‘The Hive’ 12 yo (2018, Wemyss, 40%)

In passato abbiamo assaggiato molti ottimi whisky di Wemyss, azienda indipendente cui bisogna riconoscere di essere stata tra le prime a scommettere sulla “coolizzazione” della categoria. Gentrificazione del blended? In un certo senso, sì. Oggi torniamo da loro e assaggiamo questo blended malt che ci aspettiamo molto mieloso: si chiama “The Hive” e ha il difetto grave di essere imbottigliato a 40%.

N: ha una nota appiccicosa che richiama la marmellata e ci sovviene subito un’immagine definitiva: toast con marmellata di albicocche o pesche e burro. Potremmo chiuderla qui, ma siccome non ci piace fare quelli che si negano, diciamo anche mandarino e un pizzico di cartone. Cartone? Già.

P: onestamente, è abbastanza secco e monodimensionale. Vive di triti cliché, tipo toffee e cereale, poi sul ponte sventola una bandiera gialla (come la frutta che sentiamo: ancora pesca e albicocca) e un touch di amarognolo che accompagna al finale. Perché abbiamo scritto “un touch di amarognolo”? Ce lo chiediamo anche noi, ma se avete da ridire pensate bene: nella seconda riga della recensione avevamo scritto “coolizzazione”, il fondo l’avevamo già toccato.

F: medio breve, dolceamaro, tra cartone e un leggero legnoso allappante. Nocciolo di pesca.

Un blended malt che al naso può anche essere interessante, con la sua maltosità e la sua frutta; al palato però si riduce a due note due, oltretutto banali e non troppo integrate. Da Wemyss ci aspettiamo di più, e lo diciamo come se fossimo Boban e Maldini di fronte a Giampaolo: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Marianne Faithfull – Guilt.

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Caol Ila 15 yo (1980/1995, Sestante, 40%)

Perché confrontare due Caol Ila di decenni diversi? La vera domanda, caro lettore rompiballe, è “perché non farlo?”, e infatti noi lo facciamo. Oggi assaggiamo un Caol Ila del 1980, imbottigliato da Sestante 15 anni dopo a gradazione ridotta. Sestante è marchio dietro cui si celava il grande Rino Mainardi, pioniere del whisky in Italia e, a detta di quanti lo hanno conosciuto da vicino, il miglior naso di sempre – noi che lo abbiamo solo incrociato a una grigliata dobbiamo di certo riconoscergli che tutto quello che abbiamo assaggiato di suo era davvero eccellente.

N: clamoroso. Tropicale, erbaceo, balsamico, una torba lieve e integratissima… Boule dell’acqua calda delicatissima, poi aloe vera, foglie – una setosità erbacea seducente. Poi ananas, anzi: il succo ananas e aloe, se esiste (Zucchetti giura di sì), un po’ di cocco, un sacco di lime. Una punta di borotalco. E la cosa incredibile è che è un tutt’uno, pieno, compatto, tutto unito.

P: la coerenza fatta dram. Peccato fosse solo a 40%, un pelo d’intensità in più l’avrebbe reso indimenticabile. Tropicale ed erbaceo ancora, in più mostra una torba più evidente, con fumo, un senso di bruciato. Agrumi freschi, con note mentolate e leafy davvero incantevoli, setosi, delicati ma compatti.

F: erba fresca tagliata, un bruciato di cenere, forse un poco di canfora. Amaruccio, pulito, agrumato e con una timida sapidità che fa salivare.

Ma com’è che i whisky di Islay di quegli anni finiscono tutti per mostrare quelle note fruttate incredibili, com’è che esibiscono una torba vellutata, delicatissima… Notevole davvero. Questo Caol Ila ha cose che lo dovrebbero tenere a vette altissime di punteggio (il naso è clamoroso), resta un po’ giù solo per l’intensità al palato. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yuma – Smek (Rey & Kjavik rmx).

