non si è perso il Whisky Revolution Festival, dato che è una persona per bene: come già l’anno scorso, ecco il suo mirabile resoconto…]

Il regime lavora nell’ombra, cospira duro nel farci credere che dovremmo finire la nostra vita adorando la dea Grappa e offrendo sacrifici umani al dio Prosecco. Sono ovunque, sono minacciosi, sono dannatamente convincenti anche grazie a ingegnose trovate come il resentin e lo Spritz in bottiglietta. Ma per fortuna non arrivano qui.
5d84df17c967fPerché Castelfranco Veneto, novella Kronstadt, è l’Isola che non c’è del malto. Qui si annida un manipolo di arditi rivoltosi che non si rassegnano a finire i loro giorni bevendo solo italiano e per questo ogni anno si ritrovano per organizzare la Resistenza. Niente clandestinità né “Bella Ciao”, ma un Whisky Festival che nella sua seconda edizione ha mandato un messaggio chiaro alla Spectre del Bere Omologato: non ci avrete mai come volete voi.
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ora riponiamo la bandiera con falce e Gleincarn e sfogliamo i taccuini per snocciolare le mille ed una meraviglie assaggiate in questo Whisky Revolution Festival reloaded, dove il livello medio delle masterclass e dei dram in mescita è ulteriormente cresciuto (e parecchio).

Per dare a questi giudizi in libertà una parvenza di autorevolezza, li abbiamo mascherati da Oscar. Che non c’entrano niente né con il whisky né con la Revolution, è vero, ma se avessimo avuto a cuore solo i freddi nessi di causalità avremmo fatto Ingegneria e non Scienze della comunicazione a indirizzo storico.

Ps. Il fior da fiore (anzi, fior da Fior, dato che tutto si teneva nell’omonimo hotel) non è esaustivo. Tanti ottimi whisky sono rimasti fuori, per esempio perché già recensiti su queste nobili pagine. Che il Talisker 25 fosse buono era chiaro perfino a noi Orbi…

armorik-10-ansArmorik 10 yo (2019, OB, 46%)
Miglior opera prima
Un whisky francese nel bel mezzo della foresta dei mostri sacri dello Scotch sa che deve correre, perché se non tiene il passo finirà sbranato. Clémence Vedrenne – che per Armorik ha tenuto la masterclass al WRF – l’aria di Cappuccetto rosso non ce l’ha, ma nel cestino della merenda ha portato tutta la gamma dei single malt distillati da questa distilleria bretone al suo debutto. Il fatto che la Bretagna sia simile alla Scozia è un indizio, di certo non una prova. Bastasse quello, ci sarebbero Lagavulin pure in Galizia. Però aiuta. Il resto lo fa un’azienda che – dall’entry level alle limited edition – sa cosa vuole. Ovvero arrivare ai risultati di questo 10 anni, che ha una maturazione complicata: due terzi del whisky passano 9 anni in botti di bourbon e 4 in botti di sherry (13 anni in totale) e un terzo fa 10 anni in sherry cask. Una sciarada.
Poffarbacco, il naso contraddice l’etichetta: questi non sono 10 anni! Pare più maturo, con un bell’apporto del legno. Lo sherry è guizzante, al lato vinoso aggiunge un’acidità di papaya, buccia di mela rossa e liquore all’arancia: a tratti sembra quasi Calvados, ma forse è autosuggestione. Una dolcezza fruttata (tropicale, pesca) e di mou è coronata da un’intrigante sensazione di fiammifero. Al palato è molto pieno e di nuovo lucullianamente tropicale, come la Bretagna sa essere (no, eh?). Papaya e succo tropicale misto, fa venire l’acquolina in bocca. La piacevole acidità rimane, ma si aggiunge la sapidità (stavolta sì, segno del terroir) e una bella cera, che in un dieci anni non è così comune. Finale balsamico e fresco, con un tocco floreale, per un whisky più evoluto dell’età dichiarata, dove bourbon, sherry e dna costiero giocano una partita a racchettoni assai divertente. 86/100

