Puni Nova #02 vs Puni Nova #03 (2016 e 2017, OB, 43%)

Nova è uno dei due imbottigliamenti ‘base’ di Puni, distilleria altoatesina di cui non sappiamo stancarci di lodare il lavoro. Grazie alla consueta gentilezza dello staff, e di Julia in particolare, abbiamo ricevuto campioni del Batch #02, edizione 2016, e del batch #03, uscito nel corso dell’estate 2017. Trattasi di un (anzi, due) tre anni: miscele di quercia europea ed americana. Facciamo per comodità una sola recensione in confronto, come già provato per le due versioni di Puni Nero, ma, d’altro canto, reason is in comparison.

N: pur avendo la medesima età dichiarata, il batch #02 si presenta subito leggermente più ricco di sentori di lieviti, canditi, mash tun, e con una componente alcolica più leggermente avvertibile. Volendo riassumere in una figura unica, la differenza (se pure, attenzione!, di sfumature si tratta) è quella che passa tra una pera matura e una pera acerba… Per il resto, i punti comuni sono tanti: la morbida vaniglia, la buccia di banana verde, una mandorla fresca, olii essenziali di limone; un leggero pan di Spagna. Col tempo e l’ossigeno, in entrambi cresce la vaniglia, quasi la crema pasticcera.

P: come già accaduto per il batch #001, il batch #02 esibisce in pieno un’austerità singolare (pane, cereale, erba fresca), giocando le sue carte su un nonsoché di secco e amarognolo che sorprende; il batch #03, tuttavia, come già al naso ci appare leggermente più equilibrato e forse più di nostro gusto, risultando maggiormente equilibrato. Aumenta infatti una certa consistenza cremosa e fruttata: frutta gialla, forse financo banana. Volendo riassumerli entrambi, comunque vaniglia, cereali e pera, lieviti e (semino di) limone; la buccia di mandorla, amara.

F: per entrambi il finale è componente pregevole, con una bocca che resta pulita, intensi sentori di frutta secca oleosa (mandorla, noce) e l’evidenza dell’apporto del bourbon.

Veniamo alle considerazioni finali. Innanzitutto, chiariamo che la consistenza è notevole, le differenze (necessarie quando si imposta un imbottigliamento in batch) sono davvero minime, sfumature, e il profilo è effettivamente molto molto simile. A voler dire la nostra, comunque, 02 si prende 80/100, 03 si prende 81/100, ci sembra più cremoso, più ‘maturo’, anche se proprio di poco.

Sottofondo musicale consigliato: Angel Canales – Dos Gardenias.

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Great King St. ‘Artist’s Blend’ (2016, Compass Box, 43%)

Schermata 2017-07-31 alle 11.54.52Il blender più cool del mondo dello scotch, quella realtà che sta costringendo l’industria a ridefinire i propri confini e le proprie regole, o per lo meno sta spingendo tanti players sulla strada della trasparenza: Compass Box, ancora tu! Oggi assaggiamo una delle edizioni base, ovvero il Great King Street ‘Artist’s Blend’: come di consueto la ricetta è dichiarata, e la trovate nell’immagine qui a fianco. C’è tanto grain, qui, dato che un 46% è Cameronbridge: e ci sono anche componenti bizzarre, dato che il 17% della miscela è a sua volta una miscela di Teaninich, Clynelish e Dailuaine finita per due anni in quercia francese. Ma insomma, lasciamo perdere la teoria, passiamo alla pratica…

blend_gre1N: apertissimo e di grande morbidezza, è tutto improntato a una dolcezza immediata, facile. Pasticcino alla frutta, miele e fiori freschi sono le prime suggestioni che ci colgono: c’è un bel pizzico di vaniglia, un vago senso di frutta gialla indistinta, ma sono soprattutto due descrittori a farla da padrone – la pera, onnipresente e pervasiva, e un cereale caldo, proprio la spiga di grano!