Highland Park 10 yo ‘Viking Scars’ (2019, OB, 40%)

Restiamo sulle Orcadi per tornare, per una volta, al core range di Highland Park: come sapete, siccome sulle Isole sono presenti resti di insediamenti vichinghi, il dipartimento di marketing del gruppo Edrington deve aver pensato – ormai un po’ di anni fa – che fosse una splendida idea usare questa eredità per caratterizzare packaging e comunicazione di Highland Park. La cosa a noi piaceva; piace ancora in realtà, diciamo che forse ne stanno un po’ abusando, ed è diventato un po’ stucchevole. Per fortuna che il whisky è sempre molto buono, come dimostrano sempre gli imbottigliamenti indipendenti: oggi proviamo il 10 anni ‘Viking Scars‘, uno dei 15 imbottigliamenti entry-level in un core range sterminato e indominabile.

N: molto Highland Park, in senso positivo. Parte molto aromatico, con note ‘dolci’ di vaniglia, cioccolato bianco, mela gialla, biscotti al burro… Poi pian piano si apre decisa una prima nota minerale ed erbacea, diciamo di clorofilla e di distillato giovane, e poi scorzetta d’arancia (olio essenziale di?), insieme ad un tripudio di quella torba sottile tipica di HP: un lieve fumo, acre, piuttosto minerale, in crescita.

P: setoso e burroso, ci piace molto. La bassa gradazione lo rende pressoché analcolico, e resta un succo di orzo torbato aromatizzato alla vaniglia. Meno fruttato del naso, la fanno da padrone aromi di corn flake, biscotti al burro, burro fuso, poi fumo acre, un po’ di cenere. Si chiude su una bella sapidità…

F: …che prosegue al finale, accanto a un mantello di torba e burro. Molto buono.

Se dobbiamo trovare una pecca, al palato è fin troppo beverino: ne apri una bottiglia e la finisci senza aver neppure scelto quale nuova serie iniziare su Netflix. Diciamo che, nel complesso, abbiamo trovato problemi maggiori… Il naso promette più di quanto poi il palato mantenga, ma alla fine della fiera il voto sarà 85/100 (buono eh, ma vista da qui forse Serge ha esagerato).

Sottofondo musicale consigliato: per dimostrare che per noi i Vichinghi sono roba seria, ecco Windir – Arntor, A Warrior.

Tasting Facile 2019

Eccoci, è di nuovo quel momento dell’anno: le vacanze sono finite, le scuole riaprono, le tangenziali tornano a riempirsi di gente… e il Tasting Facile si fa imminente! Quest’anno si giunge alla settima edizione, e siccome negli anni vi abbiamo abituato bene (qui potete leggere un riassunto delle bottiglie aperte nelle scorse edizioni), non possiamo che provare ad alzare l’asticella… La degustazione sarà come sempre all’Harp Pub, in piazza Leonardo a Milano: per facilitare la partecipazione di molti amici, stavolta la degustazione sarà domenica 22 settembre, nel pomeriggio, alle 16.00.

Ma insomma, eccoci con la line-up:

  • Balblair 5 yo (anni ’80, OB, 40%)
  • Singleton of Auchroisk 1981 (anni ’90, OB, 43%)
  • Linkwood 15 yo (inizio anni ’80, Gordon&MacPhail, 40%)
  • Port Ellen 1969 (1985, Gordon&MacPhail, 40%)
  • Ardbeg 1974 (1996, Gordon&MacPhail, 40%)
  • Clynelish 12 yo (inizio anni ’80, Gordon&MacPhail, 57%)

Visto il peso di alcune bottiglie coinvolte, il biglietto sarà più alto degli anni scorsi, a 80€, ma crediamo risulti ancora a buon mercato (non sono molti i luoghi al mondo, per tacere della sola Italia, in cui puoi assaggiare un Port Ellen del 1969 o un Clynelish full proof di inizio anni ’80, o ancora un Ardbeg del 1974 a meno di 20€ al dram – e anzi, se conoscete questi luoghi indicateceli, per favore). Come al solito, non abbiamo velleità di lucro, vogliamo solo assaggiare bottiglie che altrimenti non avremmo il coraggio di aprire. Cogliamo l’occasione per ringraziare Mauro Risso, dell’Enoteca Parlapà di Torino, che offre sull’altare del Tasting Facle la bottiglia di Ardbeg.