Glenfiddich_Snow_Phoenix__33146.1534084268Glenfiddich Snow Phoenix (2010, OB, 47.6%)
Migliori effetti speciali
Tra le novità di questo WRF c’è stata la “prima” italiana del colosso di aste online Scotch Whisky Auction, che ha portato qualche esempio di bottiglia dalle quotazioni sardanapalesche e le ha pure aperte. Sia a gloria a loro nell’alto delle Highlands e pace in Italia a noi appassionati di buona volontà.
Nel quintetto, un malto spiccava per storytelling e inventiva: un’edizione unica di Glenfiddich NAS imbottigliato in (soli?) 12mila esemplari nel 2010. La particolarità? E’ un assemblaggio di barili danneggiati da una nevicata epica che fece crollare il tetto della warehouse, sicché nel magazzino filtrò un raggio di sole che somigliava ad una fenice bianca, tipo quando i Blues Brothers vedono la Luce. Sembra impossibile, ma pare che non fossero neanche strafatti di Lsd quando hanno partorito l’idea.
Con queste premesse, scettici come Pirrone di Elide, assaggiamo circospetti un whisky che arriva ormai a 700 euro in asta. E umilmente ammettiamo che il pregiudizio era mal posto: al naso infatti è eccezionalmente aromatico, con una teoria di suggestioni fresche che vanno dalla frutta (succo di mela, ananas e mango) al floreale (zagara e parecchia gardenia). C’è poi una dolcezza di pasticceria che dalla vaniglia dei bourbon casks si sposta sulla brioche all’albicocca e perfino ai cupcake. Cambia parecchio col passare dei minuti e mostra anche un lato meno estroso e più riflessivo, con cacao in polvere e perfino un filo di fumo. Di nuovo rispunta la mela, ma stavolta sono granny smith croccanti. Al palato sembra più vecchio di quanto non lasciasse presagire il naso. Il legno è fine ma evidente e fa da spalla a una dolcezza di vaniglia, pastafrolla e mela cotta. Nessuna stucchevolezza, anzi una frizzantezza curiosa di zenzero candito, succo di limone e perfino un filo di sale. Poi tutto si richiude sul legno, sul cioccolato fondente e su note di cerino. Il finale è pulito, non lunghissimo ma piacevole, con agrumi canditi, legno e una netta sensazione di arachidi tostate.
Al netto del prezzo e del marketing discutibile, questo whisky dimostra come la mai abbastanza vituperata scelta di Glenfiddich di imbottigliare sempre a 40 gradi sia una tafazzata totale. A questa gradazione la freschezza del distillato può esplodere di intensità. Con un finale più lungo sarebbe stata vera gloria. 87/100

Kentucky-Owl-Bourbon-Batch-7__54222.1508534432Kentucky Owl batch #7 (2017, OB, 59%)
Miglior film straniero
Quando Marco Callegari di Velier fa quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che hanno loro che lavorano con Luca Gargano a Genova, l’unica cosa da fare è interrompere tutto e seguirlo come se fosse il Pifferaio magico. Solo che lui non suona il flauto, ma fa suonare le bottiglie. Artista.
Averlo seguito al banchetto anche stavolta è stata una buona idea. Nonostante l’etichetta di questo bourbon semisconosciuto sia una delle cose più scaccia-acquirenti della storia. Eppure l’abito non fa il monaco e il packaging triste non fa lo spirito, perché fin dal naso si capisce che il gufo la sa lunga: molto più profondo dei bourbon standard, sfoggia un legno venerando e scuro, tra note di cantina e tabacco. Whiskey vecchio fa buon brodo e soprattutto eccellente olfatto, infatti nel batch ci sono anche barili di 13 anni: non proprio roba da tutti i giorni. Accanto a questa maturità, però, guizza il Kentucky più classico, con energici twerking di spezie (rye piccante, cannella) e tarte tatin.
In bocca, la magia! I 59 gradi svaniscono e ti sembra impossibile sia tutto così piacevole. Di nuovo austero, di nuovo legno d’antan e tabacco. Cioccolato fondente al peperoncino, arancia a raffica e pane tostato con della cannella sopra, per un bourbon di scarsa dolcezza e grande struttura. Il finale è vigoroso e lungo: legno di sandalo, l’immancabile tabacco e un lampo natalizio: il panettone con gocce di cioccolato.
Il rinascimento dei whiskey americani passa da qui, prodotti di nicchia di grande spessore e invecchiamento. That’s the way (ah-Ha, ah-Ha) we like it. 88/100

