Knockando 1979 (1994, OB, 43%)

Pare brutto dirlo così, ma ce ne eravamo dimenticati, tipo quando vai in vacanza

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Quel maschio alfa di Charlie

e riparti dall’Autogrill lasciando la moglie alla toilette ebbro della tua Rustichella. Ecco, noi ci eravamo dimenticati del “Poggio scuro”. Questo significa Knockando in gaelico e indica una collinetta su cui quel virile sex symbol di Bonnie Prince Charlie fece tappa nel 1745 prima della battaglia di Culloden che segnò la fine della rivoluzione giacobita. Ad ogni modo, sul poggio dal 1898 si erge fiera l’omonima distilleria, che dopo un vortice di passaggi di proprietà oggi è nel portafoglio Diageo. La produzione è contenuta (1,4 milioni di litri l’anno) e per il 90% finisce nel blended J&B Rare. Curiosità: è una delle rare distillerie dello Speyside (e di Scozia) a imbottigliare per annata. Noi, nel tentativo di recuperare gli anni persi senza assaggiarne, oggi ci dedichiamo a un vintage 1979, che dopo 15 anni di invecchiamento la Justerini & Brooks allora proprietaria del marchio ha imbottigliato nel 1994 a 43 gradi. Bonnie Prince Charlie, facci compagnia!

N: che solidità. Un naso monolitico, abbastanza aromatico, con note fruttate evidenti (è tutta frutta gialla, soprattutto mela) e una torta di mele appena sfornata dalla nonna. Segue una ricca teoria di frutta secca, che ci ricorda i biscotti di noci e le castagne: ci folgora l’immagine dei cookies, con mandorle e gocce di cioccolato al latte. Una certa maltosità whiskosa netta e franca chiude il cerchio.

P: molto accogliente e coerente rispetto all’olfatto, con note di cioccolato bianco, di toffee, di biscotti alla frutta secca. È molto più cremoso di quanto il naso lasciasse presagire, ma mantiene la struttura inscalfibile del classico d’altri tempi. Liquirizia dolce a dare un piccolo twist. Poi torna la nostra amica mela, a forma di mela – inaspettatamente, eh?

F: non lunghissimo, molto maltoso, ancora biscotti alle noci e cioccolato al latte.

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Talvolta nevica in Scozia, sapete?

Un whisky che sa di whisky, ben fatto: e per fortuna! Tutta una generazione si è “formata” su bottiglie così, dove il cereale era l’unica divinità accettata. Qui si prende tutta la scena come in un one man show, lasciando le briciole alle comparse. 85/100, tutto al posto giusto ma senza quei guizzi che regalerebbero una complessità extra.

sottofondo musicale consigliato: Deftones – Change (in the house of flies)

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Macallan ‘Rare Cask’ N.3 (2018, OB, 43%)

In vacanza a Dubai e non sai come spendere quei fastidiosi ultimi 5k di spiccioli? Passa da noi!

È oggettivamente buffo sapere che tanti appassionati di soldi (non di whisky: di soldi, avete letto bene) si gettano a capofitto su ogni nuovo Macallan che Iddio getta in terra, ed è particolarmente buffo che lo facciano per la serie Rare Cask. Senza voler essere sgarbati, sia chiaro, ma quanto può essere scorretto e disonesto intellettualmente mettere sul mercato ad almeno 260€ un imbottigliamento senza età dichiarata, con una tiratura da decine di migliaia di bottiglie, chiamandolo “Rare Cask“, facendo una serie il cui numero di batch riparte da 1 ogni anno? Dai, sembra una roba tipo “mandato zero“, quelle supercazzole francamente offensive per l’intelligenza umana, ma tant’è: queste versioni sono sold out dovunque, quindi chi ha ragione, chi le produce e le vende o chi semplicemente ne scrive? Insomma, pieni del torto che ci confà andiamo a recensire il batch #3 della serie Rare Cask di Macallan, composto da barili sia di quercia americana che europea. Buono a sapersi, eh.

N: molto profumato, molto aperto e aromatico, piuttosto ruffianone. C’è uno sherry molto succoso, molto fruttato, tra note di arancia rossa, di pesca (di tè alla pesca), di buccia di mela rossa. Uvetta. C’è pure la quota di ex-bourbon, con vaniglia evidente ma integrata: panettone? Caramella mou.

