Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

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‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.

Laphroaig 10 yo (2017, OB, 40%)

Giunto è il tempo di assaggiare finalmente Laphroaig 10: uno dei single malt di Islay di maggior successo commerciale in Italia, presente in molti supermercati e in quasi ogni bottigliera di locale. Spesso pubblicamente siamo stati critici verso questo whisky, anche se sappiamo che per molti è stato il classico “assaggio senza ritorno”, una folgorazione alcolica che sposta gli equilibri di una vita e porta alla passione cieca e senza freni per il whisky. Ci concediamo dunque questo assaggio, sperando di cambiare idea sull’espressione-base di una distilleria brutalmente adorabile come Laphroaig… Ringraziamo Angelo per il dram e per la compagnia durante la stesura della recensione.

lrgob.10yov1N: il classico medicinale della torba (pasta per dentista, anzi: Angelo ci dice “etere per dentista”, ma vale solo per i nati prima degli anni ’70) di Laphroaig qui è virato nettamente sul dopobarba; c’è fumo di torba, vivo e “umido”, poi portacenere sporco (siamo più precisi: un portacenere di rame sporco incrostato di cenere); una dolcezza al contempo fresca e greve, divisa tra liquirizia (in legnetti: è un infuso di legno sto whisky), stecchette di vaniglia, miele e zucchero di canna, un bel po’ di marron glacé; poi tanto cereale, puro e giovane. Corn flakes glassati. C’è anche una nota astrattamente tropicale (non ci azzarderemmo a ipotizzare un frutto preciso) piacevole ma un po’ stucchevole, alla lunga. Molto aromatico, molto profumato. Note di tabacco da pipa, probabilmente diremmo Latakia.

P: ingresso debole, insufficiente anzi, con un corpo molto blando; poi arriva la grande botta di (troppo) legno, di metallo ossidato, poi un muro di dolcezza di caramello e marron glacé. Riesce ad essere, a nostro gusto, troppo dolce e troppo amaro al contempo (molto medicinale, ancora pasta per dentista, antibiotico). Scorza d’arancia umida, matura, quasi marcescente; forse chinotto, o lime.

F: non si può dire che non sia lungo e persistente! Il mare vien fuori soprattutto qui (aria, è proprio iodato e solo al finale). Si porta avanti quella combo tra metallico, amaro e ultradolce legnoso che prosegue all’infinito, con glorie alterne.

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Laphroaig 10

Non possiamo dirci soddisfatti da questo assaggio, ma d’altro canto saremmo disonesti se non riconoscessimo a questo whisky delle qualità oggettive. Il profilo resta unico, e dei barlumi dell’anima più profonda della distilleria (quella torba medicinale…) emergono con una chiarezza gloriosa, in fondo. Detto ciò, il naso è la fase che ci convince di più, anche se alla lunga tende a prevalere un legno dolce un po’ noioso; il palato per contro è una spremuta di legno, privo di complessità, ucciso definitivamente da una riduzione alcolica e da un filtraggio a freddo che rendono la bevuta francamente blanda… Come ridurre un leone – perché questo Laphroaig è – ad un innocuo gattino col collare di Elisabetta. 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Simon – You can call me Al.

Auchentoshan 12 yo (2016, OB, 40%)

Auchentoshan è una delle quattro distillerie attualmente attive nelle Lowlands: assieme a Glenkinchie, Aisla Bay e Bladnoch, Auchentoshan tiene alto il vessillo delle terre basse scozzesi che avvolgono Edimburgo e Glasgow. La tripla distillazione, velleità che tradizionalmente era di pertinenza appunto lowlander ma che ora ha perso di appeal presso i più, resta vanto della distilleria. Non abbiamo mai recensito il 12 anni, entry-level per il core range con età dichiarata: tappiamo la lacuna adesso summo cum gaudio.

auchentoshan-12-years-oldN: nota alcolica presente ma non demoralizziamoci. Anzitutto vi propiniamo un’immagine complessiva: la frutta di marzapane laccata. Ha infatti delle note zuccherine mandorlate un po’ plastificate. Il contesto è abbastanza piatto, ma si riconoscono anche dei leggeri sentori di corn flakes zuccherati (il profumo della busta appena aperta!), miele e qualcosa che assomiglia alla marmellata di fragole.

P: insisteremo con arroganza sulla debolezza del corpo: non c’è quel kick (direbbero gli esperti, la ‘botta’ di sapore diremmo noi con fisico da sollevatori di Johnny Walker Red Label). Va bene imbottigliare a 40 gradi, ma così è troppo debole. Per gli infiniti casi dell’universo Serge dice più o meno il contrario in merito. Parlando di descrittori la fanno da padroni miele, tantissimo caramello e frutta secca (mandorle e noci). C’è un lato agrumato, ma un po’ sballato e contundente.

