Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

AnCnoc 22 yo (2016, OB, 46%)

Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, questo AnCnoc di 22 anni è stato lanciato nel 2013. La distilleria si chiama Knockdhu, ma negli anni ’90 ha deciso il cambio di nome del whisky per evitare confusioni con Knockando, e ne ha approfittato per rifarsi il look: pur essendo nello Speyside (è la distilleria più a est della regione, per gli appassionati degli inevitabili primati vantabili da ciascuna distilleria) ama considerarsi delle Highlands, e in etichetta infatti si dichiara Highland Malt – cosa coerente con lo stile della distilleria, generalmente. Bando alle chiacchiere, diamoci dentro.

N: molto fresco e ricco, ma con sobrietà. Note di biscotti burrosi al miele e vaniglia si confondono con accenti floreali davvero suadenti. Buccia di mele rosse, prugne fresche e un po’ di arancia candita lo rendono fruttato e, di nuovo, per nulla pesante. E dopo qualche minuto si leva una sensazione di legno caldo e frutta secca (nocciole su tutto) che arrotonda e dona profondità. Facile ma non monodimensionale, anzi ama oscillare tra un lato minerale e qualcosa di molto meno impalpabile, tipo un bel panettone natalizio. Anche una nota di cioccolato al latte.

P: l’attacco non è un mostro di potenza senza controllo, anzi forse un filo watery. Ripaga però il bevitore, raffinato o ignorante che sia, con note cremose di vaniglia e ancora un bel cestone di frutta giallorossa (?), per esempio mele, susine e uvetta. Tanta arancia e cioccolato. Anche un bel pacchetto di frutta secca tostata, deciso ma non invasivo. Si dimenticavano le spezie, che invece ci sono, con nette suggestioni di chiodi di garofano e pepe.

F: frutta secca uber alles assieme a toffee, spezie da cucina e una certa sensazione minerale che definiremmo come ‘ok’.

Proprio buono, rotondo ma complicato da noticine speziate che – immaginiamo – non a tutti piaceranno. Molto gradevole la sensazione generale sia al naso che al palato, una sensazione di freschezza ma anche di discreta complessità, che col tempo va ‘scurendosi’. Peccato solo per un palato un filo timido, che però gli permette di conservare quel binomio dolcezza-eleganza che in definitiva vale pur sempre un convinto 87/100, stesso voto che abbiamo dato al 18 anni. Dovessimo scegliere, non sapremmo. Nota di colore: dovrebbe costare attorno ai 110 euri, che per un 22 anni ci pare prezzo onesto.

Sottofondo musicale consigliato: Blur – Charmless man.

The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%)

Abbiamo già parlato in passato della rinascita dei whiskey irlandesi, e del fenomeno dei sourced whiskey imbottigliati ‘a marchio’ in attesa che le neonate distillerie abbiano prodotti commerciabili. Gioiamo di questa rinascita, perché per troppo tempo gli irlandesi sono rimasti relegati a ‘fratelli sfigati’ degli scozzesi – questo è un single malt distillato a Cooley, maturato per sette anni in botti ex-bourbon, con un finish in ex-sherry Oloroso. La distilleria in questione si chiamerà Boann, e noi nell’attesa assaggiamo quel che hanno da offrire adesso; ringraziamo Marco, amico che abita a Limerick, per averci inviato questo e qualche altro campione irlandese…

N: le tasting notes ufficiali recitano “rich & smooth”, e in effetti il naso pare riccamente accogliente… È tutto gravido di aromi fruttati, e il primo impatto ci ricorda il finish in sherry: quindi note di uvetta, di Malaga, di frutta rossa, di caramello… Poi un lato fruttato molto intenso, tra le pesche sciroppate, le albicocche fresche, le mele e le pere: un cesto di frutta matura e fresca, molto bello, e un succo d’arancia dolce. Poi ci sono note cremose (crema pasticciera) e di pasticcini.

P: bel corpo, come al naso si fa apprezzare per l’intensità, qui ovviamente dei sapori. Piuttosto coerente, squaderna note pesantemente fruttate (oltre alla frutta fresca di cui sopra, aggiungeremmo mele e prugne cotte); meno agrumato, forse, ha però note di dolcetti molto interessanti, tra l’amaretto, una crostata alle ciliegie… Non certo un mostro di complessità, ma fa quel che deve.

F: lungo e persistente, balla la frutta rossa (ciliegia e fragola) su un tappetino di toffee.

