Heaven Hill 8 yo (2009/2017, Valinch & Mallet, 48,8%)

Dopo il single malt americano assaggiato ieri, ci è venuta voglia di issare la bandiera sudista sul retro dell’Harley e partire per un viaggio on the road, manco fossimo Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider. Purtroppo il viaggio sarà solo immaginario, ma ci condurrà comunque attraverso vari stati dell’Unione per arrivare, finalmente, a Heaven Hill: per merito di Davide e Fabio di Valinch & Mallet, un single cask della storica distilleria del Kentucky si è intrufolato nel mercato italiano ormai un paio d’anni fa. Con il proverbiale tempismo che ci contraddistingue, lo recensiamo oggi, a bordo dei nostri chopper immaginari.

Heaven_Hill_8_descrN: molto piacevole e seducente, non sembra neppure un bourbon a tratti – non che sia un difetto sapere di bourbon se sei un bourbon, eh, ma insomma, ci siamo intesi. Ha una nota di erbe aromatiche molto spiccata, potrebbe essere maggiorana?, e poi resta molto floreale. Kirsch. Molto burroso: proprio burro fresco, ma anche (udite udite) burro di karitè. Vabbè, vaniglia.

P: ok, qui torna a essere un bourbon, anche se di certo molto personale: c’è una coltre di violetta che tutto copre, e che onestamente non ci aspettavamo, oltre poi a sentori di prugnola, albicocche acerbe, delle prugne gialle non troppo dolci. Legno e spezie del legno si fanno sentire.

F: lungo e persistente, molto legnoso e violettoso, ancora prugne gialle. Spezie dal legno sul finale, con zenzero e fiori misti.

La violetta ha un disturbo istrionico della personalità, e tende a prendersi la scena con la stessa sobrietà di Achille Lauro a Sanremo. Stupisce davvero questa componente floreale, qui molto presente (e che spesso abbiamo riscontrato anche nei Michter’s, ad esempio), che finisce per regalare nel bicchiere un bourbon che sa poco di bourbon, tutto sommato… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steppenwolf – The Pusher.

Craigellachie 10 yo (2007/2017, Mulligan’s Irish Pub, 48,8%)

Passiamo ad un altro dei tre imbottigliamenti celebrativi del Mulligan’s Irish Pub di via Govone a Milano: dopo l’eccellente Bowmore, assaggiamo un giovane Craigellachie di dieci anni, ex-bourbon, evidentemente ridotto di gradazione a 48,8%. L’avevamo già assaggiato in anteprima in un’altra occasione, ora è tempo di dedicargli la giusta attenzione.

N: molto onesto nella sua gioventù, con una discreta acidità in primo piano e chiare note di lieviti, di washback… Molta frutta bianca e gialla (nel tempo notiamo suggestioni di uva bianca, di pesca bianca, di mele renette e di pere). Va aprendosi con un po’ d’aria, su note di pasta di mandorla, di mandorle fresche, di erba fresca. Lato erbaceo in crescita.

P: meno ‘lievitoso’ rispetto al naso, decisamente; appare complessivamente più ‘pronto’, più dolce, fruttato e bourbonoso. Resta in evidenza un ottimo sapore di cereale, poi ancora frutta secca (mandorla di nuovo pare dominante, anche un po’ di noce). Molto pulito, pian piano escono mele e pere e un senso piacevole e rinfrescante di limonata zuccherata.

F: un finale di media lunghezza, ‘verde’, tra note di cereali e di mandorle.

Come ha detto Davide Romano presentando questo single cask, si tratta di un “whisky da estate”, fresco e sbarazzino nella sua dichiarata e limpida semplicità – volendo fare una boutade (e vogliamo farlo, checcefrega) lo definiremmo un “Whisky de Table” de noantri, Approvato abbondantemente – i suoi pregi migliori sono anche i suoi limiti, ma non gli si può certo imputare di presentarsi come qualcosa d’altro rispetto a ciò che è: un’apparente supercazzola per dire 83/100.

Sottofondo musicale: Katy Perry – Swish swish.

Burnside 26 yo (1989/2015, Cadenhead’s, 48,8%)

Da novembre abbiamo nel nostro parco-sample questo Burnside: forse il nome, messo così, non richiama molto alla vostra memoria… Peccato per voi: si tratta di un single cask di Balvenie (che non autorizza terzi a imbottigliare con il nome in evidenza) teaspooned con Glenfiddich. Cosa voglia dire teaspooned, ve lo spiega abilmente e con agile retorica il sommo Bevitore Raffinato, ché noi oggi siamo pigri. Si tratta di un 26 anni, invecchiato in una botte ex-bourbon e messo in vetro da Cadenhead’s, imbottigliatore che ormai abbiamo imparato a conoscere bene. Il colore è dorato chiaro – certo, mica lo scriviamo sempre il colore, direte voi, perché farlo adesso? Boh, perché ci è venuto in mente.