P: buono, l’ingresso è un po’ in punta di piedi, inizia beverino ed evolve verso la profondità. Crosta di panettone, arancia rossa, gelato Malaga. Crostata bruciacchiata. Non si può non menzionare il legno, con qualche punta speziata, forse chiodi di garofano. Tanto cioccolato al latte.

F: cacao, tè troppo infuso, uvetta; rivela una quota di artificiosità, virando sul secco e sul legnoso.

Facile, godereccio, piacione, il finale svela che qui c’è stata una bella operazione di ingegneria dei legni. Tutto bene, tutto legittimo, il whisky è obiettivamente piacevole, diciamo da 86/100. Tenendo conto di ciò, ne compreremmo mai una bottiglia? No.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave – Leviathan.

Ledaig 12 yo Discovery (2018, G&M, 43%)

Gordon & Macphail è uno degli imbottigliatori più importanti della Scozia. Su questo non temiamo smentite. Dopo la fondazione, nel 1895 a Elgin, ha contribuito attivamente alla crescita della reputazione del whisky scozzese, che in qualche decennio si è trasformato da bevanda popolare in Re dei distillati, anche grazie alle scelte della “dinastia” degli Urquhart. Vi dicono qualcosa gli imbottigliamenti su licenza G&M? No? Beh allora leggeteci qui. A noi che siamo romantici piace immaginare che, seppur più modestamente, la nuova serie Discovery lanciata nel 2018, restituisca all’imbottigliatore di Elgin un ruolo di guida degli esordi. Discovery vuole infati accompagnare il consumatore alla scoperta di tre differenti macro stili di whisky, identificandoli anche cromaticamente, laddove il verde indica gli invecchiamenti ex bourbon, il viola gli ex sherry e il grigio che vedete far capolino poco più sotto i whisky torbati. Siamo romantici, si diceva, ma non stupidi e ci rendiamo ben conto che questa nuova serie va anzitutto incontro a esigenze di marketing ma, in un momento in cui trasparenza e allo stesso tempo semplicità nel trasmettere le informazioni sono bisogni sempre più avvertiti dai bevitori, ci pare che le scelte di G&M spingano nella giusta direzione. Oggi assaggiamo un Ledaig, ma della serie Discovery abbiamo assaggiato anche questi qui

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N: non sfuggirà a nessuno che qui la torba la fa da padrona, molto sporca, organica, con un po’ di gomma bruciata. La spariamo grossa: palude e crauti. Vaniglia e limone (tanto, tanto limone), che però non sono prevaricanti rispetto a un cereale molto evidente, lievemente zuccherino e caldo. Profuma di malting floor.

P: delicato, beverino, con un corpo quasi esile. Tuttavia nei descrittori è un whisky che rievoca sapori forti: acqua di mare, alga, catrame, cereale bruciato molto verde. Il profilo è poi ammorbidito ancora da un senso astratto di vaniglia, zucchero e limone.

F: austero, bruciato, cerealoso con una sterzata netta sull’amaro.

Si diceva che la serie Discovery vuole fornire gli strumenti per entrare nelle macro famiglie del whisky. In questo caso l’elemento torba è sicuramente ben spiegato, ma oramai abbiamo imparato a pretendere fuochi d’artificio da Ledaig, mentre questo ci sembra un poco deficitario sul corpo e a tratti si dimostra più giovane di quel che è. Non cattivo, insomma, ma semplice semplice: 82/100. Costa sui 60 euro, che non è male.

Sottofondo musicale consigliato: ChicagoIf You Leave Me Now

Millburn 20 yo (1983/2004, Private Cellar, 43%)

Millburn: blast from the past

La degustazione SCOTCH MISSED dello scorso 15 giugno è stata l’occasione per assaggiare finalmente un Millburn: malto raro quanto mai, se controllate su whiskybase troverete solo un centinaio di imbottigliamenti… E tutti ormai vecchiotti e introvabili, purtroppo. Millburn è stata la più longeva delle distillerie di Inverness, attiva tra l’inizio dell’Ottocento e il 1985, vittima della crisi di quel decennio come tante altre. Piccolissima, solo due alambicchi fin dalla sua fondazione, ha patito proprio la sua dimensione urbana: inespandibile, chiusa in un sandwich tra il fiume e una collina, Diageo ha preferito chiuderla e venderla. Ora quel che rimane è un po’ un ristorante, un po’ un budget hotel. Per fortuna che Tomislav ci ha messo a disposizione questa bottiglia, un 20 anni di Private Cellar – e ora ce lo ribeviamo con calma.

