Caol Ila 2011 (2018, Wilson&Morgan, 48%)

Quando si parla di imbottigliatori indipendenti italiani, uno dei nomi certamente più conosciuti e più solidi nel panorama attuale è quello di Wilson & Morgan, incarnazione esotica della storica azienda trevigiana Rossi & Rossi. Abbiamo assaggiato molte selezioni di W&M nel corso degli anni, e ora, grazie alla gentilezza di Marina Del Puppo, abbiamo messo le nostre avide mani su questo imbottigliamento del 2018: un Caol Ila giovane, di sette anni, maturato in dieci barili ex-bourbon first-fill e imbottigliato a 48%.

N: Caol Ila da manuale, come dev’essere. Dunque il tutto sarebbe riassumibile nella sacra triade caolilesca: vaniglia, mare, limone. Giovane, certo, e bene impattato (?) da legni certamente molto attivi, che si sposano alla perfezione con lo stile del distillato. Lo sentiamo fresco e frizzante, e promette un palato molto zuccherino. Sette anni son pochi ma l’invecchiamento ha già nascosto la faccia più ingenua ed erbacea, costruendo un equilibrio convincente tra isolanità e bourbonosità.

P: anche qui stiamo sfogliando il manuale di Caolilicità, con le classiche note della distilleria in evidenza: liquirizia e inchiostro, in primissimo piano. La torba ha le parvenze di un falò in spiaggia, e sono decisamente delle belle parvenze. Molto sapido, con tanta tanta vaniglia: dolci al limone, anzi siamo ancora più specifici: torta paradiso artigianale, fatta a in Strada Nuova a Pavia.

F: di media durata, ricalca le stesse tonalità ma si percepiscono alcune reminiscenze vegetali, tra l’erba e il pepe bianco. Delizioso.

Siamo quasi in imbarazzo: Caol Ila è così, ha una coerenza e una costanza veramente uniche, inconfondibili. Come spesso accade soprattutto con i torbati, anche da giovani e giovanissimi questi Caol Ila riescono a mostrare una maturità e una piacevolezza di bevuta davvero invidiabili. Non si sbaglia, insomma: sono tutti molto simili, sono tutti molto buoni – questo, peraltro, si trova online intorno alle 50€, il che ce lo rende ancora più simpatico. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino D’Angiò – Che idea.

GlenAllachie 25 yo (2018, OB, 48%)

Dopo aver assaggiato il 12 anni ufficiale di GlenAllachie, eccoci alle prese con la versione più invecchiata del core range da poco rilanciato da quel vecchio volpone di Billy Walker, leggenda ambulante del mondo del whisky scozzese. Si tratta di un 25 anni, mix di barili ex-bourbon ed ex-sherry Oloroso e Pedro Ximenez, messi in vetro a 48%. Sarà un whisky massiccio e convincente come un destro di Piatek o deboluccio e molliccio come gli addominali di Higuain? Vediamo.

N: tutti questi Glenallachie hanno come primissima nota un che di lievito, lievito di birra, impasto del pane… cosa che decisamente stupisce, su un 25 anni! Cacao amaro. Arriva poi ananas disidratato, ancora frutta essiccata (diremmo soprattutto scorza d’arancia); forse un pit di tropicalità, a sorpresa? Torta all’uvetta, anzi: plumcake all’uvetta, ciambellone. Aceto di sherry?

P: ricco di sapore, colpisce con un’acuminata dolcezza acida, ancora con molta arancia in varia natura (forse perfino del limone?, anzi: yogurt al limone). Le botti portano uvetta e una certa dolcezza appunto, ma persiste un’acidità molto particolare da distillato, da lieviti, da birra, da pane (pane nero?). Cioccolato amaro, ancora, e nocciole (gheriglio di nocciola).

F: non lunghissimo, procede verso l’amaro (di cereale, chicco d’orzo) e con qualche sentore di legno caldo, e ancora frutta e gherigli multiformi.

