[Dal nostro inviato ai Caraibi] Appleton 21 yo (2019, OB, 43%)

Il nostro inviato ai Caraibi, mannaggia a lui

[Il nostro inviato ai Caraibi ci ha inviato questa recensione ben più di un mese fa. Sarà l’invidia per la diversa geolocalizzazione di lui e noi, sarà una perniciosa tendenza a procrastinare… Il risultato è che l’abbiamo colpevolmente tenuto in freezer per troppo tempo, e ci dobbiamo anzi scusare con l’indomito Luca Perego – anzi, no, sta ai Caraibi, pensa te se ci dobbiamo scusare. Comunque: oggi assaggia un pezzo grosso del rum giamaicano, noi ci sediamo come nipotini intorno al nonno e rapiti lo ascoltiamo]

Prima di tutto volevo dirvi che fa caldo. Così, giusto per ricordarvi che a Milano piove e qui invece l’ultima volta che sono scesi sotto i 26 gradi la Juventus ancora era tifata dai torinesi. Bere con questa temperatura è quasi fastidioso, quindi spero possiate capire che lo sforzo che sto facendo per questa degustazione è difficile quanto fare colpo con la tipella delle medie quando tu al massimo conosci tutte le regole di Magic e la data di nascita di Donato Bilancia (sto parlando di mio cugino, mai di me).

Oggi ci spostiamo in Giamaica, dove oltre a della marijuana di dubbia qualità e della musica di altrettanta dubbia qualità, producono anche del rum. Appleton nasce tanti anni fa, pare addirittura persino prima di Andreotti, a Cockpit (sì, davvero, questo posto si chiama “Fossa del cazzo”) un qualche posticino sperduto dove tra un no woman no cry e l’altro, Campari si è comprata la più antica distilleria giamaicana. Mica cazzi – al massimo Fosse di cazzi.

Assaggiamo Appleton 21… Ufficialmente è un blend di rum che fanno almeno 21anni assemblato dalla prima Master Blender donna della storia. Abbiano le quote rosa anche nelle sbronze, dove finiremo signora mia?! Dove? Sarà per questo che se vi aspettate un rude boy vi sbagliate di grosso. Al naso si sente subito una bella presenza citrica che ci accompagnerà per tutta la degustazione, spicca lo zenzero e quella bella caramella toffee, inoltre un frutto irriconoscibile per cui ho scomodato metà cucina (È albicocca? È maracuja? È papaya? È via Imbonati in una calda mattina d’estate? Non lo abbiamo capito, però in cucina se lo sono finiti). Torniamo a monte nella nostra Fossa di cazzi; l’alcool non è invadente, nonostante tutto stiamo parlando di sentori molto molto delicati. Il primo impatto in bocca tiene il lato citrico, è fresco nonostante la texture molto marmellatosa e la dolcezza straripante. Esce però anche il primo difetto, come quando noti il pomo d’Adamo alla ragazza che ti stai portando in bagno a limonare in discoteca, ad esempio c’è una nota terrosa ed erbacea che nel complesso risulta spiacevole, stona. L’unica, ahimè non leggera, imperfezione. Il finale è lungo, non tipo Mr Holmes, ma comunque da far sfigurare chiunque in spogliatoio dopo il calcetto; arrivano la canna da zucchero, la vaniglia ed il caffè appena tostato ma anche una nota di agrume che non si riesce a ben definire, per la quale credo sia necessario identificarla come una nota di pomelo (tanto nessuno sa di cosa sappia realmente e ci faccio un figurone).

Dal thanksgiving è tutto, linea allo studio.

Glen Cawdor 16 yo (1968/1984, Samaroli, 43%)

Il banchetto di Giorgio D’Ambrosio, al Milano Whisky Festival, è come lo specchio di Alice: uno è stanco del logorio della vita moderna, fa un salto da Giorgio ed entra nel Paese delle Meraviglie del passato. Dove fra uno Stregatto e un Cappellaio Matto spuntano cose come questa bottiglia, che per il 99% dei visitatori, Orbi compresi, è misteriosa come la scrittura dei Sumeri. Glen Cawdor fu una distilleria di Nairn, sulla costa a poche miglia di Inverness. Però fu demolita nel 1930, il che aumenta la suspence. In realtà Samaroli scelse questo nome per un single malt proveniente dall’altra sponda della Scozia. Chi dice Caol Ila, chi Springbank, di certo talora c’erano imbottigliati whisky dello Speyside… Insomma, nessuno (di noi, almeno) lo sa. Si sa che fu distillato nel 1968, invecchiato 16 anni e prodotto in 360 bottiglie. Stop.

