Give ‘n’ Tell 25 yo (1992/2018, Spirit Still, 51,4%)

Give ‘n’ Tell è l’anagramma di… Glenlivet! Trattasi del secondo single malt più venduto al mondo, occupando (i dati sono del 2016) un 11% delle vendite globali. In linea con gli altri due brand sul podio, Glenfiddich e Macallan, anche Glenlivet ha avviato un processo di rinnovamento che la porterà entro l’anno venturo a raddoppiare la produzione, arrivando così a produrre la mostruosità di 22 milioni di litri annui. Lasciamo ad altri momenti la considerazione sulla sostenibilità sul lungo termine di una simile operazione, e pure quella sulla ciclicità della Storia – adesso concentriamoci sul bicchiere che abbiamo davanti! Si tratta di un single cask di Glenlivet imbottigliato da Spirit Still, 25 anni di maturazione in un barile ex-bourbon, gradazione piena – siamo molto felici di assaggiarlo, dato che Glenlivet di solito non vende barili a terzi e gli indie sono molto rari.

N: un esempio cristallino della rotondità e della pulizia fatte whisky, un tripudio di speysideness. Fruttatissimo e marmellatoso, tra mela gialla, pesca ed albicocca; succo d’arancia, arancia bella matura, pronta da spremere. Col tempo diventa sempre più tendente al tropicale. Ecco poi la teoria di sentori da botte bourbon: vaniglia, marzapane, cioccolato bianco. Pastafrolla, crema, un pasticcino alla frutta. Si sente un che di oleoso veramente piacevole e promettente per il palato…

P: esplode sulle papille, travolgendole con uno tsunami tropicale di rara intensità: solo questa prima botta di sapore merita il prezzo del biglietto. Pesca, maracuja e ananas maturo, poi cocco dal barile. Lychees. Avete presente il succo tropicale? Ecco. Vaniglia, certo. Grasso, pieno ed oleoso. Biscotto al burro Walkers. Sempre più cremoso, man mano vira verso il pasticcino alla frutta (pastafrolla e crema ancora). Un che di vagamente maltoso e tanta arancia, intensa.

F: persistente, lungo, intensissimo. Frutta tropicale e buccia d’arancia sgagnata, dura fino a dopodomani. Delizioso. Caramella alla violetta, ma in senso positivo… A bicchiere vuoto, una nota erbacea che già baluginava tra le fasi precedenti.

Eccellente: 92/100. Moderno sicuramente, con tanto barile, ma senza un vero difetto che sia uno – e con una intensità tropicale e fruttata veramente esplosiva. Ah, Glenlivet, perché non tornare a invecchiamenti alti e a gradi pieni? Perché ti distrai espandendo la produzione. Concentrati su quel che hai, che diamine! Una postilla: costa 125 sterline, meno della metà del XXV anni ufficiale, imbottigliato a 43%…

Sottofondo musicale consigliato: Nu Guinea – Ddoje Facce.

Laphroaig Cairdeas 2014 (OB, Amontillado Finish, 51,4%)

Due anni fa, i più nerd tra voi lo ricorderanno, la versione Cairdeas di Laphroaig fu un fallimento colossale: il finish in Porto, infatti, aveva reso un ottimo distillato in una ridicola pacchianata, a partire dal colore in stile Spritz… Oggi assaggiamo la versione Cairdeas per il Feis Ile dell’anno successivo, ovvero la 2014: si tratta di un finish in botti di Sherry Amontillado, e il distillery manager John Campbell vi spiega tutto in questo video: è il nostro ventesimo Laphroaig, ci piacerebbe che fosse buono. Il colore è dignitoso, un normale paglierino.

laphroaig_cairdeas__26134.1408984668.1280.1280N: anzitutto, rispetto al Quarter Cask pare un po’ più ‘maturo’, leggermente più levigato, oltre che figlio di botti più sobrie. C’è minore ‘dolcezza’, per così dire, e meno agrumi canditi: però allora che cosa comanda? Di certo, un limone pungente e un senso di frutta acerba; note di Sprite! Poi, un pelo di vaniglia/pasta di mandorle e un lato tanto medicinale (tante garze qui). La torbatura sa un po’ meno di ‘chimico’, ma appare decisamente cenerosa, da braci spente. Sicuramente questo whisky è meno cafone del QC, pur rimanendo simile e restando in una categoria di “Laphroaig giovane un po’ costruito”. Ma hey, questo è il mondo, no?

