Imperial 27 yo (1989/2017, Càrn Mòr, 43,9%)

Il primo Imperial della storia di whiskyfacile! Che vergogna, in sei anni manco una recensione… e sì che si tratta di una distilleria fascinosa per la sua cronica sfortuna: la sua storia è infatti un emmenthal, un gruviera, una massa squassata da continui buchi, da decenni di chiusure alternati a decenni di aperture, da cambi di proprietà… E la conclusione della sua storia dovrebbe regalarle ancora più credito, povera Imperial: chiusa da fine anni ’90, di proprietà di Allied / Pernod, nel momento dell’attuale boom del whisky uno si aspetterebbe di vederla riaperta, e invece no, è stata rasa al suolo per fare spazio al gigante Dalmunach. Celebriamo questa vicenda sfigatissima con un single cask di 27 anni, distillato nel 1989, imbottigliato da Càrn Mòr.

N: che naso complesso, aperto e invitante. Innanzitutto c’è una piacevolissima zona aromatica dolcina, tra la brioche, burro, l’albicocca, il miele… Pasta di mandorle. C’è perfino una frutta gialla intensa, diremmo innanzitutto mela gialla (quella molto matura, farinosa), anche una venatura agrumata, forse di limone. Quel che però ci fa girare la testa è una coltre ‘sporca’, quasi farmy, che complica tutto: una patina di formaggio stagionato (viene in mente il parmigiano quando ‘suda’; ha perfino un sentore muffato che fa venire in mente roquefort – vogliamo esagerare!, ci fa venire in mente addirittura l’abbinamento tra Sauternes e roquefort, perché siamo dei viveur, o dei cialtroni, fate voi), poi tanta tanta cera, cera d’api.

P: come al naso il primo impatto era stato devastante, qui paga dazio alla bassa gradazione (che crediamo naturale, non frutto di riduzione, beninteso) con un attacco che non è proprio dei più entusiasmanti, se paragonato alle attese del naso – poi però si riscatta in fretta, e da qui in poi è solo gloria. Ancora tanta cera e sensazioni oleose, un sentore nitido di burro caldo; biscotti ai cereali, miele, pastafrolla; tappetoni esaltanti di frutta tropicale (papaya; ce l’attendevamo, il naso così ‘sudato’ spesso prelude), ancora mela gialla.

F: burro caldo, tantissimo!, base di biscotti per cheesecake; e tropicale. Cioccolato, un sentore anche di cocco.

La masticabilità del corpo, proprio a livello tattile, penalizza parzialmente un whisky che altrimenti avremmo premiato ancora di più: è uno dei profili di whisky che più ci piace, con una burrosità del distillato che dopo tanti anni dentro a una buona botte porta a emersioni tropicali e fruttate di grandissima complessità. Ne berremmo a secchiate: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lenny Kravitz – If you can’t say no (Zero 7 remix).

Rosebank 27 yo (1975/2002, Douglas Laing ‘OMC’, 50%)

Di ieri è la notizia della riapertura imminente di Rosebank per mano di Ian Macleod (già proprietario di Glengoyne, Tamdhu – per adesso, per chiarire bene lo spirito, l’AD si fa fotografare con bicchiere pieno e bottiglia di Rosebank Flora e Fauna ben chiusa e sigillata: non la metafora migliore per introdurre la cosa, no?). Nei prossimi giorni arriveranno i nostri due centesimi sulla questione, intanto però ci è venuta voglia di assaggiare com’era il whisky di Rosebank, per vedere sostanzialmente “se ne valeva la pena”. Troviamo nel nostro armadietto un sample di Rosebank del 1975, nientemeno, un barile ex-sherry imbottigliato nel 2002 da Douglas Laing: come guanto di sfida al futuro può andar bene?

Schermata 2017-09-27 alle 20.02.57N: oh, da quanto tempo non mettevamo il naso su un Rosebank! Il primo impatto ci fa gridare al miracolo: è letteralmente un tripudio di frutta, fresca, deliziosa e succosa. C’è la frutta rossa innanzitutto, con tanta ciliegia, poi fragola concentratissima come se fosse un’iperfragola (anche confettura di iperfragola); mele gialle, fresche ma anche mele cotte al forno; albicocche disidratate. E la pasticceria: c’è un profumo di impasto per torte, di fagottini alla mela con crema, di pasticcini di frutta. Scorzetta d’agrume, poi, insieme ad una dimensione più minerale e maltosa… che, a dirla tutta, è forse la cosa che più ti colpisce quando annusi questo whisky: c’è infatti quella patina di cera, di mobili antichi (ci viene in mente un vecchio cassettino delle spezie…), che – se ci leggete, lo sapete – a noi fa impazzire, e che è solo dei whisky così vecchi.

