Yoichi NAS (2018, OB, 45%)

Yoichi è una delle distillerie più antiche (1934) del Giappone e sicuramente tra quelle che più hanno contribuito ad alimentare l’interesse attorno ai whisky del Sol Levante. A un bel momento succede però che la casa madre Nikka rimanga coi magazzini mezzi vuoti e decida di rimediare demolendo il core range della distilleria e rilanciando con un più pratico whisky senza età dichiarata. Noi non ci scandalizziamo di certo, anche perché abbiamo appena bevuto un altro NAS in edizione limitata di Yoichi, e non era niente male. Assaggiamo dunque, e scordammoce o’ passato, come si dice.

nikka-yoichi-nasN: non nascondiamoci, la gioventù del distillato si sente, netta, con note di cereale, quel senso di ‘acidità’ da lieviti, un po’ di canditi… Ma non appare un difetto in questo contesto, perché tutto è molto piacevole: il cereale domina la scena, con briosche, biscotti al malto, un poco di miele e un mero cenno di cera. Poi si sente “quella cosa lì” che ci fa impazzire di whisky scozzesi come Springbank e Highland Park: quella torba lieve, molto marina, che non sembra fumo ma sembra terra bagnata, al massimo un qualcosa come il cerino spento. Molto piacevole.

P: piuttosto coerente, però qui la componente torbata e marina si prende ancora più spazio: la dolcezza resta quasi in disparte, ancora di gioventù e di cereali (crosta di pane, canditi, una spruzzata di miele). Il resto è mare, salamoia, oliva nera, con una venatura torbata, qui più fumosina che non al naso, davvero gradevole. Semplice ma complesso, se ci intendiamo – e se non ci intendiamo, beh, assaggiatevelo da soli!

F: di media durata, persistente, con un biscotto digestive pucciato in acqua di mare, con un’oliva affumicata sopra. Detta così suona proprio male, ma abbiate fiducia.

85/100 è il nostro voto per un whisky da bere generosamente, sincero e giovane, ma non privo di spunti da campione vero. Yoichi rimane un attore di primo piano e l’impressione è che lo rimarrà ovunque le sorti del mercato giapponese lo porteranno. Si trova attorno ai 70 euro, non poco ma oggigiorno siamo su cifre ancora ragionevoli.

Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande, Miley Cyrus, Lana Del Rey – Don’t call me angel

Jefferson’s Ocean ‘Aged at Sea’ (2018, OB, 45%)

I’m Trey Zoeller, bitch!

Trey Zoeller è un decisamente un personaggio vulcanico, e con spirito tipicamente americano non disdegna le sperimentazioni, anche quelle apparentemente più ardite. Pensate: questo signore, nipote della prima donna d’America condannata per contrabbando di whiskey (i geni son quelli, insomma), ha deciso di prendere dei barili di bourbon distillato nel Kentucky (con miscela di cereali 60% mais, 30% segale, 10% orzo) e già invecchiato per 6-8 anni e di metterli… in barca!, di portarseli in giro per il mondo e di vedere alla fine “l’effetto che fa”. C’è un che di filologico in questa operazione, dato che nelle intenzioni vorrebbe replicare il carattere del bourbon ottocentesco, trasportato appunto in barili sui corsi d’acqua del vecchio West, così che indiani e cowoby potessero sfondarsi di acqua di fuoco prima di prendersi a fucilate. Beh, a differenza di altri suoi esperimenti (come usare botti che prima contenevano tabasco, oppure pucciare tabacco e grasso di manzo nei barili) questo è andato decisamente a buon fine, ed è ora disponibile stabilmente sul mercato in batch differenti. Questo è il batch 8, imbottigliato a 45%, e ringraziamo Diego di Whisky Italy per averci fatto conoscere questo bourbon (e per il sample, naturalmente).

N: molto profumato e floreale. Sicuramente un bourbon atipico, anche se un naso ‘dolce’ ce l’ha. Ricorda i polaretti alla cola e all’arancia, avete presente? Poi note più convenzionali di caramello (caramello salato, se proprio dobbiamo dirlo), noce di noce di pecan e alpenliebe (proprio quelle caramelle lì). Liquirizia. Sorprende comunque questo lato floreale davvero inedito, tra la violetta e la menta.