glencawdorN: annusarlo è come ritrovarsi circondati da gente in cilindro e monocolo, ti fa sentire in un’altra epoca. La paraffina tutto ricopre in uno strato ceroso e aromatico. C’è del grasso, anche se mai sgradevole, e una nota come di ottone e metallo unto davvero singolare. Poi è come se si spalancasse un forziere e ne uscissero cascate di frutta gialla: banana, ananas maturo, mele e soprattutto limone candito. Un naso retrò.

P: il grado basso (e forse il tempo) lo rendono bevibilissimo, al limite dell’inoffensivo. Un broccato morbido di frutta tropicale, arazzi di crema e cioccolato bianco, tappeti di caffelatte zuccherato e noce moscata. Ancora ananas, in un palato voluttuoso che all’energia preferisce una somma, consapevole placidità.

F: finisce dopo poco, in una cremosità vanigliata dove compare un’eco di legno.

Ha l’opulenza pigra di certe stanze reali, in grado di cullarti tra stucchi e sofà. Peccato che il tempo e il basso grado lo rendano meno guizzante dal palato in poi. Curiosamente ha poco di costiero, sicuramente di isolano. A ben vedere, però, un quid degli Springbank d’antan, soprattutto nelle note grasse del naso, potrebbe esserci. Gloriose vestigia di un passato eroico, che siate custodite nell’Olimpo dei malti: 89/100

Sottonfondo musicale consigliato: Robin Trower – Bridge of Sighs.

Lagavulin 10 yo (2019, OB, 43%)

Quest’estate Lagavulin ha lanciato un nuovo imbottigliamento esclusivo per il travel retail (cioè, te lo compri solo in aereoporto): si tratta di un 10 anni, testimone dell’amore di Lagavulin per gli invecchiamenti pari. C’è un 8, c’è il 12, c’è il 16… A questo punto nella sequenza manca un 14 anni, ce lo aspettiamo entro un paio d’anni – figurati Diageo, è stato un piacere darti questo suggerimento. Ci avviciniamo a questo Lagavulin con biforcute e contrastanti aspettative: da una parte, come fai ad essere deluso da un Laga?, dall’altra, come fai ad aspettarti qualcosa di buono dal travel retail? Sia come sia, questo è frutto del matrimonio tra barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento e botti “newly charred and rejuvenated” – cioè legni attivi. Vediamo.

N: uh, com’è timido. Ci aggredisce immediatamente una sorprendente nota di marmellata di limone, molto profumata. Ci sono poi barrette di cereali (quelle che ti rimanevano appiccicate ai denti a scuola), forse con un po’ di cioccolato. Note di clorofilla, anzi: di cicche alla clorofilla, cioè una clorofilla zuccherata e un po’ mentolata, per essere meno evocativi. Dopo un po’, la torba che all’inizio appariva in disparte si fa strada tra i sentori, e arriva, Lagavulinosa, grassa e piacevolmente fumosa, con qualche sentore bello marino e iodato.

P: non ce n’è, Lagavulin non lo abbatti manco se ti sforzi. Qui l’ingresso è un po’ acquoso, la diluizione è massiccia e azzopperebbe ogni whisky… ma non Lagavulin. Dopo il primo sconcerto, esplode sia la parte dolce (forse un po’ eccessiva) tutta su miele e ancora barrette ai cereali; sia quella mentolata e balsamica, con Vicks Vaporub; sia quella torbata, fumosa, acre e cerealosa. Una sola punta di sapidità, senza mai essere troppo marino.

F: perdura il cereale affumicato, molto a lungo. Mele cotte, frutta secca.

