Kilchoman 5 yo (2011/2016, OB for WhiskyClub Italia, 58,6%)

Non potete immaginare la curiosità con cui ci accostiamo a questa creazione di Whiskyclub Italia – per chi si fosse distratto, è forse il più importante club dedicato al nostro amato distillato di cereale oggi presente sul suolo patrio. Le ragioni di tanto entusiasmo sono molteplici: anzitutto siamo freschi reduci, qualche mese addietro, da una visita proprio alla neonata (son pur sempre dodici anni, eh!) distilleria di Islay; abbiamo avuto l’onore di fare il tour assieme al fondatore Anthony Wills, che ci ha spiegato la sua personale visione, ovverosia la volontà di ottenere un distillato di partenza molto torbato sì (circa 50 ppm per quasi tutta la produzione), ma allo stesso tempo estremamente elegante e ‘leggero’. Assaggiare Kilchoman, passando dal wort (ovvero il liquido estratto dopo che il malto è stato macerato con l’acqua) ai vari tagli che intervengono durante la distillazione, è stata un’esperienza unica, che ci ha calati in maniera indelebile nelle caratteristiche organolettiche di questa sorprendente distilleria artigianale. Altro motivo di curiosità è il fatto che ormai da qualche tempo Kilchoman concede con fatica i propri barili di Oloroso a imbottigliatori indipendenti e quindi questo 5 anni di Whiskyclub si configura come una vera e propria chicca, che andiamo subito ad assaggiare.

N: accoglienza assolutamente accomodante, a dispetto del grado pieno. Ci si accomoda, dunque, nel bel mezzo di un diluvio di frutta rossa: marmellata di fragole, duroni; sciroppo all’amarena; poi arancia rossa, bella fresca; così come fichi freschi, di quelli maturi e dolcissimi. Tanto zucchero bruciato, ricorda quando si bruciacchia la marmellata sulle torte dimenticate in forno… C’è anche un lato delizioso di chinotto e rabarbaro. Ma la torba? C’è, pure quella, ed è solo torba: non porta con sé né medicinale né marino, solo una forte cenere pungente, un aroma acre. Tabacco e legno bruciati. Un filo di polvere di cacao, anche del caffè.

P: il corpo è masticabile, l’intensità pienissima. Conferma le attese del naso, mostrando l’apporto di una botte veramente esuberante e di primissima qualità. Lo sherry qui domina la scena con una dolcezza fatta di frutti rossi, ancora, in mille forme (ciliegia e marmellata di fragola su tutto). Molto rotondo, davvero, anche se a onor del vero un lato erbaceo, quasi balsamico, finisce per fare da contrappunto, con note di rabarbaro e perfino propoli. Parremo banali, ma diciamo cioccolato amaro, e ancora tabacco agli agrumi. Davvero tanta liquirizia (caramelle alla, non legnetti). La torba è pur sempre a 50ppm, e infatti un fumo acre e ceneroso accompagna verso un finale…

F: …che dura a lungo, in continui rimbalzi tra torba e frutta rossa, tabacco e chinotto.

Anche se Anthony Wills è convinto che il distillato prodotto a Kilchoman si sposi meglio ad invecchiamenti in barili ex bourbon- e in effetti ex bourbon sono la stragrande maggioranza delle botti custodite nei magazzini – questo 5 anni maturato completamente in un barile ex sherry Oloroso ci sembra un imbottigliamento davvero ben riuscito, diremmo eccellente, anche se in un certo senso “ruffianone”, succosissimo. Bravi tutti, dunque, tranne noi, che col voto ci attestiamo un attimo prima della gloria imperitura, a 89/100. Se vi solletica l’acquisto di una bottiglia, ecco il link allo shop del club.

Sottofondo musicale consigliato: Agnes Obel – Stretch your eyes

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Kilchoman 5 yo (2009/2014, OB for Whiskyclub.it, 60,8%)

Domani sera ci sarà un evento speciale: Claudio, Davide e Andrea presenteranno ufficialmente la loro creatura, Whiskyclub Italia. Lasciamo a loro le parole di presentazione, ricordando solo come a un godurioso banco di assaggio seguirà una cena luculliana imbevuta di birre artigianali maturate in botti di whisky… Insomma, l’evento pare imperdibile! Noi per prepararci assaggiamo l’ultima selezione dei ragazzi, ovvero un Kilchoman invecchiato in botte ex-bourbon (cask #343/2009) e imbottigliato ad un mostruoso grado pieno, 60,8%. Non per i deboli di cuore… Il colore è paglierino.

