Springbank 26 yo ‘Sar Obair’ (1990, Kingsbury, 51,2%)

Eccoci con il secondo single cask di Springbank: dopo il glorioso ex-bourbon di Rest & Be Thankful, eccoci alle prese con un decanter di cristallo di Kingsbury, nella serie “Sar Obair“. Si tratta di uno Springbank invecchiato in un single cask (#90) del 1990 ex-sherry decisamente a primo riempimento, a giudicare dal colore, imbottigliato 26 anni dopo a 51,2% per il mercato asiatico. Ora, noi sappiamo che in alcuni mercati piacciono i barili ex-sherry e piacciono i decanter di cristallo: meglio se le due cose vanno insieme, così dentro al decanter puoi vedere un liquido scurissimo, tipo la salsa di soia. Questo è appunto il caso. Grandi aspettative, vediamo.

N: urca, che sherry monster. La prima coltre densissima è di cola e di liquirizia pura, con una colatura zuccherina: roba da appiccicarsi le narici. Frutta rossa e frutta nera, rigorosamente in marmellata: non c’è nulla di fresco qui dentro. Siamo in una monarchia assoluta, anzi in una dittatura del legno, attivissimo, che riesce persino a coprire il distillato di Springbank, se non fosse per una nota di salamoia e olive nere che resiste. Un che di liquore amaro, con una progressiva irruzione di erbe massiccia, che col tempo diventa davvero drammatica. Chiodi di garofano.

P: mmm, acido, amaro e legnoso. Decisamente abbiamo esagerato con la botte, eh, amici di Kingsbury? La frutta rossonera, e dunque intimamente diabolica, è affogata nel tannino, erbaceo legnoso e liquirizioso oltre ogni senso comune, con l’aggravante di tirar fuori note di arancia marcia e aceto di more, a testimoniare un’acidità un po’ sballata in questo contesto. Arriva anche un che di sapido, che però in questo contesto è più una off-note che un valore aggiunto.

F: eccolo confermato, tra erbe amare e tabacco. Paradossalmente non lungo. Conclude con una punta salata.

Siamo un po’ in imbarazzo, ed è tutto un imbarazzo della volontà che si scontra con la fermezza della ragione: avevamo altissime aspettative da questo Springbank, che per inciso costa intorno ai 900€ e ha ottime valutazioni su whiskybase… E però non si può non riconoscere qui un qualcosa di sbagliato: non è piacevole, né da bere né da annusare, e vive il dramma di un invecchiamento trascinato decisamente oltre ogni logica. Ci piace pensare che il signor Kingsbury, girando per la sua warehouse, abbia detto: “ma cazzo!, com’è che ci siamo dimenticati di questo Springbank! Dovevamo imbottigliarlo tre anni fa! Vabbè, dai, mettiamolo in un decanter di cristallo e spediamolo in Asia”. Ha avuto ragione lui, probabilmente, ma noi dobbiamo scrivere 72/100. Le cipolle fanno sì che il latte abbia un cattivo sapore, insegnano i Melvins.

Sottofondo musicale consigliato: The Melvins – Onions Make the Milk Taste Bad.

Highland Park 26 yo (1986/2013, Adelphi, 47%)

Recuperiamo dai meandri delle nostre inadempienze un single cask di Highland Park, imbottigliato da Adelphi nel 2013, che colpevolmente avevamo lasciato a riposare nel nostro armadietto dei samples. La distilleria di Kirkwall è da sempre una delle nostre favorite, grazie a quella torba leggera che complica senza prevaricare: ai più distratti ricordiamo che HP è tra le otto distillerie attive in Scozia a maltare almeno parzialmente il proprio orzo (l’unica che lo fa al 100% è Springbank) e che il brand ambassador globale è un danese gigantesco, con dei bicipiti grossi come il girovita di De Michelis, quindi guai a parlarne male. Adelphi, al contempo, è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere per la qualità delle sue selezioni, anche grazie all’ottimo lavoro di promozione fatto in Italia da Pellegrini. Bando alle ciance, si beva!