P: la magia torna anche in questa fase, con una complessità e un’intensità veramente da urlo. Torta di mele gialle, una frutta rossa addirittura in crescita rispetto al naso (ancora fragole e ciliegie) a formare un profilo sì fruttato, ma allo stesso tempo molto ‘pesante’, molto piazzato, molto vecchio: legno speziato, tanta, tantissima cera, ancora un ricordo di legno impolverato, perfino un filo metallico, senza risultare un’off-note. Tamarindo, cioccolato, un poco di miele (di quelli non troppo dolci), scorza d’arancia rossa. Una punta di tabacco da sigaro? Una venatura di legnetti di liquirizia? Sì, a tutto. Spettacolare.

F: se il palato aveva la dicotomia frutta / cera a contendersi la gloria, senza però alternarsi, ma restando in scena assieme, qui le due componenti restano, con uguale intensità, ma in successione: prima un’esplosione fruttata clamorosa, poi, davvero all’infinito, una cera minerale da spavento.

Come c**** abbiamo fatto a tenere questo sample per degli anni nel nostro mobiletto? Come, eh? Ce lo sapete dire voi, senza insultarci magari? Un whisky francamente straordinario, intenso, complesso, esaltante: 94/100. Amici di Ian Macleod, questo è il benchmark: utilizzate bene l’eredità che avete comprato con il marchio, per favore. Dai. Per favore. La bottiglia vendita presso Lions’s Whisky a quasi 700€…

Sottofondo musicale consigliato: GraveyardHisingen Blues.

Port Ellen 27 yo (1983/2010, Old Bothwell, 56%)

Old Bothwell è un imbottigliatore scozzese piuttosto particolare, che pare campare soprattutto di “bomboniere”: vale a dire che pare campare soprattutto vendendo whisky con etichette personalizzate, idea regalo perfetta per i vostri matrimoni e le vostre feste aziendali, splendida strenna natalizia! Non sapremmo dire se si tratta di una deriva recente o di una vera e propria tradizione commerciale; sta di fatto che quattro/cinque anni fa Old Bothwell ha avuto il privilegio (la fortuna, la bravura) di mettere le mani su diverse botti di Port Ellen, imbottigliandole tutte a grado pieno. Tenete conto che su whiskybase dei 39 imbottigliamenti di Old Bothwell, 34 sono proprio Port Ellen… Quello che assaggiamo oggi è un Port Ellen del 1983 (Cask #216) che ci inviò in omaggio un amico di whisky ormai tre anni fa: l’abbiamo fatto aspettare fin troppo, ora è il caso di bere.

port-ellen-25-year-old-cask-2471-old-bothwell-whiskyN: pur a 56% l’approccio è molto gradevole. Inoltre ha tutti i tratti che hanno reso leggenda alcuni di questi Port Ellen ultra invecchiati, a partire da una torba bella acre, fumosa, da braci spente sulla spiaggia (non lesina infatti anche una leggera marinità). Il carico da novanta lo gioca però su una serie di suggestioni vegetali molto delicate ma anche molto persuasive: banana verde, eucalipto, una pigna resinosa davvero incantevole. Esibisce una buona dose di acidità, elargendo suggestioni di cedro e lime. A completare un sobrio lato vanigliato e di zucchero a velo. Impressiona il bilanciamento complessivo e la grande intensità.

P: ragazzi, è buono! Quanto è buono? Tanto, e va giù che è un piacere perfino a questa gradazione. Da subito ritroviamo note balsamiche e resinose in grande spolvero, bilanciate però all’unisono da una dolcezza molto pronunciata (vaniglia e cereale Kellog’s). La torbatura è ancora molto viva, smoggosa e cenerosa (sigaro?). Su tutto regna, come del resto al naso, un’agrumatura limonosa che definiremmo al top. Tutto è esplosivo, tutto è perentorio senza essere volgare, è un piacere continuo.