Lode alla trasparenza: sono sette anni dichiarati, non nascosti dal nome bizzarro (che c’è, comunque)… Un irish onesto, e se vogliamo ‘poco irish’, dato che è tutto orzo maltato e ha pure un passaggio in sherry: comunque valido prodotto che conferma – per ora e almeno – che a Cooley sanno lavorare. 84/100. Pare che ce ne sia anche una versione a grado pieno.

Sottofondo musicale consigliato: Demons and Wizards – Fiddler on the Green.

Glencadam 10 yo (2016, OB, 46%)

Malgrado questo blog veleggi sereno verso il suo ormai sesto compleanno, ancora non abbiamo mappato tutte le distillerie di Scozia: tra le ormai poche mancanti spicca Glencadam, dalle Highlands, celebre ai nostri stolti occhi per almeno due ragioni. La prima è che l’etichetta sembra essere stata catapultata direttamente dagli anni ’90, ma a noi checcefrega, ci importa quel che c’è dietro; la seconda è che pare che Jim McEwan sostenga spesso pubblicamente che Glencadam è uno dei suoi whisky preferiti, e insomma, di Jim c’è da fidarsi, o no? Oggi assaggiamo il 10 anni, versione base del core range, imbottigliato a 46%. Il colore è paglierino chiaro.

61ce9GWW6vL._SY445_N: nella sua limpidezza e delicatezza offre un buon compendio di ciò che un whisky ‘entry level’ di questa natura dovrebbe avere. Abbiamo una bella frutta gialla (banane, pere e mele mature), una vaniglia non ostentata e molto, molto cereale fresco. Completano una certa dose di acidità (vino bianco) e un pugnetto di lieviti. Floreale qua e là, per gli amanti delle lepidezze.

P: semplice ma di bella presenza. Come al naso offre piacevolezze sparse tra vaniglia e frutta gialla a piacere (succo di mela e pera), oltre a sentori vegetali in aumento: c’è infatti ancora tanto malto e qualcosa di simile all’anice, insomma vagamente speziato; Serge con la solita condivisibile saggezza parla di finocchietto. La gradazione a 46% poi dona una certa persistenza e pienezza a tutto l’insieme.

F: pulito e di media lunghezza. Pane caldo con una bella marmellatina di frutta gialla.

Come scrive Serge nella recensione che abbiamo linkato sopra, si tratta di un malto fondamentalmente onesto: sa di distillato, puro e semplice, buono e saporito, maltoso e vegetale, con una dolcezza fruttata molto sobria ed elegante. 84/100 è il giusto voto, secondo noi, per un ottimo “whisky che sa di whisky” e che costa francamente il giusto, attorno alla quarantina di euro. Brava Glencadam.

Sottofondo musicale consigliato: The 3rd and the Mortal – So pure.

Old Pulteney 17 yo (2017, OB, 46%)

Miscela di botti ex-bourbon, Oloroso and Pedro Ximenez, questo diciassettenne di Old Pulteney è il fratellino minore del 21, che ha vinto nel 2012 il premio come miglior whisky del mondo secondo una guida ai whisky dalla sedicente autorevolezza, il cui redattore è uomo dall’infinita modestia: la Whisky Bible di Jim Murray. Non poche ombre su quella vittoria, non pochi stupori: noi avevamo assaggiato il premiato qualche anno fa, oggi ci concentriamo sul 17: direttamente da una delle distillerie più a nord di Scozia, ecco a voi.

N: guardando la composizione delle botti, ce lo aspettavamo sicuramente più carico. E invece esibisce un repertorio da Highlander fiero e anche un po’ burbero: minerale, iodato e con un distillato ancora sugli scudi. Si sente il cereale sotto forma di Kellogg’s frosties; addirittura anche un sentore di lieviti. E poi generosi sentori di scorza di limone a dare freschezza, e solo in un secondo momento arriva della frutta gialla. Melone e albicocche.

P: anche qui stesso copione. Il kick non è male, è compatto e saporito ma, dimentico dei suoi natali, non reca traccia di sherry. Ci sembra infatti ancora molto orientato sul distillato, con cereali al miele, sale marino e tanta acidità agrumata (limone). Molto minerale ed erbaceo. Zenzero e albicocca.

F: salato e citrico, mandorle.