P: ancora una sorpresa: l’atmosfera è incredibilmente erbacea, vegetale, con foglie di tè e fieno, ma anche viole e timo. In generale è piuttosto secco, con poco spazio per burri e caramelli àmmerigani, e invece si impongono ancora sentori affilati come limone e grafite. Molto piacevole.

F: si secca ancora, forse troppo. Erba secca, quasi seccante, se ci consentite la battuta. Infuso d’erbe.

Il mondo del bourbon sicuramente sta crescendo e ovviamente (e finalmente) la diversità aumenta. Qui abbiamo un profilo decisamente più secco del previsto, un profilo che mai avremmo pensato: la negazione del concetto stesso di bourbon, se vogliamo (ma forse non vogliamo), che però sparigliando le carte finisce per non dispiacerci: 84/100. Bravo Trey, avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: Litfiba – Tex.

Caol Ila 13 yo (2004/2018, Gordon&MacPhail, 45%)

Siamo pigri quest’oggi, e ci limitiamo al compitino: ecco le nostre non richieste opinioni su un Caol Ila di 13 anni, maturato per i primi dieci in botti ex-bourbon e poi finiti in Hermitage (un pregiato vino della valle del Rodano). Imbottigliato a 45%, è parte della nuova versione della storica serie Connoisseur’s Choice di Gordon & MacPhail, che da qualche mese ha goduto di un restyling: e le bottiglie, diciamolo francamente, sono proprio molto belle. Ma ci accontentiamo forse dell’involucro? Non sia mai!

N: molto piacevole, nonostante la vinosità sia certo evidente… Corrado ci regala una suggestione definitiva: ricorda il sugo dell’arrosto di maiale fatto con vino rosso (con note di carote, di bacon, di braci, di grasso). In effetti l’apporto del legno è evidente, ma non va a sovrastare del tutto il “profumo di whisky”, se vogliamo. Arancia rossa, forse perfino in macerazione. Risotto alla milanese (c’è una zafferanata…)

P: la presenza del vino è immediatamente percepibile soprattutto perché allappa. Detto ciò, è molto dolciastro: accanto alla torba e al suo fumo intenso (di brace, poco acre) si sviluppano note di caramello, di prugna cotta. Una nota di inchiostro e ancora arrosto. Un che di sulfureo…

F: lungo, intenso nella torba bruciata e nella frutta cotta. Sentori sulfurei.

Sapete che quando troviamo torbati con passaggi in barili ex-vino ci si drizzano subito le antenne della diffidenza e partiamo consapevolmente prevenuti. E dunque, non nascondendo i nostri pregiudizi, diciamo che poteva essere una tragedia e invece è ‘solo’ un esperimento un po’ freak, comunque da provare… Come si sarà capito dalla recensione, non è un whisky morbido, docile, fatto di tinte sfumate: è anzi un mostro di sapori intensi, decisi, spinti in ogni direzione, sia verso la dolcezza allappante del legno sia verso le braci e la torba. Insomma, se non possiamo dirci pienamente sedotti, certo apprezziamo l’estro e la volontà di non fare prigionieri, e spariamo un convinto 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – Yassassin.

Yoichi 10 yo (2017, OB, 45%)

Yoichi – e questo imbottigliamento in particolare – rappresenta una pietra miliare nella storia del whisky. Anzitutto la distilleria ci riporta a un passato antico che coincide con l’approdo del distillato di malto in Giappone: Yoichi, del gruppo Nikka, è infatti la prima distilleria fondata in proprio da Masataka Taketsuru, nel 1934, dopo il suo viaggio ‘di formazione’ in terra scozzese e dopo aver avviato al suo ritorno in patria, dieci anni prima, la distilleria Yamazaki, per conto di quella che sarebbe poi diventata la Suntory. Oggigiorno l’industria giapponese del whisky è dunque già quasi centenaria, per lo stupore dei più: per accorgercene abbiamo dovuto aspettare fino al 2001, anno in cui si compie l’altra storia, quella di questo Yoichi 10 anni, che vince il primo premio assegnato da Whisky Magazine. La giuria assaggia alla cieca e l’Occidente deve ammettere una volta per tutte che i giapponesi ci sanno fare.

