Rosebank 8 yo (1990/1999, Dun Eideann, 40%)

Nel 2016 allo Spirit of Scotland, che oggi ha mutato il nome in un più universale Roma Whisky Festival, ebbero un’ottima idea. Affidarono cioè l’allestimento e la gestione di un Collector’s Corner ai ragazzi di Whisky Roma, un collettivo di maltofili che da qualche anno svuota senza pietà bottiglie di scotch (e non solo) per poi diffonderne le impressioni nel mare magnum di internet. Iniziativa sicuramente meritoria, anche perché la costanza nel bere è una cosa, la costanza nello scrivere di bevute tutto un altro paio di maniche (tenete duro, ragazzi!!!). Ma si diceva dell’angolo del collezionismo: beh tra le tante bottiglie ‘d’epoca’ aveva attirato la nostra attenzione un Rosebank, distilleria per ora defunta che più volte ci ha regalato emozioni. In particolare ci affascinava la possibilità di assaggiarne un’espressione così giovane, concepita non per rendere omaggio a una distilleria chiusa con un imbottigliamento costoso e in edizione limitata, ma per essere un’uscita ‘regolare’ tra quelle di Signatory. La serie Dun Eideann, in particolare, è caratterizzata da imbottigliamenti a 40 gradi per il mercato europeo.

12695852_1145139268844565_393371837_nN: sicuramente un Rosebank tra i più nudi mai incontrati; non per niente il malto è davvero in primo piano, fin da subito. Abbiamo note di porridge, di mandorla e di olio di mandorla; anche solvente per lo smalto da unghie. In generale ha un profilo ultra – erbaceo, di fili d’erba fresca, forse perfino con un ricordo di prezzemolo, perfino di sedano. Solo a tratti, emersioni fruttate, un po’ vaghe, come ad odorare un cesto di frutta nella stanza. E beh, mela. Alla cieca apprezzeremmo questo profilo ultra-naked o lo soppesiamo col mito nostalgico di Rosebank? Chissà, però ci piace.

P: se possibile si fa ancora più estremo, in termini di presenza scenica del distillato. C’è la mandorla, c’è ancora l’olio di mandorla; poi cereale, porridge ed erba fresca. Un vago senso di succo di limone molto allungato, e proseguendo l’immagine ricorda perfino un succo di mela, anch’esso abbondantemente annacquato. Note ferrose.

F: la pace dei sensi: gesso e cereale. Non lunghissimo né particolarmente intenso, per la verità.

Talmente nudo da sembrare un distillato bianco di cereali. Il mito di Rosebank all’epoca ancora non c’era, e forse imbottigliamenti come questo spiegano il perché: il naso è ostico e spigoloso ma si presta a una certa malizia ed ecciterà gli amanti della nudità maltata; il palato però pare sbilanciato verso un ritorno forsennato alle origini del distillato, al suo passato ancestrale di cereale. La media tra questi due due aspetti fa sorprendentemente 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Summertime

Tomintoul 1967 (2000, Gordon & MacPhail, 40%)

Direttamente dal Tasting Facile del 2017, eccoci alle prese con un Tomintoul del 1967: c’è un che di archeologico in una bevuta del genere, se si pensa che la distilleria dello Speyside ha iniziato a scaldare gli alambicchi solo nel 1965. Si tratta di una prestigiosa selezione di Gordon&MacPhail, dalla serie Rare Old, ed è stato imbottigliato ben diciotto anni fa, all’alba del nuovo millennio, proprio quando la proprietà passo da White &Mackey agli attuali proprietari di Angus Dundee. Trattasi di un barile sherry first-fill, curiosamente ridotto a 40%. Andiamo, e che Dio ce la mandi buona.

5466-7727tomintoul1967-2000rareoldN: la presenza dello sherry è inconfondibile, ma si tratta di uno sherry non succoso, piuttosto tagliente e leggermente metallico, con note ruginose che si protraggono per l’intera degustazione. Si inizia con aromi di castagne, anzi di buccia di caldarrosta; poi uvetta sotto spirito, della marmellata bruciacchiata ai bordi della crostata… Noci e prugne; uno di quei dolci alla carruba. Particolare, ad un assaggio alla cieca potrebbe quasi sembrare un altro distillato (un Cognac, forse – lo dice pure Serge, che è un po’ più affidabile di noialtri). Dopo un po’, sviluppa come una nota vinilica, quasi di scotch (disambigua: nel senso del nastro adesivo), che ci ricorda un sentore erbaceo fasullo, come fosse chimico. Difficile immaginare cosa intendiamo, vero?

P: compie uno strano percorso: attacca sulla dolcezza, quasi succosa qui, tra il tamarindo, la marmellata di prugne, l’uvetta, ancora la castagna; sulle prime pare molto zuccherino, con caramello e ancora carruba. Dopo queste premesse, i 40% lo lasciano sfumare e cade nel baratro dell’anonimato. Poi il legno tende a prendersi la scena: si sente una sorta di astringenza legnosa che ci fa venire in mente il tè Pu-er, lasciato un po’ troppo in infusione.