Per le prenotazioni, è necessario mandare una mail a info.whiskyfacile@gmail.com: attenzione, è l’unico modo per prenotarsi!

Mackmyra Mack (2019, OB, 40%)

Mackmyra è distilleria svedese ormai storica, con 20 anni di distillazione alle spalle: si tratta di una distilleria seria, non una di quelle che da un giorno all’altro decidono di trasformare il loro alambicco di casa in un marchio di single malt, e negli anni questa serietà è stata premiata con un successo notevole, che ha aperto la strada ad altri svedesi ambiziosi. La distillery manager Angela D’Orazio è con ogni evidenza piuttosto italiana, e di recente ha rilasciato una bella intervista a scotchwhisky.com spiegando in cosa consistesse il progetto di far blendare del whisky… a un’intelligenza artificiale, nientemeno. Non bastassero il dna almeno in parte italiano e una vena sperimentale piuttosto spiccata, hanno anche fatto un blended per i Motorhead: non possono che esserci particolarmente simpatici. Oggi assaggiamo il Mack, entry level del core range di Macmyra, un whisky dichiaratamente semplice e che – dice il sito di Mackmyra – è stato ideato per essere bevuto in cocktail e con ghiaccio, senza pensieri. Noi lo berremo neat, perché così facciamo quando recensiamo, portate pazienza.

N: che dolcione! Ha passato la sua vita in legni aggressivi, sicuramente, ha delle cose che ricordano quasi dei bourbon… Ed è molto fresco, però. Marshmellow, succo di mela, cioccolato bianco (Galak!). Note erbacee balsamiche molto intense, con aghi di pino. Legno bianco, appena tagliato. Tutto molto sparato, un po’ urlato se vogliamo, non va di sfumature.

P: ancora coerente, ancora bourbonoso, con molto creme caramel in evidenza… Speziato, legnoso e balsamico, con note intense fruttate (mele e pere, poi cocco secco, cocco bello, cocco, cocco bello!). Il nostro caro vecchio cioccolato bianco è ancora lì, non si scosta. Di nuovo: è semplice, per carità, ma davvero piacevole.

F: non lungo, cocco e aghi di pino.

Il whisky è molto semplice e molto carico, e capiamo come possa funzionare molto bene nei drink e anche con un po’ di ghiaccio. Bevuto liscio non nasconde la sua natura di whiskone easy e piacione, un po’ da battaglia se vogliamo, e per questo il voto non supera gli 78/100. Sia messo agli atti che resta un ottimo dram: l’amico Corrado, che ce l’ha portato in omaggio, l’ha pagato meno di 30 euro, e a questo prezzo non può certo lamentarsi – noi, che non abbiamo versato neppure un soldo di cacio, tantomeno, e grazie Corrado. Abbiniamo del metallo svedese, altrettanto facile e piacione.

Sottofondo musicale consigliato: In Flames – Only for the Weak.

