Blair Athol 30 yo ‘Fighting Fish’ (1988/2018, Jack Wiebers, 47,8%)

Al Milano Whisky festival dell’anno scorso girava un losco figuro con pochi capelli e bottiglie sotto al cappotto, bottiglie che proponeva agli amici con fare carbonaro e vagamente criminale – insomma, come potete uno che ci piace. Questo figuro ci ha omaggiato di un sample di un Blair Athol di 30 anni di Jack Wiebers: potevamo forse rifiutare? Potevamo forse esimerci dall’assaggiarlo? Giammai. E dunque eccoci qui.

N: uh, che pienezza, che profondità, che bontà. Impattiamo subito su un monumento di favo di miele, poi arriva un bastimento carico carico di… frutta tropicale ipermatura, papaya e maracuja quasi passate. Chinotto, un sentore di scorza di agrume; c’è un mentolato zuccherino, molto denso e particolare. Aghi di pino. Marmellata di pesca, o forse di albicocca. Eccellente.

P: esplosivo, molto buono, anche se vista la gradazione l’alcol punge fin troppo, appare un slegato. È un succo di frutta tropicale zuccherino e dolce, con infuse delle erbe, eucalipto e genziana – a dispetto della bontà di questo whisky, speriamo che nessuno lo faccia davvero. Ancora chinotto. Caramelle al rabarbaro.

F: lungo e persistente, ancora tropical, dolceamaro, molto erbaceo e balsamico.

91/100, senza indugi. Peccato solo per quel palato così alcolico in impatto, saremmo stati ancora più alti con il voto probabilmente – ma intendiamoci, siamo di fronte a un campionissimo e la colpa è nostra che non abbiamo avuto cuore di diluire con acqua. Grazie Riccardo, aspettiamo che tu ci stupisca anche quest’anno.

Sottofondo musicale consigliato: Clarence Carter – Snatching it back.

Highland Park 30 yo (1986/2016, Cadenhead’s, 46,5%)

Ancora reduci dai bagordi di un capodanno elegantissimo e di rara sobrietà, in cui abbiamo perfezionato drink visionari come il “Mandela” e il “Mulo di Dufftown” (è certo opportuno stendere il più classico dei pietosi veli), cerchiamo di rimetterci diritti grazie agli sforzi congiunti di Orcadi e Campbeltown: con la bocca ancora impastata assaggiamo un Highland Park di trent’anni (dal 1986 al 2016 in due botti) della serie Small Batch di Cadenhead’s, storico imbottigliatore indipendente da qualche anno guidato da Mark Watt. Solo 176 bottiglie.

schermata-2017-01-02-alle-11-24-52N: a sorpresa, ancora molta torba anche dopo trent’anni, anche senza note di fumo: minerale, erica, miele, elegantissimo. Terra, fiori (fiori dolcini, se ha senso per qualcuno). Biscotti ai cereali e miele – davvero un sacco di cereale, di malto! Va pian piano aprendosi sulla frutta, e poi ancora su un cereale al limite del farmy (…) senza mai perdere in educazione (sempre più fiori). Diventa, ogni minuto che passa, sempre più elegante e persuasivo… Lievissima suggestione di vaniglia e mandorle.

P: alcol inesistente, corpo intenso e masticabile. Mostra subito una cera ‘sporca’ ma riesce ad essere delicatissimo allo stesso momento: fantastico. Attacca austero e poi si apre sul fruttato, mantenendo però una mineralità costante e magnifica. Panna montata? Ha una sua paradossale cremosità (chantilly?), sempre educatissimo mai ruffiano. Ancora miele, superfloreale. “Top top”, come direbbero a Nuova Delhi. Giano bifronte, abbina con inusitato equilibrio una frutta delicata e una ‘sporcizia’ elegantissima.

F: attacca sul cremoso e fruttato, attraverso il fiore galoppa verso una torba minerale lunghissima. E quanto malto pulito e incantevole…

Iniziamo l’anno come meglio non potremmo: Highland Park ci ha abituato a un carattere unico, in grado di mantenere in equilibrio perfetto un lato più selvaggio e rude ad uno più composto e ‘femminile’. Questo imbottigliamento di 30 anni, selezionato da un imbottigliatore  che in questi anni sta facendo sfracelli, non tradisce lo stile di casa ed anzi si erge a suo eccelso rappresentante: 92/100, e il 2017 inizia bene, dai, all’insegna di intensità e complessità. Alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Sixto Rodriguez – Sugar Man.

