Benromach ‘Chateau Cissac’ 2009 (2017, OB, 45%)

Compare del Triple Distilled nel mondo delle nuove uscite di Benromach è il terzo esemplare della serie “Wood Finish”: dopo un finish in Sassicaia (che abbiamo recensito qui) ed uno in Hermitage, ecco tornare in pista per 25 mesi d’affinamento il barile di Chateau Cissac – stimato e celebrato vino rosso francese, della zona di Bordeaux, a dominante Cabernet Sauvignon. Non è una novità la nostra diffidenza verso i finish in vino rosso, oltretutto per i torbati; né d’altro canto è novità la nostra stima per Benromach, dunque via, avanti!

chateau 2017 heroN: ehi cosa abbiamo qua? Sulle prime è contundente e balsamico, funghi, formaggi stagionati (?!). C’è un lato medicinale della torba, tipo colluttorio. Davvero strano, avrete intuito. Poi prende aria e si apre un po’ la frutta rossa (mirtilli), con un impatto vinoso che non lascia indifferenti. Longrow, anyone? Prugne secche e caramelle alla frutta. Scorza di arancia che ci ricorda giusto giusto quel quid minerale che in Benromach non manca mai. E la vaniglia arriva pian pianino…

P: saporito e molto vinoso, quasi pastoso. La vaniglia delle botti ex-bourbon first-fill (circa sei anni prima del passaggio in vino), nascosta al naso, si propone qui con grande convinzione.  E l’impressione è che la magia torba+vino+vaniglia sia riuscita solo a metà. Da dove viene questa leggera off-note di polvere da sparo? Rimane medicinale, con tanta torba minerale. Crostata di mirtilli e prugne cotte.

F: rimane astringente, robustamente torbato e con stecchette di vaniglia e miele.

Dobbiamo chiudere confermando entrambi i nostri pregiudizi iniziali: l’anima di Benromach è evidente, imperturbabile di fronte alle ‘offese’ del vino; e per contro queste offese sono molto nette, e certo potranno soddisfare appieno solamente i veri appassionati dell’abbinamento torbato e barile di vino rosso. Noi non possiamo dirci sconfinferati, ma neppure insoddisfatti, dato che comunque questo ci ha convinto più del finish in Sassicaia: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The contortionist – Clairvoyant.

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Nikka ‘Coffey Malt Whisky’ (2014, OB, 45%)

La distillazione continua non è usata per produrre il whisky di malto (per cui è prassi la distillazione discontinua con i pot still di rame), mentre è comune per i grain whisky: l’uso dei distillatori a colonna permette di non interrompere mai il processo, facendo in modo che i composti più pesanti ‘ricadano’ e vengano sottoposti ad una seconda distillazione, e via così, senza pause. Come si diceva, così si fa il grain whisky: i giapponesi, che sono un popolo amante della tradizione ma anche dell’originalità più bislacca, hanno deciso di provare a produrre in distillatori a colonna (coffey still) anche del malt whisky, e nel 2014 la Nikka ha lanciato questo imbottigliamento, affiancando il già esistente Nikka Coffey Grain; i coffey stills sono nella distilleria Miyagikyo, e possiamo ipotizzare che, per quanto la cosa non sia esplicita, questo malto provenga proprio da lì. L’abbiamo assaggiato (solo per voi eh!) ed ecco le impressioni.

nikka-coffey-malt-whiskyN: si sente un pizzico di alcol. Abbastanza aperto, mette in evidenza soprattutto note cremose di burro, toffee, caramello e zuppa inglese. La suggestione dello zucchero a velo ci porta poi dritti dritti verso una bella torta di mele aapena sfornata. Insomma uno spettacolo vietato ai diabetici! Sul fruttato si diceva dello strapotere di mele cotte, ma c’è anche uvetta e pere, tutto bello cotto, come ce le facevano da piccoli quando si era malati. Un filo di cannella, a rappresentare il legno di botte, e una follia finale: tè verde aromatizzato agli agrumi.

P: pur con una nota alcolica in ingresso è molto gradevole e ribadisce le suggestioni cremose del naso (toffee e proprio burro fresco). Poi però arriva la sorpresa di una frutta che sale in cattedra con ancora tante mele e uvetta, ma anche albicocca e una frutta rossa ancora acerba. Diciamo che è più ricco rispetto al naso e inoltre qui esplode in pieno una dimensione speziata/legnosa persino amara che contrasta con la dolcezza. Tè e cannella).