N: uh, com’è particolare! Molto interessante, un profilo inusuale e molto sfidante. La prima cosa che ci colpisce è una dimensione ‘sporca’, al limite del sulfureo positivo, con un lato quasi ‘meaty’, con un cenno di ragù à la Mortlach, e metallico, ferroso, con arancia quasi andata. Arancia che per il resto è onnipresente anche nel versante più setoso e fruttato: arancia candita, poi tamarindo fresco e pesche sciroppate, sfiorando la frutta tropicale ma senza forse raggiungerla mai pienamente. Un senso di chinotto / cola, arriva quasi al dattero: immaginiamo un succo di dattero, possibile?

P: la parte torbata, che al naso quasi non si percepiva, qui diventa molto evidente, donando un ulteriore strato minerale di complessità, con una deliziosa patina felpata di cera (e di stoppino di candela spento) che prende il posto del sulfureo meaty e variegato del naso. Anche se è a 43%, è molto oleoso, con un bel corpo ‘vivace’, eppure si mantiene molto fresco, molto pimpante: la componente fruttata è ancora di arancia, agrumi dolci e pesca matura, poi anche mango, e accanto a ciò c’è pure una dolcezza quasi di marshmallow. Il palato è straordinario.

F: il finale è medio-lungo, non urlato, ma con una prima frutta suadente tra la pesca e il mango e una torba minerale e acre, ancora più elegante, ancora con cera e stoppino di candela.

È veramente ottimo: è davvero un whisky con un profilo come non ce ne sono più, e con una personalità francamente incredibile. Assaggiato durante la degustazione, in mezzo a diversi gradi pieni, sembrava ‘solo’ strano e molto particolare, ma forse restava un po’ penalizzato: ribevuto così, con la dovuta calma, lo riconosciamo come qualcosa di eccezionale. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve Miller Band – Fly Like An Eagle.

The Story of the Spaniard (2018, Compass Box, 43%)

Il blender più hipster e più avanguardista al mondo è senza dubbio lui, John Glaser di Compass Box. Bottiglie bellissime, concetti molto forti (dobbiamo parlarne ancora, davvero? Guardate qui, dai, oppure recuperate le nostre recensioni passate), una liaison con Diageo che gli permette di mettere le mani su barili eccellenti, sfide aperte lanciate contro i mostri sacri dello scotch, innanzitutto a livello concettuale. Oggi leggiamo La Storia dello Spagnolo, cioè assaggiamo The Story of the Spaniard, un blended malt a tema ‘maturazione spagnola’: barili non solo di sherry, ma di tutto e di più: qui di fianco trovate lo schemino (a Compass Box piace la trasparenza, non lo sapevate?), ché se dovessimo metterci a spiegarlo ci verrebbe il mal di testa.

N: la prima nota che arriva è la buccia di mela rossa, accompagnata da qualche sentore leggermente mieloso (miele ai fiori), poi punte di aceto di mela, di agrumi (arancia) e – sostiene Angelo – anche un po’ di incenso (patchouli). Una punta mentolata molto leggera, così come altrettanto leggera è la nota minerale. Senza grandi spunti, onesto, sa di whisky – ed è un bene.

P: sa di fette biscottate e arancia, non marmellata però: proprio una fetta di arancia. Molto rotondo, senza spigoli e forse con non tanta profondità, anche se resta molto fresco e bevibilissimo. Persiste l’acidità.

F: resta secco e vinoso, molto pulito, con cereale e ancora arancia.

Buono, piacevole, semplice, molto beverino e piacevole: se qualcuno si aspettava uno sherry monster rimarrà deluso, perché è molto delicato, anche se con ciò non si pensi a poca personalità. Ora che fa caldo, ci faremmo volentieri un highball con questo Spaniardo – non prendeteci per matti, ognuno col proprio whisky ci fa quel che vuole. In fin dei conti, adeguato al prezzo (circa 40€): 83/100. Complimenti come al solito a Stranger & Stranger per l’etichetta magnifica.

Sottofondo musicale consigliato: Camaron De La Isla – Soy Gitano.

