Puni ‘Vina’ (2018, OB, 43%)

La distilleria italiana Puni ha di recente sfornato due nuovi whisky, entrambi di 5 anni. Il primo, ambiziosamente chiamato Gold, si è giovato di un invecchiamento in barili ex bourbon, mentre il whisky di oggi ha riposato in botti di quercia europea che hanno contenuto Marsala. Ultimamente questa tipologia di affinamento si sta facendo sempre più largo nella mente dei guardiani delle cantine, accanto ad altri vini liquorosi come Porto e Sauternes; e proprio Puni, legando idealmente le estremità italiane, sembra avere un debole per i sentori tipici del vino siciliano, avendo già avuto modo di legarvi il proprio distillato, con risultati invero alterni, con Opus e Alba.

N: la prima nota, spiazzante, ricorda nitidamente la gomma, anzi: una boule dell’acqua calda. Fortunatamente va scomparendo man mano. Una nota evidente di brandy all’arancia (leggi: Grand Marnier), e in generale l’arancia sembra il sentore più evidente (caramella gommosa all’arancia). Ha una punta acetica che ci fa venire in mente l’aceto di more. Zuccherino, astrattamente.

P: attacca molto alcolico (proprio come sapore, non come intensità), poi si apre verso sentori più dolci: innanzitutto ancora aceto di more (e forse di mele), poi tanta albicocca disidratata. Castagnaccio (o biscotti di castagne). Un senso di legno muffito. Strano, molto strano…

F: non lungo, diviso tra castagna e albicocca secca.

Già assaggiando l’Alba avevamo riscontrato una certa acidità, marcata e totalizzante.In generale questo Vina ci pare abbastanza semplice e forse non proprio centratissimo. Ma soprattutto, al di là dell’ingenuità di un distillato che con invecchiamenti più robusti crediamo ci stupirà, registriamo il ripetersi di una nostra idiosincrasia verso le maturazioni piene in marsala. Non prendetela sul personale, il problema è tutto nostro: 72/100. Registriamo in chiusa un elemento solo positivo: come già il Gold, anche questo Vina costa un po’ meno rispetto alle precedenti release (siamo intorno alle 50€), e ci sembra in assoluto un ottimo segnale. PS: vi abbiamo mai raccontato del nostro reportage su Puni scritto per Rivista Studio? No? Eccolo qui.

Sottofondo musicale consigliato: davvero difficile resistere alla tentazione di piazzare una hit certo immortale di Jenny MarsalaFeuer.

 

Puni ‘Gold’ (2018, OB, 43%)

Una delle release più attese di Puni, l’unica distilleria di whisky italiana: il primo 5 anni interamente maturato in barili ex-bourbon. Si tratta anche in questo caso di una miscela di cereali (dunque non single malt) che comprende grano e orzo maltato dalla Germania e segale locale, altoatesina. Per una scheda della distilleria rimandiamo al nostro reportage di un paio d’anni fa, indiscutibilmente il miglior pezzo di giornalismo mai scritto sul whisky italiano – siamo ancora in attesa del Pulitzer, confidiamo che arriverà. Siccome Puni è sempre molto attenta ai dettagli di design, ci piace segnalare la scatola della bottiglia, che nel cartone replica la struttura della bellissima architettura esterna della distilleria.

N: l’apporto del barile è molto chiaro e convincente: abbiamo note di vaniglia, di crema pasticciera, di zucchero a velo. Non disdegna anche un inserto di frutta più marcato, con un poco di banana matura, profumata e aromatica. A tratti vien fuori il sentore del distillato che svela l’età sempre giovane, con note di canditi e di pera. Non complesso ma decisamente piacevole, delicato come nello stile di Puni.

P: l’impatto conferma la delicatezza, che qui forse è fin troppo… delicata. Molto beverino ma anche un po’ deboluccio di corpo. I sentori del naso si confermano qui al palato, anche se in una versione attenuata: e dunque, ancora, un po’ zucchero a velo e di pera, qualche punta di pepe bianco (come peraltro riportato dalle note ufficiali) e una qualche innegabile speziatura. Un sentore nitido di pane.