Parliamo chiaramente: non è il migliore dei Lagavulin possibili, patisce un po’ di ruffianeria e di eccessiva facilità, soprattutto al palato, ma è un ottimo entry level – certo, costa più o meno quanto il 16 anni (poco più di 50€), ma pur sempre la metà del 12, no? Davvero, la considerazione è sempre la stessa, fatta mille altre volte: ci sono distillati che resistono a ogni avversità, e quello di Lagavulin, si sa, è parte del gruppo. 86/100. Insomma, la prossima volta che tornate da un viaggio e vi siete dimenticati di prendere un souvenir per quel vostro amico che colleziona magneti da frigo, ecco, prendetevi un Laga 10 e beveteci su. Grazie davvero a Egidio per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Angel.

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

Knockando 1979 (1994, OB, 43%)

Pare brutto dirlo così, ma ce ne eravamo dimenticati, tipo quando vai in vacanza

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Quel maschio alfa di Charlie

e riparti dall’Autogrill lasciando la moglie alla toilette ebbro della tua Rustichella. Ecco, noi ci eravamo dimenticati del “Poggio scuro”. Questo significa Knockando in gaelico e indica una collinetta su cui quel virile sex symbol di Bonnie Prince Charlie fece tappa nel 1745 prima della battaglia di Culloden che segnò la fine della rivoluzione giacobita. Ad ogni modo, sul poggio dal 1898 si erge fiera l’omonima distilleria, che dopo un vortice di passaggi di proprietà oggi è nel portafoglio Diageo. La produzione è contenuta (1,4 milioni di litri l’anno) e per il 90% finisce nel blended J&B Rare. Curiosità: è una delle rare distillerie dello Speyside (e di Scozia) a imbottigliare per annata. Noi, nel tentativo di recuperare gli anni persi senza assaggiarne, oggi ci dedichiamo a un vintage 1979, che dopo 15 anni di invecchiamento la Justerini & Brooks allora proprietaria del marchio ha imbottigliato nel 1994 a 43 gradi. Bonnie Prince Charlie, facci compagnia!

N: che solidità. Un naso monolitico, abbastanza aromatico, con note fruttate evidenti (è tutta frutta gialla, soprattutto mela) e una torta di mele appena sfornata dalla nonna. Segue una ricca teoria di frutta secca, che ci ricorda i biscotti di noci e le castagne: ci folgora l’immagine dei cookies, con mandorle e gocce di cioccolato al latte. Una certa maltosità whiskosa netta e franca chiude il cerchio.

P: molto accogliente e coerente rispetto all’olfatto, con note di cioccolato bianco, di toffee, di biscotti alla frutta secca. È molto più cremoso di quanto il naso lasciasse presagire, ma mantiene la struttura inscalfibile del classico d’altri tempi. Liquirizia dolce a dare un piccolo twist. Poi torna la nostra amica mela, a forma di mela – inaspettatamente, eh?

F: non lunghissimo, molto maltoso, ancora biscotti alle noci e cioccolato al latte.

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Talvolta nevica in Scozia, sapete?

Un whisky che sa di whisky, ben fatto: e per fortuna! Tutta una generazione si è “formata” su bottiglie così, dove il cereale era l’unica divinità accettata. Qui si prende tutta la scena come in un one man show, lasciando le briciole alle comparse. 85/100, tutto al posto giusto ma senza quei guizzi che regalerebbero una complessità extra.

sottofondo musicale consigliato: Deftones – Change (in the house of flies)

Macallan ‘Rare Cask’ N.3 (2018, OB, 43%)

In vacanza a Dubai e non sai come spendere quei fastidiosi ultimi 5k di spiccioli? Passa da noi!

È oggettivamente buffo sapere che tanti appassionati di soldi (non di whisky: di soldi, avete letto bene) si gettano a capofitto su ogni nuovo Macallan che Iddio getta in terra, ed è particolarmente buffo che lo facciano per la serie Rare Cask. Senza voler essere sgarbati, sia chiaro, ma quanto può essere scorretto e disonesto intellettualmente mettere sul mercato ad almeno 260€ un imbottigliamento senza età dichiarata, con una tiratura da decine di migliaia di bottiglie, chiamandolo “Rare Cask“, facendo una serie il cui numero di batch riparte da 1 ogni anno? Dai, sembra una roba tipo “mandato zero“, quelle supercazzole francamente offensive per l’intelligenza umana, ma tant’è: queste versioni sono sold out dovunque, quindi chi ha ragione, chi le produce e le vende o chi semplicemente ne scrive? Insomma, pieni del torto che ci confà andiamo a recensire il batch #3 della serie Rare Cask di Macallan, composto da barili sia di quercia americana che europea. Buono a sapersi, eh.

