Smokehead ‘Sherry Bomb’ (2019, Ian MacLeod, 48%)

Insieme ad alcuni amici abbiamo organizzato un piccolo blind tasting su Zoom (il vero protagonista di questi tempi strani): ci siamo inviati a vicenda 4 samples, ciascuno siglato col nome di una città e un numero, senza dichiarare né il mittente né, soprattutto, il contenuto. Lunedì sera abbiamo affrontato la prima sessione di 7 assaggi: pian piano, nelle prossime settimane, pubblicheremo le recensioni che abbiamo scritto… Rigorosamente, lasciamo le note come le avevamo scritte, tenendo anche qui e là qualche speculazione sul possibile contenuto, se trascritte dallo scriba designato. Oggi partiamo da “Topeka“, che conteneva Smokehead ‘Sherry Bomb’, la versione invecchiata in sherry del celebre torbatone dal look aggressivo di casa Ian MacLeod. Il colore è un rame carico.

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N: si nota subito una punta sulfurea da botte sherry; poi una sostanza di carne alla griglia, in generale di maiale: bacon, cheeseburger, maiale in agrodolce… La torba c’è, ovviamente, ma resta tutto sommato integrata; braci della griglia. Giovane, con molta probabilità. Aceto sulla griglia. Ha una sua parte agrumata. Molto teso, interessante, certo un po’ ruffiano.

P: le promesse ruffiane del naso sono purtroppo confermate. Molto molto dolce, con una legnata di fumo di torba (per niente marina); sparisce però il tocco succulento del naso, che era una delle cose più interessanti. C’è una dolcezza da sherry PX molto appiccicosa, con marmellata di fragola e lamponi, arancia bruciata, zucchero sempre bruciato. Cioccolato al caramello – mars. Pesca al forno con amaretto. Tanta liquirizia. Complessivamente banalotto, molto carico.

F: super dolce, abbastanza rapido e balsamico, fumo e caramello bruciato.

Il naso, tutto sommato promettente con la sua carica di grasso di maiale bruciato, è deluso dalle altre fasi, legate tra loro dal solo fatto di essere ipercariche: ma in fondo è un po’ indeciso, è uno nessuno e centomila. Non colpisce particolarmente, anche se non mostra un carattere particolarmente distintivo. Nel complesso ci è parso un po’ banalotto: non cattivo, per carità, ma non dice granché. Una bevuta che immaginiamo interessante soprattutto per chi si avvicina a questo stile di whisky, un po’ come il black metal sinfonico negli anni ’90: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dimmu Borgir – The Insight and the Catharsys.

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Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Botti da orbi: Clynelish al cubo, tre pezzi da novanta

In spregio ad ogni umana fratellanza e ad ogni pietas, invece di cingere con amichevole braccio le spalle dei due Facili gravate dal peso degli anni e dei malanni, l’umile scrivente ha deciso di approfittare della loro assenza per malattia per darsi alla pazza gioia con l’amico Corrado. Il quale – fra le innumerevoli qualità – conta anche una generosità fuori dal comune. E fuori anche dal Politecnico, considerato che il luogo del ritrovo carbonaro è stato il covo dei Corbettas. Fuor di calembour, Corrado ha voluto condividere un ricco bottino, ovvero una schiscetta piena di samples di Clynelish. Sei magiche boccette direttamente dal tasting organizzato dal forum di singlemaltwhisky.it,  sei facce del dado, sei strade per salire all’olimpo di cera e mineralità della distilleria fu-Brora. Vediamo da quale sentiero si gode la vista migliore.

