Bladnoch 25 yo ‘Talia’ (2017, OB, 48,4%)

Una delle molte novità del 2017 whiskoso è stato il ritorno in pompa magna di Bladnoch, storica, e storicamente tormentata, distilleria delle Lowlands: dopo un paio d’anni di chiusura seguiti alla sfortunata parentesi della proprietà-Armstrong, è David Prior, magnate australiano dello yogurt, a comprare la distilleria, ricreare un core range, ristrutturare e ricostruire gli edifici e – insomma – far ripartire Bladnoch. La produzione è ricominciata da poco, mentre i lavori per un visitor centre sono attualmente ancora in corso: non potendo andare a visitarla, ne visitiamo l’imbottigliamento top del core range, celebrativo del duecentesimo anniversario della distilleria, ovvero il 25 anni ‘Talia’ – c’è un passaggio di qualche tempo in barili ex-Porto, cosa che, vista così, un po’ ci fa alzare le antenne.

N: sicuramente molto ricco, molto espressivo, con frutta di molteplici varietà in evidenza: mele a profusione, di ogni tonalità cromatica (mele caramellate, anche?); marmellata di fragole; melone maturo; una decisa nota di agrume e di arancia anch’essa zuccherina, ma un po’ ‘industriale’ se ci intendete – tipo le caramelle dure all’arancia, ecco, ma pure quelle al limone. Biscotti di pastafrolla; anche brioche, ai frutti rossi. Ananas e cedro canditi. Tanta frutta e tanto zucchero, insomma, e comunque più zuccherino che fruttato: un naso certo non adatto ai diabetici. Stupisce la freschezza, con solo qualche accenno di legno, di tabacco da pipa aromatizzato anche dopo oltre 25 anni di maturazione.

P: ancora molto fruttato, ancora molto zuccherino, con un attacco fresco e intenso, che pare raccontare di un distillato molto delicato – d’altra parte però, con un senso di legnosità crescente rispetto al naso, a tratti amaricante (dell’amaro che ci ricorda le noci, forse le pellicine delle mandorle… la frutta secca insomma). Prosegue questa dicotomia dolce/acido, con prugna, agrumi canditi e tantissime fragole; e poi la mela, di nuovo straripante.

F: piuttosto persistente, lungo, tutto giocato su un balletto di fragole e arance, con qualche bella intromissione di frutta secca.

Siamo partiti un po’ prevenuti, ammettiamo: perché un passaggio in Porto per un venticinquenne? Per la verità, fortunatamente, l’apporto del Porto (scusate, non resistiamo mai) è molto morbido e temperato, non totalizzante, e il whisky resta gradevole, profondo e pure molto fresco: 88/100. Certo è un po’ costoso ma è davvero molto piacevole – semplice forse, ma la vigorosa slinguazzata di Porto è data con insospettabile criterio e maestria. La bottiglia e la presentazione, poi, sono veramente eccezionali.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.

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GlenDronach 25 yo (1992/2017, cask #63, OB for Beija-Flor, 57,6%)

Nei mesi scorsi Beija-Flor, importatore di GlenDronach già responsabile di alcuni imbottigliamenti magnifici (qualcuno ha ancora in mente il cask #35, forse?), ha presentato la sua ultima selezione: si tratta di un single cask di 25 anni, maturato in un barile ex-sherry Oloroso ed imbottigliato nel settembre 2017. Noi avevamo già avuto la fortuna di assaggiare il campione della botte a maggio, quando la scelta non era ancora definitiva, e ci era parso molto buono, con tutto quello che uno può attendersi da un single cask di GlenDronach – ora però è tempo di dedicargli un po’ più di attenzione.