Glenglassaugh 30 yo (2015, OB, 44,8%)

La simpatica storia di Glenglassaugh racconta di una piccola distilleria nel Banffshire, chiusa nel 1986 per la celebre crisi del whisky di inizio anni ’80 (pare impossibile: c’è stato un momento in cui il whisky prodotto era troppo!, ragion per cui ci viene da dire: generazioni passate, ve la menate tanto, ci avete tolto il futuro per godere le vostre pensioni d’oro e non eravate manco in grado di bere!, siete delle pippe) e riaperta la bellezza di 22 anni dopo, nel 2008, “grazie al provvido intervento che operò quel sacramento” (cit.) del gruppo Scaent. Altri tre anni ed è il gruppo BenRiach a mettere le mani sulla distilleria: l’operazione resta negli annali perché la proprietà decide contro ogni pronostico di non piazzare una maiuscola “alla cazzo di cane nel mezzo del nome” (altra cit. coltissima), come invece accade con GlenDronach e BenRiach, appunto. Ma stiamo divagando, perdonateci: quel che conta è che, con ogni evidenza, gli stock presenti in distilleria o sono molto vecchi, di prima del 1986, o molto giovani. Noi assaggiamo la versione più anziana del core range, un trentenne che giunge all’acquirente in bottiglia con bizzarra foggia periforme.

ggsob-30yov1N: leggermente pungente e con un concetto ben spiattellato fin da subito: sherry cask. Evidenti sono infatti le note di frutta rossa, uvetta e frutta cotta (prugne e mele). Frutta di marzapane. Oltre a tutte queste delizie però c’è anche un lato più sobrio, dal cioccolato amaro al miele anch’esso amaro. Concordiamo alla grande con IBR sul legno di sandalo, che dà conto di un dram bello profumato e complesso. Infine, note legnose ed erbacee, con puntine balsamiche. Senape?

P: Si sente la mancata diluizione, con un corpo bello presente. L’atmosfera è molto scura, con legno tostato e macerato, prugne e ancora uvetta sotto spirito. A rendere ancora meno scontato il contesto ci si mettono anche inattese note amaricanti di fave di cacao, caffè, the molto infuso e persino cenere di sigaro. Pepe nero abbondante.

F: il legno e le sue spezie si prendono tutto per tanto tempo. Uvetta, sigaro e fave di cacao.

Davvero molto piacevole, anche se l’avevamo assaggiato pure ai festival in passato e non ci aveva impressionato: evidentemente è un whisky che richiede altri contesti per essere apprezzato al meglio, vuole attenzione, calma e raccoglimento. Per una volta, mette d’accordo tutti sia nel voto che – ed è quel che conta di più – nella descrizione: 90/100 come Serge e Ibr.

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – Supergiovane.

Port Ellen 1982 (2012, Malts of Scotland, 58,6%)

Dici Port Ellen e all’appassionato medio si illuminano gli occhi, si impenna la salivazione, si sconfinfera la spina dorsale, tremano le gambe e (se ha dei seri problemi con le proporzioni della realtà e nel gestirle) magari perfino la zona pelvica sussulta: perché Port Ellen da qualche anno non è più il semplice nome di una distilleria, ma è un’icona, uno status symbol, un grappolo d’uva penzolante di fronte a tante povere volpi… Le ottime bottiglie ufficiali sono diventate mero appannaggio dei più ricchi collezionisti, quelle indipendenti richiedono prezzi folli anche se, come tutti sanno e dicono da sempre, Port Ellen è distilleria bifronte: spesso regala gemme di livello altissimo, altrettanto spesso offre botti tremende – oggidì però stai sicuro che se metti le mani su una botte di Port Ellen questa si venderà da sola, anche se a prezzi proibitivi per le tasche dei più, indipendentemente dalla qualità. Ad ogni modo da tanto, troppo tempo mancava un Port Ellen sulle pagine di whiskyfacile… Nei più oscuri angoli del nostro cabinet di sample abbiamo scovato questo single cask ex-sherry, invecchiato trent’anni, dal 1982 al 2012: ovvero quando ancora si poteva comprare un sample di Port Ellen da un sito senza essere costretti a impegnare tutti i gioielli della nonna. L’imbottigliatore è Malts of Scotland, una solida realtà nel mondo dei selezionatori della terra di Adorno, Kant e Rummenigge. Via con la degustazione, basta ciàcole: e speriamo l’ostrica contenga una perla.

