Home Blend 35 yo – cask #26 (1980/2015, Wilson & Morgan, 47,6%)

Per festeggiare la vittoria del Portogallo (meglio dire: per festeggiare la sconfitta dei francesi, scusateci francesi ma sapete com’è, siete francesi) – si diceva, per festeggiare quel che abbiamo da festeggiare abbiamo deciso di proseguire sulla strada dei blended, scegliendone uno extra-lusso: si tratta dell’Home Blend di Wilson&Morgan, 35 anni, che l’italianissimo imbottigliatore ci presenta cosìFor years we dreamed of a perfect old blend which could bring back memories of the luxurious and slightly decadent whiskies of forgotten times. A blend which would have been served in an exclusive club, or in the homes of the wealthy. […] The result is as close as possible to the aged blends of decades ago, when blended Scotch was king and not an ingredient for mixing. Non siamo sicuri su quanto di preciso, ma di certo per qualche tempo il blend è stato finito in una botte ex-sherry.

Schermata 2016-06-21 alle 19.04.01N: naso ricco, mi ci ficco: molto aperto, mostra fin da subito un profilo molto importante, maturo e sfaccettato. Riesce a ricordare sia sontuosi frutti succosi (pesche, anche sciroppate) che frutta disidratata molto zuccherina, quasi appiccicosa (datteri, mele caramellate, fichi secchi, uvetta). E quelle barrette di cereali al miele, non le vogliamo nominare? Nominiamole, dai. Ci sono anche profonde note di tabacco, sia il tabacco da pipa che quello aromatizzato da narghilè… Il tutto perfettamente amalgamato in un contesto davvero vivo, con l’invecchiamento monstre che si manifesta, dopo un po’ d’ossigenazione, grazie a particolari e graziose note di erbe aromatiche (qualcuno ha evocato un vermouthino?).

P: il corpo è pieno ma molto beverino; complessivamente si può dire che mantiene quel che prometteva al naso solo in parte… Esibisce infatti una bella marmellata di arance amare, che ci fa realizzare come il profilo rispetto al naso tenda a farsi più ‘scuro’, più ‘amaro’, più vecchio e più influenzato dal legno: ci sono note di tannini più evidenti, che – in grande equilibrio col resto – ricordano che al trascorrere del tempo si deve del rispetto. Meno fresco che al naso, non perde del tutto quelle note zuccherine e fruttate che riassumiamo con: fichi e datteri, mela rossa. Ancora un cenno di tabacco. Cioccolato.

F: piuttosto lungo, inizia sulla dolcezza zuccherosa e di frutta secca e prosegue sulle suggestioni più erbacee.

Veramente ben confezionato, piacevole e pericolosamente beverino: il passaggio finale in una sherry cask col valore di marriage tun permette al profilo complessivo di unire sia la rispettanda profondità di un whisky molto invecchiato ad una splendida freschezza, viva soprattutto al naso. Bene, benissimo: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Diesel.

Brora 35 yo (2013, OB, 49,9%)

Bene, bene, bene. Oggi facciamo un altro piccolo passo verso la realizzazione del nostro obiettivo principale nella vita: assaggiare tutte le edizioni ufficiali di Brora della serie partita nel 2002. Purtroppo per adesso ne abbiamo recensite solo cinque e in effetti le prime uscite hanno ormai raggiunto valutazioni folli, sopra i mille euro; inoltre ai festival i Brora sono oramai una rarità assoluta, ma noi non disperiamo. Che inguaribili romantici. Intanto, grazie alla degustazione Diageo del Milano Whisky Festival 2014 tenuta dal magnifico Franco Gasparri, siamo riusciti ad accaparrarci questa versione del 2013. Tiè!

Brora_35yo_2013_High-ResN: tra i vari Brora ufficiali assaggiati (non abbastanza) questo ci sembra particolarmente broresco: ci sono, pazzescamente intense, le tipiche note di pastello a cera, di roccia bagnata, di emmenthal; la torba è molto evidente, a tratti molto fumosa e riempie il naso. Affascinanti sono poi le note di chiesa, di umido e fantastici certi affondi nel marino; dalla specola della ‘dolcezza’, invece, nel mix sembrano prevalere gli spunti ex bourbon: confetti, zucchero a velo, pasta di mandorla; perfino una vaniglia quasi cremosa. E ancora, tabacco da sigaro, arancia, mandarino e pepe nero.