N: la gradazione è importante, e ovviamente (pur non lasciando scorie aromatiche) trattiene un po’ il pieno dispiegarsi dei profumi – ma che davanti a noi ci sia un top player, beh, questo è fin troppo evidente. Rivela da subito i suoi tanti anni di invecchiamento con generose note di legno (non di botte: proprio vecchi mobili di legno), una sorta di guscio, di gheriglio. Ascoltandolo meglio, col passare del tempo si palesa un meraviglioso lato succoso, di frutta rossa intensissima dichiaratamente sherried (ciliegia sesquipedale, poi fragole, lamponi e more, ribes nero), poi un cioccolato “fondente ma non troppo” (pare inevitabile pensare al mon cheri, è chiaro). Frutta secca, con nocciola in primo piano (e perfino una crema di nocciola); torta al cioccolato con uvetta, di quelle che talora vendono in distilleria in Scozia. Fondo di caffelatte. Regge molto bene l’acqua, che non cambia le carte in tavola ma, per così dire, armonizza il tutto. Il legno si ‘apre’, diventando più dolce, più aromatico (sandalo?).

P: masticabile e densissimo, senz’acqua resta piuttosto chiuso e un po’ astringente: ci sono note di chicchi di caffè, di fave di cacao, di legno, perfino di polvere, di tabacco di sigaro (molto intenso), di noci. Solo in disparte paiono agitarsi le note più fruttate, che riescono a farsi però pienamente succose: ancora ciliegie e fragole. La struttura è molto solida e complessa, l’acqua taglia decisamente l’astringenza legnosa e rende tutto più morbido: si sprigiona un lato speziato e dolce, tra lo sciroppo d’acero, il tamarindo, un mix di spezie (ci vengono in mente cannella e pepe nero).

F: molto lungo e persistente, tutto sul legno tostato, sul tabacco, e solo dopo un po’ esce quel mix di frutta rossa e frutta secca che tanto ci sconfinfera.

Un whisky certo complesso, in continua evoluzione e di grandissima intensità, che se dovessimo posizionare in un universo di GD bevuti definiremmo come ‘secco e tagliente’, di certo lontano da certe opulenze cremose riscontrate in passato. Soprattutto il palato, con quelle note lievemente astringenti e tabaccose, si fa più difficile, e richiede senz’altro qualche goccia d’acqua per dispiegare appieno il suo potenziale. 90/100, complimenti a GlenDronach per la qualità sempre alta, complimenti a Beija-Flor per l’ennesima selezione riuscita.

Sottofondo musicale consigliato: Royal Blood – You can be so cruel.

Glen Keith 25 yo (1991/2016, Valinch & Mallet, 55,9%)

Davide Romano ci aveva pregato di aspettare, prima di recensire questo Glen Keith, perché quando ne abbiamo recuperato un sample era stato appena messo in vetro, e aveva bisogno di qualche tempo per stabilizzarsi. Sono passati più di nove mesi e adesso, come dire, è giunta l’ora fatale per questo campione. Distilleria chiusa nel 1999 e riaperta nel 2013, Glen Keith è famosa soprattutto perché teatro di esperimenti sulla produzione di single malt da parte della proprietà, Pernod, e del suo dipartimento “ricerca e sviluppo”.

valinch&mallet-geln-keith-25yoN: descrivendolo per sommi capi, ci stordisce subito un cestone di frutta: pesche gialle, mele cotte; poi dolciumi, quindi brioche con la marmellata (cioè confettura d’albicocca, per i secchioncelli), certe croste di torta quasi bruciacchiate… Strudel, e quindi cannella e mela cotta. C’è poi una particolare sensazione, come quando si mette lo zucchero a velo sulla torta calda, appena sfornata; poi, un sottofondo altrettanto ‘pesante’ da crema di marroni. Forse c’è una venatura minerale, ma compare solo a tratti. Marmellata d’arancia, in cottura.