F: non lungo, non troppo persistente, resta ancora un senso astratto di zucchero a velo e qualche nota erbacea, dal distillato, e ancora di pane.

Senza dubbio l’anima gentile di Puni è in bella evidenza in questo Gold, e in particolare il naso è foriero di non poche soddisfazioni: il palato curiosamente è molto leggero, un poco debole di corpo, ma sostanzialmente coerente con il naso. Se da un lato non possiamo che applaudire a un imbottigliamento ‘per tutti’, che dovrà diventare membro stabile del core range e al ricalibramento dei prezzi (erano sempre stati un po’ alti, secondo noi, ora questa bottiglia viene a casa con circa 50€), dall’altro non sappiamo nascondere una certa delusione proprio per l’eccessiva timidezza di questo whisky: abbiate coraggio, amici di Puni, alzate la gradazione e spingete un po’ di più sull’intensità! Resta un dram più che dignitoso, intendiamoci, solo pare sempre avere il freno a mano tirato: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Forest Swords – Crow.

Gordon & MacPhail presenta ‘Discovery’: Tormore 13, Balblair 12, Miltonduff 10

Gordon & MacPhail, uno dei più importanti imbottigliatori indipendenti scozzesi, ha da poche settimane rilanciato completamente la propria offerta, razionalizzando alcune serie, introducendone nuove e rifacendo completamente il look alle bottiglie. Grazie alla responsabile del mercato italiano Juliette Buchan abbiamo ricevuto un pacchetto con quattro campioni di una serie completamente nuova, Discovery, considerata particolarmente adatta al mercato italiano: si tratta di imbottigliamenti a gradazione ridotta, concepiti come introduttivi alla varietà e alla complessità del mondo dello scotch whisky – la serie è divisa in tre filoni, ciascuno identificato da un colore, che vorrebbero offrire una prima mappa dei principali profili aromatici dello scotch, e dunque Smoky (grigio), Sherry (viola), Bourbon (verde). L’iniziativa è lodevole, e di certo si vede come da più parti si tenda a curare molto la fase di ingresso nel mondo del whisky, creando spesso mappe più semplici e accattivanti rispetto a quelle ‘tradizionali’ sulle zone di produzione, generalmente scegliendo proprio i profili aromatici come chiave di lettura – d’altro canto, questa scelta ci dice che il mercato italiano, nonostante la sua tradizione e la sua cura verso la qualità, è ancora considerato un mercato marginale, da educare, in cui – come da stereotipo, dal Glen Grant 5 anni in giù, o in su – piacciono prodotti giovani, facili, ‘de pronta beva’. Noi ora assaggiamo i tre non torbati, la prossima settimana ci dedicheremo al quarto, che berremo in solitaria.

Tormore 13yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso si presenta pulito e svestito, con uva bianca, fiori freschi, agrumi e canditi (limonata zuccherata), mela gialla. Solo dopo un po’ esce vaniglia e marzapane. Un profilo scattante, fresco, in bilico tra una sobria gioventù e una fruttarella che inizia ad affacciarsi. Il palato conferma il profilo, con una maggiore dolcezza vanigliata e una purea di frutta gialla (pera e mela). Ancora protagonista il cereale, molto floreale in questo caso. Finale erbaceo e pulito. Molto piacevole, onesto: sa di whisky dello Speyside, bene. 84/100

Balblair 12yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso ha una bella impronta grassa e grossa, oleosa e minerale, data in partenza da un distillato di personalità come quello dì Balblair. Crosta di pane folgorante. A fianco, sentori più ingolosenti, di panna cotta, vaniglia, frutta gialla. In bocca smentisce le attese con una nota salina abbastanza inattesa, netta e piacevole; rimane oleoso e minerale, ma rispetto ai pronostici non si adagia su una dolcezza esuberante e preconfezionata (anche se mela e vaniglia ci sono). Il finale resta salato e cerealoso, non lunghissimo per la verità. 84/100