Schermata 2014-11-07 alle 11.43.28N: chiuso, molto chiuso sulle prime, pur senza risultare alcolico in modo disturbante. Trapelano però, fin da subito, due note clamorosamente nitide: propoli e caramelle al miele. Davvero molto ‘vegetale’ e maltoso; erbe infuse dolci (ricordano, queste note, un amaro d’erbe fatto artigianale). Una punta di pastello a cera? Di gomma? Poco affumicato per ora. Ci sono poi note zuccherine e forse fruttate, ma tutto sommato laterali (e solo dopo un bel po’ d’aria); si apre poi, pian piano, su biscotti appena sfornati; e su camomilla, tanta. Con acqua, oltre a una punta di borotalco, notiamo in grande crescita note aranciate zuccherine, diciamo tra il miele d’arancio e una crostata.

P: l’impatto, complice la gradazione, è senz’altro esplosivo: di nuovo, la fa da padrone un malto certo giovane ma non ingenuo, di accennata vegetalità (?) zuccherina; a questo palato mancano marinità e fumo (ma rispetto a cosa, boh!), ed è per questo che si presenta ‘nudo alla meta’: fiori infusi, gran tripudio di camomilla zuccherata, fette biscottate, ancora propoli e miele. Spezie? Con acqua, si fa più vaniglioso e arancioso (arancia dolce, zuccherina, non rossa). Torba, sempre senza fumo.

F: ancora torbato ma per nulla affumicato. Si conclude richiudendosi, ancora su malto, erbe vegetali, un lieve zuccherino.

Un whisky difficile, di certo arduo da maneggiare; e senz’altro whisky particolare, particolarissimo, che probabilmente dividerà i gusti di chi lo assaggerà. Anzi, ha già diviso perfino noi: chi lo elogia ne ha apprezzato l’intensità, le sfumature inusuali e la qualità di un malto caldo, campagnolo; chi non l’ha amato ne critica, per contro, la ‘nudità’, l’eccessiva semplicità. Insomma, l’abbiamo proprio interpretato in modo opposto; che dire? Bevetelo, e sappiateci dire la vostra opinione. Il nostro voto è la sintesi, la media dei due giudizi che singolarmente avremmo dato, e quindi 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Toto Cutugno – Voglio andare a vivere in campagna.

Glen Grant 5 yo (2013, OB, 40%)

Spesso alcuni amici ci chiedono: “ma perché recensite solo whisky introvabili?” oppure “per voi tutti i whisky sono buoni, tutti i voti che date sono sempre sopra l’80!”. Ora, quanto a quest’ultima obiezione, beh, non possiamo che rimandare i nostri disattenti amici alla pagina in cui spieghiamo in soldoni qual è il nostro metodo di valutazione (cioè, qui); e poi ricordare ai più che siccome i samples ce li andiamo a scegliere noi e per lo più li paghiamo, legittimamente tendiamo a scegliere prodotti che – almeno sulla carta – potrebbero potenzialmente piacerci: siccome questo per noi è un divertimento e nessuno ci farcisce il conto corrente, così è. Se a questo unite il fatto che il whisky moderno è livellato verso l’alto (si parla di media, eh!, e sì, livellamento può voler dire standardizzazione), comprenderete bene che sì, i voti con ogni probabilità saranno mediamente alti. Se poi il vostro sogno è leggere le tasting notes di whisky facilmente reperibili, eccoci qui, per servirvi: Glen Grant 5 anni, sì, proprio lui, proprio quel whisky che i più credono essere un blended, proprio quel whisky che vi ha tagliuzzato finemente le meningi con quelle campagne pubblicitarie ossessive e ormai leggendarie (“ah, com’erano belle le pubblicità di una volta…” NO, NON E’ VERO, FACEVANO PENA!) in cui un pedante uomo d’affari, compiaciuto del suo cosmopolitismo e della sua mascella, stupiva amici, amanti, ex amanti e future amanti con la sua abilità nel riconoscere il colore chiaro e il gusto pulito di Glen Grant.