F: molto lungo e avvolgente come il vapore di una stireria. Insiste all’infinito un senso di erba e di legno bruciati (ma c’è anche qualcosa di più inorganico, plastica bruciata?). Leggera dolcezza maltosa e il ritorno di un’onda salata.

Gli diamo 93/100 perché – banalmente – ti fa godere. Buonissimo, equilibrato, godibile, sfaccettato… Grazie infinite a Luca per l’omaggio, e scusaci se ci abbiamo messo così tanto. L’attesa, almeno per noi, è stata premiata.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Hardwired.

Glen Mhor 27 yo (1982/2010, Cadenhead’s, 56,8%)

Glen Mhor è una delle tante distillerie chiuse nel 1983 – anno dallo splendore ancipite, perché da un lato vide i natali delle nostre insigni teste (entrambi di quel vintage, già) e i funerali delle insegne di Port Ellen, Brora, Glen Mhor appunto… Sarà un caso? Ovviamente no, e seguendo le scie chimiche vedrete che con un po’ di buona volontà riuscirete a ricostruire le linee del complotto mondiale che la CIA ha ordito nei confronti dell’industria del whisky e di cui noi siamo, con ogni evidenza, il braccio armato. Già. Oggi assaggiamo un single cask di Glen Mhor imbottigliato da Cadenhead’s nel 2010: si tratta di una botte ex-sherry che per 27 anni ha sonnecchiato nelle warehouse dell’imbottigliatore, prima di venire svuotata, per la gioia degli appassionati, in 236 bottiglie di vetro – qualche goccia sarà caduta per terra, qualche altra nella gola di chi l’ha svuotata, insomma, non state a sottilizzare.

Schermata 2015-04-15 alle 16.37.55N: i quasi 57% portano senz’altro una grande intensità; c’è molta ricchezza, con richiami straripanti al marzapane, uvetta sotto spirito, pan di Spagna… In generale, ‘cose dolci imbevute nell’alcol’, tanto per stare sul tecnico. Tarte tatin, mela caramellata. Seguendo le orme di una suggestione di burro caldo, si arriva a un che di minerale… Frutta disidratata.

P: l’alcol c’è ma non disturba; molto saporito. Offre una bella gamma di sapori, a iniziare da un bell’accenno di cera e un lato minerale certo più evidente. Per il resto, è uno sciroppo (anche se il corpo non richiama certo questa suggestione) ultra-zuccherino, che ricorda caramello, marzapane, un pit di cioccolato; ancora uvetta e tarte tatin. Più dolce che fruttato, se questo ha un senso.

F: continua l’escalation della componente highlander, con cenni di cera e tostati che richiamano quasi note di torba leggermente fumosa.

Un buon whisky, semplice nella sua complessità e che non lesina momenti di grande soddisfazione durante l’analisi, soprattutto grazie ad una mineralità che lotta per non essere schiacciata dal muro di dolcezza: intensità è la parola d’ordine, e non si può non pronunciarla – anche se, a dirla tutta, sul suo altare restano forse sacrificate le sfumature. 87/100 è il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Igor Presnyakov ci delizia con la sua cover di Smoke on the Water.

Inchgower 27 yo (1976/2004, OB, Rare Malts, 55,6%)

Tra le tante distillerie dello Speyside più o meno ‘dimenticate’ dal mercato c’è la Inchgower: le espressioni ufficiali, almeno negli ultimi vent’anni, si contano sulle dita di una mano, e la Diageo non sembra avere intenzione di modificare i suoi piani… Ricordiamo infatti che, in ossequio alle proporzioni di vendita, i whisky della maggior parte delle distillerie sono per lo più destinati a finire nei blended; come ci insegnano in questa pagina Davide e – non ce ne vorrà il primo, ma – soprattutto Pino Perrone (date un’occhiata ai commenti), Inchgower è parte di Bell’s, Johnny Walker e White Horse. Affrontiamo oggi una versione della serie “Rare Malts” di Diageo, serie molto apprezzata dai collezionisti, come si sa; è del 1976 ed è stata imbottigliata nel 2004 a gradazione piena.

ingrm.1976N: mmm, wow! Ma siamo sicuri di non essere nelle Highlands più a nord? Ci sono note di una profonda affumicatura – profonda ma tenue, si capisce che intendiamo? forse no -, accanto a suggestioni inattese, minerali, ‘polverose’ (quando abbiamo letto Serge scrivere di ‘vecchi libri’ abbiamo subito condiviso) e di legno umido. Miele, in gran quantità. Affianco, c’è una dimensione sherried molto discreta, con note di succo di mela, di frutti rossi (fragole e lamponi), di frutta secca (mandorla). Zucchero di canna, caramello. Pere, a pacchi, forse candite?, poi una bella maltosità. Una nota come di Campari? Buono, complesso e inatteso.