Miltonduff 10yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

L’apporto dello sherry è inconfondibile. Fresco, succoso e avvolgente, non disdegna fughe in avanti verso note speziate e di frutta secca. Abbiamo un naso con torta di mele, del cioccolato al latte, poi una nota nettissima di aceto di more (ha sia note d’aceto che di frutta rossa, anche tanto ribes). Il palato torna con una frutta rossa acidina (ribes, lampone), molto succosa, con del cioccolato al latte. Finale lungo e persistente, speziato, frutta rossa e marmellata. 86/100

Interessante come i due ex-bourbon, Tormore e Balblair, siano molto diversi tra loro: il profilo astratto è il medesimo, whisky facili in bourbon, ma in concreto le differenze delle distillerie emergono con chiarezza, e nessuno dei due risulta essere eccessivamente ruffiano – bourbon sì, ma non esageriamo. Il MIltonduff, per contro, è un esempio perfetto di come un buon barile e un distillato onesto portino ottimi risultati già dopo soli 10 anni. Per ora, serie approvatissima!, anche tenendo conto dei prezzi, che dovrebbero essere intorno alle 55/60€.

Macallan 18 yo ‘sherry oak’ (1985/2003, OB, 43%)

Sarebbe offensivo per la vostra specchiata intelligenza delle cose del whisky premettere a questa recensione una didascalica circonvoluzione retorica che spieghi cosa, come e perché: non prendiamoci in giro, la serie dei Macallan 18 anni in sherry con il millesimo indicato non richiede nulla di tutto ciò. Consultate Whisky Paradise se volete della pornografia di Macallan (e non solo, per la verità) e avete velleità di studiare le variazioni delle etichette: noi qui vi raccontiamo solo di questo diciottenne del 1985.

N: un whisky molto ‘arancione’, in cui le suggestioni ci parlano di una bella brioche calda all’albicocca, marmellata di fragole, mele rosse fresche e miele. Un pizzico di vaniglia, il classico ciambellone al forno e cera d’api – quest’ultima testimonia di una cosa che si sa: che il distillato di Macallan ha le spalle larghe. Pane al latte con uvetta (e uvetta da sola); pasta di mandorle. Lo sentiamo molto caldo, anche se lontano dalle profondità dei mitici 18 anni anni ’60-’70, con generose zaffate di legno di botte, piacevolmente tostato, quasi ‘tabaccoso’, dopo un po’. A ben vedere l’arancia c’è, eccome se c’è.

P: potente, ma anche molto elegante: pare quasi cask strength, a giudicare dal kick e dalla texture. I sentori di frutta rossa (merita una menzione speciale l’uvetta, evidentissima) qui sono decisamente più evidenti; ancora molto maltoso e anche burroso, il che ci rimanda di nuovo all’immagine di una bella torta appena sfornata. Ancora arancia e miele – in definitiva, è molto coerente col naso, anche se certo stupisce per carattere.

F: lungo e persistente, note di burro tostato, arancia e uvetta.

Diciamo fresco ma non troppo, perchè il legno dà profondità, tostatura, sfaccettature: non sarà forse un mostro di complessità, e certo siamo lontani dal mito, dai Macallan storici e supersherried distillati nei decenni precedenti… Ma non ci sentiamo di condannarlo per contrasto con la storia, anzi: ci piace valorizzarne la modernità (ci sono sentori che fanno pensare a quercia americana), la coerenza, la soddisfazione che ti lascia. 89/100, davvero molto buono. I prezzi guardateli voi, che a noi ci scappa da piangere.

Sottofondo musicale consigliato: Guns n’ Roses – Estranged.

Lagavulin Distiller’s Edition (2001/2017, OB, 43%)

Prima di Natale abbiamo assaggiato un buon Talisker Distiller’s Edition: poco dopo, per mero spirito analogico, abbiamo pensato di berci anche il Lagavulin DE del 2017, anch’esso caratterizzato da una extra-maturation in sherry Pedro Ximenez. Lo ricordiamo come il migliore della collezione Diageo Distiller’s Edition…

N: facciamoci prendere dalla suggestione del paragone, rispetto all’omologo Talisker DE bevuto poco prima il profilo cambia – e cambia a livello qualitativo, perché gli ingredienti, in qualche modo, sono simili. Anche qui la marinità è in evidenza, ma in modo ancora più spiccato: iodio e salmastro, alghe, ostriche – tagliente, sferzante. In più, aumenta un senso di torba terrosa, minerale, con un fumo acre ancora molto forte. La vera differenza, se ha senso paragonare distillerie e invecchiamenti diversi, è nella qualità degli aromi ‘dolci’ e zuccherini: troviamo qui liquirizia, uvetta; ciambellone e, più speziato, pan dei morti. Arancia rossa. Molto carico, eppure molto elegante.