74087-normalN: sbadabam, innanzitutto è a 58 gradi e pare a 40… L’alcol è rimasto in Germania forse. Il connubio perfetto avviene, qui, tra sherry e torba: quest’ultima è in pieno stile Port Ellen, non soffocante, e con un fardello di fumo acre pieno ma leggero ed elegante. C’è anche un sentore nitidamente marino, a ricordarci le onde che si infrangono su Port Ellen; e come tralasciare quelle note di alga riarsa? Intanto, lo sherry ha lasciato solo qualche potente accenno di frutta rossa (una splendida confettura di fragole è qui davanti a noi), ma lascia sgorgare mille suggestioni: dal cuoio e la liquirizia, un po’ sporchine, all’arancia rossa e al chinotto, fino al panettone, alla tarte tatin. Una nota mentolata, erbacea, profonda. Marron glacé; zenzero candito nel cioccolato. Avete presente quell’aroma del legno in fiamme, caldo e incandescente? Ecco. Tabacco da pipa.

P: l’attacco è spaventoso, ha una nota mentolata veramente deliziosa, che non si allontana mai, ad accompagnare una bella sapidità (acqua di mare, alghe, proprio sale) e un senso di acre e minerale dal fumo di torba. Fumo dolce di pipa. Sbalordisce l’intensità, con pacchi di arance rosse mature e una dolcezza pesante, molto profonda: ancora tarte tatin, fichi secchi; tamarindo; ancora un pizzico di frutta rossa in confit (more?); e poi che liquirizia, che uvetta, che legna… La cosa che comunque più affascina è la compattezza mostruosa del palato, davvero imponente.

F: perdura all’infinito, con una nota ancora mentolata che sta abbarbicata sulla marinità… Le labbra sono salate, dolci appiccicosi d’ogni tipo imperversano all’infinito; ancora fumo di pipa. Ancora arancia.

Forse l’ultimo Port Ellen in sherry che assaggeremo nella nostra vita? Beh, se è l’ultimo, è degno di reggere questo fardello. Intensità devastante: che compattezza al palato, con una botta sorda di sapore che rimane lì, mastodontica e intaccabile; e che complessità al naso, quante sfumature nuove ad ogni snasata… Un vero campione, che ci riconcilia con una distilleria spesso sopravvalutata dalle crude leggi del mercato: 94/100. Per fortuna che ‘sto sample l’abbiamo comprato anni fa…

Sottofondo musicale consigliato: Tears for fears – Everybody wants to rule the world.

Cambus 30 yo (1985/2015, Hunter Laing, ‘The Sovereign’, 53,4%)

Restiamo nei territori granulosi, granulari, grandi, granguignoleschi, granaroli, dei grain whisky, e restiamo pure nelle cantine di Hunter Laing: dopo lo splendido cinquantaduenne dell’altro giorno, ringiovaniamo ed assaggiamo un 30 anni della distilleria Cambus, chiusa nel 1993 da Diageo e situata nei pressi dell’a noi cara Deanston.

cambus-30-year-old-1985-cask-11591-the-sovereign-hunter-laing-whiskyN: sulle prime l’inespressività è quasi desolante, lasciando alle narici un mero senso alcolico di solvente, di colla. Ma abbiamo imparato ad avere pazienza… E veniamo premiati: emerge una patina di cereale biscottoso e burroso, ma rispetto al cliché grainy dolciastro e caramellato qui si fa strada – sempre con grande e trattenuta raffinatezza – la frutta gialla, a tratti anche tropicale e agrumata (ananas, cedro candito). Pasta di mandorle. C’è un che di ‘clorofilla’ (?), un qualcosa di vegetale e quasi balsamico.

P: al palato si perde quell’intro spiazzante, e si conferma un whisky dalle dinamiche bizzarre e inattese, anche se il profilo del naso trova qui specchio in un’intensità infinitamente potenziata. Ripetiamo i descrittori: grande tropicalità ‘verde’ (la suggestione cromatica è puro arbitrio: lychees, ananas, cedro, lime), un bel lato maltoso, di cereale burroso e una pasta di mandorle piacevolissima. Ancora una punta balsamica, a condire un lato vegetale piuttosto floreale e zuccherino. Decisamente più convincente.