P: alcol inesistente. L’impressione avuta al naso di un Brora per così dire ‘inorganico’ e austero è del tutto confermata: è infatti molto marino e generoso, di una torba spessa, cinerea e minerale; troviamo poi nuovamente possenti note di cera, con anche fieno umido, senza però virare nella ‘stalla’ (traduzione italiana per ‘farmy notes’). Liquore all’arancia. E ancora sale e pepe. Poi marmellata d’arancia e d’albicocca. Sciroppo di zucchero. La dolcezza è compattissima ed esplosiva, anche se quasi subalterna rispetto a un lato austero semplicemente straordinario.

F: cera infinita, cenere, ancora aria di mare e alghe riarse. Goduria.

La nostra impressione è che la versione 2013 sia per la sua austerità e super marinità la più tagliente tra quelle assaggiate. Non si può parlare di un whisky rotondo, ma ugualmente questo dram dimostra un’eleganza che nemmeno Jocelyn Angloma in certe sue discese sulla fascia… Il giubilo tra i blogger che più seguiamo è unanime, da whiskynotes a Drinkhacker, e noi ci uniamo alla festa: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: una terrificante cover bossanova da night club di Lady GagaBad Romance

Talisker 35 yo (1947/1982, Gordon&MacPhail, 40%)

Sabato c’era il Tasting Facile, primo evento targato Forum dell’autunno 2014; non vogliamo trasformare questo post in una succursale variata del libro Cuore, quindi il nostro ringraziamento verso i partecipanti sarà generico e virile. Una menzione solo per Monica, che ci ha ospitato, e naturalmente un’altra, sincera e doverosa, per Giorgio D’Ambrosio, che di fatto ha tenuto la degustazione, correggendo i nostri errori e impreziosendo il racconto con aneddoti che solo uno che certe cose le ha vissute può donare alla platea. Passiamo ai fatti. Siccome siamo dei megalomani, per bissare l’esperienza dell’anno scorso abbiamo puntato su cavalli di razza assoluta: il programma della degustazione prevedeva, come prima bottiglia aperta, nientepopodimeno che un Talisker, distillato nel 1947 ed imbottigliato nel 1982 da Gordon & MacPhail. Ora, che la boccia sia rara è fuori discussione, basta fare una googlata e dare un occhio alle quotazioni; su whiskybase si nota come di imbottigliamenti di Talisker con vintage dichiarato degli anni ’40 ve ne siano soltanto due, entrambi di G&M; questo perché l’azienda storica di Elgin era la sola, anche negli anni della guerra, a rifornirsi di botti direttamente dalle distillerie. L’etichetta basta a togliere il fiato: è quella storica (simile alla prima versione della serie Connoisseur Choice), nera con scritta rossa e con l’aquila sopra il nome Talisker; reca l’indicazione dei prorietari, vale a dire ‘Dailuaine-Talisker Distillers Ltd’, già all’epoca parte di Scottish Malt Distillers (SMD, la società ‘bisnonna’ di Diageo, attuale proprietaria). Se date un’occhiata al sito di Serge, anche se cum grano salis, vi rendete facilmente conto che con la stessa etichetta sono stati imbottigliati alcuni tra i Talisker più buoni che ha bevuto, per lo più botti degli anni ’50 per Pinerolo, a grado pieno… Il livello del liquido in bottiglia era basso (e d’altro canto stava a riposare in vetro da più di trent’anni), quindi un po’ di timore per la conservazione del distillato c’era. Il colore è ambrato scuro.