glencadam-21-year-old-whiskyGlencadam 21 yo (2010, OB, 46%)
Miglior montaggio
Per fare un tavolo ci vuole un fiore, per fare un single cask ci vuole naso e fortuna. Ma per fare un core range di imbottigliamenti ufficiali di livello occorre un buon master distiller. Alla Glencadam ce l’hanno senza dubbio (Robert Fleming) e parecchi gli sono venuti assai bene. Chi scrive è stato folgorato dal 17 anni in Porto dunque si è abbandonato con fiducia al 21 yo, denominato con modestia “The Exceptional”.
Da subito ti conquista la potenza aromatica, con una batteria di agrumi micidiale: zagara, sorbetto al limone e bergamotto fanno subito capire che l’età non inciderà sulla freschezza. Si continua così, tra una sensazione tropicale di ananas e banana e di nuovo un che di floreale e dolce: torta di mele con gelato alla camomilla (ma forse si è fatto tardi e la fame parla la sua lingua). Col tempo si fa più denso, tra mango e una morbida nota burrosa. Nessuna sorpresa, nessun difetto.
In bocca è coerentissimo e riprende dal tropicale e dal limone, con lemon curd e cocco essiccato. Il malto deliziosamente dolce alza la voce, spuntano biscotti frollini, Cheerios e cioccolato al latte. Chips di mele disidratate e mousse di pere non fanno mancare la quota frutta. Le spezie (noce moscata) arrivano in fondo, con una punta di lime dolce che sdrammatizza la cremosità vanigliata.
Rimane equilibrato e fresco anche nel finale: tropicale, limone, zenzero e miele millefiori.
Cosa volevamo di più dalla Garelli nello spot anni ’90? Il sangue??? Ecco, cosa chiedere di più a un imbottigliamento ufficiale di 21 anni? È elegante, espressivo, vibrante. Non è un capolavoro di complessità, ma prima di stancarsene uno rischia di finire la bottiglia. 88/100

gloval25yoGlenlossie 25 yo (1993/2019, Valinch & Mallet, 53.9%)
Miglior regia
Fabio Ermoli e Davide Romano fortunatamente non assomigliano alle sorelle Wachowski, ma anche loro di fantascienza se ne intendono. Barili da fantascienza, nella fattispecie. A Castelfranco per esempio è arrivato uno spezzone del loro ultimo capolavoro, un Glenlossie di un quarto di secolo invecchiato in un bourbon hogshead. Occhio, spoiler alert!
Macché Wachowski, qui c’è il genio dei Coen: colpiscono immediatamente l’eleganza e la maturità, ben rappresentata da una nota delicata di incenso. Poi ecco comparire una freschezza vegetale entusiasmante, che dal prato tagliato approda a un nettissimo muschio bianco. È oleoso perfino al naso, cioccolato bianco in ganache come se piovesse. Un po’ di mela golden tanto per gradire.
Al palato è impressionante l’intensità dopo 25 anni. È dolce e severo nello stesso tempo, di un’educazione oxfordiana e perfetta: créme brulèe, sorbetto all’ananas e limone, evoluzione del barile di bourbon. Non è oleoso come al naso, ma sfoggia un piacevole tocco salino e un legno molto elegante. L’alcol è ancora gagliardo e il retrogusto erbaceo e floreale richiama il lato vegetale dell’olfatto.
Il finale – lungo, dolce/salato – tra cedro candito e legno dolce, è eccellente. E il risultato è un whisky completo, di raro portamento, insieme fresco e vitale. 91/100