Black bottle (2018, OB, 40%)

Stock ha di recente preso in distribuzione Ledaig, versione torbata del whisky prodotto alla Tobermory, trovando così finalmente una casa anche in Italia. Diciamo finalmente perché da qualche anno Ledaig è in piena ascesa, grazie a una lunga serie di single cask indie davvero interessanti, ma a onor del vero anche per merito di un 18 yo ufficiale davvero complesso e gradevole. Nella galassia Tobermory, di proprietà della sudafricana Distell, ruota però anche lo storico (1879) blended Black Bottle, rilanciato nel 2013 e con un’anima informata sull’isola di Islay, seppur in misura minore rispetto a un passato in cui anche Ardbeg e Laphroaig entravano nella miscela. Il fatto che Distell sia anche proprietaria di Bunnahabhain ci fa dunque realizzare il classico gol a porta vuota. Dopo l’esultanza smodata che spesso accompagna le reti più banali, ci ricomponiamo e beviamo.

blend_bla1N: colpisce fin dall’inizio una nota minerale, terrosa, leggermente torbata, a dare profondità a un profilo altrimenti molto rotondo ma non banale. C’è frutta cotta (pera soprattutto), poi note intensamente agrumate, perfino di marmellata dolce d’arancia. Note speziate e  caramello bello appiccicoso.

P: ci accoglie una nota… strana, artificiale, come di vermouth (senza offese, vermouth), molto densa e speziata. Sembra un Rob Roy, a dirla ignorante, ignorante. Punte di cannella, chiodi di garofano, che sembrano rivelare, assieme a una dolcezza molto pronunciata e appiccicosa, una forte quota di grain – un grain comunque di personalità, non esile.

F: più fumoso, con un senso di affumicatura ‘legnosa’ da trucioli di legno bruciati per affumicare un cocktail. Ancora caramello, melassa.

Molto diverso tra naso e un palato dove si sente un po’ troppo la quota di grano, per il nostro gusto. Certo, se volete farvi un Rob Roy, questo è il whisky perfetto: potete non aggiungerci neanche il vermouth, quasi. 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: LogicBohemian Trapsody

Botti da orbi – Zucchetti vs Game of Thrones pt.1

Gli appassionati di whisky – si sa – sono persone semplici. Date loro dei samples, un taccuino e un bicchiere e non vi solleveranno l’universo e neppure un portacenere, ma di sicuro staranno quattro ore seduti al tavolino di un pub consumando acqua naturale per 2,70 euro e facendo molto bestemmiare il pacifico esercente. Detto questo, nella loro pidocchiosa semplicità covano tutti un sogno comune: creare una propria linea di whisky. Una serie ovviamente a loro dire geniale, a vario titolo ispirata a suggestioni totalmente personali che andrebbero studiate come le macchie di Rorschach. Negli anni, chi scrive è stato fortunato testimone della nascita delle seguenti idee:

– Single malt dedicati alle squadre della Serie A (che poi vai a pescare chi fa il Frosinone e chi la Juve. Tra l’altro: no, l’arbitro non si può imbottigliare…)

– Serie dedicata ai politici protagonisti della “discesa in campo” di Forza Italia nel 1994 (non ve lo berreste un “Elio Vito limited reserve”?)

– Serie con copertine serigrafate dagli autori Bonelli, dal torbato Dylan Dog al rye Tex Willer

– Serie di finish diversi ispirati alle correnti artistiche (giuro, questa era quasi seria, si erano solo un po’ incagliati sul futurismo, se fare finish in Red Bull o in Campari).

Tutte idee da ricovero o da successone, non è dato sapere. Quel che è certo, però, è che nessuno le ha tradotte in pratica. A parte qualcuno lassù in Scozia, o in America, o chissà dove è di stanza il fenomeno di Diageo che si è inventato la serie degli otto single malt dedicati al “Trono di Spade”.

