Green Spot (2017, OB, 40%)

Direttamente dalle Blind Sessions della scorsa settimana, ecco un sample che era stato misteriosamente denominato “Arcore“, rimandando evidentemente a un panorama di notti insonni, feste e festini, lettoni, santuari, Emilio Fede e chiappe in faccia. Ah, i bei tempi andati: com’eravamo ingenui al tempo, com’eravamo felici! Nel sample abbiamo trovato un Green Spot, un Single Pot Still Irish Whiskey prodotto a Midleton: non ha età dichiarata in etichetta, ma sappiamo essere composto da whiskey tra i 7 e i 10 anni maturato in botti vergini, ex-bourbon ed ex-sherry (queste per il 25% della miscela). Qui sotto recensione e valutazione: ricordate, abbiamo assaggiato alla cieca, e scoperto solo dopo di cosa si trattasse. Colore: oro antico.

green_spot_2048x

N: opperbacco che fruttatone! Melone, caramella all’arancia, succo d’arancia, scorzetta di limone. Sarà l’estate imminente, ma diremmo anche percoca. Comunque frutta fresca. C’è anche un tocco di impregnante per il legno un po’ aggressivo, che si stempera pian piano. Accanto, c’è anche chi nota una patina quasi ossidata, di rame. E ci risiamo coi worm tubes…

P: dolcezza dolce dolcezza. Anche qui la sensazione è che sia un whisky di distilleria ufficiale. Piacione e delicato insieme, tanto dolce, un po’ sfacciato ma coerente col naso.  Sembra piuttosto giovane, il lato fruttato è zuccherino: liquore all’arancia e dolcetti ai fichi, ma non quelli mediorientali, un po’ più industriali. La suggestione aranciata sfocia nell’angostura. Il corpo è abbastanza pieno, parecchio caramello e vaniglia. Un che di legno verniciato fresco. Profilo non originalissimo.

F: speziatino, non particolarmente lungo. Di nuovo dolce e appiccicoso, caramello e miele millefiori, non si capisce bene se piacevole o no.

Beh, un whisky da consumare alla grande, senza troppe turbe esistenziali e filologiche. Il naso molto fruttato ti accalappia in un attimo, il palato mette invece l’accento su una dolcezza facile, che pur essendo banale aiuta la bevibilità. Uno di noi aveva ipotizzato un blended di qualità ed in effetti la dolcezza è da grain. Un altro ipotizzava uno Scotch in virgin oak e in effetti delle botti nuove vengono utilizzate. Insomma, un whisk(e)y da diporto, un 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apicella & Berlusconi – Meglio ‘na canzone.

Annunci

Glen Moray ‘Chardonnay Cask Finish’ (2019, OB, 40%)

Direttamente dall’ultima puntata dell’Online Whisky Show, in cui eravamo a spasso per lo Speyside con Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, ecco un Glen Moray senza età dichiarata, invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in barili di Chardonnay. La ricetta, letta così, ci lascerebbe un po’ perplessi, se non fosse che quando siamo andati in distilleria nel maggio 2018 abbiamo assaggiato un single cask, proprio ex-Chardonnay, veramente piacevole e convincente. Questo imbottigliamento, parte della gamma base di Glen Moray, è ridotto a 40%.

image (1)

N: come spesso ci è capitato con i Glen Moray ridotti a 40%, l’alcol curiosamente tende a sparare un po’, e ci vuole del tempo prima di superare questa trincea. Quando si passa in territorio nemico, si apre pian piano una frutta gialla molto matura, tra pesca e mela gialla; ma anche qualcosa di più zuccherino, caramelle gelée alla frutta (agli agrumi, anzi), panini al latte, vaniglia. Qua e là fa capolino un’acidità, molto vinosa (dai, potevate sforzarvi un po’ di più); vinosità che certo contribuisce a caricare la potenza della frutta stessa.