F: finale più che discutibile, con sensazione alcolica dimenticabile. Ancora caramello e frutta secca, se proprio dobbiamo sottilizzare.

Nel tirare le somme di questo assaggio, si potrebbe giocare la carta stereotipata dei whisky leggeri e beverini, quasi timidi, delle Lowlands: poi però arriva un asso pigliatutto, che racconta di un whisky certo semplice ma non del tutto convincente, certo non catastrofico ma con qualche difettuccio piuttosto evidente qua e là. 76/100. Costa una quarantina di euro, per chi si cura della banalità della pecunia.

Sottofondo musicale consigliato: Testament – The Pale King.

Monkey Shoulder (2010 circa, OB, 40%)

Eccoci alle prese con il blend di casa Grant’s, ovviamente prodotto a partire dalle distillerie di proprietà del gruppo dello Speyside: Glenfiddich, Balvenie e Kininvie finiscono qui dentro, oltre a una discreta quota di grain whisky. Il rinvenimento di questo campione, una mignon originale da 5 cl, è per noi motivo di ricordi molto cari; ci fu infatti donato al termine del nostro soggiorno a Dufftown dalla vecchina- fiera e combattiva ottuagenaria di casata Macdonald- che ci forniva a buon prezzo letto e una robustissima scottish breakfast proprio nell’amena capitale del whisky. Siccome in quei giorni il succo di malto non mancava, conservammo gelosamente il regalo in attesa di tempi duri, che per fortuna non sono mai arrivati. E così a distanza di qualche annetto tramutiamo i ricordi di quel viaggio in una recensione.

N: un blended che sa di blended. Naso molto facilone e annusabile, senza intrusioni dell’alcol, tutto giocato su una rotondità piacevole: nocciola, banana, porridge, cereali, scorzetta d’arancia, miele. E vaniglia, forse crema pasticciera, certo uvetta…

P: un po’ debole al palato, non sappiamo se il campione ha perso qualcosa per via della lunga permanenza in casa della vecchina di Dufftown o se è solo la gradazione bassa a tradire. C’è una dolcezza davvero molto astratta (e non sempre convincentissima), simile alle caramelle alla violetta; e poi miele, toffee e cereali a piacimento. Ancora un tocco di frutta secca (nocciola).

F: lunghino, tutto tra la frutta secca e un senso erbaceo cerealoso.

Questa spalla di scimmia, nome che deriva dalle robuste spalle degli ormai quasi estinti spalatori di malto del malting floor, è un blend complessivamente dignitoso, forse un po’ costoso (siamo sui 30€) rispetto alla complessità, alla consistenza al palato e ai piaceri che offre. Peccato, diciamo, perché le premesse c’erano tutte, potendo contare su una ricetta che contiene un whisky eccellente come quello prodotto a Balvenie. Noi ci fermiamo a 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Radius – Giù

un capolavoro del grande Radius con questo incipit:

Al momento giusto
so che la risposta
quasi sempre il whisky me la dà
e c’ho preso gusto
mi ubriaco presto
mando in culo il resto, la realtà

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

Scapa 12 yo (2000, OB, 40%)

Scapa, l’altra distilleria delle Orcadi (troviamo insultante che qualcuno si sia chiesto: altra rispetto a quale? Studiate, animali!), ha una fama contrastata: visto l’illustre vicino di casa, ha a lungo sofferto di una sorta di complesso di inferiorità, per lo meno nell’occhio di chi guarda – vale a dire in noi umili appassionati e acquirenti di whisky. Che dire di Scapa? Solo una cosa, che ci piace ricordare per atteggiarci da nerd del whisky: fino a qualche anno fa praticava una delle fermentazioni più lunghe di Scozia, di oltre 160 ore, anche se di recente questa solida prassi è stata abbandonata sull’altare dell’efficienza. Assaggiamo oggi una delle prime emersioni di Scapa al mondo del single malt scozzese, vale a dire un dodicenne imbottigliato in coincidenza col passaggio al nuovo millennio.

3768-5874scapa12yearoldN: fin da subito spiccano note di miele, oltre a suggestioni molto floreali (erica e violetta). Al contempo c’è anche un lato leggermente minerale, appena accennato, che complica un po’ il profilo. Tanta liquirizia salata (Lakerol, anyone?) e qualche nota di mela rossa a dare profondità fruttata. Una nota un po’ slegata che unisce caramelle alla violetta e cartone ci accompagna con un senso di inquietudine verso il palato.