Occorre una premessa. Quando il whisky incontra il cinema o la musica, il consumatore di solito è un uomo morto. Il marketing esige il suo tributo di sangue e spesso la qualità del prodotto equivale è quella di un cinepanettone o di un unplugged registrato in garage. Il che spiega il naturale sospetto degli appassionati, che da bravi nerd massimalisti vedono il marketing come sterco del demonio. Il fatto è che poi il marketing funziona, accende la curiosità e la passione, avvicina al whisky anche i neofiti. E dunque di riffa o di raffa oggi tutto il mondo sta parlando degli otto single malt Diageo dedicati alle Casate protagoniste della serie tv targata HBO. Chi perché non si è perso una puntata e aspetta l’ottava e ultima stagione come noi ragazzi degli anni ’80 aspettavamo il finale dei Cavalieri dello Zodiaco (mai una volta che arrivasse, con l’estate usciva dai palinsesti e si ricominciava da zero, maledetti). Chi perché collezionerebbe anche guano di piccione se avesse a che fare col whisky. Chi invece perché è un curiosone patologico e deve assaggiare tutto perché stolto è colui che si ritrae da un dram. Insomma, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, tutti si occupano di quelle bottiglie. Dunque, facciamolo anche qui.

Premessa bis prima di iniziare a recensirle e a fare una classifica spietata. Di norma si giudica il liquido e basta. Buona regola è che né prezzo né packaging debbano influire sul responso. Però qui c’è dietro un’idea e dunque non si può ignorare il legame con la regina Cersei, il nano Tyrion, Montagna o il Re della Notte. Chi scrive conosce “Il Trono di Spade” alla lontana. Ne ha visto qualche episodio, si è sfondato di riassunti e video su Youtube e si è documentato qua e là. Abbastanza per capirne qualcosa, senza la pretesa di essere un esperto. Per rimostranze sugli errori filologici e interpretativi dell’universo di Westeros, sulle abitudini alimentari degli Estranei e sulla controversa liceità degli amori incestuosi di cui la serie è pregna (di fatto, per chi non la conoscesse, nel tempo libero fra un massacro e copulano tutti fra consanguinei come se non ci fosse un domani), prego rivolgersi ai due demiurghi del qui presente sito. Chi scrive è ospite, e come tale sacro: se qualcosa non va sgozzate loro…

Cardhu Gold reserve, Casa Targaryen (2019, OB, 40%)

Uno dei due malti della serie già pre-esistenti come original bottling (l’altro è il Royal Lochnagar 12). Forse l’accoppiamento peggiore. Scegliere un whisky così fruttato, facile e leggero per questa casata è come vedere Marilyn Manson fare un reading di “Tre metri sopra il cielo” a teatro: fa un effetto tra il demenziale e lo straniante, degno di Aegon detto “il Re Pazzo”. I Targaryen sono i regnanti detronizzati, i custodi dei Dragoni, parlano una lingua oscura, sono un popolo di combattenti. Gente che col Cardhu Gold reserve al massimo ci annaffia le peonie prima di usarle come biada per i draghi. Abbinamento bocciato.

Passando al whisky, è un classico Cardhu: naso maltoso e leggero, con zaffate di sciroppo d’acero e fieno, mele rosse e pere. La regina Danaerys – una che divora cuori crudi senza neanche un filo d’olio e limone – non apprezzerebbe. Al palato è coerente e delicato: morbido e burroso, sa di biscotto al miele e di cannella. Il legno si fa sentire sul (breve) finale, tra zenzero e buccia d’arancia. Non cattivo, non squilibrato, non sgradevole: semplicemente banale.

In una scena epica, Khal Drogo, marito di Daenerys, uccide l’insopportabile cognato Viserys versandogli dell’oro fuso in testa. Abbiamo trovato il movente: gli aveva appena proposto di brindare col Cardhu Gold reserve. 77/100

Singleton of Glendullan select, Casa Tully (2019, OB, 40%)

Qui la scelta è geografica: i Tully sono un’antica casata originaria di Delta delle Acque e il pesce sullo stemma – lungi dall’ammiccare a una passione pionieristica per il sashimi – lo prova. Glendullan giace sulle placide rive del Fiddich e dunque bingo.