F: di media durata, ancora giocato sulla fusione di legno e frutta gialla.

Naso gradevole, senza picchi; il legno speziato dopo un po’ caratterizza e forse alla lunga appesantisce un palato altrimenti bello beverino. Molto giapponese nello stile, molto easy: 83/100. Al prossimo Milano Whisky Festival ci sarà il sommo Salvatore Mannino, allo stand della Nikka: non perdetevi la sua saggezza e la sua delicata gentilezza, mi raccomando (non è un consiglio, è un ordine).

Sottofondo musicale consigliato: Lower Dens – Sucker’s Shangri-La.

Macallan 1989 (2003, Samaroli, cask #8274, 45%)

Questa per noi sarà la settimana di Macallan. Assaggeremo tre espressioni di età non così distanti, imbottigliate da selezionatori indipendenti; tutti e tre invecchiati in botti ex-sherry. Si inizia con Samaroli: eccoci alle prese con un single cask (sherry puncheon #8274) distillato nel 1989 e messo in bottiglia quattordici anni dopo. Il colore è paglierino, strano! Sarà sherry fino?

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N: molto delicato e aromatico, anche se di certo non ci sono quegli aromi che sei portato ad attenderti da un Macallan in sherry. Molto pulito, senza deviazioni profonde verso la frutta rossa (veramente molto tenue, appena allusa) o spigoli speziati. Domina incontrastata la frutta fresca mele e pere, una maltosità frizzante ancora molto imberbe; delicatamente profumato, floreale. Zenzero candito. Mela mela mela. Olio di mandorle.

P: molto approciabile, zero alcol. Rispetto al naso si fa più autorevole, mettendo in evidenza una maltosità più calda e biscottosa e note lituorose più profonde (risalita di frutti rossi, fragola dolce). Si confermano mele alla grande, ma più ‘grevi’: mele cotte, caramellate, con cioccolato. Pasta di mandorle e una nota di caffè particolarissima. Cambia non poco rispetto al naso.

F: tarte tatin e caramello. Lungo. Ancora malto, ancora un pelo di caffè.

Un whisky inaspettato: molto particolare, come detto più volte non corrisponde a quel che ci si attende da un Macallan ex-sherry, e proprio per questo è esperienza assai istruttiva. Complice la riconoscibilità di uno stile Samaroli (sobrietà complessiva), sorprende sì, ma in positivo. 85/100 è il nostro giudizio. Grazie a Giulio per il sample.
Sottofondo musicale consigliato: Filippo Tirincanti – She smiles.

Samaroli ‘No Age’ (cuvée 2011, 45%)

Non c’è bisogno di presentare Samaroli, vero? Val forse la pena, però, di spendere due parole per l’imbottigliamento che assaggiamo oggi, ovvero il No Age, edizione 2011: si tratta di un vatting di diverse botti di distillerie differenti (ovviamente) di età variabile tra i 10 e i 40 anni, assemblate per ritrovare sapori unici e particolari, in aperta opposizione alla più volte denunciata standardizzazione dei prodotti. Questa è la grande scommessa del Samaroli degli ultimi anni: e siccome (ce lo insegna la storia) Samaroli si rivela sempre essere più avanti degli altri, probabilmente anche in questo caso ci ha azzeccato… Basti pensare ad un progetto simile di grande fortuna, anche commerciale, come la Compass Box di John Glazer. Ad ogni modo, noi, formati alla scuola della filosofia del linguaggio novecentesca, sappiamo che le parole sono approssimazioni inesatte, e dunque non fidandoci del mezzo linguistico preferiamo mettere il naso sul bicchiere e il whisky nello stomaco, e poi valutiamo. Il colore, intanto, è ambrato.

31927N: grande compattezza, che ti investe poco a poco: bisogna avere pazienza, lasciarsi suggestionare con calma e rispetto. Patina torbosa, quasi vegetale, sentori umidi, di ‘stireria’, e una punta di cera d’api: queste note ‘sporche’, ormai lo sapete, a noi fanno impazzire. La suddetta patina si poggia su una ‘dolcezza’ pronunciata ma elegante, che ricorda melassa, carruba, chinotto, tarte tatin; tè al bergamotto. Fondi di cappuccino zuccherato, una punta di rabarbaro, liquirizia. Frutta in compote, sorpattutto rossa (fragola e mela, perfino mirtillo). Che bellezza.