foto-3-2N: appena messo nel bicchiere, molto aperto e volatile, quasi: sembra leggero e sempliciotto… Ma la bestia è stata in gabbia per più anni di quelli che noi abbiamo trascorso al mondo, diamogli tempo. Pare subito molto succoso, fin troppo rispetto a quel che ci aspettavamo: lo sherry è molto evidente, con lussuriose note di ciliegia e amarena, di frutti di bosco, quasi diremmo “pasticcini ai frutti di bosco”. Poi però, a ben altra avventura siamo destinati: come nello Springbank, troviamo note di ‘chiesa’, tra una lievissima cera, torbosa, e un che di rarefatto, che definiamo come libri vecchi, vecchia carta… E qui scopriamo una delicatissima affumicatura; ma ecco che una nuova snasata ci svela nuove dimensioni “dolci”, tra il caramello, la cola; note legnose e speziate (cannella in evidenza), agrumi maturi e succosi; cioccolato ai frutti rossi… Prugne rosse, dolci e mature; uva americana (incredibili suggestioni proprio di uva nera, matura… mai sentita così forte!). Siamo abituati ad associare Talisker al pepe: qui non ce n’è traccia, solo resta un sentore di sale… Ma poi il lato ‘sporco’ ha nuove nuances: c’è una nota minerale, come di cloro di piscina… A tratti pare perfino farmy. Continua a cambiare e a stimolare, dolciumi esuberati si alternano continuamente a fascinazioni torbate, cerose… Leggere emersioni metalliche.

P: con onestà, certamente ha perso qualcosa in gradazione (c’era da aspettarselo), e questo ha un primo corollario: l’intensità risulta piuttosto penalizzata. L’avvio pare molto ‘povero’, tutto sul lato minerale; diciamo lana bagnata?, e su questo si erge solo un muretto di legno (un pit di rabarbaro). Se l’alcol porta zuccheri, qui un po’ d’amaro è da mettere in conto. Poi, mentre il whisky passa sulla parte posteriore della lingua, torna ad affacciarsi quella ricca dolcezza succosa che si prometteva al naso; due o tre botte di frutta rossa (uva, more, fragole, amarene), ma anche perfino di frutta gialla? Melograno dolce. Dopo poco si richiude sulla torba, sul minerale e vegetale. Nel complesso, la dolcezza fruttata è ben replicata al palato; manca tuttavia quella spettacolare esuberanza che al naso ci aveva fatto sperare nel miracolo.

F: discreto ma molto lungo. Replica gli aspetti più austeri del palato (torba, un pizzico di fumo, legno vecchio) diluendoli ad libitum con un succo di frutta delizioso.

Ah, una raccomandazione: il bicchiere vuoto è un’esperienza straordinaria, semplicemente. Non lavatelo, MAI! Dunque, dunque. Di parole ne abbiamo con ogni evidenza spese già fin troppe… Aggiungiamo solo una cosuccia: rispetto a queste tasting notes, redatte come di consueto a casa, durante il Tasting Facile abbiamo dovuto riconoscere maggior forza al palato: sarà stato merito della compagnia? In ogni caso, qui una valutazione non diciamo tecnica – non ne saremmo in grado – ma per lo meno ‘fredda’ lascia un po’ il tempo che trova: di fronte a un liquido distillato appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da dire, bisogna aver rispetto e ringraziare chi meglio si crede per averci dato l’opportunità di assaggiare un malto del genere. In ogni caso, che qualità: anche se la gradazione è un po’ scesa, resta incredibilmente aromatico, continuamente cangiante, non perde mai il vizio di stimolarti con nuove sfumature, fino al momento prima del tutto inattese. Ragazzi, che malto… E dunque, la valutazione numerica diventa un mero accidente, in questo caso (sempre, direbbe Pino), ma non possiamo esimerci dal nostro gioco preferito e dunque ci forziamo ad ergerci giudici e censori: secondo il nostro indice di gradimento, un naso da 93-94, un palato da 85-86, per un 90/100, ma dovessimo dar retta al solo cuore…

Sottofondo musicale consigliato: Henry Mancini – Charade.

Caperdonich 35 yo (1977/2013, Cadenhead’s Small Batch, 50,2%)

Rieccoci tra le accoglienti pareti di casa Cadenhead’s: dopo le soddisfazioni infinite che ci ha dato il Tomatin della scorsa settimana, assaggiamo un altro trentacinquenne, questa volta creato in una distilleria che non c’è più… Caperdonich era la dirimpettaia di Glen Grant, e ha sempre vissuto di luce riflessa: fate conto che era conosciuta come ‘Glen Grant 2’; Pernod l’ha acquistata nel 2001 e l’ha chiusa dopo pochi mesi, regalando così ai collezionisti un nuovo feticcio da inseguire… Vediamolo alla prova del bicchiere: intanto, il color rame intenso, scuro, ci rivela immediatamente che si tratta di botti ex-sherry (la serie Small Batch prevede infatti vatting di più botti, anche se in quote minime – qui siamo a solo 340 bottiglie prodotte).