Con ogni probabilità, un semiologo con il vizio della sociologia potrebbe prendere di peso questa pubblicità e spiegarci in pochi minuti perché avremmo tutti dovuto capire già allora, davanti alla televisione, che questo paese sarebbe stato destinato al declino, rapido e inesorabile. In ogni caso, un rapido sguardo ai commenti su youtube a quello stesso video potrà dirvi molto di quanto Michele sia diventato un’istituzione italiana e di quanto Glen Grant goda di cattiva fama. Altro tormentone era questo, in cui Michele, dimostrando di essere un vero esperto, riconosceva il suo whisky preferito nonostante l’uso di bicchieri che avrebbero trasformato qualsiasi distillato di malto in un informe concentrato d’alcol:

Poi, negli anni ’90, la svolta mistica, sull’onda di filmoni tipo Braveheart e Balla coi lupi: Michele era chiuso da ore in bagno con la hostess dell’aereo che aveva appena sedotto parlando di whisky (a chi non è capitato, suvvia?!?) e i creativi della Ramazzotti devono aver pensato che qualche immagine evocativa e una colonnasonora-qualsiasi-basta-che-ricordi-Enya-e-un-film-che-si-svolge-in-un-passato-indefinito-ma-affascinante (ndr: erano i Capercaillie, per lo meno scozzesi) sarebbero stati sufficienti per evocare sommovimenti celtici nel pubblico televisivo. Non so come siano andate le vendite in quegli anni, ma di certo il celtico tirava, tant’è che un raffinato perito elettrotecnico in canottiera della provincia varesotta più o meno con lo stesso stratagemma poteva conquistare per sé e i brillantissimi figli un futuro luminoso grazie a quel passatempo facile facile che è la politica.

Poi, sempre aspettando che Michele uscisse dal bagno, i creativi di cui sopra devono aver detto: “sai che c’è? ci mettiamo Gassman figlio, al posto di Michele!”. Così accadde, gli spot nuovi sono pietosi forse perfino più di quelli del passato, insomma: meglio lasciar perdere. Ad ogni modo, quel che è indubbio è che la distilleria di Rothes, unica di proprietà italiana (Campari), è sempre stata presente nelle case e nell’immaginario collettivo degli italiani: a dispetto di una popolarità inversamente proporzionale alla stima di cui gode, i suoi whisky sanno essere magnifici, come sappiamo anche noi. Ma assaggiamolo, suvvia, e col bicchiere giusto. Il colore: chiaro. Il gusto: pulito. Ma è Glen Grant! Ops, scusate… Colore: paglierino chiaro.

N: spensierata gioventù, leggerezza che combacia con semplicità. Al di là di una nota maltosa davvero predominante, emerge una sensazione di frutta candita (pera candita su tutto), di mele, di frutta gialla (pesca bianca? ma non hai detto gialla? sì, ma…). Un velo di miele e vaniglia. Tutto molto zuccherino, tenue, profumato; sentori di mandorla e fiori freschi. Un lieve limone, un che di bergamotto. Non male, semplice e scopertamente giovane, ma gradevole.

5anniP: il corpo è molto acquosetto, forse troppo? Si esalta ancora di più il lato newmake-ish, con note di lieviti e frutta candita. Ancora mandorla, la frutta secca pare più presente che non al naso; malto, malto, malto. Non troppo dolce, con leggere note – però – di vaniglia. Semplice, ancora, e certamente non di intensità memorabile; molto beverino, però, e d’altro canto è il suo scopo…

F: malto e frutta secca, ancora un po’ di note ‘grappose’ (canditi). Pulito pulito (un senso di erba fresca), non molto intenso.

Costa 10 euro, che volete di più? Di certo, è un whisky giovane e semplice, leggero, da bere come aperitivo, magari ricordando i tempi spensierati degli spot spacconi ed esibendo bene bene l’italica mascellona: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: SandraIn The Heat Of The Night

Port Charlotte 5 yo (2002/2008, Fiori/D’Ambrosio/Di Lillo, 46%)

Abbiamo pensato che un piccolo bonus torbato non fosse una cattiva idea per aprire la nuova settimana, e ci siamo affidati all’esperienza degli italiani. Assaggiamo oggi un Port Charlotte ‘storico’; si tratta di un imbottigliamento molto particolare, con tre diverse etichette, una per ogni proprietario della botte. E che proprietari! Stiamo parlando di Giorgio D’Ambrosio, Franco Di Lillo e Nadi Fiori, persone che (non vi diciamo nulla di nuovo) hanno fatto e continuano a fare la storia del whisky… Port Charlotte 2002/2008, dunque, invecchiato per soli cinque anni in una botte di sherry, come è ovvio se si guarda il colore ramato scuro. Ne abbiamo portato a casa un sample dall’ultimo Spirit of Scotland, dove questa chicca concludeva una fantastica masterclass tenuta da Pino Perrone e Francesco Mattonetti.