P: si affaccia gentile sul palato, passa quasi inosservato, ma man mano che la bocca si lascia avvolgere dimostra una grandissima personalità. Anche qui prevalgono le note più ‘da whisky vecchio’: favolose note ‘umide’, di cera d’api, di rabarbaro, zucchero bruciato. Tutto ciò contribuisce a una sensazione di poca dolcezza, senza però scadere nell’amaro vero e proprio: un sapore sospeso, in splendido equilibrio. Frutta cotta (mele e prugne); anche marmellata di fragola. Liquirizia e caffè.

F: medio-lungo ma molto intenso, replica il palato con grande coerenza, in un fade graduato e piacevolissimo, di grande eleganza.

Che dire? Una splendida certezza. Samaroli ci convince appieno con questo imbottigliamento, che nasconde dietro di sé tutti i misteri dell’arte del blending. Alcune caratteristiche di questo No Age sono tipiche di whisky molto invecchiati, ma riscontriamo anche segnali di distillati giovani, magari assuefatti a botti molto aggressive: insomma, i legni si sentono (qualcuno direbbe, storcendo il nasino, che è un whisky costruito: e in effetti sì, è proprio il senso dell’operazione, quindi rimettete pure dritto quel nasino), ma la cosa non ci disturba affatto, anzi! Stupisce poi l’assenza di fiammate di sapore, ma una pacata compostezza, piena però di intensità. Basta parole, largo ai numeri: 91/100, a presto.

Sottofondo musicale consigliato: Herbert von Karajan dirige la Filarmonica di Berlino nella Sinfonia n.3 di Brahms, op.90 – III. Poco allegretto. Sì, ce la meniamo.

Longmorn 15 yo (2006, OB, 45%)

Questo 15 anni è sempre stato l’unico imbottigliamento ufficiale di Longmorn, anche dopo l’acquisizione della distilleria da parte di Pernod Ricard nel 2001. Nel 2007 però è arrivato il pensionamento, il suo posto è stato preso da un 16 anni ridotto a 48% e alcuni appassionati non l’hanno presa granchè bene, giudicando il precedente imbottigliamento di maggiore qualità. Al di là della naturale nostalgia del passato sempre pronta a confondere i sensi e distorcere i giudizi, un dato oggettivo da considerare per un possibile cambio di personalità di Longmorn è la fine, nel 1994, della distillazione a fuoco diretto; il che significa che presumibilmente quasi tutto il distillato della nuova versione è stato prodotto tramite il riscaldamento a vapore.

longmorn-15yoN: un classico whisky ricco, tutto da godere grazie a generose note fruttate (frutta rossa, pesche sciroppate, uvetta) e a un malto cerealoso che riesce a emergere con personalità. Una punta agrumata ammicca, con una bella acidità che si guadagna spazio. Rotondo e a tratti cremoso, vaniglioso e mieloso.

P: in attacco rimane molto ‘sul pezzo’, di buona intensità. Tutto sommato semplice e orientato verso un misto di frutta rossa un po’ indistinta, nocciola e suggestioni di brioches fragranti. In definitiva è abbastanza coerente col naso, che però pareva più variegato. A suo modo risulta raffinato: non dolcissimo, equilibrato ma senza strapparsi i capelli.

F: nocciola, poi nocciola e ancora una bella nocciola. Maltosissimo e gradevole.

Appena possibile ci procureremo un sample del nuovo re solitario del core range Longmorn e confronteremo con molta curiosità. Per ora però non possiamo non condividere lo sconcerto di un bevitore abituale di questo buon 15 anni, che tra l’altro all’epoca veniva acquistato con un altrettanto buon rapporto qualità/prezzo, nel vederlo scomparire dagli scaffali dei punti vendita. Perché, perché, perché? Perché i tempi cambiano e chi ha avuto, ha avuto…noi diamo 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rosemary ClooneySway

Benriach 12 yo sherry wood (2009, OB, 46%)

Questa distilleria nei pressi di Elgin sta vivendo un momento di grande spolvero, dopo essere passata nel 2004 da Chivas alla gestione di Billy Walker e dei suoi volenterosi soci. Ad oggi il core range è molto ampio e non manca proprio nulla, come testimonia il recente lancio di due imbottigliamenti torbati (Curiositas e Authenticus) e di una serie di single cask OB. Noi assaggiamo un’espressione di fascia bassa del core range (si trova attorno ai 35 euro), uscita nel 2009 e frutto dell’invecchiamento per 12 anni di distillato Benriach in botti di sherry Oloroso e Pedro Ximenez.