dzkkmhfvzr4xh6j77s62_480_2000-b38f6317N: aperto, alcol zero. Compatto e intenso. Siamo nel campo degli sherry monster grevi, che profumano di legno vecchio e umido e di cantina abbandonata (da chi? e perché? il mistero si infittisce). Questo dark side è completato da lucido per legno, caffè, tabacco, cioccolato amaro, liquirizia, e un accenno di erbe amare… Una suggestione: pineta mattutina. Sembra proprio imbottigliato al limite, coi tannini ancora in disparte ma pronti a invadere la Polonia. C’è poi un bel lato zuccherino molto strutturato: frutta rossa e nera (crostata di mirtilli, lamponi, more), una nitida nota di tamarindo. Ossigenandosi, esce anche una bella cremosità. Un che di fichi/datteri.

P: la sensazione di ‘imbottigliamento al limite’ si conferma, e anzi forse qui è stato fatto un piccolo passo oltre: inizia su note amare davvero persistenti (caffè cioccolato nocciola legno umido), si apre a una dominante più dolce molto coerente col naso (frutta rossa/nera, fichi e datteri in crescita); insiste anche la cola, ma tutta questa esplosione, questa intensa struttura dolce è subito affiancata da un legno robusto, amaro ancorché gradevolmente una punta di rabarbaro? Allappacchiante (ciao, siamo whiskyfacile e creiamo lingua italiana).

F: prosegue l’allappamento strisciante, tra legni infusi e frutta rossa davvero persistente.

Tra naso e palato, è emersa una nota amara/legnosa che, se piace, può far perdere la testa: noi restiamo fermi (si fa per dire) a 89/100, ma solo perché queste note ci seducono di più in profilo più ‘setosi’, più levigati dal tempo – e anche Serge scrive che tenendo lì la bottiglia probabilmente andrà ad arrotondarsi un po’… Avrete pazienza di preservare la boccia chiusa? Non so se ne noi ne avremmo la forza, nel dubbio versiamo un altro dram.

Sottofondo musicale consigliato: Iron and wineSingers and the endless song.

Glenturret 35 yo (1977/2012, Wilson & Morgan, 48,5%)

Con ancora nelle gambe i postumi del torneo di calcio disputato in occasione dell’Ardbeg Day (come se non bastasse il massacrante open bar allestito dalla generosa Moet), ci rimettiamo al lavoro per colmare una lacuna che ci tormenta da una settimana ormai. Qualche giorno fa appunto abbiamo assaggiato, non senza un certo godimento, un Glenturret indie davvero gradevole, confrontandolo con un altro imbottigliato da Wilson&Morgan che potrebbe essere suo papà, come si suol dire. Bene, andiamo all’ardito paragone che…

11781_0N: …in effetti riesce davvero difficile sviluppare. I soli tratti comuni sono una bella scorzetta d’arancia e intense innervature di malto e burro; oltre a pesche mature, succose per quanto riguarda il lato fruttato. In questo secondo Glenturret c’è poi un’intensa e costante onda zuccherosa, che richiama mele caramellate, miele, caramelle alla propoli, confettura di fichi. E poi naturalmente c’è il marchio forte del tempo, con ampie zaffate di legno, non ancora invadenti però, e un sontuoso corollario speziato e di erbe aromatiche (rabarbaro, cannella, ferrochina). E a tratti rinveniamo del latte zuccherato.

P: una parziale sorpresa: ci attendevamo una carezza di palato e invece troviamo bombe di succo che esaltano le papille da ogni latitudine. Comunque, che complessità! Ci sono note ‘sporche’ abbastanza dominanti di cera d’api, propoli, un che di ruginoso. Fieno. E poi cascate di un miele molto intenso, che ricordano i dolcetti mediorientali letteralmente imbevuti di miele, appunto. Non dimentichiamoci delle arance, ancora molto presenti. Poi via via va asciugandosi, concludendo con un ritorno splendido di legno e frutta secca, che…

F: …animano un finale davvero senza fine (indegno del suo nome, insomma) assieme a una cera su cui non avremmo scommesso. Miele e rabarbaro.