Interessante, soprattutto colpisce la coerenza dello stile: a più del doppio dell’età del dodicenne assaggiato ieri resta evidente una certa acidità da lievito che fa da fil rouge nell’intero core range di GlenAllachie. Che poi la cosa possa essere divisiva, questo è tutt’altro discorso; certo è che si tratta di un buon whisky, magari non di devastante complessità e forse non sempre del tutto appagante, ma di certo non si può non applaudire all’operazione e sperare in magnifiche sorti e progressive: intanto, 85/100. Grazie a Fabio e Matteo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

Tormore 16 yo (2017, OB, 48%)

Non abbiamo tempo per scrivere un cappello introduttivo, questa mattina; ci perdonerete, vero?, tanto per scoprire qualcosa di più su Tormore c’è Google, quindi insomma, usatelo. Uscito nel 2014, questo 16 anni è la versione base del core range di Tormore: è invecchiato solo in bourbon barrels e si dice sia molto buono. Vediamo.

N: che colpo! Inizialmente stupisce con una nota ad alto contenuto zuccherino molto pronunciata, al limite del rum, con note di canna da zucchero, vaniglia, miele e caramello, perfino di arancia matura e di un sacco di melone e di frutta gialla generica; poi, dopo aver stupito, stupisce ancora di più con una tropicalità esplosiva, muscolare e seducente allo stesso tempo, fatta di mango maturo e maracuja. Molto piacevole! Dopo un po’, escono sentori di legno un po’ sparati.

P: la botta iniziale, sostenuta da una gradazione osata, ha le sembianze di ricchi meloni maturi, vaniglia e miele. Poi c’è una frutta gialla matura e molto carica, con qui timide escursioni tropicali (mix tropicale, il succo). E poi, purtroppo, vien fuori una nota tra l’alcolico e il legnoso un po’ amara e slegata, con note di frutta secca e poi speziate (avete presente un caffè turco?), che conduce a un finale…

F: …ugualmente ambiguo, tra una bombetta zuccherina, dolce e tropicale, ed un’altra decisamente troppo legnosa e amarina (senza essere astringente).

La sensazione è che al palato soprattutto ci sia decisamente troppo legno, e il risultato è un whisky piacevolissimo ma un po’ stucchevole; peccato perché è tutto molto buono! Naso da top, palato da flop, o per lo meno deludente rispetto alle promesse della prima fase; facendo una media daremmo 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Norah Jones – Black Hole Sun.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Lagavulin 8 yo (2016, OB, 48%)

È ancora tempo di bicentenari, su Islay: dopo Laphroaig e Ardbeg, che hanno celebrato il duecentesimo genetliaco ufficiale l’anno passato, nel 2016 tocca a Lagavulin, una delle distillerie più amate, venerate, ricercate dal pubblico di whiskofili. Il primo degli imbottigliamenti celebrativi (sì, ce ne saranno almeno tre: questo, uno per il Feis Ile ed una Special Release… si mormora di un 25 anni a grado pieno in arrivo, ma costerà come una rata del mutuo per la vostra bella casetta) è un 8 anni non filtrato a freddo, ridotto alla gradazione di 48%. In limine, ci piace lodare che Lagavulin (quindi: Diageo) abbia scelto di dichiarare la giovane età e non si sia trincerata dietro ad un NAS; scelta controcorrente, come sappiamo. Ma insomma: l’attesa era tanta, e finalmente ora l’abbiamo nel bicchiere. Il colore è paglierino molto chiaro, sembrerebbe naturale – fonti bene informate, però, ci avvertono che un po’ di caramello potrebbe essere scappato pure qui…