P: a dominare la scena, in un palato complessivamente un po’ esile come struttura e un po’ troppo alcolico, è certamente la vinosità, ed è una vinosità piuttosto secca. Ci sono emersioni dolci, naturalmente, tutte di brioche burrosa appena sfornata e frutta gialla matura (ananas in scatola); pasta di mandorla anche. La seconda metà del palato invece tende a farsi un po’ amarognola e legnosetta: fava di cacao, frutta secca, legno fresco.

F: frutta secca, legno fresco ancora e burro; cocco essiccato. Tanta mandorla amara. Piuttosto lungo.

Non rende giustizia alla bontà del single cask bevuto nel café della distilleria, questo è poco ma è sicuro, ma non è neppure così disastroso come abbiamo sentito dire da alcuni. La presenza del vino è invadente, soprattutto nella prima parte del palato; ma in particolare il naso sembra davvero invitante, con legno e distillato bene integrati e una grande frutta esuberante. Nel complesso, un whisky non indimenticabile ma meritevole di un assaggio: 80/100.

Glen Moray 15 yo (2019, OB, 40%)

Glen Moray è una distilleria che ci è diventata assai simpatica nel 2018, quando l’abbiamo visitata durante lo Spirit of Speyside, il festival della regione che – tra l’altro – quest’anno sarebbe iniziato proprio oggi. Di GM avevamo apprezzato l’onestà e l’umiltà, ovvero il fatto di proporsi al pubblico ‘normalmente’, senza troppi fronzoli e soprattutto senza l’evidente scopo di truffare il turista propinandogli imbottigliamenti normali a prezzi fuori da ogni logica – e beh, i panini al bacon poi erano ottimi. Il 15 anni ufficiale è invecchiato in un mix di botti ex-bourbon ed ex-sherry, è imbottigliato a 40% – tu quoque, Glen Moray – e soprattutto è nei nostri bicchieri, quindi…

glen-moray-15yo

N: molto aperto fin dall’inizio. C’è fin da subito una piacevolezza da Speyside, con frutta gialla e vaniglia in primo piano: croissant, mele, anzi, ecco: fagottino alla mela. C’è poi tutta una dimensione agrumata, per lo più di arancia. C’è del cereale, che potrebbe essere una barretta al miele. Poi c’è un sentore che convince e non convince: c’è un sentore che pare oscillare tra una mineralità birichina e un cartone bagnato decisamente sgraziato. Ai posteri l’ardua sentenza.

P: molto beverino, purtroppo fa rima con acquosino – e si accentua un po’ quella nota di cartone bagnato che avevamo intravisto al naso. L’alcol pare un po’ slegato dai legni con cui ha riposato: c’è ancora tanta vaniglia, c’è altra mela gialla, c’è poi del cereale. Non disastroso, neppure particolarmente complesso.

F: non lunghissimo, con panna cotta, vaniglia, chicchi d’orzo e un ricordo di nocciola. Piacevole.

Un normale whisky da introduzione, senza essere necessariamente degno di biasimo ma privo di pregi straordinari che ne facciano stagliare il profilo alto sopra la concorrenza; sicuramente non la più entusiasmante delle espressioni di Glen Moray. Certo, costa decisamente poco e in tempi come questi non si può non apprezzare: ma non basta a renderlo un whisky imprescindibile nella nostra percezione delle cose del mondo. 79/100. Assaggiato per primo durante una delle sedute dell’Online Whisky Show, aveva goduto di timidi apprezzamenti da parte del pubblico ed era parso perfetto per rompere il ghiaccio, confermando un po’ le nostre impressioni.

Sottofondo musicale consigliato: Madame – Baby.