wb0453e627-9_IM160643N: alcol morbidissimo; è molto aperto fin da subito, e fin da subito si rivela splendido. L’esordio olfattivo contiene note ‘sporche’ e inusuali davvero notevoli: carne alla brace, salsa barbecue, ma anche note di lana bagnata, di legno vecchio. Grasso di carne che cola sulle braci? L’affumicatura, certo presente, non è acre ma si lascia assaltare dalla botte; note fruttate molto calde, ci vengono in mente le prugne cotte alla cannella, oppure certe marmellate ancora in cottura… Intense note di caffè e di cioccolato amaro.

P: ancora piuttosto ‘carnoso’, con note proprio di carne secca, di carne affumicata. C’è un apporto del legno mostruoso, con uno sherry massiccio e molto tanninico che però non nasconde del tutto una succosa dimensione fruttata (frutti rossi qui; diciamo ‘infuso ai frutti rossi’?) e agrumata (arancia rossa, un po’ amarina). Note di cola, di ferrochina. Ci colpisce una suggestione di caffè turco o siriano, quello cotto nel pentolino insieme a varie spezie (chiodi di garofano, ad esempio). Il corpo è fantastico, dato che è veramente denso e ‘masticabile’. Cioccolato all’arancia.

F: prosegue sulla linea dei tannini che allappano un po’; tracce di fondo di caffè. Poco fumo, il legno si mangia via quasi tutto, con ancora resistenze di frutti rossi speziati, scorzetta d’arancia, cioccolato amaro.

Assaggiando Port Charlotte così giovani, noi francamente rimaniamo sempre a bocca aperta… Che qualità! Supersaporito ma non ‘eccessivo’; in ogni caso, certamente la botte tende un po’ a coprire il distillato, ma in questo caso – se possiamo spingerci a valutazioni del genere al cospetto di cotanti selezionatori – la qualità dell’apporto del legno è tale da rendere il risultato molto buono, molto bilanciato e per nulla banale. Ci ricorda quei pochi torbati in sherry ‘del passato’ che ci è capitato di bere; ha effettivamente un tocco ‘old style’ e vagamente orientale… Complimenti a chi l’ha scelto, e ancora più complimenti a chi ne stipa una bottiglia per le grandi occasioni. 88/100 è il punteggio che si guadagna nel nostro cahier, Serge la pensa così e Ruben così.

Sottofondo musicale consigliato: Luigi TencoVedrai vedrai.

Kilchoman 2007/2012 (cask #245, OB for Milano Whisky Festival, 59,5%)

E insomma, la morale è una sola: non ci resta che bere. Ci muove in questo momento il sentimento di non poterci sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità, vale a dire: noi beviamo l’amaro calice, ma ve lo bevete pure voi, ché sbronzarsi da soli è cosa cattiva e ingiusta. Con vibrante emozione, dunque, assaggiamo uno dei due imbottigliamenti proposti da Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci al Milano Whisky Festival 2012: Kilchoman 2007/2012, un single cask della giovane distilleria di Islay (distillato il 15.8.2007 e imbottigliato il primo di ottobre del 2012, a gradazione piena) che ha riscosso grande successo. Finora, come forse sapete, non abbiamo nascosto qualche perplessità su questi giovanissimi malti, vediamo se questo ci farà cambiare idea.

zoom_1857183_kilmwfN: Kilchoman pian piano si fa le ossa, e questo imbottigliamento sembra esserne prova provata: accanto a note medicinali e di gasolio (anche una punta di inchiostro), ci sono – leggermente più in disparte – una discreta marinità (alghe secche) e un’affumicatura torbata intensa, ma non totalizzante. Si sente tanta liquirizia, a mano a mano cresce una dimensione vanigliata e di marzapane. Borotalco? Ci sono note anche vegetali, che non paiono rimandare a immaturità ma completano un profilo semplice ma più vario delle attese. Una goccia d’acqua aumenta l’affumicatura e al contempo potenzia la vaniglia. Buono!

P: qui la giovane età vien fuori tutta, con un attacco forte e deciso su frutta candita e vaniglia… che subito però lascia spazio a bombe di legno amarognolo, torba veramente molto acre, un senso di marinità quasi organica (aringhe) e suggestioni di gomma bruciata, plastica… Ancora tanta liquirizia, per un palato dai sapori extra-strong. Ci sentiamo di suggerire un po’ d’acqua, che – pur non perdendo plastica fusa e pesce – arrotonda una dolcezza cremosa.