dscn9979bigN: il clima che si snasa è quello spigoloso delle Orcadi: multiforme, riesce a essere sia trattenuto che intenso, come d’altro canto ci hanno abituato i migliori Highland Park. Ha una nota minerale in primo piano, di torba, che pian piano si evolve e diventa un leggero fumo acre, sempre più evidente. Cera e olio d’oliva, mandorle amare. Poi la nota floreale (dire erica è quasi d’obbligo, ma in effetti…) apre ad un lato fruttato, di frutta gialla, ancora lieve e intenso al contempo, raffinatissimo (mele gialle, forse una marmellatina di limone?, il lato agrumato è splendido: buccia di limone candita). Anche lychee, e ancora cereali e una dolcezza da ciambelle. C’è un che di vino bianco secco, certi sciampagnini, per dire… Minerale e leggermente fruttato, appunto. Ottimo.

P: qui il lato fumosino, torbato e vegetale è subito più intenso, e al contempo resta più intensa anche la dolcezza. Ci viene in mente del miele leggero ai fiori e della frutta ancora tra la mela e l’agrume, magari in marmellata. Un pelino di vaniglia, di biscotti ai cereali. Ancora un po’ di vino bianco; anche frutta a pasta bianca (uva? lychees?), molto dolce ed intensa. Buono buono.

F: perdura uno splendido ricordo torbato, leggermente fumoso; ancora uva bianca, marmellata di limone. Cera.

89/100: molto coerente, molto buono, molto Highland Park. Botte certamente refill, davvero rispettosa di un distillato unico nel suo genere: delicato e intenso allo stesso tempo. A noi fa impazzire questo lato minerale-torbato, leggermente ceroso, e questa dolcezza trattenuta, di frutta giallina tendente al bianco: ha senso? Per noi sì, quindi pollice alzato e via così.

Sottofondo musicale consigliato: My Morning Jacket – Only memories remain.

Burnside 26 yo (1989/2015, Cadenhead’s, 48,8%)

Da novembre abbiamo nel nostro parco-sample questo Burnside: forse il nome, messo così, non richiama molto alla vostra memoria… Peccato per voi: si tratta di un single cask di Balvenie (che non autorizza terzi a imbottigliare con il nome in evidenza) teaspooned con Glenfiddich. Cosa voglia dire teaspooned, ve lo spiega abilmente e con agile retorica il sommo Bevitore Raffinato, ché noi oggi siamo pigri. Si tratta di un 26 anni, invecchiato in una botte ex-bourbon e messo in vetro da Cadenhead’s, imbottigliatore che ormai abbiamo imparato a conoscere bene. Il colore è dorato chiaro – certo, mica lo scriviamo sempre il colore, direte voi, perché farlo adesso? Boh, perché ci è venuto in mente.

Burnside-26-y.o.-1989-2015-CadenheadsN: davvero espressivo con vere e proprie lamate di profumi che fendono il naso. Arriva subito un’immagine, chiara e nitida: una torta di mele, di quelle alte, fragranti, ripiene di mele gialle e crema. Un grandioso malto, che ci ricorda tanto il 15 anni ‘single barrel’; pere burrose, pastafrolla; brioche al miele, biscotti ai cereali; un velo di ananas (pasticcino al). Miele poi, con note floreali (erica); una leggera freschezza mentolata ed erbacea. Insomma, un whisky capace di odorare veramente di whisky, nel suo miglior archetipo.

P: molto ricco di sapore, e pieno. In grande coerenza con il naso, ripete quelle ottime note di frutta gialla matura e burrosa, di impasto per torte, di crema. Quindi ancora tante mele e tante pere, miele, malto brioscioso… Assieme a questo lato, si afferma anche una dimensione più compiutamente erbacea e ‘legnosa’: foglie di tè, menta, fieno. Frutta secca (mandorla). La parte dolce e quella più legnosa sono molto ben bilanciate, unite da una punta acida di agrumi misti. Anche un tocco di chiodi di garofano a dare una profondità speziata.

F: lungo e persistente, ancora dolce, maltoso, sulla frutta secca, sul malto a bilanciare la dolcezza.