J&G Grant 5 yo 1967 (inizio ’70, OB, 40%)

Cosa sarà mai questo “J&G Grant”, distillato nel 1967 nel “Glenlivet District” e imbottigliato dopo 5 anni di invecchiamento? J&G Grant è il nome della compagnia proprietaria di Glenfarclas: è un’azienda familiare, ma è pur sempre un’azienda, di proprietà della famiglia Grant – e tutti i membri della famiglia si chiamano quasi irrimediabilmente John o George. Se poi leggiamo in etichetta che il whisky è stato  distillato a Ballindalloch, beh, gli indizi sono ormai fin troppi per avere dubbi. È Glenfarclas! Questo imbottigliamento ci riporta ai magnifici anni ’70 e ’80, quando spopolavano i Italia gli scotch, spesso molto giovani, spesso millesimati: qualcuno ha in mente il Glen Grant 5 anni col vintage, vero? Beh, dobbiamo ringraziare Enrico Gaddoni, amico ed esperto di “bottiglie vecchie”, che tempo fa ci ha inviato questo sample, insieme a un’altra cosa rarissima e speciale che – lo confessiamo – non abbiamo ancora avuto il coraggio di assaggiare. Prima o poi lo faremo!, ma intanto via con questo.

N: ah, quanta piacevolezza, quanto ci si sente a casa con questi profili di whisky ‘normali’ di ormai quarant’anni fa… Tutto è all’insegna del velluto, della morbidezza accogliente: frutta fresca, esuberante e matura (frutta gialla soprattutto, mele e pere), poi una nota di orzo caldo, di corn flakes. E come tacere di quelle note (qui leggere ma presenti) di cera, quella sorta di patina d’antan, da mobili vecchi…  C’è un che di agrumato, diremmo quasi yogurt agli agrumi, forse perfino lime candito. Fantastico.

P: il corpo ovviamente è un po’ debole, si perde via così, e avrà perso un poco in gradazione. C’è però quella nota di cereale dolce-amaro, zuccherino e beverino. Una bella mineralità, senz’altro, con solo qualche sentore erbaceo che si ferma appena prima della frutta secca. La frutta qui recede, diremmo “un ricordo di pere”.

F: piacevole, semplice, mele e cereali.

Se vogliamo trovare un difetto a questo whisky, il palato ci pare un po’ troppo amaro, ma è una cosa che accade spesso con i malti di un tempo, è possibile che abbia perso qualcosa in quasi quarant’anni di vetro… Chiarito ciò, non possiamo non inchinarci di fronte a un naso davvero incantevole: e si ricordi sempre, sempre!, che questi erano imbottigliamenti iper-commerciali, fatti solo per essere bevuti senza pippe e senza pensieri. Il naso va premiato, il resto va analizzato obiettivamente e quindi 83/100. Grazie infinite a Enrico per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Kendrick Lamar – Sing about me, I’m dying of thirst.

[Dal nostro inviato ai Caraibi] Clase Azul Ultra Anejo (2019, OB, 40%)

[Avevamo lasciato un mese e mezzo fa il nostro inviato ai Caraibi, Luca Perego, costretto in quarantena proprio a Saint Barth, poverino; lo ritroviamo oggi, un mese e mezzo dopo, sempre ai Caraibi, sempre costretto a non poter abbandonare le spiagge bianche, le noci di cocco e le fanciulle con chiappe importanti che passeggiano per la strada. Ci spiace per lui, eh, perché qui in Lombardia si sta così bene, adesso…]

Ci siamo raccontati per anni e anni che, in alcuni casi, le misure e la durata non contano davvero. Dalla prima volta che l’abbiamo provata, tendenzialmente al liceo, abbiamo cercato di migliorare il più possibile le nostre esperienze: iniziammo fingendo di essere grandi esperti ma senza capirci realmente molto. Quello che più ci stupiva era il sapore iniziale, non giriamoci intorno: sporco, eccessivamente minerale, a tratti sapido o terroso… Non era facile abituarsi. Fortunatamente crescendo abbiamo provato diverse referenze, se n’è parlato sempre di più, abbiamo iniziato a parlarne di più e anche alcune applicazioni ed alcuni siti ci hanno aiutato ad ampliare i nostri orizzonti, per poter approcciare meglio.