Dobbiamo ammetterlo: confrontarci con questo splendido dram è stato difficile e alla fine non siamo nemmeno sicuri di aver prevalso: avremo esplorato forse il 50% di tutto quello che le suggestioni sensoriali avrebbero potuto offrire! Si tratta di un malto molto sfaccettato, quasi sfuggente per chi ne rincorra le sfumature. Al contempo riesce a evitare ogni rischio di scadere nell’effetto “poltiglia scarica” (questo sì che è gergo tecnico!), un difetto ricorerrente di alcuni malti ultratrentenni che hanno dato troppa confidenza alla botte, e anzi si mantiene un distillato di intensità e compattezza eccezionali. Insomma, reca in sè il marchio dei grandi e noi lo celebriamo come tale: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: un live dei Matia BazarC’è tutto un mondo intorno con una Ruggiero praticamente conturbante

 

 

 

 

 

Tomatin 35 yo (1976/2011, Wilson & Morgan, 51%)

Ormai ci stiamo avvicinando al prossimo Milano Whisky Festival, il più importante evento dedicato al whisky nel nostro contraddittorio paese. Pian piano i programmi delle diverse masterclass vengono pubblicati, e sono tutte molto interessanti: tra queste, oggi ci sentiamo di consigliarvi quella di Wilson & Morgan (imbottigliatore indipendente italianissimo, nonostante il nome), perché – a nostro giudizio – propone il miglior rapporto qualità / prezzo. Il programma prevede cinque malti di tutto rispetto, tutti a gradazione piena e non colorati: un Laphroaig 21 anni in sherry, un Bunnahabhain del 1968, un Port Ellen del 1982, un Glenlivet del 1975… e questo Tomatin di 35 anni, distillato nel 1976 e imbottigliato nel 2011, dopo 35 anni passati nella botte #10 di sherry Oloroso. Il colore è ramato.

N: l’alcol quasi non si sente. Ha una grossa personalità, gloriosamente strutturata sotto forma di uno sherried ben invecchiato, con un fascino d’antan. Vale a dire: in un naso di grandissima complessità, questo è quel che ci troviamo: il profilo sherried è subito ‘sporcato’ da note – spettacolari – di legno umido, vecchia cantina, punte quasi erborinate, note di cera d’api, propoli… Poi però, pian piano, il naso si apre a molto altro, a frutta intensa e profondissima (pesche sciroppate, banana matura), poi note più attese (cioccolato, qualche nota di frutti rossi, marmellata d’arancia, torta di mele). A ogni snasata cambia leggermente: ci sono infinite sfumature, rabarbaro, chiodi di garofano, delicate note di marmellata di prugne, di menta; c’è una dolcezza ‘vegetale’ che non sappiamo mettere bene a fuoco. Delicato, intenso, sfaccettato. Fantastico. Qualche goccia d’acqua tende a ‘sfarinare’, rendendo il tutto più legnosetto.

P: Che spettacolo… Esplosioni di frutta, fiammate di sapori, tsunami di intensità. Il primissimo impatto è fruttato, molto caldo, con frutti rossi (ciliegia nitida) e frutta tropicale che di volta in volta si contendono lo scettro. Poi però arriva il legno, leggermente amaro, con note di cioccolato e tanta frutta secca; straordinaria è l’intensità dei sapori, con un corpo molto morbido. Note pepatine, zenzero candito; un po’ di vaniglia; punte agrumate (scorzette d’arancia).

F: decisamente fruttato, legno, frutta secca, vaniglia, ciliegia, cioccolato amaro, arancia… Lungo, intenso, insomma wow.

Il naso è semplicemente fantastico, di una incredibile complessità, pieno di diverse sfumature, in continua evoluzione; il palato è più ‘standard’ ma tutti i sapori hanno un’intensità davvero clamorosa. Se possiamo consigliare, non aggiungeteci acqua: in qualche modo, ci pare, banalizza un’esperienza davvero imperdibile. Il nostro umile giudizio è di 92/100. Per citare il grande Gianluca Gaudio, “non lo perdano!”.

Sottofondo musicale consigliato: sfidiamo i soliti moralizzatori a criticare la scelta di Wendy ReneAfter laughter come tears.