P: ancora resistono le note minerali del naso, rivelando aromi di torba nitidi ma delicati e una puntina di olio d’oliva; anche una buonissima epifania di zenzero candito (è ‘piccantino’). Poi, una dolcezza educata ed elegante, tra pere e mele, una lieve suggestione di frutti rossi, di panna cotta… Non mancano tracce di mandorla e noce brasiliana (cosa?), né punte cerealose (proprio i fiocchi della Kellog’s, sì). Suggestioni ‘balsamiche’ e mentolate.

F: burro!!! Persistente ma non lunghissimo, tra note burrose di pera e una timida suggestione ancora mentolata; malto, quasi erbaceo. Molto pulito.

Confessiamo, questo Inchgower è stato una sorpresa inattesa: buono e delicato, molto minerale ed erbaceo, con note fruttate che quasi non sembrano rivelare la maturità del distillato. Forse a tratti, soprattutto al palato, la dimensione che chiamiamo ‘vegetale’ prende un po’ il sopravvento, ma di certo ne consigliamo l’assaggio. Il Milano Whisky Festival spesso ne ha una bottiglia aperta, ai suoi Ring of Malt; se venite al World Whisky Day all’Entropia a Milano, il 18 maggio, magari lo potete provare. Intanto, la nostra valutazione è di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Morcheeba – Trigger Hippie.

Caol Ila 27 yo (1983/2011, Milano Whisky Festival, cask #4821, 50%)

Come ogni anno, le menti che stanno dietro al Milano Whisky Festival offrono agli appassionati un whisky da loro selezionato. L’imbottigliamento del 2011 è un Caol Ila invecchiato per 27 anni (dist. 12-10-1982, imb. 22-9-2011) in un hogshead refill bourbon ed è stato scelto fra sette alternative presso la Bladnoch Distillery. È ridotto a 50% e le 257 bottiglie ottenute hanno una bellissima etichetta con una foto del 1860 di Piazza Duomo a Milano. Dopo che alla degustazione di ieri ha riscosso un discreto successo, proviamo ad assaggiarlo; il colore è ambrato.

N: i 27 anni in botte hanno fatto la loro parte nell’ingentilire il lato affumicato, che rimane ma molto delicato e leggero. Senz’acqua, è pungente e si sente – soprattutto all’inizio – un po’ di gomma fusa (come del resto nel Caol Ila Old Masters). Quel che domina però è il lato dolce: zucchero di canna, vaniglia, scorza di limone; uvetta candita, che aumenta poi con acqua. Costanti restano l’anice, nitidamente, e anche qualche punta mentolata.

P: buono, più intenso di quanto il naso suggerisse; l’affumicato praticamente non c’è, resta un malto decisamente succoso, rotondo, elegante, che comunque porta la sua età con grande freschezza. Crema al limone; ci sono note fruttate (che si esaltano poi con acqua), sulla frutta matura (pesca gialla?) e a sorpresa anche sui frutti tropicali (lychee?). Marmellata d’arancia, miele. Una cannella lieve, a tratti. Molto buono.

F: legnoso e dolce, delicato e maltato. Abbastanza persistente; uva bianca e liquirizia in legnetti. Lievi sentori di torba e un senso di legno bruciato, anche se ancora domina una dolcezza intensa e cremosa. Di nuovo anice.

La prima osservazione è che i 27 anni di invecchiamento hanno conferito delicatezza ed eleganza ad un whisky che comunque sembra più giovane, tanto è fresco e tanto si fa bere facilmente, già a 50%. C’è davvero grande armonia tra alcuni spigoli isolani, soprattutto al naso, e il modo vellutato con cui emerge la dolcezza in bocca. Il nostro giudizio, che tiene conto anche del prezzo, assai contenuto per un malto di questa età, è di 87/100. Complimenti per la selezione a Giuseppe e Andrea (che potete vedere qui a fianco, visibilmente soddisfatto per la ‘creatura’)!

Sottofondo musicale consigliato: Lana Del Rey You can be the boss, da un album che, beh, per adesso non c’è.