Insomma, l’Agave è un po’ come la fica.

pic
Se vi piacciono tequila e macinapepe costosissimi, beh: tutto questo vi farà esplodere il cervello

Ho avuto la fortuna di assaggiare Clase Azul Ultra Anejo ad una masterclass privata a cui ci hanno invitato settimane addietro, in una Villa vista oceano (qui le cose ci tengono a farle in modo morigerato e poco appariscente) ed ho provato qualcosa che non provavo veramente da tempo L’agave che usano, grossa circa il 30% più della media, viene lavorata solo ed esclusivamente da una comunità indigena che vive in simbiosi con la realtà dell’azienda e viene lasciata invecchiare molto più di quanto richieda il disciplinare. Le misure e la durata contano ragazzi miei, smettiamola di illuderci, ahimè.

L’evoluzione del distillato (Plata, Reposado, Anejo ed Ultra Anejo) parte sempre dallo stesso prodotto iniziale: ciò che bevi nella Plata è lo stesso che bevi nelle altre etichette, solo che con parecchio invecchiamento in meno.

clase-azul-ultra-tequilaClase Azul Ultra Anejo costa una fucilata, è il primo punto da dichiarare, si parla di quasi 3000 euro a bottiglia. E se la domanda è: lì vale? La risposta è: se domani Riley Reid vi chiedesse di portarla a mangiare in un 3* Michelin prima di andare in stanza al Ritz, voi cosa direste? La bottiglia stessa, che necessita di almeno 40gg per essere prodotta, è una preziosa opera d’arte; completamente nera, con tappo in argento, etichetta in oro 24k e disegni fatti a mano con platino liquido (il platino liquido è nero, la bottiglia è nera: se devi andare a pisciare mentre lo disegni sei finito)

Il naso è complesso, come spiegare alla tua ex scopamica che ancora ti manda i nudes che ora sei fidanzato, arriva forte lo sherry ma lasciando poi spazio alla parte scorbutica dell’agave. È un profumo tondo, con della stecca di vaniglia sul finale e forse anche della pesca sciroppata, ti ricorda nonna che fa i dolci nella casa in montagna.

In bocca esplode lo sherry ed il legno, ti riscalda dal primo assaggio, la texture è setosa, ha quasi quel qualcosa di cera dei whisky che restano in bottiglia decine d’anni, nonostante tenga un corpo prepotente ed esplosivo, c’è della mela molto verde sul finale per pulire la bevuta. È un capolavoro. Per semicitare un vecchio verso “Non è la migliore, è il nuovo metro di paragone” dell’eccellenza.

Il finale continui a masticarlo, non se ne va né dalla lingua né dal naso, sfiorisce lentamente come gli anni ’90 nella cultura pop. Stai bevendo lo stop al volo di Roberto Baggio al Brescia, un capolavoro che sia benissimo di essere troppo povero per rigustarlo. Dalla quarantena è tutto, se sentite la Farnesina ditegli che siamo qui.

BenRiach Heart of Speyside (2018, OB, 40%)

Da circa 15 anni BenRiach è diventata una distilleria complessa, multiforme, con un core range assortito e che non disdegna rilasci a raffica di single cask ufficiali. E non mancano nemmeno imbottigliamenti con orzo torbato, che la distilleria ha iniziato a distillare già nel 1972. Dopo aver tanto vagato negli anni scorsi tra le mille espressioni della Collina dei cervi rossi (per il nome lamentatevi coi Gaeli, se ci riuscite), ci sembrava allora di fare cosa giusta ripartendo dal principio, da questo Heart of Speyside che inaugura la gamma della distilleria con un assemblaggio di malti senza età dichiarata e invecchiati sia in botti ex bourbon che ex sherry. Effettivamente BenRiach, di recente venduta da quel geniaccio di Billie Walker a Brown Forman assieme a Glendronach e Glenglassaugh, si trova immersa nel cuore dello Speyside, a fianco della sorellina Longmorn, a Elgin. Purtroppo non è visitabile (anche se si può prenotare un tasting qui), cosa che non ha mancato di gettarci nello sconforto l’ultima volta che siamo stati allo Spirit of Speyside e avevamo il nostro B&B a non più di 100 metri dalla distilleria.