N: molto profumato, molto aperto e aromatico, piuttosto ruffianone. C’è uno sherry molto succoso, molto fruttato, tra note di arancia rossa, di pesca (di tè alla pesca), di buccia di mela rossa. Uvetta. C’è pure la quota di ex-bourbon, con vaniglia evidente ma integrata: panettone? Caramella mou.

P: buono, l’ingresso è un po’ in punta di piedi, inizia beverino ed evolve verso la profondità. Crosta di panettone, arancia rossa, gelato Malaga. Crostata bruciacchiata. Non si può non menzionare il legno, con qualche punta speziata, forse chiodi di garofano. Tanto cioccolato al latte.

F: cacao, tè troppo infuso, uvetta; rivela una quota di artificiosità, virando sul secco e sul legnoso.

Facile, godereccio, piacione, il finale svela che qui c’è stata una bella operazione di ingegneria dei legni. Tutto bene, tutto legittimo, il whisky è obiettivamente piacevole, diciamo da 86/100. Tenendo conto di ciò, ne compreremmo mai una bottiglia? No.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave – Leviathan.

Ledaig 12 yo Discovery (2018, G&M, 43%)

Gordon & Macphail è uno degli imbottigliatori più importanti della Scozia. Su questo non temiamo smentite. Dopo la fondazione, nel 1895 a Elgin, ha contribuito attivamente alla crescita della reputazione del whisky scozzese, che in qualche decennio si è trasformato da bevanda popolare in Re dei distillati, anche grazie alle scelte della “dinastia” degli Urquhart. Vi dicono qualcosa gli imbottigliamenti su licenza G&M? No? Beh allora leggeteci qui. A noi che siamo romantici piace immaginare che, seppur più modestamente, la nuova serie Discovery lanciata nel 2018, restituisca all’imbottigliatore di Elgin un ruolo di guida degli esordi. Discovery vuole infati accompagnare il consumatore alla scoperta di tre differenti macro stili di whisky, identificandoli anche cromaticamente, laddove il verde indica gli invecchiamenti ex bourbon, il viola gli ex sherry e il grigio che vedete far capolino poco più sotto i whisky torbati. Siamo romantici, si diceva, ma non stupidi e ci rendiamo ben conto che questa nuova serie va anzitutto incontro a esigenze di marketing ma, in un momento in cui trasparenza e allo stesso tempo semplicità nel trasmettere le informazioni sono bisogni sempre più avvertiti dai bevitori, ci pare che le scelte di G&M spingano nella giusta direzione. Oggi assaggiamo un Ledaig, ma della serie Discovery abbiamo assaggiato anche questi qui

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N: non sfuggirà a nessuno che qui la torba la fa da padrona, molto sporca, organica, con un po’ di gomma bruciata. La spariamo grossa: palude e crauti. Vaniglia e limone (tanto, tanto limone), che però non sono prevaricanti rispetto a un cereale molto evidente, lievemente zuccherino e caldo. Profuma di malting floor.

P: delicato, beverino, con un corpo quasi esile. Tuttavia nei descrittori è un whisky che rievoca sapori forti: acqua di mare, alga, catrame, cereale bruciato molto verde. Il profilo è poi ammorbidito ancora da un senso astratto di vaniglia, zucchero e limone.

F: austero, bruciato, cerealoso con una sterzata netta sull’amaro.

Si diceva che la serie Discovery vuole fornire gli strumenti per entrare nelle macro famiglie del whisky. In questo caso l’elemento torba è sicuramente ben spiegato, ma oramai abbiamo imparato a pretendere fuochi d’artificio da Ledaig, mentre questo ci sembra un poco deficitario sul corpo e a tratti si dimostra più giovane di quel che è. Non cattivo, insomma, ma semplice semplice: 82/100. Costa sui 60 euro, che non è male.