P: semplice, certo, ma piuttosto intenso e sorprendentemente cremoso. Questa cremosità si materializza ancora sotto forma di purea di pera, pasticcino alla crema (pastafrolla a go go, vaniglia), cioccolato bianco. Un che di zucchero filato. C’è anche una sfumatura vegetale, erbosa o erbacea: note di fogliame, tiè.

F: non lunghissimo, tutto su una piacevole pastafrolla burrosa.

Semplice, certo, ma buono, senza quei grossi difetti che spesso prodotti di questa fascia presentano. È un blend senza età dichiarata, giovane, in cui la gioventù non è troppo ‘aspra’ ed evidente; la composizione è elaborata e complessa ma non risulta troppo artefatto nel bicchiere (è dolce, non dolciastro) e in definitiva rimane equilibrato nella sua semplicità: 84/100. Come al solito, ottimo lavoro.

Sottofondo musicale consigliato: Calvin Harris feat. Pharrel, Katy Perry – Feels.

‘Hedonism’ (2016, Compass Box, 43%)

Quando si parla di un prodotto Compass Box, non si può tacere il concept interessantissimo che sta dietro al progetto: in parole poverissime, ché fa caldo e poi la ggente si annoia, è un’azienda che 1) fa solo blend, ma di qualità alta, e occhio perché fare un blended buono è molto più difficile che selezionare un barile buono (sembra una boutade ma non lo è, amici cari) 2) vuole a tutti i costi spiegarti nel dettaglio come li fa, questi blend, perché giustamente ritiene di farli molto bene e con criterio, e questo criterio te lo vuole squadernare. Bravissimi, non c’è che dire, e se volete approfondire partite da qui. Anche di fronte a Hedonism, blended grain whisky, viviamo una bellissima storia di trasparenza: non vi sveliamo niente dei nomi e delle età dei tre elementi che lo compongono, perché CB chiede di non farlo, ma… qui trovate il link per chiederglielo da voi, fatelo perché son proprio bravi a rispondere.

N: il primissimo impatto è un po’ alcolico, anche se poi, per farsi perdonare, ti fa subito omaggio di tutti i suoi cotillons… Dunque banana matura, succo di pera, noce di Pecan, vaniglia; siamo ovviamente in territori molto ‘grainy’ e al contempo molto bourbonosi, ma sappiamo che sotto diversi aspetti aromatici i due insiemi si intersecano. Ci piace segnalare la suggestione di ciambellone; anche il latte condensato mette la firma sul tabellino. Una leggera nota di solvente, di lucido per legno, in progressiva attenuazione.

P: molto beverino, è anche molto dolce, come ci si poteva aspettare: dunque ancora le suggestioni riscontrate al naso, soprattutto latte condensato, panna cotta, noce di Pecan, banana; tanto zucchero filato, o forse il marshmellow. C’è anche un qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo (che ci ricorda un rye), non sapremmo dire bene cosa: forse una caramella balsamica al miele, di quelle molto dolci?

F: persistente, non lunghissimo, ancora tutto su riverberi di dolcezza cremosa – panna cotta in primo piano.

Molto piacevole da bere, offre un bell’esempio di come anche il grain whisky possa essere un prodotto competitivo di per sé e non necessariamente come taglio per i più nobili whisky di malto. “Hedonism” comunque resta a parer nostro un prodotto semplice, non indimenticabile – e ciononostante ci piace: 82/100. Buon finesettimana.

Sottofondo musicale consigliato: Thegiornalisti – Riccione.