benriach-heart-of-speyside-whisky

N. un inizio così così, su new make e metallo (rame). Le note da “pivellino” continuano con bucce di pera e chicco acerbo di orzo: sembra proprio di infilare la testa nel mash tun. Lievito anche. C’è poi una sensazione decadente fra l’umido e l’appassito che ci ricorda fieno bagnato e fiori tipo camomilla.

P. molto giovane e nudo, con albedo di limone a raffica. La zuccherosità del new make è evidente, ma è bilanciata da una certa freschezza erbacea, diremmo di caraway (noi nerd delle spezie siamo così, entriamo in un emporio indiano e scopriamo cose tipo il cumino dei prati…). Nel complesso comunque un palato che non emoziona, abbastanza piatto.

F. di nuovo buccia di limone e fiori secchi da infuso. Corto.

Questo whisky entry level della distilleria (circa 30 euro al dettaglio) arriva alla meta franco e destrutturato, ai limiti dell’estrema nudità. Da una parte è di una gioventù disarmante, il che porta con sé una semplicità eccessiva e un po’ di spigoli sensoriali. Dall’altra però ha il pregio della sincerità e della mancanza di make-up da botte. La distilleria è tra l’altro capace di sfornare whisky godibili anche a età relativamente basse, come il 10 anni base; questo Nas alla fine si porta a casa un 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rita Indiana & Los Misterios – El blue del ping pong

Jameson Caskmates ‘Ipa Edition’ (2019, OB, 40%)

Jameson, lo sapete molto bene, è il whiskey irlandese più venduto al mondo: con una simpatica formula, il sito di Whisky Exchange lo presenta come “un blend irlandese incredibilmente popolare, con una certa affinità per la ginger ale”. Ma Jameson, che – lo ricordiamo ai distratti – viene prodotto da Midleton, è molto di più di questo, e di recente ha provato ad aggredire il mercato con Caskmates, una serie di edizioni speciali, caratterizzate da invecchiamenti in barili ‘inusuali’, ex-birra. Questo è appunto il caso: finish in barili che prima avevano contenuto birra Ipa. Vediamo…

N: davvero strano, qualcosa di mai sentito prima. Grande freschezza e spiccata acidità, tanto che ricorda più la birra Ipa che il whiskey. Tanto luppolo, erba fresca (proprio una cima di marijuana), pompelmo. Esibisce una dolcezza da caramella gommosa alla frutta (deliriamo con un “Fruit Joy alla mela verde”).

P: l’orsetto gommoso verde della Haribo arriva a gamba tesa e si impone con tanto zucchero. Anche torroncini al limone ricoperti di cioccolato bianco. È un bene o un male? Decidete voi. Limone e una nota amaricante da luppolo.

F: continua la nota leggermente amara e birrosa, contrappesata da cioccolato bianco. Fresco, quasi erbaceo, non molto lungo.

A sorpresa dobbiamo ammettere una certa piacevolezza nella bevuta. Le premesse non erano le migliori, ma il ricalcare così meticolosamente una birra Ipa, unito a una facilità di beva imbarazzante a 40 gradi, rendono questo Jameson uno scherzetto gradevole, un passatempo senza pretese che però strappa sorrisi: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Modena City Ramblers – The Great Song of Indifference.

Glenfiddich 18 yo (2019, OB, 40%)

Glenfiddich è distilleria cui abbiamo un piccolo debito di riconoscenza, dato che anni fa fu proprio un ‘fiddich 12 a farci scoprire la grande arte della degustazione – un po’ alticci, sbevazzando il più giovane della gamma, trovammo corrispondenza tra i nostri sensi e quel che c’era scritto in etichetta (“vaniglia e pera, incredibile!“), e lì, proprio lì, vedemmo la luce. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, memori della bontà del Glenfiddich indipendente di Valinch & Mallet bevuto di recente.