N: un bel profilo pieno, abbastanza caldo e pure sempre con quel senso di acidità che spesso arriva dai dram del Giappone. Ci sono deliziose note di brioche all’albicocca (a dirla tutta, c’è un sacco di confettura d’albicocca!), c’è qualcosa di frutta candita (viene in mente la papaya candita, ma anche una più semplice arancia), c’è un appiccicume da miele. Ma non dimenticheremmo delle screziature minerali e leggermente torbate, con una gamma di note che vanno dalla candela spenta alla polvere da sparo, creando un profilo molto, molto interessante.

P: di grande impatto, tiene in primo piano quel lato più sporco, anche se dietro si dipana una dolcezza in costante crescita – sulle prime sembrava delicata, col tempo diventa sempre più intensa. E dunque di nuovo brioche, marmellata d’arancia dolce; c’è una crema catalana sempre più intensa, a proseguire quel senso di dolce-acido veramente degno di nota. E poi cenere, fuliggine, chiodi di garofano ancora…

F: un’infinità di legno speziato, con chiodi di garofano iper persistenti e un che di balsamico-salino che ci fa venire in mente (tenetevi forte) il dentifricio Neo Emoform. Qui la torba dura a lungo, ancora con cenere e braci spente. Ancora marmellata d’albicocca.

Volendo provare a intercettare il pensiero di un giurato qualsiasi di quelli che nel 2001 hanno assegnato il titolo di miglior whisky al mondo a questo Yoichi, beh questo pensiero farebbe più o meno così: “Ehi ma che ricco questo whisky, ha quelle caratteristiche dei whisky ‘di un tempo’, velati e minerali, eppure lo so, lo sento che è un whisky moderno, con quell’assemblaggio di botti così chirurgico e accattivante, guarda com’è speziato d’altronde. Questi non mi fregano, io azzardo: è un Benromach! E poi, e poi… dove avrò messo le chiavi della macchina? E quella hostess che ritira i bicchieri potrebbe essere mia figlia, ma accidenti quanto è debole la carne… ah Benromach, dicevo, non lo so non lo so, è il trentesimo whisky che assaggio! Ad ogni modo se avessi un blog di whisky gli darei un bel 87/100“.

Sottofondo musicale consigliato: Due Lipa – Blow your mind.

Benromach ‘Chateau Cissac’ 2009 (2017, OB, 45%)

Compare del Triple Distilled nel mondo delle nuove uscite di Benromach è il terzo esemplare della serie “Wood Finish”: dopo un finish in Sassicaia (che abbiamo recensito qui) ed uno in Hermitage, ecco tornare in pista per 25 mesi d’affinamento il barile di Chateau Cissac – stimato e celebrato vino rosso francese, della zona di Bordeaux, a dominante Cabernet Sauvignon. Non è una novità la nostra diffidenza verso i finish in vino rosso, oltretutto per i torbati; né d’altro canto è novità la nostra stima per Benromach, dunque via, avanti!

chateau 2017 heroN: ehi cosa abbiamo qua? Sulle prime è contundente e balsamico, funghi, formaggi stagionati (?!). C’è un lato medicinale della torba, tipo colluttorio. Davvero strano, avrete intuito. Poi prende aria e si apre un po’ la frutta rossa (mirtilli), con un impatto vinoso che non lascia indifferenti. Longrow, anyone? Prugne secche e caramelle alla frutta. Scorza di arancia che ci ricorda giusto giusto quel quid minerale che in Benromach non manca mai. E la vaniglia arriva pian pianino…

P: saporito e molto vinoso, quasi pastoso. La vaniglia delle botti ex-bourbon first-fill (circa sei anni prima del passaggio in vino), nascosta al naso, si propone qui con grande convinzione.  E l’impressione è che la magia torba+vino+vaniglia sia riuscita solo a metà. Da dove viene questa leggera off-note di polvere da sparo? Rimane medicinale, con tanta torba minerale. Crostata di mirtilli e prugne cotte.

F: rimane astringente, robustamente torbato e con stecchette di vaniglia e miele.

Dobbiamo chiudere confermando entrambi i nostri pregiudizi iniziali: l’anima di Benromach è evidente, imperturbabile di fronte alle ‘offese’ del vino; e per contro queste offese sono molto nette, e certo potranno soddisfare appieno solamente i veri appassionati dell’abbinamento torbato e barile di vino rosso. Noi non possiamo dirci sconfinferati, ma neppure insoddisfatti, dato che comunque questo ci ha convinto più del finish in Sassicaia: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The contortionist – Clairvoyant.