F: non lunghissimo, tende a farsi più cerealoso e quasi amaro, con solo un velo di frutta tropicale.

Ma che grain è? Matteo Zampini, lo standista più hipster di tutti i festival di whisky italiani, ci ha dato questo sample (così come il North British): che, è uno scherzo? Ma no, un imbottigliamento del genere ci conforta, dandoci inattese speranze sulla vastità (per lo più inesplorata, ma – credeteci – è solo questione di tempo) dello spettro aromatico dei grain. Peccato forse per quel naso così delicato: 85/100, e buona camicia a tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Can – Turtles have short legs, e beh, è una grande verità.

Caol Ila 30 yo ‘Juventus FC’ (1983/2013, High Sprits per Gluglu, 50%)

Non ci siamo mai nascosti: siamo interisti e della Juventus abbiamo un’idea molto chiara, riassunta in qualche aforisma di Peppino Prisco e in un celebre striscione che replicava una ricerca su google… Ma siccome siamo di larghe vedute, non possiamo non complimentarci con i gobbi per l’attuale strapotere italiano e fare gli auguri per la finale di Berlino; ma soprattutto non possiamo esimerci dall’assaggiare un single cask di Caol Ila che Glen Maur di Gluglu ha deciso di imbottigliare in occasione del 30° scudetto della vecchia signora – e per pudore evitiamo di fare considerazioni sul fatto che il 30° è stato vinto nel 2014, non nel 2012. Una bottiglia è stata regalata ad Andrea Agnelli.

Schermata 2015-05-18 alle 11.56.10N: incredibilmente aperto per la gradazione, incredibilmente vivo per l’età. Gli aromi, che sprizzano fuori dal bicchiere tutti con grande intensità, coprono l’intera gamma dei possibili di Caol Ila. Innanzitutto c’è una marinità sorprendentemente vivace (spuma di mare salata e alghe riarse). La torba è sì ingentilita dagli anni, ma resiste indomita; poco fumo, come di legno bruciato. Jusqu’ici, un profilo gagliardo: poi invece il lato dolce si fa più etereo, portandosi il peso degli anni: suggestioni setose e vegetali di banana, agrume; cocco secco; un po’ di frutta secca oleosa. Qualcosa di speziato, anche.

P: sontuoso e ricco; di corpo non così impegnativo, è lo stesso Glen Maur a etichettarlo come “beverino“. Rimane un lato affumicato e acre che felpa la bocca; tuttavia qui una dolcezza vanigliosa – letteralmente – esplode. C’è poi frutta tropicale (cocco su tutto, ma anche mango). La freschezza della bevuta è acuita da un retrogusto deciso di menta. Da berne a litri.

F: ritorna Islay intenso, con sale fumo un po’ di erba e un tappetone e un tappetone coccoluto. Lungo e intenso…

Che dire: avremmo tanto voluto stroncarlo (si scherza, eh) ma proprio non ci riusciamo. Un ottimo esempio di come Caol Ila sappia invecchiare benissimo: senza perderci in commenti, eccellente, complesso, intenso e beverino. Insomma, un profilo da 91/100 (qualcuno dirà ’93 sul campo’). Complimenti a Mauro per la selezione, nonostante tutto 😉

Sottofondo musicale consigliato: Amala!

Caol Ila 30 yo (1984/2014, Wilson & Morgan, cask #3130, 54,6%)

Avevamo promesso un secondo Caol Ila ‘italiano’, ed eccolo qui: si tratta di una botte trentenne, la numero #3130; è un whisky nato un anno dopo di noi, imbottigliato da pochi mesi da Wilson&Morgan, prestigioso imbottigliatore trevigiano (e ricordiamo che ad aiutare il prode Fabio Rossi nella selezione c’è uno dei Malt Maniacs, Luca Chichizola…). Vediamo come si comporta questo prodotto della distilleria più prolifica di Islay… Il colore è paglierino.