Highland Park 17 yo (1958/1975, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ah, i bei tempi andati… Grazie alla gentilezza di uno dei più importanti collezionisti italiani, Franco Di Lillo, abbiamo il privilegio di assaggiare un Highland Park ufficiale distillato nel 1958, messo in una bottiglia verde e tozza diciassette anni dopo, nel 1975, importato in Italia da Ferraretto. Pare superfluo sottolineare che si tratta di un bel pezzo di storia e che trovare bottiglie del genere è sempre più raro… Per fortuna c’è il Milano Whisky Festival, per fortuna ci sono i suoi espositori. E per fortuna che noi ci portiamo sempre dietro le boccette…

N: che fascino. Tutto molto compatto ed estremamente ‘vivo’, vivace, per nulla appesantito dal tempo. Ci piace partire dagli spigoli, che pure – lo ribadiamo – non si ergono a distanza, ‘sopra’ gli altri aromi, ma ne sono perfettamente paritari: e dunque la torba, lieve e cerosa, senza fumo, con note costiere e marine molto evidenti; pure suggestioni di legno umido, di cantina. Immediatamente poi si scala sull’agrume, sia scorza (d’arancia) che polpa (d’arancia). Un grande senso fruttato, incredibile, in grandissima crescita, con un sacco di frutta gialla, fresca (pesche molto succose, perfino un tocco di mango!); ma anche, più adulte, mele cotte e torta di mele. Orzata, mandorle e latte di mandorle (e perché non marzapane?). ‘ccezzzzionale. Col tempo si fanno strada anche note ‘ulteriormente torbate’, quasi fino a percepire un velo di fumo; poi anche tabacco e scatola di pipe; forse cuoio.

P: il corpo è medio, ma resta ben oleoso e masticabile; inizialmente si fa sentire una leggera torba terrosa, ancora bella costiera, e stupisce una certa lievissima ‘amarezza’ che forse è il portato di una qualche ossidazione in bottiglia durante gli oltre quarant’anni di invecchiamento in vetro (ne scrive anche Serge sul sito dei Malt Maniacs, qui). Pur senza deflagrare, si spandono intense note fruttate, coerenti col naso: quindi pesche gialle, mele, torta di mele; succo d’arancia (e scorzetta amara); ancora un malto da panico, brioche e pasta di mandorle e cereali. Un velo di fumo.

F: lungo e persistente, oscilla a lungo tra le sue tre anime: frutta, torba, cera/vecchio mobile, per la nostra gioia. Buonissimo.

Straordinaria complessità, e intensità aromatica incredibile, dopo tutto questo tempo. Pur avendo un dubbio sull’impatto dell’invecchiamento in bottiglia, ci ha stupito al palato la timidezza di una frutta che invece, al naso, si preannunciava epica. Se dunque il naso era da 95 punti e passa, il palato paga dazio e si attesta ‘solo’ sui 90: e dunque la nostra media personalissima è di 93/100. Grazie a Franco (e a Giorgio, e a Riccardo) per il sample, grazie davvero. 

Sottofondo musicale consigliato: Roger Waters – The Last Refugee.

Yamazaki 12 yo (circa 2013?, OB, 43%)

Questa è una boccia storica: di fatto è la prima ‘giapponesata’ ad essere stata commercializzata in modo massiccio nel decadente mondo occidentale, e per questo si è guadagnata uno status di tutto rispetto nel panorama del malto. Pioniere insomma, un po’ come Alexi Lalas nel Padova del 1995. Ora – o tempora o mores – anche questo Y12 è stato fagocitato dal mercato matto e disperatissimo, e sostituito da almeno un anno e mezzo da un più snello Yamazaki senza età dichiarata. Ringraziamo Alessandro, il vero brand ambassador del whisky nipponico in Italia, per il copioso sample.

N: un filo pungente, ci stupisce per dei profumi di legno fresco, appena tagliato, molto presenti fin dall’inizio. Al fianco c’è poi un’anima più decisamente fruttata, sulla mela gialla e in generale frutta ‘astratta’, tipo cesto di frutta o macedonia, forse un filino di arancia leggera. Si apre progressivamente su note più cremose, di vaniglia e crema pasticcera. Miele. Confettura di albicocca.