Sottofondo musicale consigliato: ChicagoIf You Leave Me Now

Millburn 20 yo (1983/2004, Private Cellar, 43%)

Millburn: blast from the past

La degustazione SCOTCH MISSED dello scorso 15 giugno è stata l’occasione per assaggiare finalmente un Millburn: malto raro quanto mai, se controllate su whiskybase troverete solo un centinaio di imbottigliamenti… E tutti ormai vecchiotti e introvabili, purtroppo. Millburn è stata la più longeva delle distillerie di Inverness, attiva tra l’inizio dell’Ottocento e il 1985, vittima della crisi di quel decennio come tante altre. Piccolissima, solo due alambicchi fin dalla sua fondazione, ha patito proprio la sua dimensione urbana: inespandibile, chiusa in un sandwich tra il fiume e una collina, Diageo ha preferito chiuderla e venderla. Ora quel che rimane è un po’ un ristorante, un po’ un budget hotel. Per fortuna che Tomislav ci ha messo a disposizione questa bottiglia, un 20 anni di Private Cellar – e ora ce lo ribeviamo con calma.

N: uh, com’è particolare! Molto interessante, un profilo inusuale e molto sfidante. La prima cosa che ci colpisce è una dimensione ‘sporca’, al limite del sulfureo positivo, con un lato quasi ‘meaty’, con un cenno di ragù à la Mortlach, e metallico, ferroso, con arancia quasi andata. Arancia che per il resto è onnipresente anche nel versante più setoso e fruttato: arancia candita, poi tamarindo fresco e pesche sciroppate, sfiorando la frutta tropicale ma senza forse raggiungerla mai pienamente. Un senso di chinotto / cola, arriva quasi al dattero: immaginiamo un succo di dattero, possibile?

P: la parte torbata, che al naso quasi non si percepiva, qui diventa molto evidente, donando un ulteriore strato minerale di complessità, con una deliziosa patina felpata di cera (e di stoppino di candela spento) che prende il posto del sulfureo meaty e variegato del naso. Anche se è a 43%, è molto oleoso, con un bel corpo ‘vivace’, eppure si mantiene molto fresco, molto pimpante: la componente fruttata è ancora di arancia, agrumi dolci e pesca matura, poi anche mango, e accanto a ciò c’è pure una dolcezza quasi di marshmallow. Il palato è straordinario.

F: il finale è medio-lungo, non urlato, ma con una prima frutta suadente tra la pesca e il mango e una torba minerale e acre, ancora più elegante, ancora con cera e stoppino di candela.

È veramente ottimo: è davvero un whisky con un profilo come non ce ne sono più, e con una personalità francamente incredibile. Assaggiato durante la degustazione, in mezzo a diversi gradi pieni, sembrava ‘solo’ strano e molto particolare, ma forse restava un po’ penalizzato: ribevuto così, con la dovuta calma, lo riconosciamo come qualcosa di eccezionale. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve Miller Band – Fly Like An Eagle.

The Story of the Spaniard (2018, Compass Box, 43%)

Il blender più hipster e più avanguardista al mondo è senza dubbio lui, John Glaser di Compass Box. Bottiglie bellissime, concetti molto forti (dobbiamo parlarne ancora, davvero? Guardate qui, dai, oppure recuperate le nostre recensioni passate), una liaison con Diageo che gli permette di mettere le mani su barili eccellenti, sfide aperte lanciate contro i mostri sacri dello scotch, innanzitutto a livello concettuale. Oggi leggiamo La Storia dello Spagnolo, cioè assaggiamo The Story of the Spaniard, un blended malt a tema ‘maturazione spagnola’: barili non solo di sherry, ma di tutto e di più: qui di fianco trovate lo schemino (a Compass Box piace la trasparenza, non lo sapevate?), ché se dovessimo metterci a spiegarlo ci verrebbe il mal di testa.

N: la prima nota che arriva è la buccia di mela rossa, accompagnata da qualche sentore leggermente mieloso (miele ai fiori), poi punte di aceto di mela, di agrumi (arancia) e – sostiene Angelo – anche un po’ di incenso (patchouli). Una punta mentolata molto leggera, così come altrettanto leggera è la nota minerale. Senza grandi spunti, onesto, sa di whisky – ed è un bene.

P: sa di fette biscottate e arancia, non marmellata però: proprio una fetta di arancia. Molto rotondo, senza spigoli e forse con non tanta profondità, anche se resta molto fresco e bevibilissimo. Persiste l’acidità.

F: resta secco e vinoso, molto pulito, con cereale e ancora arancia.