Burnside-26-y.o.-1989-2015-CadenheadsN: davvero espressivo con vere e proprie lamate di profumi che fendono il naso. Arriva subito un’immagine, chiara e nitida: una torta di mele, di quelle alte, fragranti, ripiene di mele gialle e crema. Un grandioso malto, che ci ricorda tanto il 15 anni ‘single barrel’; pere burrose, pastafrolla; brioche al miele, biscotti ai cereali; un velo di ananas (pasticcino al). Miele poi, con note floreali (erica); una leggera freschezza mentolata ed erbacea. Insomma, un whisky capace di odorare veramente di whisky, nel suo miglior archetipo.

P: molto ricco di sapore, e pieno. In grande coerenza con il naso, ripete quelle ottime note di frutta gialla matura e burrosa, di impasto per torte, di crema. Quindi ancora tante mele e tante pere, miele, malto brioscioso… Assieme a questo lato, si afferma anche una dimensione più compiutamente erbacea e ‘legnosa’: foglie di tè, menta, fieno. Frutta secca (mandorla). La parte dolce e quella più legnosa sono molto ben bilanciate, unite da una punta acida di agrumi misti. Anche un tocco di chiodi di garofano a dare una profondità speziata.

F: lungo e persistente, ancora dolce, maltoso, sulla frutta secca, sul malto a bilanciare la dolcezza.

Buono, molto buono: è “standard” nella migliore delle accezioni, e soprattutto al palato svela un’intensità legnosetta ed erbacea veramente caratterizzante. Contiene una dolcezza ricca e densa, ma equilibrata alla perfezione da quel lato lievemente amarino. 89/100, con Balvenie non si sbaglia.

Sottofondo musicale consigliato: Piero Bassini Trio – Looking at the hills.

Bowmore 30 yo (1983/2013, Silver Seal, 48,8%)

Tanto ci piacque il Littlemill di Silver Seal pubblicato mercoledì… che abbiamo deciso di dar fondo ad un altro sample pescato dall’ultima serie di release di Silver Seal. Nello specifico, parliamo di una bottiglia importante, illustre: un single cask ex-bourbon di Bowmore di 30 anni, nato come noi nel 1983 e messo in bottiglia l’anno scorso alla gradazione di botte di 48,8%. Il colore è paglierino.

Schermata 2014-04-04 alle 12.47.45N: grande compattezza, difficile sezionare le varie anime. L’affumicatura già di per sé delicata di Bowmore in un trent’anni come questo non fa la voce grossa, restando in disparte, elegantissima. Piuttosto, si fa apprezzare una bellezza marina, iodata, davvero molto ‘salata’. Per contro, non è vaniglioso ma dispiega una dolcezza non smaccata, più zuccherina, da caramella, quasi di confetto; e zuccherine sono anche le suggestioni di litchis, banana verde… Poi erbe secche balsamiche (eucalipto? ricorda certe tisane…) ma anche fiori, violette. Con acqua, esplodono la vaniglia, il marzapane, con note di pasticceria davvero suggestive e – onestamente – clamorose.

P: non sappiamo se si capirà, ma è incredibilmente Bowmore, è uber-Bowmore. Intenso, elegante, molto personale. Ancora, partiamo dalla sapidità; c’è un’acqua di mare esagerata… poi, ancora caramella, quelle zuccherine che ci piacevano da bambini (pastiglie Leone alla violetta, o anche le gommose zuccherate al cedro…); ci sono poi note mentolato, erbacee (ancora eucalipto) davvero fortissime. Più in generale, tutte queste note, così tipiche della distilleria soprattutto negli anni ’80, qui paiono perfettamente integrate tra loro, bilanciate splendidamente. Verso il finale ci sono note di pepe nero intense e perfette.

F: molto, molto lungo, con un discreto ritorno dell’affumicatura e… “eau du Bowmore”. Legno bruciato, quasi anche un senso di schiuma da barba.

Perfetto, poderoso, una cavalcata trionfale che per noi si ferma a 93/100 solo perché i tratti ultra tipici di Bowmore non ci attraggono fino alla perdita di inibizioni e di conoscenza; ma è tutto un problema nostro. Chi ama Bowmore, perderà la testa per questo dram. Ennesimi complimenti a Max per la selezione. Ah, domenica rincomincia Game of Thrones: l’etichetta ci mette già in clima…

Sottofondo musicale consigliato: RhapsodyEmerald Sword.