P: se il naso era tutto giocato su suggestioni ‘cotte’, da dolciumi, da pasticceria, il palato è invece molto più fruttato – e certo non ce lo aspettavamo così… Esplode questo lato, si diceva, del tutto dominato dalla tropicalità: maracuja senz’altro, poi ananas maturo; pesche gialle. Ci vengono in mente i lokum (dolcetti turchi), e se dovessimo spingerci ad un’intollerabile divinazione, diremmo: lokum alla rosa. Poi, certo, resta una dolcezza bruciacchiata in sottofondo, ancora da torta dimenticata in forno quel minutino di troppo.

F: molto lungo e persistente, ancora molto fruttato e con note di torta.

È uno di quei barili in bourbon ‘eccessivi’, molto scuri, pesanti – almeno al naso, perché al palato svela una felice incoerenza e aggiunge un’ondata di frutta, soprattutto tropicale, molto piacevole e convincente. Non ci pare un mostro di complessità, ma punta tutto sull’intensità e questa, beh, è una fase che gli riesce molto bene: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ani DiFranco – Emancipated Minor.

Dalwhinnie 25 yo (1989/2015, OB, 48,8%)

Dalwhinnie è una distilleria tutto sommato poco quotata, nonostante rappresenti fin dall’inizio le Highlands nel range dei Classic Malts di Diageo e nonostante sia una delle più visitate per la posizione ‘strategica’ di passaggio tra Glasgow/Edinburgo e il nord della Scozia. Le ragioni di questa sottovalutazione sono per noi oscure, forse si legano al fatto che pochissimi sono gli imbottigliamenti indipendenti di Dalwhinnie e in fondo pochissimi sono anche gli ufficiali, dato che oltre al 15 anni base ci sono un paio di NAS e poco più. Ogni tanto però Diageo spara sul mercato delle edizioni ‘premium’ come questa Special release del 2015: un 25 anni invecchiato solo in botti ex-bourbon refill, quindi non a primo riempimento, a grado pieno e in tiratura limitata a meno di 6000 bottiglie. Diamoci dentro dunque!

dal_25N: che accoglienza! Il naso è da elegante highlander, con una nota minerale (tra la terra umida, la cera, la cera d’api, perfino una delicata sfumatura di erica) immediatamente seducente e di grande persistenza. Poi c’è una freschezza fruttata molto intensa, tra la torta di mele (si sente tutto: l’impasto, la frutta tagliata, il forno profumato dopo la cottura…) e la marmellata d’arancia; un mero ricordo di fragola, delicatissima. Vaniglia e miele, poi una frutta secca tra la mandorla e la nocciola; legno dolce, se ha un senso per qualcuno. Molto ben cesellato. Tabacco da pipa profumato.

P: alcol inesistente, questo whisky si lascia bere benissimo, senza opporre resistenza, e il profilo resta quello minerale e molto elegante intuito al naso. Di nuovo il primo impatto è di cera, di cera d’api, splendidamente minerale (miele, erica); un citrus mix (chissà perché questo inutile anglismo, proprio qui) ci ricorda una certa acidità, fresca e gradevole, non eccessiva. Ancora poi una dolcezza avvolgente e cremosa da torta di mele un po’ vanigliosa, forse ancora uvetta. Ottimo.

F: lunghissimo e persistente, anche se tutto giocato su note delicate di fiori, cera e un leggero fumo. Ah, e ‘sta torta di mele, non la citiamo?

Davvero molto convincente, con quelle note ‘sporche’, cerose e minerali tipiche delle Highlands abbinate ad un lato ‘dolce’ e fruttato molto maturo e screziato. Non avevamo dubbi sulla qualità di Dalwhinnie, e nei prossimi giorni pubblicheremo la recensione di un vecchio 15 anni altrettanto buono: intanto, per questo ci fermiamo a un pieno 90/100. Ah, a ben vedere, tenendo conto della serie in cui è uscito, costa relativamente poco (in commercio attorno ai 300€, se ne trovano ancora bottiglie in giro).

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Show yourself.