Il 21 che avevamo assaggiato era, se pur in modo temperato, più sherry-oriented. Qui probabilmente una selezione accurata di botti Oloroso e PX non troppo attive apre una prateria di fronte al distillato, che non sapendo bene che fare dopo 17 anni si presenta un po’ scarico all’appuntamento. Forse il palato è la fase più debole, mentre il naso è sicuramente più intrigante con quella nota brinosa da Highlands del nord che – voi lo sapete bene, ormai – a noi piace moltissimo. Gradevole dunque, senz’altro, meritevole di assaggi e forse di acquisto: ma se nel mercato attuale può trovare giustificazione un prezzo di 80/90€, non siamo sicuri che saremmo disposti a spenderli proprio per lui. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Doug Hream Blunt – Caribbean Queen.

Kilchoman Sanaig (2016, OB, 46%)

Lunedì sera abbiamo tenuto la terza degustazione della stagione 2016/2017 all’Harp Pub Guinness, il regno dei Corbetta e per tutti gli altri tempio del whisky milanese e punto di ristoro per gli affamati e gli assetati frequentatori del Politecnico. Si trattava di una degustazione a tema “torba”, in cui abbiamo cercato di approfondire cosa sia la torba, questa sconosciuta, e di mostrare differenti stili di whisky che da essa possono dipendere. A tal proposito, ci piace linkarvi questo articolo del più fresco blogger di whisky italiano, che di torba è un esperto – e non solo perché beve troppi whisky di Islay, badate bene, ché lui con la torba ci lavora. Oltre a Kilkerran, Caol Ila e Longrow, in degustazione avevamo il secondo imbottigliamento stabile del core range di Kilchoman, ovvero Sanaig: il nome deriva da una gola rocciosa nei pressi della farm distillery, ed è una miscela di whisky di 6 anni, invecchiati in botti ex bourbon a primo riempimento e botti ex Oloroso, anch’esse first-fill, con netta predominanza di queste ultime (rapporto 70/30). Sappiamo bene quanto Kilchoman creda e investa nei barili, a tal punto da farseli spedire interi, non smembrati in doghe, per far sì che i legni non si secchino e restino bene impregnati. Si aprano le danze…

N: elegante e bello aperto, mostra innanzitutto un lato sherried che potremmo identificare così: frutta cotta (mele e prugne), frutta rossa, caramella gommosa ai frutti rossi. Spiccatamente zuccherino (non si nasconde certo la vaniglia, ché i legni americani non sono un dettaglio), ma con una torba che non molla un attimo (braci, camino); rileviamo anche uno spruzzo d’acqua di mare e rivela anche una componente erbacea niente male. A tratti traspare una sincera gioventù, con note di distillato giovane e fresco: di certo non è un naso ruffiano, anche se costruito con una forte impronta di sherry.

P: salutateci l’alcol (#CIAONE, ALCOL!) che come per magia è sparito dal bicchiere. Anche qui ribadiamo un senso di innata eleganza. Spieghiamoci: c’è dolcezza sì (caramello, frutta gialla e un pizzico di frutta rossa), ma è in fondo bilanciata da una torba vegetale acre, con una grossa componente affumicata, al limite del medicinale-amarognolo. Completa un’intensa arancia rossa.

F: perpetra a lungo le tre anime di cui dicevamo, tra torba fumosa, dolcezza intensa e qualche spigolo vegetale.

Pensato per essere l’alter ego del Machir Bay, sviluppa bene il concept dell’invecchiamento in sherry, mantenendo però gli aspetti più convincenti del cuginetto: certo la dolcezza è in primo piano, ma ben bilanciata dallo stile ruvido e torboso di casa Kilchoman, con quell’effetto ‘bruciacchiato’ e caramellato che alla fine ci convince appieno: 86/100, via così!

Sottofondo musicale consigliato: Rolling Stones – Angie.

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%)

Vincitore del premio come miglior whisky di Scozia all’ultimo Spirit of Scotland è stato… un irlandese, paradosso logico che non abbiamo idea di come possa essere stato accolto da Pino, ma tant’è. L’irlandese in questione è A Quiet Man, marchio di sourced whisky: vale a dire che la distilleria non c’è ancora, la stanno costruendo a Derry, nell’Irlanda del Nord, ma nel frattempo la proprietà ne approfitta per comprare botti da distillerie attive (e non è che siano poi così tante lassù, si sa) e imbottigliarle con il proprio marchio. Prassi curiosa ma molto tipica per il whiskey irlandese: noi oggi assaggiamo il 12 anni, appena imbottigliato a 46%, e interamente invecchiato in botti ex-bourbon a primo riempimento.