Nikka ‘Coffey Malt Whisky’ (2014, OB, 45%)

La distillazione continua non è usata per produrre il whisky di malto (per cui è prassi la distillazione discontinua con i pot still di rame), mentre è comune per i grain whisky: l’uso dei distillatori a colonna permette di non interrompere mai il processo, facendo in modo che i composti più pesanti ‘ricadano’ e vengano sottoposti ad una seconda distillazione, e via così, senza pause. Come si diceva, così si fa il grain whisky: i giapponesi, che sono un popolo amante della tradizione ma anche dell’originalità più bislacca, hanno deciso di provare a produrre in distillatori a colonna (coffey still) anche del malt whisky, e nel 2014 la Nikka ha lanciato questo imbottigliamento, affiancando il già esistente Nikka Coffey Grain; i coffey stills sono nella distilleria Miyagikyo, e possiamo ipotizzare che, per quanto la cosa non sia esplicita, questo malto provenga proprio da lì. L’abbiamo assaggiato (solo per voi eh!) ed ecco le impressioni.

nikka-coffey-malt-whiskyN: si sente un pizzico di alcol. Abbastanza aperto, mette in evidenza soprattutto note cremose di burro, toffee, caramello e zuppa inglese. La suggestione dello zucchero a velo ci porta poi dritti dritti verso una bella torta di mele aapena sfornata. Insomma uno spettacolo vietato ai diabetici! Sul fruttato si diceva dello strapotere di mele cotte, ma c’è anche uvetta e pere, tutto bello cotto, come ce le facevano da piccoli quando si era malati. Un filo di cannella, a rappresentare il legno di botte, e una follia finale: tè verde aromatizzato agli agrumi.

P: pur con una nota alcolica in ingresso è molto gradevole e ribadisce le suggestioni cremose del naso (toffee e proprio burro fresco). Poi però arriva la sorpresa di una frutta che sale in cattedra con ancora tante mele e uvetta, ma anche albicocca e una frutta rossa ancora acerba. Diciamo che è più ricco rispetto al naso e inoltre qui esplode in pieno una dimensione speziata/legnosa persino amara che contrasta con la dolcezza. Tè e cannella).

F: di media durata, ancora giocato sulla fusione di legno e frutta gialla.

Naso gradevole, senza picchi; il legno speziato dopo un po’ caratterizza e forse alla lunga appesantisce un palato altrimenti bello beverino. Molto giapponese nello stile, molto easy: 83/100. Al prossimo Milano Whisky Festival ci sarà il sommo Salvatore Mannino, allo stand della Nikka: non perdetevi la sua saggezza e la sua delicata gentilezza, mi raccomando (non è un consiglio, è un ordine).

Sottofondo musicale consigliato: Lower Dens – Sucker’s Shangri-La.

Macallan 1989 (2003, Samaroli, cask #8274, 45%)

Questa per noi sarà la settimana di Macallan. Assaggeremo tre espressioni di età non così distanti, imbottigliate da selezionatori indipendenti; tutti e tre invecchiati in botti ex-sherry. Si inizia con Samaroli: eccoci alle prese con un single cask (sherry puncheon #8274) distillato nel 1989 e messo in bottiglia quattordici anni dopo. Il colore è paglierino, strano! Sarà sherry fino?

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N: molto delicato e aromatico, anche se di certo non ci sono quegli aromi che sei portato ad attenderti da un Macallan in sherry. Molto pulito, senza deviazioni profonde verso la frutta rossa (veramente molto tenue, appena allusa) o spigoli speziati. Domina incontrastata la frutta fresca mele e pere, una maltosità frizzante ancora molto imberbe; delicatamente profumato, floreale. Zenzero candito. Mela mela mela. Olio di mandorle.

P: molto approciabile, zero alcol. Rispetto al naso si fa più autorevole, mettendo in evidenza una maltosità più calda e biscottosa e note lituorose più profonde (risalita di frutti rossi, fragola dolce). Si confermano mele alla grande, ma più ‘grevi’: mele cotte, caramellate, con cioccolato. Pasta di mandorle e una nota di caffè particolarissima. Cambia non poco rispetto al naso.