Auchroisk 25 yo (1991/2016, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, da poco attivo sul mercato (a giudicare dal sito, hanno buone relazioni con la Cina) e da pochissimo importato e distribuito in Italia dai prodi ragazzi di Whiskyitaly.it. Nelle prossime settimane cercheremo di esplorare la serie delle release su cui abbiamo messo le mani (per cui grazie infinite, Diego!), a partire da un single cask di Auchroisk di 25 anni, a grado pieno e non colorato – come è opportuno.

Schermata 2017-03-07 alle 20.02.55N: molto naked ed austero, l’aroma si lascia coprire da un po’ di alcol sulle prime. Pian piano compaiono note delicatamente fruttate, diciamo di susine e prugne fresche; poi una bella citricità agrumata e limonosa, bene abbinata a note solo apparentemente più ‘calde’ di marzapane e, più timida, di brioche al burro. In crescita la frutta gialla (mousse di pere, un po’ di mela). Note di legno, anzi: di segatura; anche note erbacee e vagamente mentolate.

P: complessivamente coerente, conferma l’austera distillatosità del naso. Sì, abbiamo scritto “distillatosità”, sappiamo che è una parola inesistente ed orrenda, ma almeno vi abbiamo risvegliato dal torpore con lo strumento dell’indignazione indotta. Ringraziateci. Si diceva: spirit-driven, con un ingresso su camomilla e marzapane, un po’ di cereale; in un secondo momento, arrivano ancora prugne fresche, un po’ di pane, frutta gialla, malto. Semplice, intendiamoci, ma buono.

F: lungo, pulito e persistente, tutto giocato sul malto e il marzapane.

Un prodotto particolare, inaspettato se vogliamo: il mercato ci ha abituato a single cask di questa età molto carichi, con tanta botte, mentre qui si punta esclusivamente sul distillato, sullo spirito puro. Super-naked, non è certo un mostro di complessità, anzi, ma riesce a dare ugualmente soddisfazioni agli amanti delle note più austere e meno ruffiane: 86/100, bene così.

Sottofondo musicale consigliato: The octopus project – Porno Disaster.

House Malt 25 yo (1990/2016, Wilson & Morgan, 54,2%)

Da oramai diciassette anni Wilson & Morgan si prende la briga di sfornare diversi House Malt ogni santo anno: sono imbottigliamenti ‘della casa’, creati mescolando da uno a cinque barili di whisky di cui non viene dichiarata la distilleria. L’House Malt di oggi, proveniente da una distilleria di Islay che inizia con la B (fatevi i vostri conti…), non è passato inosservato all’ultimo Milano Whisky Festival e si è preso una bella medaglia d’oro nella categoria ‘Single Cask’. Si tratta di un’unica botte-mezza a dirla tutta- che già si era guadagnata una certa notorietà qualche tempo fa; l’altra metà di questa Sherry Butt era infatti già stata utilizzata nel 2013 per imbottigliare un altro House Malt, che finì per guadagnare una medaglia d’argento ai Malt Maniacs Awards. Mica bruscolini, insomma.

house-malt-25-y-o-1990-2016-wilson-morganN: da subito si presenta come un whisky molto profondo, da perdercisi dentro. Ha uno stile sherried davvero imponente: ciliegie sotto spirito ma anche fragole in marmellata; e che cioccolato, raramente così ricco, fondente ma anche con spruzzatine di gianduia! Il lato acido è rappresentato da un iper concentrato di arancia, una sorta di bitter. Il legno ovviamente si fa sentire, molto caldo e avvolgente, vagamente tostato (par di sentire caffè tostato).

P: com’era prevedibile ripropone con un’invidiabile intensità quell’impasto di frutta rossa liquorosa e cioccolato ingolosente. Il tutto molto compatto ed equilibrato. Nonostante l’età, lo troviamo succoso e in qualche modo “beverino”. Il legno infatti non eccede ed è solo leggermente e piacevolmente astringente. Ritornano il caffè e il legno speziato, tendente all’amaro. A tratti si viene sorpresi da aghi di pino freschi…

F: cacao e frutta rossa, frutta rossa e cacao a lungo, molto a lungo.