F: tè e legno, legno e tè; ancora un che di metallico e un ricordo di prugna secca. Cacao amaro in polvere.

Se dobbiamo cercare un pregio in questo Tomintoul (distilleria che francamente ci ha abituato ai tiepidi entusiasmi), in fondo ne troviamo due, ancorché piccini. Innanzitutto, come dicevamo in apertura, rappresenta un’occasione più unica che rara per tornare alle origini di Tomintoul, quando ancora si distillava con due soli alambicchi; e poi il profilo complessivo, dalla ferrosità contundente e dalla dolcezza un po’ appassita, è certo non così frequente ai giorni nostri. Detto questo, francamente questo single cask finisce per deludere sia perché poco gradevole sia perché poco intenso. Serge non lo ama particolarmente, e noi meno: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The André canta Habibi (Ghali cover)

Speyburn 10 yo (2018, OB, 40%)

Mica sempre si posson bere single cask di distillerie chiuse, o no? Oggi mettiamo alla prova un entry-level dello Speyside da una distilleria davvero poco nota e dal nome davvero poco originale: Speyburn 10 anni, bottiglia con design accattivante e… Mah, poco altro da dire per la verità, se non che talvolta la distilleria ama definirsi come “la più fotografata di Scozia” – bisogna sempre inventarsi un qualche primato, o no?

N: ha una parte di gioventù evidente e onesta, diretta: si sente il fermentato, il malto, i lieviti, un po’ di yogurt, a tratti un po’ al limite. Queso aspetto è però corroborato da un gradevole sottofondo di mela gialla, miele, qualche sentore piacevolmente floreale. Semplice semplice, facile facile.

P: moderno nella sua sfacciata semplicità, con una dimensione alcolica un po’ pungente – non ha tanto spessore ed è monodimensionale. Ciò detto, come descrittori ricorda miele, frutta gialla (mela), ancora maltoso ed erbaceo; un poco di marzapane vien fuori col tempo. Pungente a 40%, l’essere filtrato a freddo lo fa un po’ soffrire.

F: medio breve, erbaceo e maltoso e con un sapore di alcol.

Un buon entry level per chi desidera conoscere le basi dello Speyside moderno, per chi desidera un whisky rassicurante e inoffensivo, che sappia di whisky e di erbetta. 77/100, se però ci chiedete se valga la pena di comprare questo al posto di un Glen Grant 5 anni, beh: costa comunque tre volte tanto, quindi no.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Boring.

Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Johnnie Walker ‘Swing’ (anni ‘70, OB, 40%)

Tante volte sentiamo dire, e diciamo, che i blended del passato avevano una marcia in più, per varie ragioni e molteplici: innanzitutto perché – banalmente – c’era molto più malto nella miscela, dato che il single malt faceva ben altri volumi. Oggi, con l’aiuto di Angelo Corbetta (il nostro personale guru del blended anni ’70), mettiamo alla prova uno dei brand più celebri al mondo, Johnnie Walker, nella sua versione “Swing” – così chiamato perché la bottiglia… dondola. Ogni commento appare superfluo, via alla degustazione.

N: miele, caramello e caramella (tipo quelle dure, di zucchero); patina di vecchi mobili, polverosi, vecchia carta umida. Mele, e soprattutto pere William mature. Dolcino, semplice ma piacevole. Anche un qualcosa di scorza d’agrume. Fiori secchi: lo statice secco, ad esser precisi, dice Angelo.

P: piacevole e con quella patina cerosa da whisky del passato. Ancora tanto miele e biscotto ai cereali, poi irrompe la pera con tanta, tantissima crema di marroni, castagna bollita. Dolce. Una lieve suggestione metallica, forse.

F: lungo e persistente, tutto tra miele e crema di marroni.

Buono, gradevole, piacevole: certo, resta un whisky tutto sommato semplice, ma ha mantenuto perfettamente l’intensità e poi, lo sapete, a noi quella nota cerosa/umida/polverosa dei whisky del passato fa proprio impazzire. Cerchiamo di mantenere l’equilibrio e spariamo un dondolante 82/100. Grazie ad Angelo per l’assaggio!

Sottofondo musicale consigliato: Jazz Lag – Shiny Stockings.

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.