F: tarte tatin e caramello. Lungo. Ancora malto, ancora un pelo di caffè.

Un whisky inaspettato: molto particolare, come detto più volte non corrisponde a quel che ci si attende da un Macallan ex-sherry, e proprio per questo è esperienza assai istruttiva. Complice la riconoscibilità di uno stile Samaroli (sobrietà complessiva), sorprende sì, ma in positivo. 85/100 è il nostro giudizio. Grazie a Giulio per il sample.
Sottofondo musicale consigliato: Filippo Tirincanti – She smiles.

Samaroli ‘No Age’ (cuvée 2011, 45%)

Non c’è bisogno di presentare Samaroli, vero? Val forse la pena, però, di spendere due parole per l’imbottigliamento che assaggiamo oggi, ovvero il No Age, edizione 2011: si tratta di un vatting di diverse botti di distillerie differenti (ovviamente) di età variabile tra i 10 e i 40 anni, assemblate per ritrovare sapori unici e particolari, in aperta opposizione alla più volte denunciata standardizzazione dei prodotti. Questa è la grande scommessa del Samaroli degli ultimi anni: e siccome (ce lo insegna la storia) Samaroli si rivela sempre essere più avanti degli altri, probabilmente anche in questo caso ci ha azzeccato… Basti pensare ad un progetto simile di grande fortuna, anche commerciale, come la Compass Box di John Glazer. Ad ogni modo, noi, formati alla scuola della filosofia del linguaggio novecentesca, sappiamo che le parole sono approssimazioni inesatte, e dunque non fidandoci del mezzo linguistico preferiamo mettere il naso sul bicchiere e il whisky nello stomaco, e poi valutiamo. Il colore, intanto, è ambrato.

31927N: grande compattezza, che ti investe poco a poco: bisogna avere pazienza, lasciarsi suggestionare con calma e rispetto. Patina torbosa, quasi vegetale, sentori umidi, di ‘stireria’, e una punta di cera d’api: queste note ‘sporche’, ormai lo sapete, a noi fanno impazzire. La suddetta patina si poggia su una ‘dolcezza’ pronunciata ma elegante, che ricorda melassa, carruba, chinotto, tarte tatin; tè al bergamotto. Fondi di cappuccino zuccherato, una punta di rabarbaro, liquirizia. Frutta in compote, sorpattutto rossa (fragola e mela, perfino mirtillo). Che bellezza.

P: si affaccia gentile sul palato, passa quasi inosservato, ma man mano che la bocca si lascia avvolgere dimostra una grandissima personalità. Anche qui prevalgono le note più ‘da whisky vecchio’: favolose note ‘umide’, di cera d’api, di rabarbaro, zucchero bruciato. Tutto ciò contribuisce a una sensazione di poca dolcezza, senza però scadere nell’amaro vero e proprio: un sapore sospeso, in splendido equilibrio. Frutta cotta (mele e prugne); anche marmellata di fragola. Liquirizia e caffè.

F: medio-lungo ma molto intenso, replica il palato con grande coerenza, in un fade graduato e piacevolissimo, di grande eleganza.

Che dire? Una splendida certezza. Samaroli ci convince appieno con questo imbottigliamento, che nasconde dietro di sé tutti i misteri dell’arte del blending. Alcune caratteristiche di questo No Age sono tipiche di whisky molto invecchiati, ma riscontriamo anche segnali di distillati giovani, magari assuefatti a botti molto aggressive: insomma, i legni si sentono (qualcuno direbbe, storcendo il nasino, che è un whisky costruito: e in effetti sì, è proprio il senso dell’operazione, quindi rimettete pure dritto quel nasino), ma la cosa non ci disturba affatto, anzi! Stupisce poi l’assenza di fiammate di sapore, ma una pacata compostezza, piena però di intensità. Basta parole, largo ai numeri: 91/100, a presto.

Sottofondo musicale consigliato: Herbert von Karajan dirige la Filarmonica di Berlino nella Sinfonia n.3 di Brahms, op.90 – III. Poco allegretto. Sì, ce la meniamo.