P: c’è un po’ quel profilo fresco e poco impegnativo del naso, tra vaniglia, miele, una frutta fresca in macedonia un po’ indistinta, dell’uvetta, e una sensazione di legno e tanta frutta secca, soprattutto nocciola. C’è anche un che di speziato, magari cannella. C’è tutto, anche abbastanza bilanciato, ma nulla spicca davvero: e l’intensità non propriamente esplosiva non aiuta.

F: abbastanza lungo, giocato soprattutto sulla frutta secca.

Fa il suo, intendiamoci: è un entry-level e come tale si comporta, con tutta la morbidezza che si conviene. Forse avevamo aspettative troppo alte, di certo ci siamo rimasti un po’ male per un profilo certo molto giapponese ma come ‘depotenziato’, con poco grip. Il prodotto c’è, è buono, per carità: non è forse il nostro dram ideale, diciamo. Siamo diventati dei fighetti? Nel dubbio, 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apparat – Limelight 

 

Macallan 18 yo ‘sherry oak’ 1997 (2015, OB, 43%)

Beh, questa è storia. Macallan lancia la serie di 18 anni in sherry nel 1963, e da allora ogni annata vede un imbottigliamento fisso: le quotazioni in asta di queste bottiglie – fin da subito oggetto da collezione, soprattutto in Italia – hanno subito un’impennata pazzesca, e se fino a qualche anno fa capitava di trovarne in giro in enoteche e ristoranti, oggi i razziatori professionisti hanno incamerato praticamente tutto – e probabilmente anche già rivenduto. Fatta questa premessa, negli ultimi anni l’Italia si è vista di fatto esclusa da una diffusa distribuzione delle release annuali, e gli appassionati devono rivolgersi all’estero: così han fatto Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, che in Russia hanno comprato la versione 1997/2015 e l’hanno sbocciata all’ultimo Milano Whisky Day – noi, rapaci, ne abbiamo preso un sample per poterlo bere qui davanti a voi. Ah, tecnicamente non è un vintage, dato che l’etichetta dichiara “distilled in 1997 and earlier years”: svegliaaaa!!!1!1!

N: bello respirabile, la gradazione non c’è. Sulle prime, appena versato, si esalta l’acidità della frutta rossa, diremmo soprattutto ciliegia (dominante) fresca, nocciolino di ciliegia, prugna secca. Dopo un po’ si scalda leggermente, svelando note di fichi secchi, uvetta. Abbastanza semplice, ma impreziosito da una robusta base maltata davvero gradevole e deep. Una leggerissima patina nocciolata. Solo dopo tanto tempo regala note più pesanti, quasi di tabacco da pipa.

P: entra in punta di piedi, l’impressione è che migliori via via. All’inizio pare debole, su una ciliegia quasi sciapa: e però poi migliora molto, oscillando tra la frutta rossa e quella nera in crostata, ma senza essere burroso… Prugne secche, tanto malto (certi biscotti al malto), qualche nota di arancia e miele.

F: lungo e persistente, tutto giocato sull’alternanza di frutta secca e ancora frutta rossa.

Intendiamoci: è un buon whisky, si sente che il distillato ha delle qualità – ovviamente, dirà qualcuno, è pur sempre Macallan! E infatti, da questi imbottigliamenti uno cerca qualcosa di più di un whisky elegante e beverino, ma in fondo un po’ anonimo e “loffio” se paragonato a tanti altri imbottigliamenti contemporanei con simile ‘carta d’identità’ e con prezzi quasi dimezzati (Glengoyne, GlenDronach, tanto per dirne un paio…), per tacere ovviamente dei possibili confronti coi Macallan 18 del passato. 86/100 dunque, un voto intermedio per un malto buono, gradevole, che compiacerà il facoltoso bevitore occasionale ma non potrà che lasciare qualche dubbio all’appassionato – ma lo sappiamo tutti, non è lui il target del brand, facciamocene una ragione.

Sottofondo musicale consigliato: Colour Haze – Did El It.