Per quanto ci si sforzi, trovare dei difetti a questo whisky è davvero impresa ardua, rasente alla malafede. Si distingue per intensità e la grande piacevolezza complessiva, con note che ricordano quanto di più ingolosente la tavola ha da offrire. Il Bevitore Raffinato lo ha amato, definendolo sontuoso e  premiandolo nella valutazione. Noi non possiamo che accodarci, ma resteremo più timidi coi numeri, a un passo dal muro dei novanta punti, per una vile questione di gusti personali: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin DjawadiWestworld main theme

Glen Garioch 25 yo (1990/2016, Silver Seal, 52,1%)

Il vulcanico Max Righi, proprietario del marchio Silver Seal, ha dedicato gli imbottigliamenti del 2016 alla lirica, a mo’ di omaggio a due eccellenze lontane e diverse, ma entrambe ricche di storia. Non per niente la serie si chiama “Whisky is class…ical”, ed è come al solito contraddista da invecchiamenti molto importanti, come per questo Clynelish di ben 22 anni. Il single cask di oggi, consacrato alla Norma di Vincenzo Bellini, ha un quarto di secolo ed è stato acquistato da Glen Garioch, distilleria poco conosciuta, sebbene fondata nel 1797. Piccola curiosità: la distilleria, dal 1973 sotto la proprietà di Bowmore, continuò a usare il proprio maltataio fino al 1994, anno in cui subentrarono i giapponesi di Suntory e misero fine a questo romantico anacronismo. Ora, se la logica non ci inganna, l’orzo maltato per questo barile nel 1990 dovrebbe provenire proprio da quei pavimenti che oggi più non sono. E noi siamo francamente molto curiosi.

glen-garioch-25-y-o-1990-2016-silver-seal-e1465464220779N: molto aperto, fin da subito. La frutta gialla ha un tono davvero maestoso: ricorda frutta dolce e matura, tra l’albicocca (marmellata; disidratata), la purea di mele e pere, la frutta cotta (uvetta pere e prugne). Poi, la pasticceria gioca la sua carta: panforte, senz’altro; alcuni dolci di frutta secca, e soprattutto una bella brioche ancora ripiena di marmellata. C’è anche una nota minerale – e pure un’altra più graffiante (tabacco umido) a rendere complesso e accattivante questo naso. Un po’ di tamarindo?

P: che bella intensità! Si riconferma una dolcezza molto intensa ma screziata, in cui alla frutta gialla cotta (quasi caramellata) si aggiungono note ‘grasse’ di fudge, di toffee; c’è poi una nota di nuovo di tabacco da pipa, di un minerale in crescita (polvere da sparo, un velo) che pare quasi alludere a una frequentazione della torba da parte del nostro caro orzo.

F: un leggero filo di fumo ci conduce ancora alla dicotomia tra dolcezza greve, fruttata e burrosa e un che di minerale.

Buono, con un’inerzia paradossalmente dolceamara veramente piacevole e unica: è solo Glen Garioch ad avere questo stile, cosa che ci piace molto, ma se fosse stato ancora più ‘sporco’ forse saremmo saliti oltre gli 88/100 che comunque ci sentiamo di assegnare. Il consiglio, per assaggiare questa e molte altre primizie, è quello di fare un salto a Formigine, in provincia di Modena, il 28 di gennaio: quel dì Max inaugura con una serie di degustazioni guidate il nuovo negozio di Whiskyantique, praticamente un santuario del whisky in cui tutti gli appassionati dovrebbero poter ‘pregare’ almeno una volta nella vita.