Longmorn 15 yo (2006, OB, 45%)

Questo 15 anni è sempre stato l’unico imbottigliamento ufficiale di Longmorn, anche dopo l’acquisizione della distilleria da parte di Pernod Ricard nel 2001. Nel 2007 però è arrivato il pensionamento, il suo posto è stato preso da un 16 anni ridotto a 48% e alcuni appassionati non l’hanno presa granchè bene, giudicando il precedente imbottigliamento di maggiore qualità. Al di là della naturale nostalgia del passato sempre pronta a confondere i sensi e distorcere i giudizi, un dato oggettivo da considerare per un possibile cambio di personalità di Longmorn è la fine, nel 1994, della distillazione a fuoco diretto; il che significa che presumibilmente quasi tutto il distillato della nuova versione è stato prodotto tramite il riscaldamento a vapore.

longmorn-15yoN: un classico whisky ricco, tutto da godere grazie a generose note fruttate (frutta rossa, pesche sciroppate, uvetta) e a un malto cerealoso che riesce a emergere con personalità. Una punta agrumata ammicca, con una bella acidità che si guadagna spazio. Rotondo e a tratti cremoso, vaniglioso e mieloso.

P: in attacco rimane molto ‘sul pezzo’, di buona intensità. Tutto sommato semplice e orientato verso un misto di frutta rossa un po’ indistinta, nocciola e suggestioni di brioches fragranti. In definitiva è abbastanza coerente col naso, che però pareva più variegato. A suo modo risulta raffinato: non dolcissimo, equilibrato ma senza strapparsi i capelli.

F: nocciola, poi nocciola e ancora una bella nocciola. Maltosissimo e gradevole.

Appena possibile ci procureremo un sample del nuovo re solitario del core range Longmorn e confronteremo con molta curiosità. Per ora però non possiamo non condividere lo sconcerto di un bevitore abituale di questo buon 15 anni, che tra l’altro all’epoca veniva acquistato con un altrettanto buon rapporto qualità/prezzo, nel vederlo scomparire dagli scaffali dei punti vendita. Perché, perché, perché? Perché i tempi cambiano e chi ha avuto, ha avuto…noi diamo 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rosemary ClooneySway

Benriach 12 yo sherry wood (2009, OB, 46%)

Questa distilleria nei pressi di Elgin sta vivendo un momento di grande spolvero, dopo essere passata nel 2004 da Chivas alla gestione di Billy Walker e dei suoi volenterosi soci. Ad oggi il core range è molto ampio e non manca proprio nulla, come testimonia il recente lancio di due imbottigliamenti torbati (Curiositas e Authenticus) e di una serie di single cask OB. Noi assaggiamo un’espressione di fascia bassa del core range (si trova attorno ai 35 euro), uscita nel 2009 e frutto dell’invecchiamento per 12 anni di distillato Benriach in botti di sherry Oloroso e Pedro Ximenez.

BenRiach_12YO_SherryWoodFinishN: un perfetto esempio di modernità: si mostra con un malto tutto sommato giovane e ingenuo e un deciso apporto dei due legni di sherry. Costruito bene, ma senza grande profondità: da subito è apertissimo e regala forti sentori di frutta rossa succosa (fragola), uvetta, cioccolato. Poi legna fresca, in un contesto sì ‘sherried’ ma di assoluta freschezza e semplicità: una nota gradevole di fico d’India e d’arancia.

P: coerentissimo col naso, anche per quanto riguarda la sensazione generale, cioè di un whisky vestito a festa ma con qualche particolare  fuori posto: il corpo è molto acquoso e i sapori (tra frutta rossa e cioccolato/caffè, una spruzzatina d’arancia), pur risultando ricchi ed esplosivi, paiono come appostati in superficie. Il malto resta nascosto, anche perché verso il finale una coltre di legna fresca si prende la scena con un’intensità niente male, ma senza grosse variazioni.

F: e appunto anche qui legno e uvetta, con ancora una punta di malto acerbo.

Non vorremmo essere inclementi, anche perché il rapporto qualità/prezzo rimane più che soddisfacente, ma questo Benriach ci pare come un’energica pennellata di sherry su un distillato ancora troppo fresco (per quanto 12 anni non siano poi bruscoletti). Andando per metafore, si potrebbe dire che siamo di fronte a un bell’anello di bigiotteria, ben congegnato e luciccante, ma pur sempre lontano parente dei suoi omologhi da gioielleria. In altri termini, per una bevuta e via: 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicius de Moraes, Maria Creuza Y ToquinhoSamba em preludio