Buono, piacevole, semplice, molto beverino e piacevole: se qualcuno si aspettava uno sherry monster rimarrà deluso, perché è molto delicato, anche se con ciò non si pensi a poca personalità. Ora che fa caldo, ci faremmo volentieri un highball con questo Spaniardo – non prendeteci per matti, ognuno col proprio whisky ci fa quel che vuole. In fin dei conti, adeguato al prezzo (circa 40€): 83/100. Complimenti come al solito a Stranger & Stranger per l’etichetta magnifica.

Sottofondo musicale consigliato: Camaron De La Isla – Soy Gitano.

Botti da orbi – Marco Zucchetti vs Game of Thrones pt.2

[Chiudiamo con la seconda parte dello straordinario reportage di Marco Zucchetti dedicato ai whisky che Diageo ha confezionato per celebrare l’ultima stagione di Game of Thrones. Dai che lunedì prossimo finalmente si massacrano…]

Talisker Select reserve, Casa Greyjoy (2019, OB, 45,8%)

L’accoppiamento perfetto: i signori delle Isole di Ferro hanno la loro roccaforte a Pyke. Da lì a Skye, casa di Talisker, il passo è anche letteralmente breve. Tra l’altro i Greyjoy sono pure soldati fieri e piuttosto ribelli, quindi il malto tosto di Talisker si addice loro come il lutto ad Elettra e lo spritz al Fuorisalone di Milano.

La piovra sullo stemma e sulla bottiglia suggerirebbe un whisky marino, “made by the sea”. Invece il primo olfatto è una pancetta affumicata da far venire l’acquolina come a Homer Simpson con le ciambelle. Tizzoni ardenti di un falò, alghe e salamoia per ricordare che comunque ci sono gli scogli in vicinanza. Ma è un mare dolce, anche al naso: frutti rossi (ciliegie), caramello bruciato e una confettura di prugne e arance. Ah, Theon Greyjoy (prima di finire evirato) dice di aver sentito anche una nota di peperone dolce grigliato. Ma non se ne assume la responsabilità eh, che non vuole che qualche altro recensore dissenziente gli tagli altri pezzi… In bocca è ancor più dolce, tra zucchero caramellato e sciroppo. È forse l’unico difetto (per chi lo considera un difetto, per carità) di un palato che sembra creato per piacere. Un po’ meno pepe del solito, un’aria di erbe officinali e un ritorno della carne grigliata (le costine glassate…). Un tocco di cuoio prima di un eccellente e lunghissimo finale di peperoncino, arachidi tostate e sale, ora molto netto.

È un Talisker carichissimo, più pirata che signore ma comunque professionista dell’amore, direbbe Julio Iglesias. Succulento e vibrante, pulp come Euron quando coperto di sangue stermina gente a caso tra le navi in fiamme. 85/100

Oban Bay reserve, Guardiani della Notte, (2019, OB, 43%)

La confezione è la più spettacolare della serie. Nera, con il giuramento dei Guardiani della Notte in rilievo sulla bottiglia. Qui è meglio confessare subito il conflitto di interessi del giudice: la bottiglia nera e i Guardiani gli vanno proprio a genio. Sarà in grado di essere spietato come Jon Snow quando impicca perfino un bambino?

Il naso ha qualcosa di riconoscibile (cioccolato al latte che pare di essere in Svizzera, non fra i ghiacci della Barriera e uvetta, arance candite e datteri). L’aria di mare di Oban si dev’essere congelata, ma viene sostituita da una frutta intensa e cerosa (uva rossa) e da un profilo eccentrico e divisivo. In tanti non hanno apprezzato le note di fieno umido, polvere da sparo e formaggio di capra (no, non siamo impazziti, né abbiamo fame) che emergono col tempo, ma non c’è che dire, il risultato funziona. In bocca non è poderoso, ma è pieno di sfaccettature. Parla molte lingue: quella minerale della grafite e di una torba da scamorza affumicata; quella piacevolmente e rotondamente fruttata fatta di arancia rossa e amarene Fabbri; quella speziata che si gioca fra cacao (i Pan di Stelle!), cannella e Morositas. E quella della frutta secca, con un bel croccante di arachidi salatine. Nel finale – piacevolmente lungo e fruttato – torna il formaggio di capra salato, con un filo di fumo e tante gelee alla mora.