BenRiach_12YO_SherryWoodFinishN: un perfetto esempio di modernità: si mostra con un malto tutto sommato giovane e ingenuo e un deciso apporto dei due legni di sherry. Costruito bene, ma senza grande profondità: da subito è apertissimo e regala forti sentori di frutta rossa succosa (fragola), uvetta, cioccolato. Poi legna fresca, in un contesto sì ‘sherried’ ma di assoluta freschezza e semplicità: una nota gradevole di fico d’India e d’arancia.

P: coerentissimo col naso, anche per quanto riguarda la sensazione generale, cioè di un whisky vestito a festa ma con qualche particolare  fuori posto: il corpo è molto acquoso e i sapori (tra frutta rossa e cioccolato/caffè, una spruzzatina d’arancia), pur risultando ricchi ed esplosivi, paiono come appostati in superficie. Il malto resta nascosto, anche perché verso il finale una coltre di legna fresca si prende la scena con un’intensità niente male, ma senza grosse variazioni.

F: e appunto anche qui legno e uvetta, con ancora una punta di malto acerbo.

Non vorremmo essere inclementi, anche perché il rapporto qualità/prezzo rimane più che soddisfacente, ma questo Benriach ci pare come un’energica pennellata di sherry su un distillato ancora troppo fresco (per quanto 12 anni non siano poi bruscoletti). Andando per metafore, si potrebbe dire che siamo di fronte a un bell’anello di bigiotteria, ben congegnato e luciccante, ma pur sempre lontano parente dei suoi omologhi da gioielleria. In altri termini, per una bevuta e via: 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicius de Moraes, Maria Creuza Y ToquinhoSamba em preludio

Glen Moray 1992/2009 (Samaroli ‘Glen Cawdor’, 45%)

Abbiamo ancora nel naso il profumo di quell’ottimo Mortlach selezionato da Samaroli… Assaggiamo allora un altro imbottigliamento del medesimo storico marchio italiano: dalla serie Glen Cawdor (lodevolissima scelta: bottiglie da 50cl, per contenere i costi: lo fa anche il tedesco Malts of Scotland, chissà che non seguano altri…) ecco un Glen Moray di 17 anni e messo in vetro alla gradazione ridotta di 45%, comme d’habitude per Samaroli.

glen-moray-samaroliN: al primo affondo, l’alcol è pungente e il profilo aromatico sembra molto delicato. Trasmette un senso di fresca gioventù: note di malto, di fieno, di legno, di fiori freschi, di susine acerbe… Esce però anche un lato più ‘adulto’ e zuccherino, con belle note fruttate di pere, mele rosse e con crescenti suggestioni di miele (solo dopo un po’, un accenno di vaniglia). Leggeta nota di liquore agli agrumi (mandarino, ci pare).

P: bel corpo, buona presenza in bocca. Il sapore è molto uniforme, ma piuttosto intenso: un bel malto pulito, mieloso e agrumato, ‘sporcato’ solo da una tenue nota amarognola di erba e legno (frutta secca delicata). Beverino assai, con anche una spruzzata di mandarino e un pizzicore piccantino, ma un pelo troppo alcolico, vista la delicatezza del tutto; e semplice, certo.

F: asciutto e vegetale, vira presto su un malto amaro, erbaceo e sulla frutta secca. Ancora pepatino.