Fortunatamente il whisky non sa di trota salmonata. È un ex bourbon anche se il colore suggerisce che il caramello abbia dato un’abbronzatura supplementare. Il naso è estremamente espressivo e colorato, tra il profumato e il frizzante: pesca, albicocca secca, aranciata, perfino Esta Thè. Molto piacevole, anche se un filo rococò. Spunta un che di cera, un’idea di cioccolato al latte e della mela cotta. Ah, dimenticavamo i fiori, per Giove! Ci sono dei fiori qui e là sulla tavola, oppure qualcuno è passato davanti al profumatore di ambienti automatico. Olfatto da commedia sentimentale brillante. Il palato invece è introdotto dal fatidico sadtrombone che segna le grandi delusioni. Siamo a Delta delle Acque? E allora in bocca anche il whisky si fa acquoso. L’attacco è dolce, tra pera, zucchero di canna e miele. Diventa via via più secco, con un che di nocciolo di pesca, legno bruciato, pepe e una nota amarognola agrumata, come di angostura: sa di Old Fashioned. Il finale è corto, poco oltre il legno tostato e il caramello. Che è comunque meglio del finale di Catelyn Tully, la matriarca, sgozzata durante le Nozze Rosse. Che non si chiamano così perché viene servita bavarese di fragole… 79/100

Royal Lochnagar 12 yo, Casa Baratheon (2019, OB, 40%)

È l’altro malto non creato appositamente per la serie. Diranno i maligni: come 12 anni OB non si vendeva, gli piazzano un cervo sopra e ne fanno il più raro e ricercato della serie, bel colpo! Occhio con le maldicenze, i Baratheon vi possono scannare per molto meno. Lord Robert siede sul Trono di Spade, quindi quale migliore distilleria per raccontarlo di quella che può vantare il sigillo di preferita dai Windsor? Per sottolineare il sangue blu, diciamo anche che è il più vecchiotto della serie (tutti NAS ad eccezione di questo e del Lagavulin).

L’oro zecchino nel bicchiere è quello della corona dei Sette regni. Al naso è parecchio maltoso, tipo i frollini a colazione per il giovane e insopportabile principe Joffrey. Caramello, crema al limone e un arazzo di frutta gialla (mele golden, prugne, mirabolani, melone). È elegante ma un po’ timido, con un accenno più profondo di cioccolato al latte, cannella e ciliegie sotto spirito. In bocca è coerente, mica come la Casata di riferimento, dove tutti congiurano contro i parenti che nemmeno nella Dc degli anni Ottanta. Ancora malto (Ovomaltina), cacao, arancia candita e biscotti al burro e cannella. È pulito e whiskoso, con un accenno fresco di ananas e pomelo e un tocco di tabacco dolce. Finale legnosetto ed erbaceo (rabarbaro?), di media lunghezza. Ha la dignità del regnante, ma non il carisma del sovrano adorato dal suo popolo. Machiavelli diceva: il Principe deve farsi “golpe e lione”, essere astuto e violento. Questo whisky si fa solo cervo: ha un bel portamento ma manca il mordente. 81/100

Dalwhinnie Winter’s frost, Casa Stark (2019, OB, 43%)

Gli Stark sono i protettori del Nord e regnano a Grande Inverno. Dalwhinnie sta lassù nelle Highlands dove il clima è bastardo e nel suo core range annovera il non imperdibile Winter’s Gold, quindi l’accoppiata era di rigore. D’altronde c’è anche un’assonanza di carattere: Eddard Stark e la sua famiglia sono rispettati, coraggiosi e di valore, proprio come il malto in questione (non per nulla il 15 anni è fra i Classic Malts). Orbene, prima che i “metalupi” animali guida degli Stark ci divorino i garretti, sotto con la rece.