Botti da orbi – Marco Zucchetti vs Game of Thrones pt.2

[Chiudiamo con la seconda parte dello straordinario reportage di Marco Zucchetti dedicato ai whisky che Diageo ha confezionato per celebrare l’ultima stagione di Game of Thrones. Dai che lunedì prossimo finalmente si massacrano…]

Talisker Select reserve, Casa Greyjoy (2019, OB, 45,8%)

L’accoppiamento perfetto: i signori delle Isole di Ferro hanno la loro roccaforte a Pyke. Da lì a Skye, casa di Talisker, il passo è anche letteralmente breve. Tra l’altro i Greyjoy sono pure soldati fieri e piuttosto ribelli, quindi il malto tosto di Talisker si addice loro come il lutto ad Elettra e lo spritz al Fuorisalone di Milano.

La piovra sullo stemma e sulla bottiglia suggerirebbe un whisky marino, “made by the sea”. Invece il primo olfatto è una pancetta affumicata da far venire l’acquolina come a Homer Simpson con le ciambelle. Tizzoni ardenti di un falò, alghe e salamoia per ricordare che comunque ci sono gli scogli in vicinanza. Ma è un mare dolce, anche al naso: frutti rossi (ciliegie), caramello bruciato e una confettura di prugne e arance. Ah, Theon Greyjoy (prima di finire evirato) dice di aver sentito anche una nota di peperone dolce grigliato. Ma non se ne assume la responsabilità eh, che non vuole che qualche altro recensore dissenziente gli tagli altri pezzi… In bocca è ancor più dolce, tra zucchero caramellato e sciroppo. È forse l’unico difetto (per chi lo considera un difetto, per carità) di un palato che sembra creato per piacere. Un po’ meno pepe del solito, un’aria di erbe officinali e un ritorno della carne grigliata (le costine glassate…). Un tocco di cuoio prima di un eccellente e lunghissimo finale di peperoncino, arachidi tostate e sale, ora molto netto.

È un Talisker carichissimo, più pirata che signore ma comunque professionista dell’amore, direbbe Julio Iglesias. Succulento e vibrante, pulp come Euron quando coperto di sangue stermina gente a caso tra le navi in fiamme. 85/100

Oban Bay reserve, Guardiani della Notte, (2019, OB, 43%)

La confezione è la più spettacolare della serie. Nera, con il giuramento dei Guardiani della Notte in rilievo sulla bottiglia. Qui è meglio confessare subito il conflitto di interessi del giudice: la bottiglia nera e i Guardiani gli vanno proprio a genio. Sarà in grado di essere spietato come Jon Snow quando impicca perfino un bambino?

Il naso ha qualcosa di riconoscibile (cioccolato al latte che pare di essere in Svizzera, non fra i ghiacci della Barriera e uvetta, arance candite e datteri). L’aria di mare di Oban si dev’essere congelata, ma viene sostituita da una frutta intensa e cerosa (uva rossa) e da un profilo eccentrico e divisivo. In tanti non hanno apprezzato le note di fieno umido, polvere da sparo e formaggio di capra (no, non siamo impazziti, né abbiamo fame) che emergono col tempo, ma non c’è che dire, il risultato funziona. In bocca non è poderoso, ma è pieno di sfaccettature. Parla molte lingue: quella minerale della grafite e di una torba da scamorza affumicata; quella piacevolmente e rotondamente fruttata fatta di arancia rossa e amarene Fabbri; quella speziata che si gioca fra cacao (i Pan di Stelle!), cannella e Morositas. E quella della frutta secca, con un bel croccante di arachidi salatine. Nel finale – piacevolmente lungo e fruttato – torna il formaggio di capra salato, con un filo di fumo e tante gelee alla mora.

Ora, se si rilegge il tutto viene da pensare a un quadro di Bosch o alla ricetta di un concorrente di Master Chef schizofrenico. Invece no, è un whisky profondo e godibile, carico come il Talisker ma con più coraggio. Con qualche grado in più sarebbe stato immortale, proprio come Jon Snow. 86/100

Lagavulin 9 yo, Casa Lannister (2019, OB, 46%)

Il bicentenario whisky di Islay, principe dei torbati, per la casata più malvagia, potente, spietata e luciferina di Westeros, i Lannister. I quali – parafrasando Beautiful – sono un po’ i Forester della serie tv: un padre spietato e puttaniere, due figli bellissimi che si accoppiano fra di loro perché nessuno gli ha spiegato che non si fa, un altro figlio nano e una sete atavica di potere. Di fatto, senza di loro Game of Thrones sarebbe innocua come Un posto al sole. Il carattere di Lagavulin – con cui condividono lo stemma leonino – ci sta a pennello.