122051-bigClynelish Distillers edition (2018, OB, 46%)
Uh, che goduria olfattiva! Iniziamo subito con le considerazioni creative: può un whisky essere beverino al naso? E’ una sinestesia da pazzi pericolosi? Eppure è invitante come un negozio di giocattoli: apre sulle note liquorose, ma più che Oloroso seco, come dice l’etichetta, qui sembra di annusare il vin santo. Sfoggia una freschezza di aranciata che prelude al lato più cerealoso, diciamo i Frosties, a sottolineare la dolcezza. Uvetta, un che di cerino spento e poi, senza grandi avvisaglie, ecco sulla scena del sapone ai frutti rossi e del poutpourri. Angelo si lascia trasportare: profumo da donna di lusso…
Poi, svolti la curva del palato e… ti ritrovi in un altro mondo. Qui è molto affilato e l’alcol più evidente. Rimane la vinosità, ma ora sì più secca. Buccia di mela, nocciolo di pesca. Il legno rende tutto molto asciutto e poco gentile: spezie (chiodi di garofano, forse anice stellato) e polvere di caffè. Il finale è coerente, tendente all’amaro e alla mandorla. Buona persistenza, pizzico di sapidità finale.
Chiamate uno whischiatra, perché questo malto è un po’ scisso. Due vinosità differenti, due sensazioni differenti. Il voto tiene conto di questa carenza di equilibrio e purtroppo penalizza un whisky dall’olfatto eccellente ma che non rispetta le promesse. E a noi i bugiardi non piacciono granché: 83/100.

141010-bigClynelish 20 yo (1996/2016, casks 6410 e 6411, Signatory vintage, 46%)
Come la Panda rossa degli anni Ottanta, il Clynelish SV è uno di quei classici talmente diffusi che anche per sbaglio chiunque ci è incappato. Tra questi anche J&G, che hanno recensito una versione gemella, blend dei due barili precedenti, il 6408 e 6409: Carramba che sorpresa! Esauriti i convenevoli, subito è chiaro che è un altro sport: molto più rispondente ai canoni della distilleria (che poi, sono convenzioni, suvvia), apporto del legno minimo. Si apre con mela gialla, di quelle con la cera sopra a renderle lucidissime. Miele di erica, sventagliate di pera e banana, torta di mele con lo zucchero a velo (ma di quelle senza burro, che ti lasciano insoddisfatto, sospira Corrado con nostalgia). Whisky decisamente giallo! E infatti spunta una scorzetta di pompelmo, che con un profumo di pasta di pane (lievito, cereale), dà l’idea di un malto giovane, cosa che non è. Una voce dice: “Sembra un Glen Grant più minerale” e il paragone regge.
In bocca è omogeneo, stesso attacco di mela/pera. Poi però scende sovrappensiero verso il mare: ciottoli bagnati e asciugati, salinità, limone. Eccola, la mineralità rincorsa come la pietra filosofale! Di nuovo legno assente, compare giusto un che di frutta secca chiara, tipo macadamia. Nudo e costiero, nel finale si fa amarognolo (albedo del limone) e un filo di pepe bianco pulisce tutto.
Didattico e semplice, come quelle tavole per insegnare le lettere alle elementari: C di Clynelish, è lui. Certo, se proprio si deve trovare un difetto, da un vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma tanto ne abbiamo altri 4, quindi non ce la prendiamo. E dunque tra 84 e 85 scegliamo un 85/100.

clymdw1996Clynelish 20 yo Artist collective #1.3 (1996/2017, La maison du whisky, 48%)
Se l’Olimpo fosse a Cremona, si potrebbe camminare per km senza fare un metro di dislivello (e senza vedere a un passo per la nebbia). Invece è una montagna, quindi si sale, sia come grado che come pedigree. Ecco dunque un blend di due barili di sherry imbottigliato dalla Maison du whisky per la splendida serie Artist Collective. Qui le cose si fanno complesse, il naso è più criptico ma si capisce subito che sarà vera gloria. Si apre sulla marmellata di arance e mette sul tavolo un curioso e intrigante aroma di rabarbaro, quasi di vermut. E’ dolce/amaro, giocato tra bastoncino di liquirizia e fichi secchi. I frutti rossi non sono freschi, vengono in mente le bacche di goji disidratate e le scorze di arancia dragee. Lo sherry è profondo, umido, con foglie di tabacco e un’arancia rossa ipermatura.
In bocca dilagano cioccolato e caramello, perfino zabaione. Che cremeria!, direbbero i tizi che non trovavano Gigi nello spot. Fa capolino un’intrigante torbetta strana, levigata dal tempo: è la maschera che indossa la mineralità della casa, diciamo di grafite o polvere pirica. Un dubbio si fa strada: e se avessero usato botti ex Brora? Dovremmo contare gli anni, ma preferiamo lasciarci trasportare al secondo palato, dove il legno regala ancora liquirizia e un retrogusto di pepe. Prugne secche, anche!
Il finale è epico, prima il chinotto (prima il frutto, poi proprio la bibita); di nuovo rabarbaro, cacao amaro e una lunghezza che si stempera in un sorriso dalle labbra salate.
Eccellente, impegnativo, variegato. Non c’è la cerosità? Ce ne facciamo non una, ma due ragioni: 90/100.