203558-bigBen Nevis 23 yo (2019, Chorlton, 53.6%)
Miglior attore protagonista e miglior scenografia
Il concetto di “migliore” – da Togliatti in poi – è opinabile, ma quello di “goduria” no. E questo single cask selezionato dal buon David da Manchester lo è senza dubbi. Ventitré anni in due hogsheads riempiti da uno sherry butt, grado pieno e una complessità da labirinto di Borges.
Inizia con una lussureggiante frutta dalle sfumature piacevolmente vinose, tra uvetta e folate di pesca. Poi si immerge nei meandri del minerale, con un cereale ceroso d’altri tempi che sfocia quasi nel profumo di candela accesa. La dolcezza è piena, limone candito e fette biscottate. L’età assume il misterioso profilo di vecchi libri. Frutta secca mista con guscio a fare l’occhiolino.
In bocca è di una cremosità commovente: il malto, la frutta gialla e il miele grezzo si impastano in una sensazione golosissima di pan brioche caldo, dove il burro diventa la stella polare. Pian piano, facendosi largo fra la crema di albicocche e una punta di liquirizia, ecco il barile con la sua eleganza di zenzero. Barile che ti prende per mano fino all’avvolgente finale, tutto giocato su una dolce frutta matura (pesche e albicocche) e un curioso tocco di noce e fiammifero.
Interpretazione magnifica dello spirito Highlands, con quella mineralità che incanta e rende tutto più interessante e quel cereale puro e maturo che indulge sul burro. E noi lombardi si sa, al burro non sappiamo resistere…
Ps. Le etichette di Chorlton – ispirate all’arte medievale – sono generalmente capolavori. Anche questa non tradisce le alte aspettative estetiche. 92/100

 

Annunci

Mortlach 25 yo (1993/2018, Adelphi, 56%)

Samuel che spala torba, miagolando

Siamo delle persone semplici: vediamo un single cask di Mortlach di 25 anni e non capiamo più niente. Fortuna vuole che ci sia giunto in omaggio un grasso sample di (indovinate un po’) un single cask di Mortlach di 25 anni imbottigliato da Adelphi l’anno scorso: e in questo caso, si scrive “fortuna” ma si legge “Samuel“. Miagolando di giubilo, non spendiamo parole superflue e passiamo ai fatti.

Mortlach 1993/2018 Adelphi

N: mancano tutte le note più sporche della Bestia di Dufftown, e dunque niente zolfo o brodo di carne, almeno all’inizio. Iper fruttato, si sente immediatamente il forte contributo del barile: mon cheri, frutta rossa sotto spirito e cioccolato, marmellata di fragola. Crema di marroni e marmellata di arancia. Mela rossa. Sentori di crostata di mele?, brioche alla mela, strudel (ma senza cannella).

P: esplosivo, molto intenso, ancora molto fruttato: frutta rossa, marmellata di fragola, succo di mela… Ancora tanto agrumato, arancia. Arriva poi quella nota che ci dice “Mortlach”, ed è una nota di brodo di carne – niente zolfo però. Riduzione di anatra all’arancia. Polvere di caffè, qualche spezia del legno, foglie di tabacco. Biscotti allo zenzero e cannella (qui sì), verso il finale…

F: ed è subito Ikea sotto Natale, con il biscotto cannella e zenzero che conduce pian piano alla frutta esuberante del palato (arancia e mela).

La nostra semplicità, dichiarata in avvio, trova conferma nella goduria della bevuta. È un Mortlach in una versione molto ‘pulita’, senza note sulfuree troppo marcate e con solo una noticina di brodo di carne al palato a ricordarci che la Bestia di Dufftown è carnivora… Pulito, si diceva, ma con una personalità che neppure Pogba al suo primo anno in Italia. 90/100, e grazie infinite al nostro miciolone Samuel: dai che manca poco, tra poco possiamo tornare a brindare insieme.

Sottofondo musicale consigliato: dal Machete Mixtape Vol.4, Gang!

Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America

Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

GlenAllachie 25 yo (2018, OB, 48%)

Dopo aver assaggiato il 12 anni ufficiale di GlenAllachie, eccoci alle prese con la versione più invecchiata del core range da poco rilanciato da quel vecchio volpone di Billy Walker, leggenda ambulante del mondo del whisky scozzese. Si tratta di un 25 anni, mix di barili ex-bourbon ed ex-sherry Oloroso e Pedro Ximenez, messi in vetro a 48%. Sarà un whisky massiccio e convincente come un destro di Piatek o deboluccio e molliccio come gli addominali di Higuain? Vediamo.