P: vaniglia, miele, liquirizia e una nota floreale dolciastra (francamente terrificante, di ignominiosa zuccherinità) di pastiglia Leone alla violetta – non tanto bene integrata, e per nulla sfumata. Forse una sfumatura di anicetta?

F: crema di vaniglia, un po’ di miele e ancora violetta, violetta e violetta.

Purtroppo è davvero deludente: se il naso era promettente, il palato crolla sotto gli implacabili colpi di una nota che sempre più troviamo disturbante, vale a dire la caramella iperzuccherina alla violetta. Purtroppo 72/100, non di più – magari il sample (per cui nonostante le apparenze ringraziamo l’amico ziowhisky) si è un po’ guastato nel tempo trascorso nell’armadietto?

Sottofondo musicale consigliato: Hole – Violet.

Rosebank 1989 (1999, Spirit of Scotland, 40%)

Ci piace l’idea di trattarci bene, di lunedì, per alleviare le offese della settimana che inizia e ci ricorda che il tempo conduce inevitabilmente verso la fine di ogni cosa, noi compresi, nonostante la beffa dell’illusione di un segmento che si rinnova con la regolare cadenza dei sette giorni. Alla fine è giunta pure Rosebank, distilleria delle Lowlands chiusa da più di vent’anni e simbolicamente rasa al suolo e tramutata in condominio: oggi assaggiamo un dieci anni messo in bottiglia nel 1999, quando ancora tutto era possibile per noi che ci affacciavamo alle scuole superiori.
jun14-rosebankspiritN: scivola via agile nelle narici, rinfrescandole. C’è un cereale schietto, giovane e zuccherino, molto erbaceo. Anche le suggestioni fruttate sono in realtà tenui, dall’uva bianca al bianco del limone, dalla mela ai fichi d’india. Latte di mandorle. Sembra davvero di assecondare il clichè più trito delle Lowlands, ma qui i prati pieni di fiori profumati ci sono alla grande.

P: la gradazione condiziona un poco di più rispetto al naso e si ha un corpo leggermente scarico. Rimaniano nel magico regno delle piante, con erba fresca, fiori e orzo a gogo. Concordiamo con gli amici di whiskyroma su una spiccata nota di miele. A tratti vira addirittura su una nota amarognola, tra la buccia di mandorla e ancora bianco del limone che, veniamo a scoprire, si chiama albedo.

F: di media durata e pulitissimo, erba e miele.

A un naso di assoluta gradevolezza segue un palato meno convincente, sia per la gradazione che per una certa ostentata semplicità. Rimane comunque un ottimo breakfast dram e se pensiamo che all’epoca doveva essere un single cask “base”… beh che bel bere doveva essere: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Frank Zappa – Muffin Man.

Mad March Hare Recipe N. 27 (OB, 40%)

Oggi assaggiamo un distillato irlandese che, tecnicamente parlando, non è proprio whisky e nemmeno un whiskey. Oggi siamo così curiosi che ci beviamo un Poitin. Whaaaat?! Il Poitin è una bevanda tradizionale irlandese, ottenuta distillando con pot still un fermentato che può contenere in parti variabili cereali, grano, siero di latte, barbabietola da zucchero, melassa e patate. Paura, eh? In realtà questo Mad March Hare- la lepre marzolina di Alice nel Paese delle meraviglie- è prodotto a partire unicamente da orzo maltato, quindi si configura più come un classico new make spirit piuttosto che come una pozione ancestrale in grado di farci chiudere per sempre il blog.

mad-march-hare-bottle-shotN: l’alcol non si sente. Accantonate qualsiasi riferimento olfattivo appreso durante le vostre degustazioni e cercate di non lasciarvi spaventare da questo bizzarra bevanda. Praticamente odora quasi solo di funghi secchi lasciati a bagno nell’acqua. Avete presente l’odore penetrante di quell’acquetta torbida? Proprio quella. Solo in un secondo momento, emerge un certo senso di cereale macerato, umido e sdraiato sul malting floor.

P: alcol zero. Di una piattezza sconfortante, mentre a livello di descrittori si sente sicuramente di più il chicco d’orzo e un po’ meno quel senso di sporco che ricorda i funghi secchi. Comunque è qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altro new make che abbiamo assaggiato, è molto meno dolce e più cerealoso. Per interderci, non troviamo certo i canditi ma piuttosto quel sapore di amido della pasta.