Schermata 2014-12-22 alle 12.10.45N: subito molto meno piacione del Silver Seal, molto meno aperto, ma non certo per un difetto del distillato o un eccesso d’alcol, anzi. Qui sondiamo l’altra anima dei Caol Ila, quella più ‘oscura’: anche qui infatti c’è un lato dolce, rotondo, diciamo tra la pastafrolla, i biscotti ai cereali, il miele; ma è un lato che resta in sordina, come trattenuto nelle maglie di una isolanità molto pronunciata-seppure anch’essa delicata, nel complesso. Qui c’è molto più mare, si sente lo iodio, si trovano note di olive, di salamoia, molto molto chiare. Poi una coltre di fumo di diesel, ma non di bocciato… È un fumo deciso ma spento, molto più, come effetto, tipo formaggio affumicato. L’acqua rende tutto più espressivo, soprattutto palesa una bella dolcezza vanigliato e zuccherina.

P: ha una parabola ondulata: può essere ondulata, una parabola? Boh. Comunque, attacca deciso sul sale e sul marino, con una torba ancora nervosa; poi, c’è una botta dolce, tra la vaniglia, lo zucchero di canna, le mele disidratate. Ci sono, qui e là, emersioni erbacee, mentolate, forse d’eucalipto. Formaggio dolce (emmenthal). Qualcosa di bruciato. Anche qui, l’acqua porta il tutto su territori molto più dolci e vanigliosi: crema caramella?
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F: molto fresco e vegetale, da un lato; ma dall’altro registriamo anche la rivincita della torba (gomma bruciata, fumo acre), e un solo puntino zuccherino.
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Come abbiamo già detto, si tratta di un’anima diversa rispetto al Caol Ila di Silver Seal: la botte è senz’altro meno attiva, e il distillato risalta nella sua pulita marinità e nella sua lucente torbatura, ancora vivissime nonostante le tre decadi in botte. Con Caol Ila non si sbaglia, mai; e neppure con Wilson & Morgan, pare! 89/100 e applausi da parte nostra.
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Sottofondo musicale consigliato: Divine comedy – Becoming more like Alfie.

Bowmore 30 yo (1983/2013, Silver Seal, 48,8%)

Tanto ci piacque il Littlemill di Silver Seal pubblicato mercoledì… che abbiamo deciso di dar fondo ad un altro sample pescato dall’ultima serie di release di Silver Seal. Nello specifico, parliamo di una bottiglia importante, illustre: un single cask ex-bourbon di Bowmore di 30 anni, nato come noi nel 1983 e messo in bottiglia l’anno scorso alla gradazione di botte di 48,8%. Il colore è paglierino.

Schermata 2014-04-04 alle 12.47.45N: grande compattezza, difficile sezionare le varie anime. L’affumicatura già di per sé delicata di Bowmore in un trent’anni come questo non fa la voce grossa, restando in disparte, elegantissima. Piuttosto, si fa apprezzare una bellezza marina, iodata, davvero molto ‘salata’. Per contro, non è vaniglioso ma dispiega una dolcezza non smaccata, più zuccherina, da caramella, quasi di confetto; e zuccherine sono anche le suggestioni di litchis, banana verde… Poi erbe secche balsamiche (eucalipto? ricorda certe tisane…) ma anche fiori, violette. Con acqua, esplodono la vaniglia, il marzapane, con note di pasticceria davvero suggestive e – onestamente – clamorose.

P: non sappiamo se si capirà, ma è incredibilmente Bowmore, è uber-Bowmore. Intenso, elegante, molto personale. Ancora, partiamo dalla sapidità; c’è un’acqua di mare esagerata… poi, ancora caramella, quelle zuccherine che ci piacevano da bambini (pastiglie Leone alla violetta, o anche le gommose zuccherate al cedro…); ci sono poi note mentolato, erbacee (ancora eucalipto) davvero fortissime. Più in generale, tutte queste note, così tipiche della distilleria soprattutto negli anni ’80, qui paiono perfettamente integrate tra loro, bilanciate splendidamente. Verso il finale ci sono note di pepe nero intense e perfette.

F: molto, molto lungo, con un discreto ritorno dell’affumicatura e… “eau du Bowmore”. Legno bruciato, quasi anche un senso di schiuma da barba.

Perfetto, poderoso, una cavalcata trionfale che per noi si ferma a 93/100 solo perché i tratti ultra tipici di Bowmore non ci attraggono fino alla perdita di inibizioni e di conoscenza; ma è tutto un problema nostro. Chi ama Bowmore, perderà la testa per questo dram. Ennesimi complimenti a Max per la selezione. Ah, domenica rincomincia Game of Thrones: l’etichetta ci mette già in clima…

Sottofondo musicale consigliato: RhapsodyEmerald Sword.