1541Clynelish 2004 Expression (2004/2018, MaSam, 54%)
Toh, Zeus ci viene incontro. E chi se non Samaroli può fare le veci del padrone dell’Olimpo? Il sample arriva da una di quelle evocative ampolle della serie “From Silvano’s collection” e curate dalla moglie Maryse. Noi lo beviamo da un boccettino prosaico, ma confidiamo nella poesia liquida. Il colore assai pallido ci dice che le botti qui si sono sedute in platea ad applaudire l’evoluzione del distillato, e in effetti il naso è assai “sour”: ananas acerbo, limone e lime, note di fermentato. Sale poi una dolcezza zuccherina di uva spina e una mineralità non precisa, tra l’agrume e il sale: Citrosodina? Serve tempo, qui. Chi attende incapperà in una nota tropicale quasi da vecchio whisky, anche se qui non si parla di anziani. L’alcol non è evidente, ma forse tiene il guinzaglio ai profumi. Due gocce d’acqua migliorano il tutto e fanno emergere la candela spenta.
Un bisturi: affilato, pungente, pepe e peperoncino aprono la sarabanda. Poi è la frutta a dilagare (limone e pompelmo, ma anche macedonia matura e mela golden). Molto aromatico, miele millefiori. Si direbbe quasi balsamico. Alla dolcezza si contrappone la sapidità: cioccolato bianco con grani di sale, se la Lindt ci legge può brevettarlo. Nocciola. Con l’acqua si fa ancor più avvolgente, deliziosamente ceroso. Finale frizzante, limonoso e marino. Angelo estrae dai baffi il ricordo del sale turco al limone. Corrado oggi in vena di similitudini butta lì: un Ardbeg senza la torba. Molto austero, non nasconde gli spigoli e ne fa un vanto. Il naso inizialmente banale è solo il preludio a una grande esperienza degustativa, un sudoku infernale che è una gioia risolvere. 90/100, ma Angelo sarebbe stato più generoso.

60365-bigClynelish 10 yo (1995/2006, James McArthur, 58,9%)
Qui, al contrario del Samaroli, siamo contenti di avere il nostro boccettino, perché la bottiglia della serie The Way of Spirits, con la sua croce celtica sopra, è mesta come una di quelle cartoline con la scritta “Saluti da Gabicce mare”. Ci aspettiamo molto dal nostro N5, dato che i ragazzi del forum lo hanno messo al primo posto nel sestetto. Il primo naso è un po’ strano, tela cerata e un filo di zolfo. Di sicuro non nasconde i natali costieri, dato che fa capolino anche una nota di alghe riarse. L’alcol è ingombrante, ma non dà fastidio. Anche lo sherry sgomita, e accanto a una nota di pesca all’amaretto e arancia un po’ andata, spunta un netto accenno metallico, di rame. Pera e senape in grani, tipo mostarda.
Chi ha proditoriamente messo del cioccolato al latte nel nostro dram? Proprio Lindor, dolcezza e cremosità. Una sensazione che si ripete nella nota di miele di castagno e di lemon curd. Toffee setoso e un clamoroso sentore di marron glacé. Eppure rimane quel filo sulfureo mai sgradevole, ora accompagnato al pepe. Con l’acqua cala la dolcezza e sale il sale (!). Liquirizia salata. Splendido retrogusto di affumicato e quasi terroso.
Il finale è lungo e dolce, crema di marroni e cioccolato fondente, l’unica parte che con la diluizione perde un po’.
Beh, questo è giovane e incazzato, non c’è che dire. Decisamente tosto, fra tutti quello con meno compromessi e forse il più emozionante, come un ottovolante. Due di noi abbassano di nuovo la media, ma si resta comunque in quota: 88/100.