lg_1461N: se dovessimo identificare una caratteristica peculiare, diremmo che è infinitamente marino e iodato (sale; aria di mare, proprio, davvero impressionante). Sulle prime pare molto naked, sullo stile del fratellino maggiore di 12 anni; colpisce una netta mineralità, una torba terrosa e un fumo acre ma relativamente leggero (anche se, a onor del vero, progressivamente sale un senso di legno bruciato). Lana bagnata. La gioventù è esibita da note di malto giovane, tra pane, lievito, un po’ di  limone, canditi… La zuccherinità, presente e in crescita, è fresca e su note floreali (violette e caramelle alla v.), lievemente fruttata (frutta bianca), e con un poco di vaniglia. C’è poi una dimensione speziata (alla degustazione c’è chi parlava di cumino e di paprika) e di pepe bianco. Olio di mandorle. Tutti questi aromi esibiscono grande compattezza e grande intensità, in una cornice – ripetiamo – prepotentemente costiera e marina.

P: ottima intensità, il corpo è coerente con lo stile di casa, oleoso e compatto – ma il miracolo è che è anche beverino alla grande. Al fianco della marinità, che rimane spettacolare, intensissima e in primo piano (acqua salata, aria di mare), si aggiunge una dolcezza più marcata, facile ma molto godibile: vaniglia, canditi ed esplosioni di liquirizia dolce; perfino qualche nota fruttata (uva bianca) e un che di mandorla. Poi, il minerale non molla di un millimetro; il palato si chiude su un fumo – stavolta sì – marcatamente Laga, con note pesanti di legna bruciata. Ancora spezie e pepe bianco.

F: ritorna la gioventù del cereale, molto ben impastata con legna bruciata, sale e pepe bianco.

Non giriamoci attorno: è davvero molto buono. È giovane, certo, a suo modo è relativamente semplice, ma lo spirito di Lagavulin (pur se toccato da una dolcezza di vaniglia che al palato fa capolino con più insistenza) resta francamente insuperabile. Appare simile al 12 anni nelle sue espressioni migliori, dato che il lato isolano è davvero prominente, soprattutto al naso. Nel cappello introduttivo avevamo lodato l’operazione di trasparenza (età bassa dichiarata e non NAS); qui dobbiamo anche lodare la scelta della nudità, di un profilo guidato dal distillato e solo marginalmente impreziosito dalla botte. Se lo trovate, il prezzo attuale che si vede sul web (attorno ai 70€, ma si trova anche a meno) ci pare davvero molto onesto. Whiskyfacile approva: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Seven steps to heaven.

Yamazaki ‘Mizunara’ (2013, OB, 48%)

Stavamo cercando un modo brillante per iniziare questa recensione, immaginando modi bizzarri per introdurre lo Yamazaki Mizunara parlando di uomo del Giappone, genitali pixellati, spazi angusti e fiori di loto, ma poi, per fortuna nostra e soprattutto vostra, cari venticinque lettori, abbiamo desistito. Assaggiamo dunque la versione 2013 di un NAS di Yamazaki, invecchiato in botti di legno Mizunara, molto poroso e molto giapponese. Una nota di costume? Non si trova in vendita a meno di 1100 euro.

Schermata 2015-11-03 alle 20.28.22N: il naso si rivela subito particolare, particolarissimo. Chiariamo subito: ci sono due anime, una rotonda, morbida e (se ci concedete la sinestesia) ‘dolce’, l’altra invece molto più pungente, minerale (ma non solo) e quasi ‘salata’. A note piacevolmente maltose, pienamente briosciose (croissant all’albicocca, di quelli artigianali, belli burrosi e appena sfornati) e molto fruttate (frutta gialla su tutto il resto, con escursioni tropicali tra cocco e ananas dolce) si accompagnano suggestioni di salamoia, di sottaceti (?), proprio di sale. Perfino un che di… succo concentrato di Aloe? Ci sono suggestioni legnose (Federico parla di sandalo, e ci convince) e speziate, come spesso accade coi giapponesi; e pian piano si libra in volo una nota tostata, lievemente bruciata (non legna, ma pane, diremmo). Molto particolare!