Al naso è lui, il celebre “honey malt”: miele, vaniglia, Corn Flakes, agrumi canditi. Anche parecchia frutta tropicale, qualcosa di fresco (bergamotto e mentolo) e una nota più ricca di caramello, cannella e caffè zuccherato. Assai piacevole, l’alleato ideale. In bocca però è il contrario di Arya, la rampolla più sveglia della casa, che sopravvive a mille massacri e diventa una killer dai mille volti. Il whisky invece ne ha solo uno, quello con il profilo tradizionale di miele, cereali, nocciole e sorbetto al limone. Vaniglia, un pizzico di pepe e un retrogusto floreale: pieno, ma non si va più in là e a poco giova il finalino più secco dove spunta lo zenzero. Giusto per intendersi, non è male ed è molto più buono del Winter’s Gold. Però pecca un po’ di graziosa banalità. Quando Arya si vendica di Walder Frey, l’uomo che ha fatto sterminare tutti gli Stark, gli serve un pasticcio di carne fatto con i cadaveri dei suoi figli. Ecco, questo whisky in un pairing con quel pasticcio non lo esalterebbe… 82/100

The Quiet Man 8 yo (2018, OB, 40%)

Il mondo del whiskey irlandese vive oggi un momento di grande ripresa e non sono pochi gli investimenti in nuove distillerie e nuovi marchi messi in campo sia dalle multinazionali che da piccoli produttori o aspiranti tali. E così in questi ultimi anni sono state tante le novità e molti sono stati anche i marchi resuscitati dal glorioso passato del mondo Irish. Il copione è ormai consolidato: si annuncia la nascita di una nuova distilleria e si mettono sul mercato fin da subito ‘sourced whiskey’, ovverosia miscele di barili acquistati da altre distillerie già operanti. The Quiet Man, di proprietà di Niche Drinks, non fa eccezione, riscuotendo un discreto successo coi “suoi” primi whiskey (vinsero tra gli altri un premio col 12 yo al Festival di Roma!) e annunciando nel frattempo l’apertura nel 2020 di una distilleria a Londonderry, nell’Irlanda del Nord. C’è chi dice (la Bbc per essere precisi) che alla fine del 1800 questa cittadina detenesse il record mondiale di whiskey prodotto; e chi siamo noi per smentire anche un tale sproposito? Purtroppo però pare che i fasti del passato non torneranno tanto facilmente, visto che pochi mesi è stato annunciato il passo indietro sulla costruzione della distilleria, poco dopo che la statunitense Luxco ha acquistato la maggioranza delle azioni di Niche Drinks. Verrà mantenuto almeno il marchio The Quiet Man oppure calerà il sipario? Per ora è mistero insonsabile ma noi, gente semplice e facile alla bevuta, non ci angosciamo più di tanto e assaggiamo questo 8 anni distillato in pot still, invecchiato in soli barili ex-bourbon a primo riempimento.

the-quiet-man-8-years-old_1N: un naso verde come i prati d’Irlanda, e al contempo timido come le giovani contadine d’Irlanda (che poi però sarebbe Irlanda del Nord, e vai a sapere quanto e se sono timide quelle altre, di contadine). Basico, tutto su frutta mista e (soprattutto) caramelle miste alla frutta. Molto ingenuo, diciamo. Ci sono lime, cedro, mela verde, una pera piena e aromatica. C’è poi, pian piano, un che di lievito, di birra cruda. Semplice, piacevole, con un cenno minerale che promette bene (uno di noi dice ‘riesling’, non temete, è stato già ricoperto di insulti).

P: scalda un po’ l’alcol, cosa che non convince appieno. C’è su questo versante un che di cartone bagnato, misto a una dolcezza dozzinale e floreale, da caramella alla violetta. Davvero non sentiamo nient’altro.

F: breve, poco espressivo, vagamente erbaceo.

Un whiskey a due teste questo ottenne. Da una parte, un naso più che decente, franco e molto identitariamente Irish. D’altra, il palato si fa invece disastroso, ben lontano da quella piacevolezza spensierata e beverina che spesso cerchiamo in questo tipo di whiskey. Per noi la media fa 75/100, ma assaggiatelo anche voi, non fidatevi delle nostre menti malferme, anche perché si trova abbastanza facilmente nel Belpaese, qui ad esempio.