N: tutti questi Glenallachie hanno come primissima nota un che di lievito, lievito di birra, impasto del pane… cosa che decisamente stupisce, su un 25 anni! Cacao amaro. Arriva poi ananas disidratato, ancora frutta essiccata (diremmo soprattutto scorza d’arancia); forse un pit di tropicalità, a sorpresa? Torta all’uvetta, anzi: plumcake all’uvetta, ciambellone. Aceto di sherry?

P: ricco di sapore, colpisce con un’acuminata dolcezza acida, ancora con molta arancia in varia natura (forse perfino del limone?, anzi: yogurt al limone). Le botti portano uvetta e una certa dolcezza appunto, ma persiste un’acidità molto particolare da distillato, da lieviti, da birra, da pane (pane nero?). Cioccolato amaro, ancora, e nocciole (gheriglio di nocciola).

F: non lunghissimo, procede verso l’amaro (di cereale, chicco d’orzo) e con qualche sentore di legno caldo, e ancora frutta e gherigli multiformi.

Interessante, soprattutto colpisce la coerenza dello stile: a più del doppio dell’età del dodicenne assaggiato ieri resta evidente una certa acidità da lievito che fa da fil rouge nell’intero core range di GlenAllachie. Che poi la cosa possa essere divisiva, questo è tutt’altro discorso; certo è che si tratta di un buon whisky, magari non di devastante complessità e forse non sempre del tutto appagante, ma di certo non si può non applaudire all’operazione e sperare in magnifiche sorti e progressive: intanto, 85/100. Grazie a Fabio e Matteo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.

Glendronach 25 yo (1993/2018, Beija Flor & Silver Seal, 58,5%)

Glendronach è una distilleria che gli amanti del whisky invecchiato in barili che hanno contenuto sherry non possono non portare nel cuore. Dopo qualche peripezia e un periodo di chiusura, questa storica realtà basata nell’Aberdeenshire è stata portata nel giro di un decennio nell’Olimpo dei whisky scozzesi dal leggendario Billy Walker, e per questa ragione è stata di recente oggetto di un megadeal, grazie al quale Brown Forman (i proprietari di Jack Daniel’s giusto per capire la grandezza del gruppo) ha messo le manine sul gioiello delle Highlands. Ma sganciamoci per un attimo dai massimi sistemi e concentriamoci sull’hic et nunc, che possiende le rassicuranti forme di una sherry butt- precisamente la numero 657-, da cui dopo un quarto di secolo sono state ricavate ben 581 bottiglie (angel share bassino, eh?). Questa botte è stata selezionata dall’imbottigliatore italiano Silver Seal e da Beija Flor, l’importatore in esclusiva per il mercato italiano di Glendronach.

img_2D_0007

N: inizia su note di salamoia e un qualcosa di aceto, o di sugo di carne. Poi si apre e vira su confettura ai frutti rossi e uva molto matura; ananas, rum, melassa; lucido per legno e spezie. Dopo un po’, esce la carta vecchia, codici, biblioteca. Perfino il porcino essiccato!

P: alcolico al primo impatto, ma sotto si agita di tutto – prugne, frutta rossa, marmellata di fragole, cioccolato, perfino del caffè amaro, ma è solo un attimo. Allappante a tratti, perchè il legno è molto presente e tende a contrastare la dolcezza.

F: amaricante e lungo, riassumiamo con la suggestione del caffè turco, intenso e saporito.