Dalwhinnie 15 yo (metà ’90, OB, 43%)

Di Dalwhinnie abbiamo parlato qualche giorno fa assaggiando l’ottimo 25 anni, special release del 2015. Oggi assaggiamo un’altra… release speciale, anche se meno pomposamente impacchettata: assaggiamo infatti il 15 anni ‘base’, solo che si tratta di una bottiglia di vent’anni fa, messa sul mercato a metà degli anni ’90. Di Dalwhinnie, saprete, non ci sono praticamente imbottigliamenti indipendenti (solo 19 su whiskybase!) dato che, come ad esempio Glenfarclas, non vende. Quasi tutto finisce nei blended (Black&White soprattutto), ma il 15 anni è rappresentativo delle Highlands nel range dei Classic malts dal 1988: dal 1991 ha un visitor center, e anche per questo è tra le più visitate di Scozia. Bando alle chiacchiere.

schermata-2017-01-31-alle-23-47-44N: che bell’impatto! Parte con delle evidenti note mielose e floreali: ma non pensate a una freschezza di fiorellini, pensate piuttosto a note di erica. Ha una ‘dolcezza’ di arancia (scorzetta, certo, ma anche arancia matura e calda e buona) e miele, con un ricordo di uvetta e una velata suggestione di liquirizia. Orzo molto cerealoso, maltoso: ricorda proprio i campi di grano! C’è una bella torba minerale, spigolosa (ha senso per voi parlare di un paradossale smog senza fumo?), con un’affumicatura appena accennata.

P: un bel corpo, bello grosso in bocca, come disse Sasha Grey. La torba, bella minerale è ancora più evidente qui, e anche il fumo tende a farsi più intenso, ancora più sporco, con note che, abbinate al cereale molto vivo, tendono quasi al farmy. Per il resto, nella parte più zuccherina si conferma invece di tutt’altra natura, decisamente più delicata: ha infatti lievi note di miele, ancora note di erica, di arancia, di cocco essiccato… Il connubio pare molto convincente. In un attimo poi la bocca va a ripulirsi, anche se il whisky non si dimostra corto, e anzi…

F: …sul finale è di media durata, tende a pulirsi (con note quasi balsamiche, di resina).

86/100. Buono e davvero molto, molto particolare. Si capisce perché rappresenti le Highlands nei Classic malts, ne squaderna tutte le anime più ‘sporche’, spigolose e torbosamente minerali, comprese quelle note al limite del farmy che ti restituiscono nel bicchiere tutto il fascino della campagna scozzese. Sì, quest’ultima era una sciocchezza ma insomma, ci siamo intesi: è proprio buono. Chissà se il 15 anni di adesso è altrettanto buono…

Sottofondo musicale consigliato: Mayhem – From the dark past.

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.

Macallan ‘Rare Cask’ (2016, OB, 43%)

Nei magazzini di Macallan riposano tantissime botti, ma solo poco più dell’1% ha il bollino di “Rare cask”. Questo imbottigliamento, punta della serie 1824 (quella dei NAS nomati sui colori, che abbiamo assaggiato qui) curato da Bob Dalgarno in persona (Master Whisky Maker di Macallan), viene proprio da una selezione di 16 tipologie diverse di sherry cask, non tutte first-fill, di età diverse, pescando solo tra le botti bollate appunto come rare. Non sembra essere un’edizione molto limitata, quindi possiamo interrogarci a lungo sulle vie del marketing e sulla sostanza numerica cui si lega il concetto di “raro”; esercizio vano, però, quando di fronte c’è un bicchiere profumato che richiede la nostra presenza. Eccoci.

macob-non66N: immediatamente smooth e apertissimo, squaderna un bel profilo aromatico, succoso e invitante. Immediatamente ci colpisce il lato fruttato, appunto succosissimo, con note di frutti di bosco (more e lamponi, anche in marmellata, ma anche di succo ai f.d.b.), di ciliegia; poi cioccolato fondente (magari aromatizzato ai frutti rossi?). Ancora l’arancia protagonista, con qualche suggestione profumata di legno di cedro e, incredibile!, di rose, per nulla pacchiana, sia chiaro.