Highland Park 1990 (2012, cask #15701, Signatory, 48,8%)

Se siete sul pezzo sapete che la blogografia italiana del whisky ha di recente visto l’aggiunta di una nuova voce, whiskysucks.com, grazie alle provvide impressioni sensoriali dell’amico Federico. Qualche mese fa ci eravamo scambiati alcuni sample: oggi ne affrontiamo uno che ci intriga assai, un Highland Park del 1990 invecchiato in una botte refill-sherry fino all’anno scorso, quando Signatory Vintage ha pensato bene di metterlo in bottiglia. Il colore è ambrato.

38294N: ha quella severa apertura dei nasi HP: c’è come uno schermo salmastro e minerale, sotto il quale c’è poi un altro whisky… Dapprima intense note di arancia (tanta, tanta scorza) e d’agrume, in generale (diremmo limone, certo, e una flebile suggestione di chinotto). Profilo molto pulito, un po’ trattenuto, quasi; un poco di frutta secca (mandorla) e di frutta gialla (albicocca?); vaniglia, pan di spagna, uvetta.

P: tutt’altra intensità, tutt’altra personalità. All’inizio pare quasi ‘nudo’, mentre pian piano si sviluppano sapori vari e decisi. Il Pantheon è lo stesso del naso: domina l’arancia, l’agrume; c’è un’intensa torba acre e minerale; c’è una compostissima nota tropicale, deliziosa e inattesa (ananas?). Più fruttato che al naso, decisamente. Un pizzico d’acqua non guasta, regalando note pepatine e una punta di nocciola.

F: torba, di brutto; molto pulito e asciutto, anche se non mancano piccole escursioni nei territori tropicali.

Molto buono, decisamente, composto come solo gli Highland Park sanno essere. Il profilo è quello che più ci sconfinfera, l’ammettiamo, e ad un palato davvero sontuoso corrisponde un naso forse fin troppo trattenuto: ecco, diciamo che se dovessimo trovare un difetto ci orienteremmo proprio verso il fatto che pare sempre lì lì per esplodere in un tripudio sensoriale, ma non compie mai quel passetto in più. Il nostro voto sarà di 87/100, in ogni caso; e la prossima volta che ci vediamo, Federico, te ne chiederemo un altro sample…

Sottofondo musicale consigliato: MinaWhisky, di cosa stiamo parlando?

Tamdhu 26 yo (1984/2011, Adelphi, 48,8%)

Quando la Tamdhu, nel cuore dello Speyside, è stata acquistata nel 2011 da Ian McLeod, proprietario di Glengoyne, tutti sono stati tanto contenti, dato che dal 2009 la distilleria era stata “messa in naftalina” dai precedenti padroni; la produzione è ripresa all’inizio di quest’anno, pare. Oggi assaggiamo la botte #2836, whisky distillato nel 1984 e rimasto a riposare in botte fino all’anno scorso; il sonno si è interrotto grazie al prodigo intervento di Adelphi, storico imbottigliatore scozzese da poco distribuito in Italia da Pellegrini. Il colore è dorato.

tamadl1984N: subito, affianco a una gradazione che si fa molto sentire, c’è una grande e piacevolissima maltosità, che occupa la scena a tal punto da far sorgere dubbi sulla botte: bourbon o sherry? Quasi sicuramente però è un refill, e per ora dovessimo scommetterci un euro propenderemmo per la prima ipotesi. Ad ogni modo: è un naso molto intenso, che col tempo si anima di una gran messe di frutti diversi e tutti maturi: innanzitutto molta arancia, poi mela (a pacchi), fichi freschi, leggere suggestioni tropicali… Un po’ di cioccolato e una leggera, ma deliziosa, nota di cera.

P: sostanzialmente coerente col naso, quindi buono, con grande enfasi sul malto (cereali) e una netta accentuazione delle note di cera. Il complesso è compatto: spicca una nitida e intensa nota fruttata, tra bombe di cocco e molotov di arancia, con ulteriori suggestioni tropicali. Cioccolato a far capolino qui e là.

F: una quantità di cocco impressionante; malto, mela e un delicato legno; finale bello lungo, fa valere il suo non essere più un giovincello.

Molto deciso, con note fruttate sempre più intense man mano che sta nel bicchiere, che ci confermano la prima impressione (refill-bourbon, ma ci informeremo); un ottimo Speysider, insomma, impreziosito da note di cera veramente gradevoli. Un punto in meno per quell’alcol ancora un po’ imbizzarrito: 86/100, costa intorno ai 120 euro, se ne trovate ancora una bottiglia.

Sottofondo musicale consigliato: Sandy Muller – Dança Dança Dançarino, cover di Lucio Dalla.