P: inizialmente paga un po’ dazio ad una gradazione così ridotta, che ne penalizza l’esplosività – anche se bisogna riconoscere che il corpo ha una sua pienezza, non delude affatto. L’attacco è di mare: alghe e acqua di mare, poi ancora un fumo smoggoso e acre di torba. Poi, arrivano bordate dolci: caffè zuccherato, liquirizia, arancia rossa; caramello. Viene in mente il bacon, il grasso di maiale in cottura sulla brace. Le due anime (isolanità torbata e dolcezza sherried) si mitigano a vicenda, raggiungendo un ottimo equilibrio, non perdendo in intensità.

F: caffè zuccherato, ancora tanta arancia, poi liquirizia. Molto molto bruciato, poi bacon, poi ancora iodio.

87/100. Proprio buono, davvero molto elegante. Se vogliamo dirla tutta, non è lo stile di Lagavulin che preferiamo, ci piacciono di più quelli nudi, quelli con più quota in bourbon, con legni meno attivi – e però è buono, porcaccia la miseria, non possiamo che ripetere il commento che facemmo assaggiandone una vecchia versione: il distillato di Lagavulin non lo azzittisci, manco con il Pedro Ximenez.

Sottofondo musicale consigliato: Tears for Fears – Break it down again.

Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

Mars Maltage Cosmo (2016, OB, 43%)

Shinshu Mars Distillery è una distilleria artigianale fondata nel 1985 dalla famiglia Hombo, storici distillatori nipponici. La distilleria, che in realtà ha riaperto nel 2011 dopo 20 anni di inattività, è situata nella Prefettura di Nagano ed è la più alta in quota di tutto il Giappone, stando a 798 metri sopra il livello del mare. Siccome le cose facili agli Hombo non piacciono, si sono messi in testa di produrre solo 25 mila litri di distillato puro all’anno. Per giunta questo Mars Maltage Cosmo, blend presentato nel 2015, è composto da single malt invecchiati in Scozia e finiti a Shinshu. Strano, vero? Sì, anche se in realtà i ben informati ci dicono che la pratica di acquistare whisky scozzese per poi invecchiarlo in Giappone si sta rapidamente espandendo a causa dell’endemica mancanza di offerta che affligge le distillerie del Sol Levante. Un bene, un male? Mah, noi non giudichiamo. Noi beviamo.

N: il primo impatto spiazza un poco: si sente molto la (presumibile) gioventù del distillato, con un portato di aromi che indirizza chiaramente: note evidentissime di lieviti, un qualcosa che ci ricorda l’acqua che rimane dopo aver ravvivato il fungo secco; poi pera candita, pera non candita, agrumi canditi. Resiste in superficie anche una nota strana, leggermente metallica, diremmo di rame. Il tutto è però contornato da un misto di frutta cotta (mele pere prugne) e da un tocco di legno, diremmo di sandalo.

P: ripropone subito le stesse note dei canditi e dei lieviti selvaggi che avevamo trovato al naso – note che però, a dire il vero, sono ammansite grazie a delle inattese note cremose: panna cotta, panna e fragole (una follia: il chupa-chups panna e fragola!), il tutto sempre a braccetto con la frutta cotta del naso. E se ci riconoscessimo un filino di fumino di torbina, ci prendereste per pazzi? Di certo un palato un po’ spiazzante…

F: …e un finale forse ancor più spiazzante: forse la parte migliore, quella in cui meglio sa nascondere le imperfezioni che dipendono dalla gioventù. Sicuramente frutta secca, ancora panna cotta, frutta cotta.