Buono, ma impegnativo, è una sfida continua, diremmo una lotta impari tra distillato e bevitore. Diciamo che gli amanti degli sherry monster resi ancora più estremi da una gradazione elevata, troveranno di che innamorarsi con questo barile, che ben illustra lo stato dell’arte in casa Glendronach: una distilleria in grado di sfornare con grande naturalezza barili di assoluta qualità. Finchè questo periodo di grazia dura, godiamone gente: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Alan Parsons Project – The Voice

Give ‘n’ Tell 25 yo (1992/2018, Spirit Still, 51,4%)

Give ‘n’ Tell è l’anagramma di… Glenlivet! Trattasi del secondo single malt più venduto al mondo, occupando (i dati sono del 2016) un 11% delle vendite globali. In linea con gli altri due brand sul podio, Glenfiddich e Macallan, anche Glenlivet ha avviato un processo di rinnovamento che la porterà entro l’anno venturo a raddoppiare la produzione, arrivando così a produrre la mostruosità di 22 milioni di litri annui. Lasciamo ad altri momenti la considerazione sulla sostenibilità sul lungo termine di una simile operazione, e pure quella sulla ciclicità della Storia – adesso concentriamoci sul bicchiere che abbiamo davanti! Si tratta di un single cask di Glenlivet imbottigliato da Spirit Still, 25 anni di maturazione in un barile ex-bourbon, gradazione piena – siamo molto felici di assaggiarlo, dato che Glenlivet di solito non vende barili a terzi e gli indie sono molto rari.

N: un esempio cristallino della rotondità e della pulizia fatte whisky, un tripudio di speysideness. Fruttatissimo e marmellatoso, tra mela gialla, pesca ed albicocca; succo d’arancia, arancia bella matura, pronta da spremere. Col tempo diventa sempre più tendente al tropicale. Ecco poi la teoria di sentori da botte bourbon: vaniglia, marzapane, cioccolato bianco. Pastafrolla, crema, un pasticcino alla frutta. Si sente un che di oleoso veramente piacevole e promettente per il palato…

P: esplode sulle papille, travolgendole con uno tsunami tropicale di rara intensità: solo questa prima botta di sapore merita il prezzo del biglietto. Pesca, maracuja e ananas maturo, poi cocco dal barile. Lychees. Avete presente il succo tropicale? Ecco. Vaniglia, certo. Grasso, pieno ed oleoso. Biscotto al burro Walkers. Sempre più cremoso, man mano vira verso il pasticcino alla frutta (pastafrolla e crema ancora). Un che di vagamente maltoso e tanta arancia, intensa.

F: persistente, lungo, intensissimo. Frutta tropicale e buccia d’arancia sgagnata, dura fino a dopodomani. Delizioso. Caramella alla violetta, ma in senso positivo… A bicchiere vuoto, una nota erbacea che già baluginava tra le fasi precedenti.

Eccellente: 92/100. Moderno sicuramente, con tanto barile, ma senza un vero difetto che sia uno – e con una intensità tropicale e fruttata veramente esplosiva. Ah, Glenlivet, perché non tornare a invecchiamenti alti e a gradi pieni? Perché ti distrai espandendo la produzione. Concentrati su quel che hai, che diamine! Una postilla: costa 125 sterline, meno della metà del XXV anni ufficiale, imbottigliato a 43%…

Sottofondo musicale consigliato: Nu Guinea – Ddoje Facce.

The Speyside Files #4: Glen Moray

img_3843-1.jpgChiudiamo i conti con le sentenze dallo Speyside, e lo facciamo con una menzione d’onore per Glen Moray, una distilleria poco conosciuta e pochissimo celebrata: anzi, ad essere onesti potremmo serenamente dire che gode di una cattiva fama. Ed è un peccato, perché se pure possiamo concordare che probabilmente non sarà un Glen Moray il miglior whisky della nostra vita, di certo nel delirio che ha colto lo Speyside GM è una delle pochissime case produttrici ad aver tenuto i piedi per terra – e cosa più importante, ad aver tenuto dei prezzi decorosi. Ci permettiamo qui una piccola tirata: è mai possibile che i single cask distillery only non costino quasi mai meno di 80/90 sterline?, anche quando abbiamo di fronte dei giovanissimi… Nella nostra irrilevante opinione, tali imbottigliamenti dovrebbero essere un premio per i visitatori che si spingono fino alla distilleria, e dovrebbero avere un prezzo adeguato – anche considerando che, senza voler fare i conti in tasca a nessuno, alla distilleria quella bottiglia costa poco più di zero. Dunque menzione d’onore per Glen Moray, si diceva, perché i due imbottigliamenti esclusivi per la distilleria – due 12 anni – costavano entrambi 50 pounds. Amen.