Laphroaig 10 yo (2017, OB, 40%)

Giunto è il tempo di assaggiare finalmente Laphroaig 10: uno dei single malt di Islay di maggior successo commerciale in Italia, presente in molti supermercati e in quasi ogni bottigliera di locale. Spesso pubblicamente siamo stati critici verso questo whisky, anche se sappiamo che per molti è stato il classico “assaggio senza ritorno”, una folgorazione alcolica che sposta gli equilibri di una vita e porta alla passione cieca e senza freni per il whisky. Ci concediamo dunque questo assaggio, sperando di cambiare idea sull’espressione-base di una distilleria brutalmente adorabile come Laphroaig… Ringraziamo Angelo per il dram e per la compagnia durante la stesura della recensione.

lrgob.10yov1N: il classico medicinale della torba (pasta per dentista, anzi: Angelo ci dice “etere per dentista”, ma vale solo per i nati prima degli anni ’70) di Laphroaig qui è virato nettamente sul dopobarba; c’è fumo di torba, vivo e “umido”, poi portacenere sporco (siamo più precisi: un portacenere di rame sporco incrostato di cenere); una dolcezza al contempo fresca e greve, divisa tra liquirizia (in legnetti: è un infuso di legno sto whisky), stecchette di vaniglia, miele e zucchero di canna, un bel po’ di marron glacé; poi tanto cereale, puro e giovane. Corn flakes glassati. C’è anche una nota astrattamente tropicale (non ci azzarderemmo a ipotizzare un frutto preciso) piacevole ma un po’ stucchevole, alla lunga. Molto aromatico, molto profumato. Note di tabacco da pipa, probabilmente diremmo Latakia.

P: ingresso debole, insufficiente anzi, con un corpo molto blando; poi arriva la grande botta di (troppo) legno, di metallo ossidato, poi un muro di dolcezza di caramello e marron glacé. Riesce ad essere, a nostro gusto, troppo dolce e troppo amaro al contempo (molto medicinale, ancora pasta per dentista, antibiotico). Scorza d’arancia umida, matura, quasi marcescente; forse chinotto, o lime.

F: non si può dire che non sia lungo e persistente! Il mare vien fuori soprattutto qui (aria, è proprio iodato e solo al finale). Si porta avanti quella combo tra metallico, amaro e ultradolce legnoso che prosegue all’infinito, con glorie alterne.

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Laphroaig 10

Non possiamo dirci soddisfatti da questo assaggio, ma d’altro canto saremmo disonesti se non riconoscessimo a questo whisky delle qualità oggettive. Il profilo resta unico, e dei barlumi dell’anima più profonda della distilleria (quella torba medicinale…) emergono con una chiarezza gloriosa, in fondo. Detto ciò, il naso è la fase che ci convince di più, anche se alla lunga tende a prevalere un legno dolce un po’ noioso; il palato per contro è una spremuta di legno, privo di complessità, ucciso definitivamente da una riduzione alcolica e da un filtraggio a freddo che rendono la bevuta francamente blanda… Come ridurre un leone – perché questo Laphroaig è – ad un innocuo gattino col collare di Elisabetta. 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Simon – You can call me Al.

Auchentoshan 12 yo (2016, OB, 40%)

Auchentoshan è una delle quattro distillerie attualmente attive nelle Lowlands: assieme a Glenkinchie, Aisla Bay e Bladnoch, Auchentoshan tiene alto il vessillo delle terre basse scozzesi che avvolgono Edimburgo e Glasgow. La tripla distillazione, velleità che tradizionalmente era di pertinenza appunto lowlander ma che ora ha perso di appeal presso i più, resta vanto della distilleria. Non abbiamo mai recensito il 12 anni, entry-level per il core range con età dichiarata: tappiamo la lacuna adesso summo cum gaudio.

auchentoshan-12-years-oldN: nota alcolica presente ma non demoralizziamoci. Anzitutto vi propiniamo un’immagine complessiva: la frutta di marzapane laccata. Ha infatti delle note zuccherine mandorlate un po’ plastificate. Il contesto è abbastanza piatto, ma si riconoscono anche dei leggeri sentori di corn flakes zuccherati (il profumo della busta appena aperta!), miele e qualcosa che assomiglia alla marmellata di fragole.

P: insisteremo con arroganza sulla debolezza del corpo: non c’è quel kick (direbbero gli esperti, la ‘botta’ di sapore diremmo noi con fisico da sollevatori di Johnny Walker Red Label). Va bene imbottigliare a 40 gradi, ma così è troppo debole. Per gli infiniti casi dell’universo Serge dice più o meno il contrario in merito. Parlando di descrittori la fanno da padroni miele, tantissimo caramello e frutta secca (mandorle e noci). C’è un lato agrumato, ma un po’ sballato e contundente.

F: finale più che discutibile, con sensazione alcolica dimenticabile. Ancora caramello e frutta secca, se proprio dobbiamo sottilizzare.

Nel tirare le somme di questo assaggio, si potrebbe giocare la carta stereotipata dei whisky leggeri e beverini, quasi timidi, delle Lowlands: poi però arriva un asso pigliatutto, che racconta di un whisky certo semplice ma non del tutto convincente, certo non catastrofico ma con qualche difettuccio piuttosto evidente qua e là. 76/100. Costa una quarantina di euro, per chi si cura della banalità della pecunia.

Sottofondo musicale consigliato: Testament – The Pale King.