In questo Cosmo noi abbiamo trovato un firmamento di stelle davvero spiazzante. Da una parte c’è una gioventù franca, a tratti anche troppo; dall’altra parte non si può dire che manchi di personalità e anche di una certa complessità. Forse non l’abbiamo capito fino in fondo e non lo premieremo più di tanto, ma un assaggio è caldamente consigliato per allargare i propri orizzonti: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bruno Mars – When I was your man

Macallan-Glenlivet 25 yo (1950/1975, Gordon&MacPhail, 43%)

Ci stiamo lentamente avvicinando al Milano Whisky Festival: come sempre, accanto ai banchetti degli importatori e distributori, degli imbottigliatori e degli appassionati, c’è uno stand che proprio non si può perdere di vista: quello di Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, due tra i maggiori collezionisti al mondo. Per darvi un’idea delle bottiglie che si possono trovare, oggi vi presentiamo uno dei campioni che ci siamo portati a casa l’anno scorso… Un Macallan 25 anni di Gordon & MacPhail, distillato nel 1950 e imbottigliato nel 1975, importato in Italia da Pinerolo. Serve dire altro?

N: chapeau, e dovremmo chiudere qui il naso. Siamo accolti da quella coltre di polverosa umidità che solo nei distillati così attempati sappiamo riscontrare: dunque una straordinaria cera, la cera d’api, un vecchio cassetto di legno… C’è una nota di ‘chiesa’, peculiarissima, davvero setosa. Vecchi mobili in legno: c’è proprio profumo di legno vecchio in cantina, forse perfino con una lieve nota di resina. Se dovessimo attribuirgli un colore, sarebbe un arancione intensissimo: ha note di albicocca disidratata, di una brioche gonfia di marmellata di frutti di bosco, fragole, molta arancia (che col tempo diventa sempre più buccia d’arancia), chips di mele. E perché non fichi secchi? E perché non un miele millefiori?

P: forse ha lasciato qualcosina in intensità a quei quarant’anni di invecchiamento in bottiglia; ripropone comunque in maniera più che persuasiva quel binomio del naso tra note setose e ‘antiche’ e rimandi a una grande frutta matura. Partiamo da quest’ultima dimensione: miele senz’altro, ancora molta arancia (marmellata e scorzetta), mele rosse, confettura di albicocca. D’altra parte, ecco tornare un legno impolverato, quello splendido senso di umidità, di cera. Se dicessimo di sentirci una leggera nota sapida, anzi proprio salata, ci prendereste per matti?

F: un leggero fumino, un che di tostato (o, chissà, proprio di torbato: è un fumino acre…) perdura un senso ancora di legno, malto, miele, frutta gialla, perfino qualcosa di più ‘grasso’, tipo toffee.

Assaggiare certe chicche di un tempo in cui non eravamo neppure nati vuol dire confrontarsi con la leggenda, con il mito, con bottiglie che in asta vanno ben oltre le mille euro… Questo Macallan non fa eccezione, e il naso è un’esperienza assolutamente unica: certo rimane la sensazione che gli oltre quarant’anni in vetro abbiano sottratto un po’ di gradazione e di intensità, soprattutto al palato. A un naso da (molto) oltre 90 punti, dunque, segue un palato meno straordinario, e ci fermeremo per questo a un deferente 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yes – Starship Troopers.

Puni Nova #02 vs Puni Nova #03 (2016 e 2017, OB, 43%)

Nova è uno dei due imbottigliamenti ‘base’ di Puni, distilleria altoatesina di cui non sappiamo stancarci di lodare il lavoro. Grazie alla consueta gentilezza dello staff, e di Julia in particolare, abbiamo ricevuto campioni del Batch #02, edizione 2016, e del batch #03, uscito nel corso dell’estate 2017. Trattasi di un (anzi, due) tre anni: miscele di quercia europea ed americana. Facciamo per comodità una sola recensione in confronto, come già provato per le due versioni di Puni Nero, ma, d’altro canto, reason is in comparison.