P: prosegue esattamente sulla stessa linea, forse sbilanciandosi ulteriormente verso le note più inusuali. Ancora salamoia, olio d’oliva, pane e lieviti; ci sembra di riconoscere addirittura delle note di… pane ramerino! Ma non si pensi a un palato del tutto unsexy: queste suggestioni sono infatti accompagnate da un ‘basso continuo’ di dolcezza, apparentemente in disparte ma vivissima (ancora croissant, forse qualcosa che va verso il cioccolato bianco). Curioso abbinamento, ma armonioso e persuasivo.

F: lungo, tornano le note di legno e torna il tostato. Pepe. Burro caldo.

Molto, molto particolare, e molto, molto convincente. Le due anime, apparentemente così lontane, riescono a convivere pacificamente e in splendida armonia; la magia del whisky ancora una volta è avvenuta. Il nostro giudizio numerico sarà di 88/100, e non perderemo tempo a fare ovvie considerazioni sulla bolla, sui prezzi dei whisky giapponesi, sui pixel sui genitali.

Sottofondo musicale consigliato: Aaron Neville – Hercules.

Glengoyne 25 yo (2014, OB, 48%)

Da sempre non abbiamo saputo nascondere la nostra predilezione per Glengoyne, la distilleria a cavallo tra Lowlands e Highlands, la prima che abbiamo mai visitato: sarà che ci abbiamo lasciato il cuore, sarà che siamo influenzati nel giudizio dall’emozione… ma a noi i whisky di Glengoyne, caratterizzati da massicci invecchiamenti in eccellenti botti ex-sherry, piacciono sempre. Oggi finalmente, grazie all’intercessione dell’importatore italiano Fabio Ermoli, mettiamo le narici e le papille sull’imbottigliamento top di gamma del core range, vale a dire il 25 anni. Il colore è subito seducente, d’un rubino acceso.

25-2N: che partenza, che orgia sensoriale! In termini generali è succosissimo, di grande rotondità., suggerita anche da una sensazione di legno caldo e impregnato. Comunque, come tutti i Glengoyne anche questo 25 anni si mantiene ‘fresco’, appunto, succosissimo: e infatti succo d’arancia, di mandarino, di chinotto; un’esplosione travolgente di frutta rossa (fragole e lamponi, in marmellata). Tabacco aromatizzato ai frutti rossi; cioccolato (mon cheri). Un profilo standard sherry come descrittori, ma dal carattere, dalla possanza e dall’intensità clamorose. Torta di mela e burro caldo zuccherato (ci sarà lo zampino di american oak?)

P: BOOM!, che esplosione compatta: è una gragnola di bombe, tutte preannunciate dal naso: c’è tanta mela rossa e ancora tanti frutti rossi (ancora fragola e lampone). Emergono qui robuste note liquorose/sherrose (che, diverse, avevamo trovato anche nel Macallan ’59 – spesso si usa dire che Glengoyne ha raccolto il testimone di Macallan, dato che usa orzo Golden Promise e usa solo botti ex-sherry di qualità altissima) che quasi virano verso il balsamico (aceto b. stagionato). In generale è fruttatissimo, e qualcuno potrebbe benissimo lasciarsi suggestionare perfino da frutti tropicali. Agrumi scuri, polposi e sugosi; cioccolato, quasi alla nocciola (Nutella). Ah, dimenticavamo: c’è una nota briosciosa, di malto caldo…

F: semplicemente stupendo, lunghissimo e persistente: solo certi torbati durano così… Malto, frutta rossa, nutella… Top.

Semplicemente eccellente. Non c’è bisogno di dire altro: escludendo i single cask, questo è forse il miglior imbottigliamento sherried in circolazione. 92/100, non c’è bisogno di dire altro. L’avevamo già scritto? Beh, allora non c’è bisogno di dire altro.