IMG_3844 1Glen Moray 25 yo ‘Port Finish’ (1988/2013, OB, 43%)

Molto morbido e facile, non troppo saporoso e forse un po’ debolino al palato, quanto a intensità. Vaniglia e legno dalla botte bourbon, note fruttatine dal Porto (confettura di prugna, frutti rossi disidratati). Sentori biscottosi (biscotti al malto) e perfino leggermente ‘spirity’. Gradevole ma un po’ depotenziato, come se avesse sempre il freno a mano tirato. 83/100

Glen Moray 2006 Chardonnay Cask ‘distillery exclusive’ (2018, OB, 59,5%)

Intrigante e smaccatamente dolcino: legno speziato, biscotti di malto e di castagne, vaniglia, fudge. Sentori di biscotti allo zenzero e noci: netta la presenza di frutta secca e di spezie. L’acqua tende ad amplificare il lato più dolce, ammorbidendo per contro l’esuberanza speziata. Particolare, molto piacevole, decisamente si merita le 50 sterline che chiedono: honestaaaaaa!!!! 85/100

Sottofondo musicale consigliato: Baustelle – Veronica, N.2.

Bladnoch 25 yo ‘Talia’ (2017, OB, 48,4%)

Una delle molte novità del 2017 whiskoso è stato il ritorno in pompa magna di Bladnoch, storica, e storicamente tormentata, distilleria delle Lowlands: dopo un paio d’anni di chiusura seguiti alla sfortunata parentesi della proprietà-Armstrong, è David Prior, magnate australiano dello yogurt, a comprare la distilleria, ricreare un core range, ristrutturare e ricostruire gli edifici e – insomma – far ripartire Bladnoch. La produzione è ricominciata da poco, mentre i lavori per un visitor centre sono attualmente ancora in corso: non potendo andare a visitarla, ne visitiamo l’imbottigliamento top del core range, celebrativo del duecentesimo anniversario della distilleria, ovvero il 25 anni ‘Talia’ – c’è un passaggio di qualche tempo in barili ex-Porto, cosa che, vista così, un po’ ci fa alzare le antenne.

N: sicuramente molto ricco, molto espressivo, con frutta di molteplici varietà in evidenza: mele a profusione, di ogni tonalità cromatica (mele caramellate, anche?); marmellata di fragole; melone maturo; una decisa nota di agrume e di arancia anch’essa zuccherina, ma un po’ ‘industriale’ se ci intendete – tipo le caramelle dure all’arancia, ecco, ma pure quelle al limone. Biscotti di pastafrolla; anche brioche, ai frutti rossi. Ananas e cedro canditi. Tanta frutta e tanto zucchero, insomma, e comunque più zuccherino che fruttato: un naso certo non adatto ai diabetici. Stupisce la freschezza, con solo qualche accenno di legno, di tabacco da pipa aromatizzato anche dopo oltre 25 anni di maturazione.

P: ancora molto fruttato, ancora molto zuccherino, con un attacco fresco e intenso, che pare raccontare di un distillato molto delicato – d’altra parte però, con un senso di legnosità crescente rispetto al naso, a tratti amaricante (dell’amaro che ci ricorda le noci, forse le pellicine delle mandorle… la frutta secca insomma). Prosegue questa dicotomia dolce/acido, con prugna, agrumi canditi e tantissime fragole; e poi la mela, di nuovo straripante.

F: piuttosto persistente, lungo, tutto giocato su un balletto di fragole e arance, con qualche bella intromissione di frutta secca.

Siamo partiti un po’ prevenuti, ammettiamo: perché un passaggio in Porto per un venticinquenne? Per la verità, fortunatamente, l’apporto del Porto (scusate, non resistiamo mai) è molto morbido e temperato, non totalizzante, e il whisky resta gradevole, profondo e pure molto fresco: 88/100. Certo è un po’ costoso ma è davvero molto piacevole – semplice forse, ma la vigorosa slinguazzata di Porto è data con insospettabile criterio e maestria. La bottiglia e la presentazione, poi, sono veramente eccezionali.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.