Sottofondo musicale consigliato: Aida Garifullina – Casta Diva  (da Norma di Vincenzo Bellini)

Aultmore 25 yo (2016, OB, 46%)

L’ottimo 12 anni ci aveva solleticato il gargarozzo e accarezzato le sinapsi, grazie ad uno stile molto onesto, pulito e inatteso (per un entry-level dello Speyside): proseguiamo la scoperta delle recenti release ufficiali di Aultmore con il 25 anni, dall’accogliente colore ramato.

aulob.25yoN: molto aperto e ‘solido’, ha fin da subito in primo piano delle note di arancia (davvero tanta, in crescita e fresca) ed anche una certa frizzantezza da zenzero (anche candito). Pur dopo 25 anni, il malto ci pare rimanga bene in evidenza, e non si risparmiano nemmeno eleganti note floreali, di erica soprattutto. Ci sono note fruttate, sia di mele (rosse, anche cotte), sia di pesche sciroppate. Ha una schiettezza, tra il vegetale/erbaceo e il fruttato, veramente gradevole.

P: piacevolmente zuccherino, non è mai eccessivo o cafone né legnoso, anzi. Il primo impatto è sul miele, un miele floreale: è poi anche piuttosto maltoso, con note di biscotti ai cereali, e tornano anche qui quegli agrumi esuberanti e freschi che avevamo riscontrato al naso (arancia, ancora un pelo di limone). Ancora, una sfumatura di zenzero e un crescente senso di tostato. Poi, appena lo si manda giù…

F: …ci sono dieci secondi estremamente particolari, con l’emergere di note metalliche, di rame, molto evidenti: possono piacere o meno (a noi qui piacciono) ma di certo giungono inattese in un finale pulito, tra l’aranciato, la mela, ancora un pit di miele, anche un qualcosa di tostato.

Come già il 12 anni, anche questo venticinquenne ci ha sorpreso: pare forse descritto in modo un po’ troppo povero, ma in effetti ci pare un whisky che va per sottrazione, non è burroso, non è legnoso, non è troppo rotondo (anche se una sua piacevole rotondità la sa conservare)… Ma non è affatto banale, e quelle zone lievemente metalliche e ruginose, inaspettatamente paicevoli, che sorprendono al finale ci restituiscono un’immagine diversa dal “classico venticinquenne”: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The white buffalo – Oh darling, what have I done.

Mortlach 25 yo (1989/2015, Silver Seal, 52,4%)

Da qualche mese abbiamo in cantina un sample di questo Mortlach 25 anni, selezionato e imbottigliato da Silver Seal nella serie “Whisky is Nature”: l’evocativa etichetta ci porta lontani da Dufftown e ci mette davanti una tigre, forse a ricordarci quanto splendido e quanto pericoloso possa essere il distillato di Mortlach… Si tratta di una botte ex-sherry del 1989, uccisa e messa in vetro lo scorso anno: il colore è dorato, a testimoniare (ipotizziamo) una botte a secondo riempimento.

m19491N: fin dall’inizio si svela compatto e bello ‘grosso’, con una nota alcolica di spessore. In questa compattezza, si rivelano bene però due strati: sopra tutto c’è una leggera patina polverosa, lievemente minerale (terra, un velo di cera di candela, e anche di legno umido) – che assieme ad una suggestione generale di carne di maiale stufata con le mele ci fa sentire tutta l’anima più rude di Mortlach (anche se, non fraintendete, non si arriva alle più grevi note meaty). Si diceva però delle mele, e infatti il secondo strato è un’esplosione di frutta gialla (mele, tarte tatin; tantissime albicocche), di liquore all’arancia, uva passa; poi un senso di pasticceria, una crema alcolica (al limite della Malaga). Comunque, tutto veramente intenso, schiaffato in faccia, severamente proibito ai diabetici.