Il naso è molto godibile, non un mostro di complessità ma piacevole e promettente: gli ammiccamenti cedono però al palato e al finale, rivelando un whisky francamente un po’ troppo ‘normale’. Altre bottiglie della selezione Samaroli di questi anni hanno caratteristiche simili, probabilmente siamo noi che non sappiamo sintonizzarci su quello che in fondo è uno stile, una scelta precisa: nel merito, però, non sappiamo salire sopra a 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: SiaChandelier

Mortlach 1988 (2006, Samaroli ‘Coilltean’, 45%)

Alcuni amici, freschi reduci da un viaggio scozzese, ci raccontavano di come i lavori di ampliamento e ammodernamento di Mortlach, storica distilleria di Dufftown, procedano a pieno regime: con tanto di vecchietti affianco alle transenne che considerano amaramente e ad alta voce quanto gli operatori del settore edilizio non siano più efficienti come un tempo. Illuminati da tale visione, decidiamo anche noi di rimpiangere il passato, e alla disperata ricerca di un approdo sicuro riscopriamo nel nostro armadietto un sample di Mortlach selezionato da Silvano Samaroli: si tratta di una botte ex-sherry fino, che per diciotto anni (1988/2006) avrà provato ad incidere su un distillato tipicamente scontroso. Il colore è dorato chiaro.

glenburgie-speyside-sherry-wood-1988N: c’è una nota peculiarissima di Mortlach, con il suo distillato bello sporco: non nell’accezione di brodo di carne, ma in questo caso, forse, l’interazione con lo sherry fino porta aromi sulfurei, di polvere da sparo, rame, quasi smog (non è affumicato, eh). Insomma, se fosse tutto qui sarebbe un inferno: invece, col passare dei minuti la nebbia si dirada e c’è un cambio di rotta deciso. C’è una gradevole nota liquorosa, di vino Passito, che poi evolve in clamorose suggestioni di confettura di fragola, di mandarini dolci… Perfino una suggestione a metà tra il floreale e il sapone (come suggeriscono le note ufficiali, ma è interpretazione dissimile di una stessa nota). Poteva sembrare normale, ma non lo è: molto complesso e cangiante (c’è anche uno po’ di toffee, ma anche un che di zenzero, quasi di Schweppes).

P: pare davvero coerente col naso, ne replica perfettamente le varie fasi: attacca sul ferroso sulfureo di Mortlach, si apre a confetture varie, con una dolcezza ben evidente, ma questa volta più imperniata sull’agrume. Arancia dolce, mandarino. Biscotti ai cereali. Davvero coerente, proprio buono. Ancora una nota di Passito, meno intensa.

F: lungo, intenso e avvolgente. Un che di sulfureo, poi un tripudio dolce, tra frutta secca, agrumi, con una punta minerale a tenere tutto assieme.

Esperimento perfettamente riuscito. Questo Mortlach è infatti molto levigato, l’alcol è docile, ma non per questo il dram è privo di intensità, anzi! Il suo maggior pregio è proprio il bilanciamento perfetto tra tutte le diverse componenti: 89/100, con complimenti a Silvano Samaroli per la selezione, è il nostro voto, ed il leggere le note e le valutazione di Serge ci ricorda di come la soggettività e il gusto personale abbiano un ruolo chiave nel teatrino della degustazione.

Sottofondo musicale consigliato: Vanessa de Mata & Ben Harper – Boa sorte.

Clynelish 1995 (2010, Samaroli ‘Glen Cawdor’, 45%)

Mancano oramai due settimane al Milano Whisky Festival e leggendo l’elenco degli espositori spicca tra le novità più importanti e gradite la presenza dell’imbottigliatore indipendente Samaroli. Per festeggiare i 45 anni di attività di Silvano, Antonio Bleve terrà tra l’altro una masterclass di alto livello; noi non potremo esserci e cerchiamo oggi conforto nei rassicuranti oblii generati dai fumi dell’alcol, più precisamente quelli di un Clynelish della serie Glen Cawdor, la linea di malti Samaroli imbottigliati in graziose bottiglie da 50 centilitri.

28756N: l’alcol si fa sentire un poco, ma siamo nel bel mezzo del mondo Samaroli: dram gentile, molto ‘naked’, vicino al distillato puro (frutta candita, grapposo, vino bianco, lieviti, malto e sentori erbacei). NItida poi una nota di mela verde. La botte di bourbon è assai discreta, con yogurt alla banana, susine gialle. Di cera, caratteristica distintiva della distilleria, non ce n’è tantissima, mentre forti sono le suggestioni minerali. Leggermente torbato.