Ohibò, che naso poco convenzionale per un Laga. C’è la torba, ma non è grassa. Molta aria di mare, caramello salato bretone, ma è la dolcezza a fare la voce grossa: pesca, vaniglia, buccia d’arancia e lamponi maturi non si trovano spesso da queste parti. C’è poi un che di erbaceo, tra la menta, foglie di tè e sigaro, che anticipa l’anima più animale del malto, tra wurstel e cuoio. In bocca è salato e grigliato. La torba prende le forme di banana bruciacchiata, tè Lapsang souchong e marshmallows sulla fiamma. L’alcol è bello pimpante, la frutta fa un passo indietro ma rimane presente (mirtilli, albicocca). Caramello, pan di zenzero e mandorle tostate salate chiudono il banchetto. Il finale si fa bruciato, piccante e giocato fra le note pungenti del malto giovane e il caramello.

Come dicevano l’Alto Passero e Andrea Giannone, le massime autorità morali di Approdo del Re e del Milano Whisky Festival: “Mai assaggiato un Lagavulin cattivo”. Anche questo non lo è, e ha anche il pregio di battere vie tutto sommato strambe per la distilleria. Paga dazio alla gioventù, ma sa di potenza e vittoria e non tradisce il dna isolano: la regina Cersei lo sorseggerebbe volentieri mentre vede scuoiare i suoi nemici. Atipico, ma tifiamo tutti per lui, come Tyrion. 86/100

Clynelish Reserve, Casa Tyrrell (2019, OB, 51,2%)

«Crescere forti», dice il motto dei Tyrell. Beh, questo è il malto a più alto grado infatti. Ma non basta a spiegare l’accostamento. Clynelish è malto ceroso, inconfondibilmente legato alle distese di erica delle Highlands nord-orientali proprio come la Casa Tyrell è legata all’Altopiano. Ecco, a dire il vero il vecchio Clynelish si sarebbe meritato una dinastia un po’ più coi controcazzi, eh, ma vuolsi così colà dove si puote, e non dimanderemo più altro.

Dal bicchiere spunta un gran bel naso. Si parte con una folata fresca di verbena, limone candito e mallo di noce. È assai minerale, buccia di lime e brina a sottolineare questa anima leggiadra come le vesti della bella Margaery dai capelli fulvi. Sotto le vesti ci sono le curve: mou, nocciole e frutta tropicale (maracuja), con un accenno delizioso di pasticcino al mandarino. Al palato è caldo – no, non cercate ancora dei doppi sensi con le scene di Margaery ignuda o mi costringerete a raffreddarvi gli spiriti con le immagini della vecchia Olenna -, ancora passion fruit e noci di cocco essiccate in un biscotto al malto e vaniglia. Il pepe dà un guizzo supplementare oltre la dolcezza miele e limone. Interessante la suggestione di semi di sesamo tostati che porta a un finale lungo, di nuovo pepato e che riempie la bocca di mango e spremuta di agrumi.

Non per riempire le recensioni di citazioni, ma chi dice che la gradazione non conta dovrebbe essere marchiato in fronte con la P di pirla. Qui, al netto del malto di qualità di base, il grado più elevato fa da amplificatore del gusto. Come se Margaery vestisse di latex. Ok, forza con le foto dell’ottuagenaria Olenna in pigiama, ce le siamo meritate… 87/100

Glenfiddich ‘Fire & Cane’ (2018, OB, 43%)

Glenfiddich, che anno dopo anno si contende con Glenlivet la palma di single malt più venduto al mondo, paga la sua stessa popolarità: gode di grande stima presso i bevitori occasionali mentre viene spesso snobbato dai nerd appassionati. Noi, come si conviene, stiamo democristianamente nel mezzo, ma confessiamo la nostra perplessità quando l’amico Corrado ci ha sottoposto questo “Fire & Cane“: un Glenfiddich senza età dichiarata, torbato e finito per tre mesi in barili di rum (hanno l’accortezza di dirci che si tratta “non di rum qualsiasi, ma di rum del Sud America”: grazie mille, eh). Con questa ricetta, cosa mai potrebbe andare storto? Beh, tutto.