162340-bigClynelish 19 yo (1997/2017, Gordon and MacPhail, 55,5%)
Lo versiamo con la lacrimuccia che accompagna l’ultimo giorno di vacanza che chiude un grande viaggio. Un quasi ventenne (“19 anni e undici dodicesimi”) a grado pieno, imbottigliato per la serie “Germany at cask strength”: è quasi coetaneo del LMDW ma maturato in first fill American hogshead, quindi attendiamoci ricchezza. In attesa dei gioielli, ci accontentiamo di un cesto di frutta matura degno delle nature morte di Caravaggio: pesca, mela, melone, albicocca, ananas… Il tutto ricoperto da cera profumata e calda, a formare la tipica patina. Il legno non fa mancare il binomio vaniglia e miele, e invece del cocco di nuovo spunta la macadamia. Si fa sempre più tropicale col tempo, balena un che di fieno bagnato e poi esplode un burro fuso memorabile. Pandoro, sì, ma al triplo burro.
Pardon, quadruplo, perché continua in bocca. Ci mancava quell’oleosità che ha fatto grandi tanti Clynelish? Eccola servita! Le botti attive accentuano vaniglia e miele, ma potrebbero far poco se non supportate da un corpo quasi scultoreo: mela, banana e ananas maturo sul fronte frutta, cannoncini appena sfornati sul fronte pasticceria. In mezzo, noi, fortunati natanti sballottati dalle sensazioni. Un filo di sale, buccia di limone, un pizzico di zenzero e il naufragar ci è dolce… Finale fotocopia: crema, burro e sale. Avvolgente come un piumone.
Dopo tante asperità in questo viaggio, dopo whisky complessi e “pensati”, eccone uno rilassato, da bere più che da decodificare. Una intensità di sapori e una piacevolezza ammirevoli, quasi commoventi. Eppure questa relativa innocenza non sia scambiata per banalità. Questa è la terra promessa, dove scorrono latte e miele. Anzi è meglio, qui scorre burro fuso e miele, scusate se è poco. 90/100 anche se è un “whiskyfacile”.

Glenlivet 10 yo ‘Collective’ (2007/2018, The Artist, 48%)

gli alambicchi responsabili di questo whisky

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo Scotch è la complessità delle relazioni tra le distillerie, degli intrecci tra gruppi e personaggi – complessità se vogliamo speculare a quella del whisky come distillato. Botti, persone, addirittura pezzi di distillerie circolano per la Scozia spesso grazie a un’amicizia, a una qualche istanza commerciale magari risalente a qualche decennio fa. Da appassionati è una caccia al tesoro risalire alla fonte storica di un sentore, rintracciare un destino lontano nascosto in una frase nel retroetichetta. Un esempio curioso arriva dai permessi (o dai dinieghi) che gli indie bottler ricevono sulla possibilità di indicare in etichetta il nome della distilleria da cui hanno acquistato il barile. Da anni Glenlivet ha una politica molto restrittiva in questo senso, ma oggi assaggiamo due barili selezionati e sposati da La Maison du Whisky nella serie Collective The Artist, e – sorpresa! – ecco apparire la distilleria “valle del fiume Livet” sulla bottiglia. A cosa si deve il privilegio di far riferimento a una delle distillerie più longeve e vendute di Scozia? Certo non lo sappiamo noi, chiedetelo a Lmdw oppure smarritevi nella complessità proteiforme di poco fa, ché noi abbiam da bere…

N: molto interessante, ci aspettavamo un ruffianone e invece no. C’è subito un agrume netto, che potrebbe essere arancia o mandarino; facciamo mandarancio e la chiudiamo così. Una punta metallica, che ricorda il profumo delle sale degli alambicchi, poi note erbacee, da distillato, cereali caldi. Fiammatine fruttate qui e là, soprattutto di mela (chips di mele). Decise note acetiche, aceto di mele?

P: ottimo corpo, molto grasso e masticabile. Ancora agrumato, con mele rosse, chips di mele, toffee. Colpisce, soprattutto con un pelino d’acqua, una nota sulfurea inattesa (zolfo, proprio, cerino). Ancora cereali, un sacco di carruba.

F: abbastanza lungo, tutto su toffee, frutta secca e cereali.

Nella miriade di combinazioni possibili di cui si parlava in ingresso capita anche di assaggiare una delle distillerie più blasonate al mondo selezionata da uno dei whisky shop più famosi e capaci al mondo e di rimanere contenti a metà. Questo Glenlivet francamente non ci ha entusiasmato, il naso non ci convince, mentre il palato regala degli spunti, ma quella nota sulfurea rimane lì più come un punto interrogativo che non come un tratto del carattere. Complessivamente resta un buon whisky, per carità, ma noi ci fermiamo a 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tredici Pietro feat Madame – Farabutto.