N: pur avendo la medesima età dichiarata, il batch #02 si presenta subito leggermente più ricco di sentori di lieviti, canditi, mash tun, e con una componente alcolica più leggermente avvertibile. Volendo riassumere in una figura unica, la differenza (se pure, attenzione!, di sfumature si tratta) è quella che passa tra una pera matura e una pera acerba… Per il resto, i punti comuni sono tanti: la morbida vaniglia, la buccia di banana verde, una mandorla fresca, olii essenziali di limone; un leggero pan di Spagna. Col tempo e l’ossigeno, in entrambi cresce la vaniglia, quasi la crema pasticcera.

P: come già accaduto per il batch #001, il batch #02 esibisce in pieno un’austerità singolare (pane, cereale, erba fresca), giocando le sue carte su un nonsoché di secco e amarognolo che sorprende; il batch #03, tuttavia, come già al naso ci appare leggermente più equilibrato e forse più di nostro gusto, risultando maggiormente equilibrato. Aumenta infatti una certa consistenza cremosa e fruttata: frutta gialla, forse financo banana. Volendo riassumerli entrambi, comunque vaniglia, cereali e pera, lieviti e (semino di) limone; la buccia di mandorla, amara.

F: per entrambi il finale è componente pregevole, con una bocca che resta pulita, intensi sentori di frutta secca oleosa (mandorla, noce) e l’evidenza dell’apporto del bourbon.

Veniamo alle considerazioni finali. Innanzitutto, chiariamo che la consistenza è notevole, le differenze (necessarie quando si imposta un imbottigliamento in batch) sono davvero minime, sfumature, e il profilo è effettivamente molto molto simile. A voler dire la nostra, comunque, 02 si prende 80/100, 03 si prende 81/100, ci sembra più cremoso, più ‘maturo’, anche se proprio di poco.

Sottofondo musicale consigliato: Angel Canales – Dos Gardenias.

Great King St. ‘Artist’s Blend’ (2016, Compass Box, 43%)

Schermata 2017-07-31 alle 11.54.52Il blender più cool del mondo dello scotch, quella realtà che sta costringendo l’industria a ridefinire i propri confini e le proprie regole, o per lo meno sta spingendo tanti players sulla strada della trasparenza: Compass Box, ancora tu! Oggi assaggiamo una delle edizioni base, ovvero il Great King Street ‘Artist’s Blend’: come di consueto la ricetta è dichiarata, e la trovate nell’immagine qui a fianco. C’è tanto grain, qui, dato che un 46% è Cameronbridge: e ci sono anche componenti bizzarre, dato che il 17% della miscela è a sua volta una miscela di Teaninich, Clynelish e Dailuaine finita per due anni in quercia francese. Ma insomma, lasciamo perdere la teoria, passiamo alla pratica…

blend_gre1N: apertissimo e di grande morbidezza, è tutto improntato a una dolcezza immediata, facile. Pasticcino alla frutta, miele e fiori freschi sono le prime suggestioni che ci colgono: c’è un bel pizzico di vaniglia, un vago senso di frutta gialla indistinta, ma sono soprattutto due descrittori a farla da padrone – la pera, onnipresente e pervasiva, e un cereale caldo, proprio la spiga di grano!

P: semplice, certo, ma piuttosto intenso e sorprendentemente cremoso. Questa cremosità si materializza ancora sotto forma di purea di pera, pasticcino alla crema (pastafrolla a go go, vaniglia), cioccolato bianco. Un che di zucchero filato. C’è anche una sfumatura vegetale, erbosa o erbacea: note di fogliame, tiè.

F: non lunghissimo, tutto su una piacevole pastafrolla burrosa.

Semplice, certo, ma buono, senza quei grossi difetti che spesso prodotti di questa fascia presentano. È un blend senza età dichiarata, giovane, in cui la gioventù non è troppo ‘aspra’ ed evidente; la composizione è elaborata e complessa ma non risulta troppo artefatto nel bicchiere (è dolce, non dolciastro) e in definitiva rimane equilibrato nella sua semplicità: 84/100. Come al solito, ottimo lavoro.

Sottofondo musicale consigliato: Calvin Harris feat. Pharrel, Katy Perry – Feels.