N: piuttosto leggero ma molto aromatico, senz’altro molto meno peggio del previsto (del temuto). Dolce, aromatico, si sente nettamente la torba (un filo di fimo, diremmo anche olive nere in salamoia). Decisamente speziato, con cannella e chiodi di garofano. Col tempo, cresce il profumo di pastafrolla, anzi, vogliamo essere molto precisi: avete presente la crosticina di zucchero ai bordi della crostata di frutta?

P: estremamente estremo ma inaspettatamente inaspettato, ehm, no: inaspettatamente equilibrato. La torba è ancora più presente (fumo, braci), e qui al palato resta molto ruffiano e piacione anche se tutto sommato un po’ meno convincente. Si sente molto caramello. Ancora oliva nera, punte sapide e speziate (pepe nero). Caramelle all’arancia.

F: relativamente persistente ma non molto lungo, ancora dolcezza di rum (di rum e coca, vogliamo dirlo?) e un pit di fumo. Un rum e coca in cui qualcuno ha spento una sigaretta per errore, o per dolo. La parte peggiore.

A parte il finale, tutto sommato dimenticabile, questo è un whisky piacevole, ruffiano: parte della “Experimental Serie” di Glenfiddich, in effetti è assai distante dall’immagine che normalmente si ha del whisky della distilleria di Dufftown. Talvolta si dice che i whisky moderni sono “flavor-oriented”, ovvero sono ‘costruiti’ per ottenere un certo profilo: questo gioca in quel campionato lì, resta un whisky da battaglia ma ben fatto, e prezzato adeguatamente (meno di 50€). L’ipotesi è che se ne si mette una bottiglia sul tavolo mentre si gioca a carte, la bottiglia finirà prima della partita. 82/100 e grazie Corrado, non era una truffa come temevamo!

Sottofondo musicale consigliato: The Dandy Warhols – Bohemian Like You.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 11

Il “Calendario Avventato” al giorno n.11 ci regala Glenlivet 15 yo. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #11

Appoggi il naso sul bicchiere una prima volta ed è già amore. Da subito infatti si nota un velo minerale, delicato eppure molto presente, che ricorda la roccia bagnata e la terra umida. Tutto qui? Nemmeno per sogno, perché suadenti sono le note di crema pasticcera e vaniglia, di pastel de nata portoghese e cioccolato bianco. E poi frutta gialla matura e legno massello profumato. Al palato per fortuna è un mostro di continuità: stessa nota minerale in ingresso, ben integrata con sensazioni di crema pasticcera e cioccolato bianco. La frutta prende il volo, tra mela gialla, melone e frutti tropicali. Il corpo pare solido, c’è tanta intensità e tutti i lati si riverberano in un finale lungo, che lascia la bocca pastosa e ben ingrassata, tra un tocco elegante di legno, chiodi di garofano e una crema dolcesalata.

Proprio perché amiamo farci del male, azzardiamo che possa trattarsi di un whisky d’età medio-alta, sui 18 anni. Ci piace una certa complessità raggiunta e l’equilibrio tra le parti in causa, il fruttato, il cremoso e un qualcosa di inerte, molto elegante. Pur a grado quasi sicuramente ridotto, c’è ricchezza ed edonismo da vendere. Il pollice è in alto: 87/100.

Puni ‘Vina’ (2018, OB, 43%)

La distilleria italiana Puni ha di recente sfornato due nuovi whisky, entrambi di 5 anni. Il primo, ambiziosamente chiamato Gold, si è giovato di un invecchiamento in barili ex bourbon, mentre il whisky di oggi ha riposato in botti di quercia europea che hanno contenuto Marsala. Ultimamente questa tipologia di affinamento si sta facendo sempre più largo nella mente dei guardiani delle cantine, accanto ad altri vini liquorosi come Porto e Sauternes; e proprio Puni, legando idealmente le estremità italiane, sembra avere un debole per i sentori tipici del vino siciliano, avendo già avuto modo di legarvi il proprio distillato, con risultati invero alterni, con Opus e Alba.