Sottofondo musicale consigliato: The Who – I can see for miles.

Laphroaig ‘Quarter Cask’ (2014, OB, 48%)

Stavamo abbozzando un’introduzione a una delle versioni ufficiali più celebri della storia recente di Laphroaig, ‘Quarter Cask’; quando abbiamo trovato questo link, che chiude la questione meglio di quanto ogni nostra più ambiziosa stringa sintattica sarebbe mai riuscita a fare. Per i pigri, un’introduzione brutalmente semplice: quarter cask vuol dire botte piccola, che vuol dire più legno per meno distillato, che vuol dire maturazione rapida, che vuol dire tanto sapore più in fretta. Si tenga conto che, pur essendo tecnicamente un NAS, si tratta circa di un 6 o 7 anni maturato in botti ex-bourbon e finito per qualche mese in QC. C’avete capito qualcosa? No? L’avevamo detto che non dovevate essere pigri, ma voi no, no, continuamente no.

quarterCaskN: subito impattiamo su una muraglia di torba Laphroaig, qui tutta acre e con caratteri di gomma bruciata, un po’ di smog, diesel… Cuoio, anche. Poi, certo note di “garza” le trovi solo nei Laffy; note marine (brezza, spuma marina), ma solo a tratti. Un Laphroaig abbastanza tipico, dove si nota tanta gioventù nervosa, e dopo un po’ ecco anche quel ‘rinforzino’ di legno delle botti piccole… Limone prepotente, poi cedro in quantità; bello fruttato, a suo modo, con anche una spruzzata di menta fresca… Pericolosamente tendente al Mojito! Zucchero liquido: la ‘dolcezza’ cresce tanto con il tempo, facendosi quasi caramellosa e calda. Liquirizia.

P: decisamente ruffiano e, per dirla con le parole del filosofo, bello “puttanone”. Una coltre di liquirizia e caramello sotto un’altra coltre di legno veramente eccessiva, di fianco a una coltre di armadietto delle medicine e torba marittima, salata. Il tutto certo non pecca in intensità, ma francamente parepoco armonioso e non perfettamente legato. Ancora note giovani e canditose.

F: legno bruciato, cola e liquirizia.

Comprendiamo l’operazione: Laphroaig ha uno stile particolare, come si sa, aggressivo, non è un gusto ‘per tutti’; ma se hai quel gene lì (quale gene? ma di che state parlando? facili, ma ne fate una questione genetica?) che te lo fa apprezzare, e non conosci ancora il mondo di Laphroaig, di certo questo Quarter Cask ti lascerà folgorato e ti farà impazzire. Un perfetto Laphroaig entry-level, dunque (costa circa 30 euro), che alla lunga rischia forse di stufare un pochino. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Verdena – Valvonauta.

Littlemill 21 yo (1992/2014, High Spirits for Spirit of Scotland, 48%)

Proseguiamo il nostro filotto di Littlemill, questa volta chiamando in causa un imbottigliamento molto atteso, presentato in anteprima allo Spirit of Scotland di quest’anno: si tratta infatti della seconda bottiglia celebrativa del Festival romano, dopo il Benrinnes del 2013. La selezione è stata affidata anche quest’anno al mattatore Pino Perrone, tra gli organizzatori del SOS, grande connaisseur e grandissimo divulgatore. E qualche goccia dall’alambicco della sua canoscenza, Pino ce la distilla qui, proprio in riferimento alla storia di questo imbottigliamento. Noi, più prosaicamente, ce lo siamo bevuti emanando qua e là grugniti in segno d’apprezzamento.

bottiglia-spiritN: ecco a voi Littlemill, come mamma l’ha fatto: in questo naso si pavoneggia il malto di distilleria (ormai, avendone assaggiati diversi, abbiamo imparato a riconoscere il nocciolo della casa), perché qui c’è veramente un gran concerto di note maltate, erbose, vegetali. Sembra di passeggiare in una distilleria… con in mano una brioche all’albicocca! Burro fresco. E poi ancora scorza d’agrumi (pompelmo, arancia), una lieve vaniglia, un po’ di pasta di mandorla. Anche plumcake, yogurt. Insomma, si possono intercettare tutti aromi molto delicati, per un naso certo molto signorile.