Sottofondo musicale consigliato: CLAVDIOCuore

 

 

Botti da orbi – Sanremo, serata 4: Kirkwall Bay (2017, Morrison & Mackay, 40%)

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[Quarta serata sanremese, il nostro corrispondente dalla città dei fiori, Marco Zucchetti,  ci assicura che il bisogno di whisky è sempre più impellente]

È il big che ha fatto sognare generazioni ma si presenta con una canzone loffia. Lunga è la storia di aspettative alte scioltesi davanti alla pochezza della melodia e del testo ed è ridondante ripercorrere i recenti capolavori di Toto Cutugno o Al Bano. Qui, nonostante il nome che finge di celare l’identità della distilleria, parliamo di un Highland Park senza indicazione d’età imbottigliato da Morrison and MacKay. Il colore è quasi trasparente, vino bianco chiaro.

Al naso è pulito, si riconosce l’erica che rende il malto HP così sexy, del cedro candito e una dolcezza di biscotto, incorniciata da un fumo terroso lieve. Piccola stecca: l’alcol si sente netto nonostante i 40%. Il problema è che poi in bocca è ancor meno integrato. Si fa pungente e acidino, vira sul limone. La sapidità fa salivare, parte un assolo di suggestioni erbacee che farebbe pensare al celeberrimo basilico delle Orcadi (no eh? Belin, niente pesto lassù?). Vaniglia, mandorla e miele leggero. Basta un poco di zenzero e il finale va giù.

 

Nudo nudello, questo Highland Park non regge il peso di una carriera eccellente. Tra le note si intravvedono le armi segrete che lo hanno reso grande (fiori di campo, torba leggera, aria di mare), però la voce non regge. Alcol e note troppo acide stridono e l’armonia si fa spigolo: 79/100.

 

Sottofondo sanremese consigliato: Patty PravoIl vento e le rose

Botti da orbi – Sanremo, serata 3: Nikka Days (2018, OB, 40%)

[Terza serata sanremese, terzo antidoto a Baglioni & Co: grazie Zucchetti, grazie]

m55895e_1Nikka Days (2018, OB, 40%)

Senza scomodare Nilla Pizzi e Gigliola Cinquetti, è il whisky più filosoficamente sanremese di tutti. Ultimo arrivato in casa Nikka, è un blended creato per il mercato europeo che segna il cambiamento di strategia della casa giapponese, pronta ad abbandonare i vecchi Pure Malt colorati. Al whisky di grano si aggiunge malto lievemente torbato (Yoichi). Il risultato è musica leggera allo stato puro, svago senza impegno a colori pastello. Si apre al banchetto del fruttivendolo, con pera, mela golden e prugna gialla. Non mancano fiori (è sanremese o no?) e il cereale, ma tutto rimane lieve, con un accenno di limone amaro. Lo stesso che torna in bocca, in una continua alternanza dolce/amaro, anche se qui è forse più bergamotto. Molto leggero, al cereale e alla vaniglia accosta una freschezza erbacea (foglie, genziana), che si protrae in un finale di sorbetto al limone.

Dammi tre parole, fresco, dolce e leggero. Forse Valeria Rossi non cantava così, ma fortunatamente l’abbiamo dimenticata. Nel complesso un whisky che il suo lavoro lo fa alla perfezione, si beve a garganella e non ha quella stucchevolezza di certi blended della categoria Giovani che ti impastano la lingua di zucchero. Non apriremo il suo fan club, ma se ci capitasse di sentirlo passare per radio non cambieremmo canale.

Ps. La cosa imperdonabile è il tappo di plastica gialla tipo olio di mais. Una caduta di stile che nemmeno Sabrina Salerno e Jo Squillo in shorts che cantavano «Siamo donne oltre alle gambe c’è di più». 81/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Giorgia – Vorrei.