P: molto gradevole e d’impattante beverinità; ci lascia immaginare dei descrittori molto ‘pesanti’, e tuttavia al contempo ci offre un’impressione generale di grande freschezza. L’alcol sta a zero, con un buon corpo, non troppo esile. Ripetiamo la presenza di frutti rossi in varia forma (more, ciliegie, lamponi; marmellata, caramelle, frutta fresca) e ancora un lato agrumato diffuso e interessante. Poi, ancora quella nota di rosa. La presenza del legno e dei suoi tannini si mostra con una chiusa al limite dell’amaricante, tra il cioccolato e delle spezie leggere (un filo di cannella).

F: ancora aranciato, qui oltre al tripudio di frutta rossa resta un che di più dolce, diremmo di cioccolato bianco, forse vaniglia…

Andiamo subito al punto: è un buon whisky, molto gradevole, di una beverinità esasperante, che certo ci farebbe finire una bottiglia in mezz’ora, se avessimo 250€ da spendere senza pudori. Detto ciò, e senza voler ripetere meccanicamente quel che ha scritto Serge l’altra mattina, è probabilmente un whisky non propriamente costruito con in mente il pubblico di superappassionati nerd e feticisti del whisky (per fortuna, dirà qualcuno a ragione, noialtri siamo gente brutta, per fortuna che c’è il mondo reale là fuori); e la gradazione così bassa, che lo rende così beverino, penalizza un po’ la corposità di un distillato che, sappiamo bene, è tra i più ‘grassi’ di Scozia. In ogni caso, chi lo berrà non potrà non apprezzarlo: insomma, non può non piacere, e piace anche a noi: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dumbo gets mad – Indian food.

Glen Keith 10 yo (1994, OB, 43%)

Oggi scriviamo un’introduzione al whisky come se fossimo a scuola, prendendo appunti. Glen Keith. Fondata nel 1957, no imbottigliamento ufficiale fino a questo dieci anni, nel 1994- solo indipendenti, e un paio di release distillery only nella serie di Pernod/Chivas. Resta chiusa tra il 1999 e il 2013. Smettono di usare il maltatoio nel ’76, quindi qua non c’è niente, o ben poco, di quel passato glorioso e artigianale. Distilleria sorella di Strathisla, finisce nel Chivas Regal. Daje.

N: ci sorprende una ricchezza sì semplice, ma molto espressiva (e per questo, appunto, ricca): note che sembrano rappresentare una certa predominanza di botti ex-bourbon, con vaniglia, miele, perfino pesche sciroppate… C’è del succo di mela, e poi ineludibile è una nota davvero convincente di cereale caldo, che ricorda quasi una fetta biscottata calda, o una bella brioche burrosa appena sfornata. Proprio una nota di burro, questa volta fresco, ci fa ricordare che rimane costante una venatura, a metà tra un lievissimo minerale e un che di vegetale, erbaceo, che rende il profilo davvero molto gradevole.

P: l’attacco è bello saporito, intenso, per essere diluito a 43% ha una bella presenza all’imbocco. Rispetto al naso, si accentua quella nota di malto (biscotto ai cereali?), soprattutto nella sua declinazione erbacea, che pare prendersi molto più spazio. Un whisky che sa di whisky, verrebbe da dire, reso assolutamente gradevole da note di frutta gialla (mela, senz’altro) e ancora un po’ di miele.

F: continua erbaceo e maltoso, perfino un poco di mentolato.

Semplice, gradevolmente erbaceo, rappresenta molto bene quel che offre un malto giovane dello Speyside. Interessante la maltosità, piacevole sempre il lato gentilmente fruttato: 82/100 e un plauso all’onestà del bicchiere.

Sottofondo musicale consigliato: LP – Halo.