N: vogliamo parlare di doppia anima? Sì, vogliamo. Una è senz’altro quella della botte ex-bourbon, e quindi parliamo di vaniglia, zucchero filato, torta paradiso – apporto molto carico e massiccio, ma non a tal punto da coprire la seconda anima, abbastanza particolare e forse inattesa. C’è infatti un senso di minerale, vagamente ‘terroso’, ed anche un qualcosa di erbaceo e ‘botanico’, tipo chinino, acqua tonica secca, cardamomo.

P: leggero e beverino, non nasconde una lieve alcolicità. Ripropone in maniera non pacchiana, ma certo totalizzante, quegli influssi da bourbon del naso: ancora torta appena sfornata (torta di mele e pere?), ancora vaniglia, ancora zucchero filato. Un miele particolarmente floreale?, violette glassate?, a dimostrare un lato leggermente floreale e rarefatto.

F: mediolungo e gradevole, su mele e pere e una banana inattesa (toh, ecco la frutta) e poi un astratto senso di dolcezza maltata.

80/100, molto semplice: buonino e beverino ma nulla di più. Necessitate d’altre parole?

Sottofondo musicale consigliato: Sean Rowe – Downwind.

Glenmorangie ‘Bacalta’ (2017, OB, 46%)

Facciamola breve: a dispetto delle ironie che seguiranno, Glenmorangie è una distilleria fantastica delle Highlands ed è di proprietà del gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy); il distillery manager (pardon: l’Head Manager & Whisky Creator, ma vai, va…) è il signor Bill Lumsden, un pazzo visionario che da tempo si è messo a sperimentare selvaggiamente, soprattutto in materia di legni. Nella serie Private Edition (che la stessa distilleria ama definire “vincitrice di molti premi e sempre intrigante”), quest’anno chiamasi “Bacalta”, e ha la peculiarità di essere un NAS e di essere finito in botti di Malmsey Madeira ‘cotte’ al sole e non essiccate artificialmente. Se volete leggervi tutto il pippone dell’ufficio marketing di Glenmorangie, lo trovate qui: ma preparatevi a una retorica, come dire, un po’ caricata.

N: molto invitante ed espressivo, con i sentori alcolici assenti. La parola d’ordine è zuccherinità, che tradotta in fragranzese (?) ci riporta alla mente albicocche molto mature (ed in compote), crostatina di frutta, marmellata d’arancia, pastafrolla… Fichi secchi, anche. E poi ha anche un lato speziato composito, tra uno zenzero fresco e un pepe bianco al top. Un che di tostato. Sotto questa coltre seducente, con qualche attenzione si può riconoscere anche un distillato piuttosto giovane e cerealoso, e che a tratti pare volere ancora scappare dalla completa integrazione con il legno.

P: come al naso, non tradisce le attese e si dimostra molto facile e beverino, replicando le note dolci e cremose, tra la pastafrolla e ancora tante albicocche, tra la crema con uvetta e un’agrumatura da marmellata d’arancia (e con questa coppia vorremmo che visualizzaste una dolcezza leggermente acida). Questa esuberanza ruffiana e dolciona resta appena sfregiata negli ultimi istanti da una nota alcolica un po’ sparagnina – a sua volta compensata da una frutta secca massiccia e legnosa, che…

F: …prosegue fino al finale, lungo e ricco, tra fichi secchi, frutta secca, crostata, malto tostato. Lascia il palato ‘appiccicoso’.

Glenmorangie è una distilleria talmente solida che anche quando ricorre all’espediente del NAS con finish inusuali, lo fa con stile e con eleganza: anzi, a ben vedere si può forse dire che quest’espediente se lo sia inventato lei, grazie ai deliri immaginifici di Bill Lumsden e alla volontà di potere di Louis Vuitton. Anche in questo caso l’esperimento riesce, pur non raggiungendo le “inedite vette di complessità” che prometteva il sito di Glenmo: 84/100 per un whisky ben fatto, ma che per pura fatalità non incontra appieno i nostri gusti sì da farci girare la testa – e dunque bravi ma non bravissimi, per quel che ci riguarda.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

AnCnoc 18 yo (2016, OB, 46%)

Per la nostra settimana #barelylegal oggi sbarchiamo a Knockdhu, prima distilleria fondata dalla benemerita DCL (Distillery Company Limited, che sarà Diageo) a fine ‘800 – il suo whisky si chiama An Cnoc, importato da Compagnia dei Caraibi, che da qualche tempo ha rilevato l’importazione per l’Italia del portfolio di Inver House (e dunque Balblair, Old Pultneney). Oggi assaggiamo ovviamente il 18 anni, con gioia perché è il primo AnCnoc a finire sul sito. Dopo cinque anni e mezzo, già, siamo degli sbadati.