P: un po’ alcolico, tuttavia mantiene quanto di buono proposto al naso, dimostrando tra l’altro grande coerenza. Ancora prevale il malto, col suo portato erbaceo, affiancato in un panorama di discreta intensità, da note di zucchero di canna e suggestioni di una frutta assai contratta (frutta gialla acerba). Resiste l’agrume e spuntano puntine di zenzero candito. Poi, in un attimo, tutto si ripulisce e ci si saluta con un malto pulito pulito…

F: …che domina incontrastato un finale di media lunghezza, con sconfinamenti erbacei, delicatamente tendenti all’amaro.

Arrivati al terzo Littlemill, lo spirito della distilleria ci appare sempre più chiaro, così come chiare ci appaiono le differenze che le singole botti sanno sviluppare nel tempo: qui, si tratta di un malto veramente ‘nudo’, sobrio e composto, ma non dimentico di quelle note fruttate, mai sfacciate, che sanno far godere gli appassionati. Noi appassionati siamo e dunque apprezziamo: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom ZeO Amor é Velho.

GlenDronach 21 yo ‘Parliament’ (2013, OB, 48%)

Come avrete senz’altro letto nel comunicato stampa diffuso a blog unificati, i vostri amati scribacchini del web domenica mattina si sacrificheranno, assaggiando diversi samples di botti di GlenDronach del 1993 per selezionare lui, il cask eletto che verrà imbottigliato e distribuito in Italia da Silver Seal e Beija Flor. Noi, allo Spirit of Scotland di questo fine settimana, saremo proprio al banchetto di Beija Flor: potendo pescare nell’intero catalogo dell’importatore, abbiamo scelto alcuni percorsi di degustazione che vi proporremo, se vorrete, a prezzo scontato – e sarà un’occasione per scambiare quattro chiacchiere assieme. Nei prossimi giorni pubblicheremo i percorsi che abbiamo selezionato: per ora, accontentiamoci di assaggiare uno dei prodotti di punta del core range di GlenDronach, ovvero il 21 anni ‘Parliament’. Il colore è d’un bel rubino.

dronach21N: niente alcol. Come già col Cask Strength, la componente Pedro Ximenez si fa sentire, con il suo apporto smaccatamente zuccherino: e quindi note di zucchero di canna, di savoiardi, dolci alle mandorle. Poi, un tappetone di aromi sherried, elegantissimi: frutti rossi a fiammate (ciliegia), cioccolato, fichi secchi. Per il resto, fuori dal coro zuccherino rimangono punte di aceto balsamico e lucido per legno.

P: morbidissimo e avvolgente in bocca: coerente col naso, anche se si fa sentire di più il portato amaricante dei legni rispetto alla dolcezza rilevata prima, con spunti leggeri di rabarbaro, anche fondi di caffè, a controbilanciare appunto una dolcezza di ciliegia intensa e fichi secchi veramente incantevoli.

F: secco e lungo, e la frutta rossa e gli aromi ‘ciliegiosi’ non cedono d’un passo in intensità.

Questo ventunenne ci appare sbarazzino e piacevolmente ruffiano al naso, più serioso e incravattato al palato; con ciò, siamo senza dubbio di fronte a un ottimo malto sherried, che non nasconde la sua età e – come dire – proprio dall’esperienza delle cose del mondo sa trarre i giusti insegnamenti per ammaliare anche i nasi meno avvezzi e al contempo soddisfare i più esigenti. 88/100 è la nostra opinione.

Sottofondo musicale consigliato: Wild BeastsThe Fun Powder Plot.