P: anche al palato è uno splendido Clynelish nudo. C’è tutta la frutta gialla del naso ma molto in disparte. Il palcoscenico se lo prende il distillato- vino bianco e canditi- con un ingresso in bocca molto intenso. Ancora grandi note minerali, sapide e torbate, queste ultime in aumento rispetto al naso. Una suggestione di cera persiste, mentre il grande sconfitto è il legno. Infine, cioccolato amaro. Al di là dei sapori che abbiamo colto, va detto che l’intensità e la qualità complessiva dell’esperienza gustativa sono su livelli eccellenti.

F: poco dolce ed erbaceo. Cioccolato amaro. Ancora molto fedele al distillato; pulito e di media durata.

Ci siamo abituati ad apprezzare l’eleganza e la gentilezza degli imbottigliamenti di Samaroli, spesso contraddistinti da una riduzione dell’alcol in fase d’imbottigliamento a 45 gradi e dalla scelta di single cask non troppo attivi. In questo Clynelish di medio invecchiamento però questa caratteristica è associata- lo ripetiamo- a una pienezza e incisività sia all’olfatto che al palato che francamente ci hanno sorpreso. Insomma, se lo trovate al Festival, assaggiatelo e se non vi piace lamentatevi pure con noi! Intanto, da grigi burocrati del Single Malt, quantifichiamo in 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: non vi piace la musica brasiliana che inseriamo di tanto in tanto. Beccatevi Bruno LauziLa tartaruga

Glen Grant 1970 (2001, Samaroli, cask #1043, 45%)

Se siete delle persone per bene sapete che – a dispetto della percezione comune – Glen Grant è un malto che sa sedurre gli esperti; e, soprattutto, i Glen Grant di prima del primo aumento degli alambicchi (vale a dire, prima del 1973) sono particolarmente ambiti dai più esigenti connaisseurs del globo terracqueo. Siccome noi ce la meniamo un sacco, assaggiamo oggi un single cask (ex-sherry Oloroso) del 1970, di proprietà di Antonio Bleve, invecchiato per trentuno anni prima che Samaroli (o chi per lui) decidesse che sì, era arrivato il momento giusto per finire in bottiglia. Il colore è ramato scuro.

Schermata 2013-08-27 alle 16.44.06N: bello aperto e profondo, offre subito una sensazione di grande complessità. Ci stupisce una lieve nota ‘carnosa’/sulfurea ben integrata, però, con una trafila di dolcezze: mon cheri, frutta rossa sotto spirito, albicocche moooolto mature, cola, tamarindo in gran quantità. Resta un profilo ‘sporco’, di certo non dolciastro, con note di cuoio, vecchie scatole di legno, olive nere. Anche cannella e rabarbaro, a tratti. Di grande intensità, delicato e multiforme. Richiami di arancia candita e zucchero di canna. Cioccolato fuso; zucchero bruciato. Buonissimo.

P: un attacco sussurrato, con netta prevalenza di frutti rossi, in un contesto apparentemente ‘rarefatto’. Note ancora di tamarindo, di chinotto; particolare, decisamente, anche se è delicato, con escursioni tropicali; mix di frutta secca, avete presente? Cannella, liquirizia. Note erbacee, che donano vivacità: eucalipto. Cioccolato amaro (fave di cacao, meglio) e legno, verso il finale si fa leggermente allappante, con anche tracce, mai eccessive, di propoli e rabarbaro…

F: ciliegia e legno. Molto asciutto, ma lungo e persistente. Cannella, liquirizia, ancora chinotto.

Che maestro, questo Glen Grant… Messo in bottiglia all’ultimo momento utile, secondo noi (la sensazione è che le note erbacee/di propoli siano lì lì per prendersi tutto il palato, ma ancora un avamposto fruttato resiste), questo single cask ci affascina, ci offre in un bicchiere quel mondo perduto di ‘vecchi sherry’ di cui tanto sentiamo parlare i nostri amici vecc… ehm, esperti. Complimenti a Bleve e Samaroli, dunque, per la seleziona di una botte davvero di qualità molto alta. Costa quasi 500 euro, v’avvertiamo, siamo in piena zona luxury premium top dassògno etc.; ma ignorando questo dettaglio (e ricordando anzi che questa bottiglia era in degustazione gratuita per gli amici del forum lo scorso aprile…!) non possiamo dare meno di 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: John GrantGlacier.