Laphroaig 30 yo Cairdeas (2008, OB, 43%)

Questo Laphroaig fu rilasciato oramai 6 anni fa in una tiratura limitatissima di 1536 esemplari; oggi, ammesso che si riesca ad avvistarne una bottiglia, la sua valutazione ha raggiunto vette irraggiungibili, a ridosso dei 1000 euro. Pura follia insomma; come quella che deve aver visitato la generosa mente di Claudia Riva, il fondatore del fan club italiano della distilleria Laphroaig, quando ha deciso che avrebbe condiviso con altri assetati appassionati questo imbottigliamento durante un pre-evento all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi abbiamo approfittato dell’insano gesto ed eccoci qui di fronte a questo trentenne invecchiato per il 60% in botti ex sherry e per il 40% in botti ex bourbon, che ha ricevuto infine un ulteriore affinamento in botti ex Bourbon della distilleria Maker’s Mark.

laphroaig-cairdeas-30yoN: in effetti a saperlo l’extra maturation pare sentirsi, non tanto per note particolari, ma per un senso generale di “costruito”, di legno assai influente. L’affumicatura è presente, ma molto delicata. Se contiamo il fatto che anche la marinità è deposta, qui prevale infatti una smaccata costruzione dolcificante, con intense note di pesche caramellata, di cola, di frutta cotta e liquirizia. Intendiamoci, è un bell’annusare, ma per ora non ci fa impazzire. Serge parla di lucido per legno e legna tagliata, e centra in pieno il bersaglio.

P: tanta, tanta, tanta legna, liquiriziosa e tanninica dall’inizio alla fine. A ciò aggiungiamo una zuccherosità diffusa ma non fatta di fiammate di sapore, piuttosto di un compatto mix di zucchero di canna e caramello. Ancora pesche mature. Insomma poco Islay, tanta botte.

F: abbastanza rapido, con un po’ di fumo di ritorno, un senso di astringenza a tratti sgradevole e nuovamente una vaga dolcezza.

Per commentare questa controversa espressione di Laphroaig ci sembra definitivo l’illuminato aforisma di Claudio Riva: “piace a tutti ma entusiasma pochi”. Per quanto riguarda noi, beh, siamo fra i tutti ma non tra quei pochi: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rolling Stones – Paint It Black 

Tomatin 30 yo (2013, OB, 46%)

Proseguiamo nel nostro tour delle fonde di bottiglia riportate a casa dal festival (poche boccette stavolta, ma il nostro spirito accattone non ha subito danni), e proseguiamo con nientepopodimeno che un Tomatin di 30 anni. L’importazione di Tomatin (ne parla Andrea qui) è una fresca novità per il mercato italiano: vediamo se questo 30 anni tiene alta la bandiera della distilleria o meno.

Schermata 2013-11-21 alle 23.19.22N: bum! benvenuti ai Tropici! Sembra di annusare un succo di frutta tropicale: c’è tanta maracuja, poi ananas maturo, cocco… Spiccano però anche note di frutta rossa: ma in versione gelée ai frutti rossi (al lampone, diremmo); poi gelée agli agrumi… C’è una nota curiosa agrumata come di punch al mandarino, poi ancora zenzero candito. Le note ufficiali dicono mela verde, scopriamo, e in effetti… Freschissimo.

P: colpisce la compattezza, con un corpo di presenza e personalità molto solide, a dispetto della gradazione ridotta. Sostanziale coerenza col naso, con una rigogliosa flora tropicale (maracuja su tutti, ma ancora succo tropical mix); poi, zenzero, a rendere ancor più esotico e frizzantino il complesso. Lievemente più dolce del naso, con morbidi inserti cremosi e mielosi. Caramelle gelée, ancora.

F: lungo, intenso, juicy. Torna fuori il malto, con punte di nocciola, brioche, miele, cocco…

Supertropicale: certo non un mostro di complessità, ma bisogna dare atto a questo Tomatin che pare Dorian Gray, certamente non mostra l’età ormai relativamente avanzata… Freschissimo, davvero: succoso come pochi altri, ricorda caramelle gommose di ogni qualità; il tripudio tropicale del naso, poi, non ha rivali. Il nostro voto sarà di 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Giuni RussoMaracaibo.