N: la prima nota, spiazzante, ricorda nitidamente la gomma, anzi: una boule dell’acqua calda. Fortunatamente va scomparendo man mano. Una nota evidente di brandy all’arancia (leggi: Grand Marnier), e in generale l’arancia sembra il sentore più evidente (caramella gommosa all’arancia). Ha una punta acetica che ci fa venire in mente l’aceto di more. Zuccherino, astrattamente.

P: attacca molto alcolico (proprio come sapore, non come intensità), poi si apre verso sentori più dolci: innanzitutto ancora aceto di more (e forse di mele), poi tanta albicocca disidratata. Castagnaccio (o biscotti di castagne). Un senso di legno muffito. Strano, molto strano…

F: non lungo, diviso tra castagna e albicocca secca.

Già assaggiando l’Alba avevamo riscontrato una certa acidità, marcata e totalizzante.In generale questo Vina ci pare abbastanza semplice e forse non proprio centratissimo. Ma soprattutto, al di là dell’ingenuità di un distillato che con invecchiamenti più robusti crediamo ci stupirà, registriamo il ripetersi di una nostra idiosincrasia verso le maturazioni piene in marsala. Non prendetela sul personale, il problema è tutto nostro: 72/100. Registriamo in chiusa un elemento solo positivo: come già il Gold, anche questo Vina costa un po’ meno rispetto alle precedenti release (siamo intorno alle 50€), e ci sembra in assoluto un ottimo segnale. PS: vi abbiamo mai raccontato del nostro reportage su Puni scritto per Rivista Studio? No? Eccolo qui.

Sottofondo musicale consigliato: davvero difficile resistere alla tentazione di piazzare una hit certo immortale di Jenny MarsalaFeuer.

 

Puni ‘Gold’ (2018, OB, 43%)

Una delle release più attese di Puni, l’unica distilleria di whisky italiana: il primo 5 anni interamente maturato in barili ex-bourbon. Si tratta anche in questo caso di una miscela di cereali (dunque non single malt) che comprende grano e orzo maltato dalla Germania e segale locale, altoatesina. Per una scheda della distilleria rimandiamo al nostro reportage di un paio d’anni fa, indiscutibilmente il miglior pezzo di giornalismo mai scritto sul whisky italiano – siamo ancora in attesa del Pulitzer, confidiamo che arriverà. Siccome Puni è sempre molto attenta ai dettagli di design, ci piace segnalare la scatola della bottiglia, che nel cartone replica la struttura della bellissima architettura esterna della distilleria.

N: l’apporto del barile è molto chiaro e convincente: abbiamo note di vaniglia, di crema pasticciera, di zucchero a velo. Non disdegna anche un inserto di frutta più marcato, con un poco di banana matura, profumata e aromatica. A tratti vien fuori il sentore del distillato che svela l’età sempre giovane, con note di canditi e di pera. Non complesso ma decisamente piacevole, delicato come nello stile di Puni.

P: l’impatto conferma la delicatezza, che qui forse è fin troppo… delicata. Molto beverino ma anche un po’ deboluccio di corpo. I sentori del naso si confermano qui al palato, anche se in una versione attenuata: e dunque, ancora, un po’ zucchero a velo e di pera, qualche punta di pepe bianco (come peraltro riportato dalle note ufficiali) e una qualche innegabile speziatura. Un sentore nitido di pane.

F: non lungo, non troppo persistente, resta ancora un senso astratto di zucchero a velo e qualche nota erbacea, dal distillato, e ancora di pane.

Senza dubbio l’anima gentile di Puni è in bella evidenza in questo Gold, e in particolare il naso è foriero di non poche soddisfazioni: il palato curiosamente è molto leggero, un poco debole di corpo, ma sostanzialmente coerente con il naso. Se da un lato non possiamo che applaudire a un imbottigliamento ‘per tutti’, che dovrà diventare membro stabile del core range e al ricalibramento dei prezzi (erano sempre stati un po’ alti, secondo noi, ora questa bottiglia viene a casa con circa 50€), dall’altro non sappiamo nascondere una certa delusione proprio per l’eccessiva timidezza di questo whisky: abbiate coraggio, amici di Puni, alzate la gradazione e spingete un po’ di più sull’intensità! Resta un dram più che dignitoso, intendiamoci, solo pare sempre avere il freno a mano tirato: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Forest Swords – Crow.