Caol Ila 2011 (2018, Wilson&Morgan, 48%)

Quando si parla di imbottigliatori indipendenti italiani, uno dei nomi certamente più conosciuti e più solidi nel panorama attuale è quello di Wilson & Morgan, incarnazione esotica della storica azienda trevigiana Rossi & Rossi. Abbiamo assaggiato molte selezioni di W&M nel corso degli anni, e ora, grazie alla gentilezza di Marina Del Puppo, abbiamo messo le nostre avide mani su questo imbottigliamento del 2018: un Caol Ila giovane, di sette anni, maturato in dieci barili ex-bourbon first-fill e imbottigliato a 48%.

N: Caol Ila da manuale, come dev’essere. Dunque il tutto sarebbe riassumibile nella sacra triade caolilesca: vaniglia, mare, limone. Giovane, certo, e bene impattato (?) da legni certamente molto attivi, che si sposano alla perfezione con lo stile del distillato. Lo sentiamo fresco e frizzante, e promette un palato molto zuccherino. Sette anni son pochi ma l’invecchiamento ha già nascosto la faccia più ingenua ed erbacea, costruendo un equilibrio convincente tra isolanità e bourbonosità.

P: anche qui stiamo sfogliando il manuale di Caolilicità, con le classiche note della distilleria in evidenza: liquirizia e inchiostro, in primissimo piano. La torba ha le parvenze di un falò in spiaggia, e sono decisamente delle belle parvenze. Molto sapido, con tanta tanta vaniglia: dolci al limone, anzi siamo ancora più specifici: torta paradiso artigianale, fatta a in Strada Nuova a Pavia.

F: di media durata, ricalca le stesse tonalità ma si percepiscono alcune reminiscenze vegetali, tra l’erba e il pepe bianco. Delizioso.

Siamo quasi in imbarazzo: Caol Ila è così, ha una coerenza e una costanza veramente uniche, inconfondibili. Come spesso accade soprattutto con i torbati, anche da giovani e giovanissimi questi Caol Ila riescono a mostrare una maturità e una piacevolezza di bevuta davvero invidiabili. Non si sbaglia, insomma: sono tutti molto simili, sono tutti molto buoni – questo, peraltro, si trova online intorno alle 50€, il che ce lo rende ancora più simpatico. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino D’Angiò – Che idea.

GlenAllachie 25 yo (2018, OB, 48%)

Dopo aver assaggiato il 12 anni ufficiale di GlenAllachie, eccoci alle prese con la versione più invecchiata del core range da poco rilanciato da quel vecchio volpone di Billy Walker, leggenda ambulante del mondo del whisky scozzese. Si tratta di un 25 anni, mix di barili ex-bourbon ed ex-sherry Oloroso e Pedro Ximenez, messi in vetro a 48%. Sarà un whisky massiccio e convincente come un destro di Piatek o deboluccio e molliccio come gli addominali di Higuain? Vediamo.

N: tutti questi Glenallachie hanno come primissima nota un che di lievito, lievito di birra, impasto del pane… cosa che decisamente stupisce, su un 25 anni! Cacao amaro. Arriva poi ananas disidratato, ancora frutta essiccata (diremmo soprattutto scorza d’arancia); forse un pit di tropicalità, a sorpresa? Torta all’uvetta, anzi: plumcake all’uvetta, ciambellone. Aceto di sherry?

P: ricco di sapore, colpisce con un’acuminata dolcezza acida, ancora con molta arancia in varia natura (forse perfino del limone?, anzi: yogurt al limone). Le botti portano uvetta e una certa dolcezza appunto, ma persiste un’acidità molto particolare da distillato, da lieviti, da birra, da pane (pane nero?). Cioccolato amaro, ancora, e nocciole (gheriglio di nocciola).

F: non lunghissimo, procede verso l’amaro (di cereale, chicco d’orzo) e con qualche sentore di legno caldo, e ancora frutta e gherigli multiformi.