Buono, molto buono: è “standard” nella migliore delle accezioni, e soprattutto al palato svela un’intensità legnosetta ed erbacea veramente caratterizzante. Contiene una dolcezza ricca e densa, ma equilibrata alla perfezione da quel lato lievemente amarino. 89/100, con Balvenie non si sbaglia.

Sottofondo musicale consigliato: Piero Bassini Trio – Looking at the hills.

Strathmill 26 yo (1988/2014, Valinch & Mallet, 50%)

Strathmill è distilleria dal nome evocativo, dato che significa “il mulino nella lunga valle”; la maggior parte del whisky lì prodotto finisce in blended (J&B, ad esempio), dato che non c’è un core range ufficiale ma solo qualche episodico imbottigliamento. Per questo, e la cosa vale per tante altre delle distillerie meno conosciute di Scozia, bisogna rivolgersi agli imbottigliatori indipendenti per accedere al segreto degli aromi tipici di Strathmill – nostra fortuna è l’avere un sample di questo ventiseienne selezionato da Valinch & Mallet, e siccome la fortuna bisogna coglierla quando c’è, beh, beviamo.

117262-normalN: molto accogliente ma delicato, quasi timido. C’è un malto molto evidente e insistente (mollica di pane, panini al latte), impastato con note di fiori freschi, profumati e odorosi. Ci sono poi suggestioni di una ‘dolcezza’ molto trattenuta, tra un velo di marzapane e una frutta dolce fine (albicocca, pesche succose). Note di fiori d’arancio; sulle prime trovavamo note di limone che però pian piano vanno limandosi.

P: l’alcol è inesistente. Molto pulito e ‘vegetale’, erbaceo, e se al naso l’avevamo solo intuito, qui il profilo si fa ancora più stile-Lowland. Si accentua quella nota floreale (fiori recisi), ancora unita ad una maltosità fatta di pane. Per il resto, non esibisce arroganti spalle larghe, preferendo una dolcezza gentile gentile fatta di frutta gialla e un che di tropicale (qualcuno ha detto Glenlivet? sì, lo ricorda, anche se ‘attutito’). Nota leggera agrumata acerba, a completare un palato che si richiude…

F: …con grande pulizia al finale, ancora su erbaceo maltoso floreale e pane. Malto dominante pulitissimo.

L’abbiamo scritto sopra: è un whisky maturo in pieno stile Lowlands, esibisce alla grande tante sfumature dell’unico ingrediente del whisky, il cereale; ha note floreali ed erbacee davvero piacevoli – ovviamente, dovete apprezzare questo tipo di profilo, che sempre più è difficile da trovare in questi tempi dominati da legni aggressivi. 87/100, grazie a Davide e Fabio per il campione. Ah, non avevamo mai assaggiato uno Strathmill sul sito, era una delle (ormai poche) distillerie mancanti; segniamo una tacca sul fucile e andiamo verso la prossima preda.

Sottofondo musicale consigliato: Palace music – West Palm Beach, canzone bellissima!, è Bonnie Prince Billy, per chi non lo sapesse.

Ardbeg 26 yo (1974/2001, Silver Seal, 46%)

Dopo aver bevuto, negli ultimi giorni, un paio di whisky di Silver Seal, decidiamo di concludere questo piccolo percorso tra la Scozia e il modenese con un ‘pezzo grosso’, ovvero un Ardbeg del 1974… Le aspettative sono alte, se è vero che questo vintage della  distilleria ha offerto agli amanti del malto pezzi di grandezza assoluta; basti pensare che ben 30 Ardbeg del ’74 superano i 90 punti su whiskyfun… 26 anni trascorsi in botte, solo 264 bottiglie: il colore è dorato.

ardbeg 1974N: incredibilmente “marittimo”: ci sono note di salamoia, di aria di mare, di porto inquinato (avete presente quando una vecchia barchetta a motore lascia il molo sgasando? ecco, più o meno…), di catrame. Nitidissime olive nere, anche bacon; ancora, chiare tracce di torba, proprio, che paiono molto più intense di un’affumicatura delicata, per essere un Ardbeg, e per nulla invasiva. Da un profilo così ingombrante, si emancipa a fatica un lato dolce, formato quasi solo da un profilo ‘bourbon’ vanigliatissimo; ci ricorda i marshmallow e i dolcetti di marzapane, con un tocco di scorzette di limone. Poco presente il legno, dopo 26 anni.