N: molto aperto, molto dolcino. Il naso è da banchetto delle caramelle al mercato: iperzuccherino e seducente. Vaniglia e pasta di mandorle; cioccolato al latte e pere maturissime. Da molto tempo non diciamo “confetti”, e qui non si può tacere: dunque “confetti”. Piattino, nel complesso, ma non sgradevole.

P: qui l’età forse si fa sentire un po’ di più, con delle note legnose (proprio di legno) abbastanza nette, per lo meno all’inizio, e a dirla tutta si sente un po’ troppo l’alcol. Poi si apre molto e ricorda un budino di vaniglia, ancora confetti, ancora pera. Nocciola e crema di nocciola.

F: avete presente le Big Babol panna e cacao? Se sì, avete avuto un’infanzia non semplicissima, come noi, e va bene così. Ancora vaniglia e cocco.

Onestamente, ci sembra un po’ deludente, soprattutto al palato: il naso ancora ancora, è semplice e ruffiano ma pieno, mentre le altre due fasi crollano sotto la scure dell’alcol e di una personalità assai dimessa. Avevamo assaggiato il 18 anni sei anni fa, e all’epoca ci era piaciuto molto proprio perché negava quel paradigma di Glenfiddich (naso ok, palato gnè): questo è decisamente un passo indietro. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Savatage – Blackjac guillotine.

Glengoyne 10 yo (2010 circa, OB, 40%)

Torniamo sempre con piacere sulla distilleria gestita da Ian Macleod, non fosse altro perché Glengoyne rappresenta spesso quella romantica tappa che segna l’inizio o la fine di un viaggio scozzese, data la vicinanza con l’aeroporto di Glasgow. Glengoyne, attiva fin dal 1933, ha fatto degli invecchiamenti in barili ex sherry il suo segno distintivo e ha oggi un variegato core range di single malt, che vanno dai 10 ai 25 anni d’invecchiamento. Se date un’occhiata ai nostri assaggi, si capirà che la distilleria ha dei meriti che vanno ben oltre il genuino affetto che un’ultima smodata bevuta prima di salire sull’aereo indubbiamente genera. Oggi però facciamo un carpiato nel passato, assaggiando una vecchia edizione del 10 anni uscita intorno al 2010, quando ancora la l’etichetta odierna era solo un’icona ancora di là da venire, sospesa nell’iperuranio immutabile delle idee pure.

N: attacca un po’ pungente, per il resto squaderna il tipico profilo suadente e ricco di Glengoyne: quindi frutta rossa (ciliegia Fabbri, un po’ di confettura di fragole), mela melosissima (caramella alla mela, mela cotta), cioccolato al latte, butterscotch…

P: pur tenendo conto di un corpo sottile, non possiamo che trovarlo coerente e molto piacevole: toffee, mela e cioccolato al latte dominano la scena, con la frutta rossa in decrescita. Sempre frutta secca, a testimoniare un percorso cioccolato > cioccolato alle nocciole > nocciole che forse accade solo nella nostra testa. Un po’ piccantino verso il finale.

F: la parte forse meno affascinante, non lunghissimo e un po’ amarino, tutto sulla frutta secca.

Cosa possiamo chiedere di più a questo Glengoyne? Rimane piacevole ed è un whisky che sa di whisky in maniera franca, ma con un apporto dei barili ex sherry abbastanza evidente e che lo rende una buona scelta tra la media dei concorrenti nella categoria entry level. Il rapporto qualità/prezzo ai tempi era eccellente, oggi costa sui 35 euro e anche se non siete nei paraggi di Glasgow, un assaggio rimane una tappa obbligata nel percorso che ognuno percorre nella ricerca del proprio whisky ideale – nonostante la gradazione, sì: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ink Spot – If I Didn’t Care

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.