P: bam! Il palato, in piena coerenza col naso, è un’esibizione muscolare di sapori compatti, pulsanti ed estremamente ricchi: c’è un’onda altissima di frutta gialla, ancora mele e albicocche in primo piano, anche in combinazione con una crema pasticciera qui letteralmente esplosiva – lasciando la bocca vellutata e sussultante. Di cornice, c’è un’arancia fantastica (sia arancia dolce che oli essenziali che scorza) che, con quella nota di scorza, idealmente ci conduce a una mineralità che ritorna proprio qui, con suggestioni terrose ed erbacee.

F: molto lungo, vira generosamente su una mineralità e qualche sentore di legno di botte che nel complesso ne arricchiscono le sfumature. Il tutto ancora immerso in agrumi dolci.

Un gran whisky, di quelli che Max Righi adora imbottigliare: nel bicchiere e nel cuore arriva esattamente ciò che ti aspetti da una selezione di Silver Seal, ed è il motivo per cui negli anni l’imbottigliatore si è saputo definire uno stile, molto coerente tra le pur varie selezioni. Questo Mortlach non è il classico sherry monster, è sorprendente per le sfumature che riesce a regalare: sfumature tutte amplificate, non si dimentichi. 91/100, eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Survivor – Eye of the tiger.

Glen Grant 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 57,5%)

Sabato scorso abbiamo partecipato alla degustazione di Glen Grant al celebre speakeasy milanese “1930”: domani daremo conto della bella serata, ma intanto prendiamo spunto da lì per introdurre l’imbottigliamento che sezioniamo aujourd’hui. Trattasi infatti proprio di un Glen Grant, selezionato e imbottigliato da Valinch & Mallet, giovane imbottigliatore che ha riscosso consensi al suo esordio a Limburg, praticamente il Bernabeu degli eventi whiskofili: single cask ex-bourbon a primo riempimento, venticinque anni di invecchiamento. Il colore (sembra una battuta, a pensare alle campagne pubblicitarie di GG) è chiaro.

Schermata 2016-04-29 alle 19.06.59N: quando una distilleria è coerente… Pulito, pulitissimo: a grado pieno, è molto intenso e compatto ‘quantitativamente’ se pure delicato ‘qualitativamente’. I descrittori sono pochi e difficili da separare: c’è un bel malto croccante in primissimo piano (qui nella versione di ‘crosta di pane’); un sacco di marzapane; un po’ di frutta gialla profumata (mele); assi di legno. C’è anche un lato vagamente speziato, ma soprattutto erbaceo – che non sappiamo però sezionare e specificare (per compiacere Davide: “roba speziata ed erbacea”). Cioccolato bianco.

P: ha veramente classe; dopo 25 anni la botte si è comportata da gentildonna, infondendo decisi (ma non eccessivi) sapori di legno e tanto marzapane. E così, il malto si è potuto mantenere in vita, e di fatto risulta senz’altro il vero protagonista, croccante e concreto. Cosa vuol dire quest’ultima dittologia? Boh. Col tempo si apre, ed escono note decise di limone e cedro, forse di zenzero; mela. È sì dolce, ma questa dolcezza viene poi riagguantata da un legno non tanto amaricante, quanto ‘erbaceizzante’. L’acqua libera una dolcezza un po’ più ‘mielosa’.

F: pulito e lungo, sciroppo d’acero, tè verde, marzapane. Ancora una dolcezza fruttata molto delicata.

Il malto di Glen Grant riesce a emergere bene dai 25 anni in botte, sviluppando note erbacee e un po’ trattenute, austere, vegetali e limonose, con un apporto del legno davvero rispettoso nonostante il first-fill. Detto ciò, ammettiamo candidamente di non essere riusciti a dominarlo appieno, diciamo che abbiamo la sensazione di non averlo capito fino in fondo… Ragion per cui, condensando le nostre provvisorie impressioni in un 87/100, dovremo per forza riempirci un altro paio di sample per riassaggiarlo. Magari anche tre, dai.

Sottofondo musicale consigliato: Donald Fagen – I.G.Y. (What a Beautiful World).