N: lunghissimo, molto intenso, a tratti quasi violento nelle sue vette torbate e marine: ancora, gomma bruciata e pesce.

Ultimamente assaggiamo malti controversi; in questo caso, dobbiamo riconoscere a questo Kilchoman un naso molto piacevole, mentre il marino e il torbato – al palato e al finale – onestamente ci sono parsi eccessivi, nel senso che a nostro gusto indulge troppo su un mix di pesce e plastica bruciata. Di recente uno di noi ha assaggiato un sample di quello che sarà probabilmente il prossimo Kilchoman imbottigliato dal MWF, ed era parso un po’ più maturo e soprattutto più bilanciato, anche se non ricordiamo l’età (comunque, tanto più vecchio non può essere). La morale? Rispetto ad altri Kilchoman, questo è più intenso e più vario (per quanto, a maggior ragione a quest’età, resti sullo stereotipo del giovane malto torbato di Islay), ma forse è un po’ meno equilibrato. A parità di gioventù, noi per ora – attendiamo con ansia di farci smentire dai nostri sensi – preferiamo gli imberbi Port Charlotte, che ci possiamo fare. Nel nostro quadernetto questo imbottigliamento si guadagna un 82/100, ma di nuovo avvertiamo che ad molti amici è piaciuto di più. Costa 99 euro.

Sottofondo musicale consigliato: GrenzkommandoLady Gaga.

Kilchoman 5 yo – 2006 vintage release (2011, OB, 46%)

La distilleria Kilchoman è la più giovane di Islay, avendo iniziato a produrre tra il 2005 e il 2006; circa un terzo dell’orzo proviene dai campi circostanti e viene maltato nella stessa distilleria, mentre il resto viene acquistato a Port Ellen. La Kilchoman, dovendo cercare di farsi un nome e una reputazione in fretta, ha rilasciato numerosi imbottigliamenti in questi primissimi anni di vita, in particolare alcuni single cask; le reazioni del “mondo del whisky” sono sempre state piuttosto positive, considerando che si tratta di distillati invecchiati generalmente tre o quattro anni – paiono essere però molto promettenti (qui Serge Valentin si chiede “ma quanto pagheremmo per bere già oggi un 20 anni della Kilchoman?”). Oggi assaggiamo il primo 5 anni ufficiale (2006-2011), invecchiato per l’80% in botti di bourbon first fill e per il restante 20% in refill bourbon. Il colore è paglierino chiarissimo, a testimonianza della giovane età.

N: il naso è piuttosto fresco; l’affumicatura c’è e grida “Islay” ai quattro venti, ma non è così insistente – ricorda in qualche modo un giovane Caol Ila. Sotto alle note affumicate e vagamente medicinali si insinua col tempo una dolcezza tipicamente bourbonesca (?) e fruttata: vaniglia soprattutto, cocco, qualche sentore erboso (fieno), di mandorla…

P: gradevole, con un buon corpo: la torba e l’affumicato hanno il primo impatto ma non riescono a celare un lato agrumato (limone) e soprattutto un buon sapore di malto, del tipo fette biscottate, o cereali. Ancora vaniglia. Non c’è molto altro, ma se pure non particolarmente complesso è piuttosto godibile. Forse qualche punta pepata subito prima del finish.

F: non lunghissimo, tutto su torba e fumo (cenere). Qualche puntina di limone, ancora; forse a tratti l’affumicato confina con nocciole tostate (?).

Considerando che, generalmente, dopo 5 anni un whisky ha davanti a sé ancora tanto tempo per migliorarsi in botte, beh, questo Kilchoman è ottimo! Mostra una maturità decisamente superiore alle attese, e se pure tradisce qualche debolezza (soprattutto per quel che riguarda complessità e profondità degli aromi, se si capisce quel che intendiamo), è certo molto promettente. Alcune caratteristiche che paiono essere tipiche della distilleria (soprattutto sul lato maltato – ma forse dipende dalla giovane età?) emergono abbastanza nitidamente. La nostra valutazione è di 83/100, confidando nelle magnifiche sorti e progressive della Kilchoman. Potete leggere altre opinioni su questo whisky qui e qui, mentre le note ufficiali di degustazione le trovate qui.

Sottofondo musicale consigliato: Mamas and PapasMy girl, dall’album Deliver.