F: quale finale? In realtà è un ottimo pulisci bocca.

Probabilmente nella sua brutalità è un prodotto a suo modo raffinato, e a riprova di ciò bisogna ammettere che nasconde molto bene la componente alcolica. Par di capire che se miscelato potrebbe offrire degli spunti interessanti, e in effetti persino nel sito ufficiale c’è una sezione dedicata a consigli per mixologist. Noi in questo campo non azzardiamo previsioni, dal momento che i cocktail di tanto in tanto ci limitiamo a tracannarli. Sta di fatto che bevuto liscio è un’esperienza solo curiosa e nulla più: 60/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame Impala – Half Full Glass Of Wine 

 

Port Ellen 1971 (1990, Gordon&MacPhail for Meregalli, 40%)

Due settimane fa abbiamo avuto il piacere di organizzare la quarta edizione del Tasting Facile: volevamo scrivere un post apposta (…), ma siccome il rischio è l’autocelebrazione scomposta, gratuita e immotivata, rimandiamo alle impressioni dei tanti amici venuti all’Harp Pub lasciate sul forum singlemaltwhisky.it (comunque, lasciatecelo dire: in quattro anni abbiamo aperto bottiglie mica male, eh?, a costo di peccare di hybris vi sfidiamo a trovare degustazioni di pari valore agli stessi prezzi…). Siccome lunedì scorso abbiamo compiuto 5 anni come blog, pensiamo sia giusto celebrarlo con una delle bottiglie che abbiamo aperto al TF2016: trattasi di un Port Ellen del 1971, imbottigliato nel 1990 da Gordon&MacPhail per lo storico importatore italiano, il nostro concittadino Meregalli. Questa bottiglia l’abbiamo trovata circa un anno fa, dimenticata su uno scaffale di un bar milanese assieme a tante altre chicche: non abbiamo saputo resistere all’acquisto, e la tentazione di aprirla era troppo forte, anche di fronte al valore collezionistico della boccia stessa… Quindi quale occasione migliore del Tasting Facile?

img_4737_3N: delicato ma intensissimo anche a 40 gradi e dopo 26 in anni in bottiglia. Come ci aspettavamo è molto complesso: la frutta ad esempio è imponente e variegata (mele gialle, pesche mature, cocco e persino una punta di frutta tropicale sfumata), non mancano gli agrumi (succo d’arancia dolce) e nemmeno un lato più propriamente zuccherino (vaniglia). C’è poi una bella patina di torba minerale e di iodio con un velo di fumo acre e di inchiostro, ma quella setosità vegetale tipica di molti Port Ellen ultrainvecchiati viene qui un po’ sottaciuta in favore di uno spirito più gagliardamente fruttato e profumato, come si diceva sopra. La sensazione è che ci sia qui un bell’apporto delle botti; il malto in realtà è ben presente- delizioso, per inciso- ma ricorda piuttosto un cereale caldo e dolce. Per il resto, sconfina volentieri nel ‘farmy’, in un gioco incantevole di riflessi tra frutta e isola.

P: i 40 gradi sono forse un po’ al limite e qualcosa cede in intensità. La trama però è ancora molto fitta e ben integrata: il lato più sporco, farmy e torboso è sicuramente in primo piano e si conferma pure una bella sensazione marina, di liquirizia salata. Incantevole poi è il sapore ancora una volta caldo del malto, le cui vene zuccherine sembrano un passo avanti a quella frutta che al naso avevamo percepito invece così rigogliosa. Cioè, meno frutta (mela gialla, tropicale misto) e più cereale, ma invertendo l’ordine degli addendi l’orgasmo non cambia, se ci è permesso dire.

F: lungo, ancora un crescendo di torba e cereale elegantemente zuccherino (formaggio dolce? Carruba?), in un’esaltazione sperticata del palato. Inchiostro e fumo di sigaretta.

Un naso super complesso e avvolgente, da 95 punti pieni; rispetto agli imbottigliamenti ufficiali più recenti che abbiamo potuto assaggiare, ha in più quel lato farmy, simile solo ad un altro PE bevuto, e ‘in meno’ un lato vegetale e fruttato, ‘verde’. Il nostro voto finale cede un paio di punti sul palato, che ripropone in una scala più in miniatura il capolavoro del naso e che forse ha perso qualche grado per strada: 93/100 come giudizio dunque, in uno scatto di sobrietà istituzionale. Grazie a tutti gli amici venuti al Tasting Facile, grazie a quanti ci hanno fatto gli auguri, e ovviamente… grazie a GP per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Brother my cup is empty.