Interessante, soprattutto colpisce la coerenza dello stile: a più del doppio dell’età del dodicenne assaggiato ieri resta evidente una certa acidità da lievito che fa da fil rouge nell’intero core range di GlenAllachie. Che poi la cosa possa essere divisiva, questo è tutt’altro discorso; certo è che si tratta di un buon whisky, magari non di devastante complessità e forse non sempre del tutto appagante, ma di certo non si può non applaudire all’operazione e sperare in magnifiche sorti e progressive: intanto, 85/100. Grazie a Fabio e Matteo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

Tormore 16 yo (2017, OB, 48%)

Non abbiamo tempo per scrivere un cappello introduttivo, questa mattina; ci perdonerete, vero?, tanto per scoprire qualcosa di più su Tormore c’è Google, quindi insomma, usatelo. Uscito nel 2014, questo 16 anni è la versione base del core range di Tormore: è invecchiato solo in bourbon barrels e si dice sia molto buono. Vediamo.

N: che colpo! Inizialmente stupisce con una nota ad alto contenuto zuccherino molto pronunciata, al limite del rum, con note di canna da zucchero, vaniglia, miele e caramello, perfino di arancia matura e di un sacco di melone e di frutta gialla generica; poi, dopo aver stupito, stupisce ancora di più con una tropicalità esplosiva, muscolare e seducente allo stesso tempo, fatta di mango maturo e maracuja. Molto piacevole! Dopo un po’, escono sentori di legno un po’ sparati.

P: la botta iniziale, sostenuta da una gradazione osata, ha le sembianze di ricchi meloni maturi, vaniglia e miele. Poi c’è una frutta gialla matura e molto carica, con qui timide escursioni tropicali (mix tropicale, il succo). E poi, purtroppo, vien fuori una nota tra l’alcolico e il legnoso un po’ amara e slegata, con note di frutta secca e poi speziate (avete presente un caffè turco?), che conduce a un finale…

F: …ugualmente ambiguo, tra una bombetta zuccherina, dolce e tropicale, ed un’altra decisamente troppo legnosa e amarina (senza essere astringente).

La sensazione è che al palato soprattutto ci sia decisamente troppo legno, e il risultato è un whisky piacevolissimo ma un po’ stucchevole; peccato perché è tutto molto buono! Naso da top, palato da flop, o per lo meno deludente rispetto alle promesse della prima fase; facendo una media daremmo 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Norah Jones – Black Hole Sun.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Lagavulin 8 yo (2016, OB, 48%)

È ancora tempo di bicentenari, su Islay: dopo Laphroaig e Ardbeg, che hanno celebrato il duecentesimo genetliaco ufficiale l’anno passato, nel 2016 tocca a Lagavulin, una delle distillerie più amate, venerate, ricercate dal pubblico di whiskofili. Il primo degli imbottigliamenti celebrativi (sì, ce ne saranno almeno tre: questo, uno per il Feis Ile ed una Special Release… si mormora di un 25 anni a grado pieno in arrivo, ma costerà come una rata del mutuo per la vostra bella casetta) è un 8 anni non filtrato a freddo, ridotto alla gradazione di 48%. In limine, ci piace lodare che Lagavulin (quindi: Diageo) abbia scelto di dichiarare la giovane età e non si sia trincerata dietro ad un NAS; scelta controcorrente, come sappiamo. Ma insomma: l’attesa era tanta, e finalmente ora l’abbiamo nel bicchiere. Il colore è paglierino molto chiaro, sembrerebbe naturale – fonti bene informate, però, ci avvertono che un po’ di caramello potrebbe essere scappato pure qui…

lg_1461N: se dovessimo identificare una caratteristica peculiare, diremmo che è infinitamente marino e iodato (sale; aria di mare, proprio, davvero impressionante). Sulle prime pare molto naked, sullo stile del fratellino maggiore di 12 anni; colpisce una netta mineralità, una torba terrosa e un fumo acre ma relativamente leggero (anche se, a onor del vero, progressivamente sale un senso di legno bruciato). Lana bagnata. La gioventù è esibita da note di malto giovane, tra pane, lievito, un po’ di  limone, canditi… La zuccherinità, presente e in crescita, è fresca e su note floreali (violette e caramelle alla v.), lievemente fruttata (frutta bianca), e con un poco di vaniglia. C’è poi una dimensione speziata (alla degustazione c’è chi parlava di cumino e di paprika) e di pepe bianco. Olio di mandorle. Tutti questi aromi esibiscono grande compattezza e grande intensità, in una cornice – ripetiamo – prepotentemente costiera e marina.