P: davvero non ci aspettavamo una tale cremosità in un palato che sostanzialmente ripete quanto offerto al naso: c’è sì il “mare torbato” di prima (acqua di mare, a tratti è molto salato, con anche una nota a metà tra floreale e medicinale; poi, torbatissimo e fenolico), ma il tutto è arrotondato da una cremosità dolce marcata. Alla vaniglia si accompagnano note tropicali (cocco, soprattutto, poi forse mango?) e ancora mandorle; anche una robusta liquirizia e un fantastico legno di botte.

F: ancora bacon abbrustolito, poi caffè, liquirizia, note sapide… lungo e persistente, molto Ardbeg.

Davanti a un whisky come questo, c’è davvero poco da dire: perfetto bilanciamento tra le varie anime (marinità, torba, dolcezza cremosa), grande intensità e ottima ‘esperienza complessiva’, nel senso che si beve bene e si gode. Simile all’altro Ardbeg del ’74 di Signatory che avevamo assaggiato tempo fa, per certi versi forse più semplice ma per contro un po’ più rotondo e con un palato più dolce. Concordiamo con quanto scrive Serge, ovvero che è un ottimo whisky, magari non di disarmante complessità, ma proprio buono: rispetto a lui, però, il nostro gusto ci impone di alzare di qualche punticino il giochino del voto, e quindi ecco un pieno 90/100. Una curiosità: annusando il bicchiere vuoto, ci viene in mente un bosco di conifere… Ok, forse ne abbiamo bevuto troppo.

Sottofondo musicale consigliato: Bobby WomackAcross 110th Street, ancora dalla colonna sonora di Jackie Brown.

Tamdhu 26 yo (1984/2011, Adelphi, 48,8%)

Quando la Tamdhu, nel cuore dello Speyside, è stata acquistata nel 2011 da Ian McLeod, proprietario di Glengoyne, tutti sono stati tanto contenti, dato che dal 2009 la distilleria era stata “messa in naftalina” dai precedenti padroni; la produzione è ripresa all’inizio di quest’anno, pare. Oggi assaggiamo la botte #2836, whisky distillato nel 1984 e rimasto a riposare in botte fino all’anno scorso; il sonno si è interrotto grazie al prodigo intervento di Adelphi, storico imbottigliatore scozzese da poco distribuito in Italia da Pellegrini. Il colore è dorato.

tamadl1984N: subito, affianco a una gradazione che si fa molto sentire, c’è una grande e piacevolissima maltosità, che occupa la scena a tal punto da far sorgere dubbi sulla botte: bourbon o sherry? Quasi sicuramente però è un refill, e per ora dovessimo scommetterci un euro propenderemmo per la prima ipotesi. Ad ogni modo: è un naso molto intenso, che col tempo si anima di una gran messe di frutti diversi e tutti maturi: innanzitutto molta arancia, poi mela (a pacchi), fichi freschi, leggere suggestioni tropicali… Un po’ di cioccolato e una leggera, ma deliziosa, nota di cera.

P: sostanzialmente coerente col naso, quindi buono, con grande enfasi sul malto (cereali) e una netta accentuazione delle note di cera. Il complesso è compatto: spicca una nitida e intensa nota fruttata, tra bombe di cocco e molotov di arancia, con ulteriori suggestioni tropicali. Cioccolato a far capolino qui e là.

F: una quantità di cocco impressionante; malto, mela e un delicato legno; finale bello lungo, fa valere il suo non essere più un giovincello.

Molto deciso, con note fruttate sempre più intense man mano che sta nel bicchiere, che ci confermano la prima impressione (refill-bourbon, ma ci informeremo); un ottimo Speysider, insomma, impreziosito da note di cera veramente gradevoli. Un punto in meno per quell’alcol ancora un po’ imbizzarrito: 86/100, costa intorno ai 120 euro, se ne trovate ancora una bottiglia.

Sottofondo musicale consigliato: Sandy Muller – Dança Dança Dançarino, cover di Lucio Dalla.