N: naso molto espressivo e pieno, rivela un bel carattere e mostra una certa stratificazione aromatica. La quota di botti sherry è ben presente, con frutta rossa in composta (fragole lampone ciliegia) e anche qualche sfumatura tra il cacao e il caffè, delicati e bene integrati. Ma quel che davvero colpisce è il lato dolciario, tra la tarte tatin, delle pesche sciroppate e arancia glassata (o marmellata, insomma, ci intendiamo).

P: non è un whisky ‘esplosivo’ ma ha senz’altro una grande intensità, che rimane costante; ha un bel muro di frutta dolce (sia rossa che gialla, pesche sciroppate, marmellata d’arancia), sa farsi anche un po’ cremoso (toffee e pasticcino alla frutta) e poi si chiude con un poco di tannino, tra spezie (noce moscata, forse caffè, zenzero candito) ed una inconfondibile nocciola.

F: molto pieno, con tanta frutta secca, chiodi di garofano e un po’ di frutta generica, sia rossa che no.

Ancora una volta partiamo dal voto, che è 87/100: è davvero un ottimo whisky “al sapor di whisky”, integra molto bene l’apporto delle due tipologie di botti, creando effettivamente un perfetto Speysider di età medio-alta, complesso, composito e intenso. Promosso con tante pacche sulle spalle.

Sottofondo musicale consigliato: Pino Daniele – Nero a metà.

Auchentoshan 18 yo (2016, OB, 43%)

Siccome noi della generazione X siamo vittime dell’apatia, della nullafacenza e di quell’ennui così à la page per una borghesia occidentale decadente, priva di stimoli e prospettive, trascorriamo le nostre giornate elaborando idiozie – come la seguente: questa settimana è intitolata al #barelylegal, vale a dire un’ode alla freschezza dei diciotto anni, e assaggeremo solo whisky ufficiali di – appunto – anni diciotto. Iniziamo dal basso, dalle Lowlands, e partiamo con l’Auchentoshan 18, invecchiato esclusivamente in botti ex-bourbon (in etichetta esibisce la scritta limited release, ma sappiamo tutti che è una boutade).

auchentonshan-18yoN: in ordine sparso, ci vengono in mente suggestioni varie e non così sorprendenti: uvetta, forse mela rossa, frutta secca e miele (croccante al miele?), malto caldo, un qualcosa tra caramello vaniglia e toffee; e come dimenticare un pizzico di scorza d’arancia? Detta così, sembra tutto molto piacevole, e lo è, tuttavia non ci liberiamo di un senso di ‘appiattimento generale’ degli aromi – ricchi sì, ma, se ha senso, un po’ privi di profondità. E poi, a dirla tutta, a tratti ci arriva anche un vago senso di cartone bagnato.

P: il corpo è molto facile, l’effetto è di grande beverinità; ancora tornano le suggestioni di miele, di frutta gialla (soprattutto albicocca, ma non si dimentichi la mela gialla); poi un sacco di vaniglia, complicata da una bella sfumatura agrumata che ci par proprio mandarino.

F: abbastanza leggero ma di media intensità, tutto su vaniglia e frutta gialla.

Non è affatto male questo lowlander a tripla distillazione, e nel nostro standard di valutazione si merita un buon 84/100; il prezzo intorno ai 90€ è del tutto commisurato alla media per questa fascia di invecchiamento. Tuttavia alla prova del bicchiere tutta la dolcezza di cui sopra ci lascia un po’ l’amaro in bocca, perché da un diciottenne noi iniziamo ad esigere qualcosa di più rispetto ad una bevuta facile e gradevole come quella che ci propone questo Auchentoshan. Comunque, un gran balzo in avanti rispetto a un tragico diciottenne che avevamo assaggiato tempo fa…

Sottofondo musicale consigliato: LP – Fighting with myself.