P: ottima intensità, il corpo è coerente con lo stile di casa, oleoso e compatto – ma il miracolo è che è anche beverino alla grande. Al fianco della marinità, che rimane spettacolare, intensissima e in primo piano (acqua salata, aria di mare), si aggiunge una dolcezza più marcata, facile ma molto godibile: vaniglia, canditi ed esplosioni di liquirizia dolce; perfino qualche nota fruttata (uva bianca) e un che di mandorla. Poi, il minerale non molla di un millimetro; il palato si chiude su un fumo – stavolta sì – marcatamente Laga, con note pesanti di legna bruciata. Ancora spezie e pepe bianco.

F: ritorna la gioventù del cereale, molto ben impastata con legna bruciata, sale e pepe bianco.

Non giriamoci attorno: è davvero molto buono. È giovane, certo, a suo modo è relativamente semplice, ma lo spirito di Lagavulin (pur se toccato da una dolcezza di vaniglia che al palato fa capolino con più insistenza) resta francamente insuperabile. Appare simile al 12 anni nelle sue espressioni migliori, dato che il lato isolano è davvero prominente, soprattutto al naso. Nel cappello introduttivo avevamo lodato l’operazione di trasparenza (età bassa dichiarata e non NAS); qui dobbiamo anche lodare la scelta della nudità, di un profilo guidato dal distillato e solo marginalmente impreziosito dalla botte. Se lo trovate, il prezzo attuale che si vede sul web (attorno ai 70€, ma si trova anche a meno) ci pare davvero molto onesto. Whiskyfacile approva: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Seven steps to heaven.

Yamazaki ‘Mizunara’ (2013, OB, 48%)

Stavamo cercando un modo brillante per iniziare questa recensione, immaginando modi bizzarri per introdurre lo Yamazaki Mizunara parlando di uomo del Giappone, genitali pixellati, spazi angusti e fiori di loto, ma poi, per fortuna nostra e soprattutto vostra, cari venticinque lettori, abbiamo desistito. Assaggiamo dunque la versione 2013 di un NAS di Yamazaki, invecchiato in botti di legno Mizunara, molto poroso e molto giapponese. Una nota di costume? Non si trova in vendita a meno di 1100 euro.

Schermata 2015-11-03 alle 20.28.22N: il naso si rivela subito particolare, particolarissimo. Chiariamo subito: ci sono due anime, una rotonda, morbida e (se ci concedete la sinestesia) ‘dolce’, l’altra invece molto più pungente, minerale (ma non solo) e quasi ‘salata’. A note piacevolmente maltose, pienamente briosciose (croissant all’albicocca, di quelli artigianali, belli burrosi e appena sfornati) e molto fruttate (frutta gialla su tutto il resto, con escursioni tropicali tra cocco e ananas dolce) si accompagnano suggestioni di salamoia, di sottaceti (?), proprio di sale. Perfino un che di… succo concentrato di Aloe? Ci sono suggestioni legnose (Federico parla di sandalo, e ci convince) e speziate, come spesso accade coi giapponesi; e pian piano si libra in volo una nota tostata, lievemente bruciata (non legna, ma pane, diremmo). Molto particolare!

P: prosegue esattamente sulla stessa linea, forse sbilanciandosi ulteriormente verso le note più inusuali. Ancora salamoia, olio d’oliva, pane e lieviti; ci sembra di riconoscere addirittura delle note di… pane ramerino! Ma non si pensi a un palato del tutto unsexy: queste suggestioni sono infatti accompagnate da un ‘basso continuo’ di dolcezza, apparentemente in disparte ma vivissima (ancora croissant, forse qualcosa che va verso il cioccolato bianco). Curioso abbinamento, ma armonioso e persuasivo.

F: lungo, tornano le note di legno e torna il tostato. Pepe. Burro caldo.

Molto, molto particolare, e molto, molto convincente. Le due anime, apparentemente così lontane, riescono a convivere pacificamente e in splendida armonia; la magia del whisky ancora una volta è avvenuta. Il nostro giudizio numerico sarà di 88/100, e non perderemo tempo a fare ovvie considerazioni sulla bolla, sui prezzi dei whisky giapponesi, sui pixel sui genitali.

Sottofondo musicale consigliato: Aaron Neville – Hercules.