Ora, se si rilegge il tutto viene da pensare a un quadro di Bosch o alla ricetta di un concorrente di Master Chef schizofrenico. Invece no, è un whisky profondo e godibile, carico come il Talisker ma con più coraggio. Con qualche grado in più sarebbe stato immortale, proprio come Jon Snow. 86/100

Lagavulin 9 yo, Casa Lannister (2019, OB, 46%)

Il bicentenario whisky di Islay, principe dei torbati, per la casata più malvagia, potente, spietata e luciferina di Westeros, i Lannister. I quali – parafrasando Beautiful – sono un po’ i Forester della serie tv: un padre spietato e puttaniere, due figli bellissimi che si accoppiano fra di loro perché nessuno gli ha spiegato che non si fa, un altro figlio nano e una sete atavica di potere. Di fatto, senza di loro Game of Thrones sarebbe innocua come Un posto al sole. Il carattere di Lagavulin – con cui condividono lo stemma leonino – ci sta a pennello.

Ohibò, che naso poco convenzionale per un Laga. C’è la torba, ma non è grassa. Molta aria di mare, caramello salato bretone, ma è la dolcezza a fare la voce grossa: pesca, vaniglia, buccia d’arancia e lamponi maturi non si trovano spesso da queste parti. C’è poi un che di erbaceo, tra la menta, foglie di tè e sigaro, che anticipa l’anima più animale del malto, tra wurstel e cuoio. In bocca è salato e grigliato. La torba prende le forme di banana bruciacchiata, tè Lapsang souchong e marshmallows sulla fiamma. L’alcol è bello pimpante, la frutta fa un passo indietro ma rimane presente (mirtilli, albicocca). Caramello, pan di zenzero e mandorle tostate salate chiudono il banchetto. Il finale si fa bruciato, piccante e giocato fra le note pungenti del malto giovane e il caramello.

Come dicevano l’Alto Passero e Andrea Giannone, le massime autorità morali di Approdo del Re e del Milano Whisky Festival: “Mai assaggiato un Lagavulin cattivo”. Anche questo non lo è, e ha anche il pregio di battere vie tutto sommato strambe per la distilleria. Paga dazio alla gioventù, ma sa di potenza e vittoria e non tradisce il dna isolano: la regina Cersei lo sorseggerebbe volentieri mentre vede scuoiare i suoi nemici. Atipico, ma tifiamo tutti per lui, come Tyrion. 86/100

Clynelish Reserve, Casa Tyrrell (2019, OB, 51,2%)

«Crescere forti», dice il motto dei Tyrell. Beh, questo è il malto a più alto grado infatti. Ma non basta a spiegare l’accostamento. Clynelish è malto ceroso, inconfondibilmente legato alle distese di erica delle Highlands nord-orientali proprio come la Casa Tyrell è legata all’Altopiano. Ecco, a dire il vero il vecchio Clynelish si sarebbe meritato una dinastia un po’ più coi controcazzi, eh, ma vuolsi così colà dove si puote, e non dimanderemo più altro.

Dal bicchiere spunta un gran bel naso. Si parte con una folata fresca di verbena, limone candito e mallo di noce. È assai minerale, buccia di lime e brina a sottolineare questa anima leggiadra come le vesti della bella Margaery dai capelli fulvi. Sotto le vesti ci sono le curve: mou, nocciole e frutta tropicale (maracuja), con un accenno delizioso di pasticcino al mandarino. Al palato è caldo – no, non cercate ancora dei doppi sensi con le scene di Margaery ignuda o mi costringerete a raffreddarvi gli spiriti con le immagini della vecchia Olenna -, ancora passion fruit e noci di cocco essiccate in un biscotto al malto e vaniglia. Il pepe dà un guizzo supplementare oltre la dolcezza miele e limone. Interessante la suggestione di semi di sesamo tostati che porta a un finale lungo, di nuovo pepato e che riempie la bocca di mango e spremuta di agrumi.

Non per riempire le recensioni di citazioni, ma chi dice che la gradazione non conta dovrebbe essere marchiato in fronte con la P di pirla. Qui, al netto del malto di qualità di base, il grado più elevato fa da amplificatore del gusto. Come se Margaery vestisse di latex. Ok, forza con le foto dell’ottuagenaria Olenna in pigiama, ce le siamo meritate… 87/100