P: decisamente molto particolare, più di quanto il naso non lasciasse presagire. Il mix tra bourbon first fill e Amontillado dà un effetto come di ruffiana cremosità, però ingentilita dall’intervento di questo tipo di sherry piuttosto secco. In ordine troviamo un’accoglienza di limone potente, molto nitido e intenso; anche lime, asprigno. Quindi intervengono assieme la torba intensa salata e l’Amontillado vinoso. Noce, caramello salato, biscotti di malto e miele, il tutto in un contesto di grande piacevolezza.

F: ancora agrumi, caramello salato e braci spente.

Decisamente promosso; magari non sarà un tripudio di complessità, ma assaggiato affianco al Quarter Cask rivela tutti i suoi pregi, la sua – se si può dire a proposito di un whisky – sobrietà. L’Amontillado, pur non nascondendosi, impatta sul distillato Laphroaig senza rovinarne le peculiarità, e 87/100 sarà il giusto voto. Giusto in base a cosa? In base a come ci gira, ovviamente. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: The Puppini Sisters It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)

 

Degustazione “Whisky dal Sol Levante”

max, betty e salvatore
max, betty e salvatore

Sabato, presso il Bar Metro di Giorgio D’Ambrosio a Milano, si è tenuta una degustazione “storica”, e per una volta non è un’iperbole: Salvatore Mannino, straordinario brand ambassador di La Maison du Whisky (tempio del whisky parigino) ha presentato – con sapienza e vibrante passione – al pubblico italiano una selezione di whisky giapponesi (per cui LMDW è principale importatore europeo), che negli ultimi anni hanno visto crescere la propria fama e la propria visibilità ma che in Italia restano ancora poco ‘approfonditi’. Non faremo un resoconto, ci ha già pensato egregiamente Andrea (se volete vedere qualche nostra foto, le abbiamo messe su facebook); vorremmo solo ringraziare chi si è speso per ideare e rendere possibile un simile tasting, ovvero in primis Elisabetta Scrimenti e poi Claudio Riva, Davide Terziotti, Max Righi e – last but definitely not leastGiorgio D’Ambrosio. Il parterre iniziale era certamente di tutto rispetto (Yoichi 1988, OB, 55%; Karuizawa 1984, 28 yo ‘Cocktail series’, LMDW, 58,4%; Chichibu ‘The Peated’, 2009/2012, OB, 50,5%; Hanyu 1986, 22 yo, Part des Anges, 58,4%; Yamazaki 1995/2010 ‘Owner’s Cask’, LMDW, 54,9%), ma grazie allo stesso Salvatore e al prode Pino Perrone di Spirit of Scotland abbiamo potuto assaggiare anche altri due whisky, ovvero un Nikka ‘From the Barrel’ e un Chichibu 2009/2012 ‘Chibidaru Single Cask’. Diamo tempo al tempo, pian piano in questi giorni – impegni di lavoro permettendo – pubblicheremo delle stringate tasting notes (vi pareva che potessimo tornare a casa privi di un sample per ogni malto?); ma iniziamo dall’aperitivo, ovvero il Nikka ‘From the Barrel’, un blended imbottigliato a 51,4%. Salvatore ci ha spiegato che in Francia, scherzando, si dice che un negozio di whisky potrebbe campare vendendo anche solo questa bottiglia… Mettiamola alla prova, dunque!

5Nikka ‘From the Barrel’ (2012, OB, 51,4%)

N: beh, in effetti no, non sembra un blend… E non sembra neppure a 51 gradi! Intense e gradevoli note fruttate, marmellatose; confettura d’albicocca (brioche), marmellata d’arancia. Note di spezie dolci che crescono, man mano (cannella); una sensazione di ‘pasticceria’ (e di crema pasticcera). P: molto coerente col naso, dolce, cremoso. Ancora note di brioche all’albicocca, di confettura di frutta, poi di crema, ancora suggestioni speziate (qui anche pepe), toffee, caramello, vaniglia… Semplice ma bevibilissimo. F: piuttosto lungo, tutto su toffee e brioche.

Se spendere una trentina d’euro per un blend, oltretutto per una bottiglia da 50 cl, può sembrare una follia… beh, onestamente in questo caso non lo è. Un’ottima sorpresa, davvero; non è magari di grande complessità, ma tiene tranquillamente testa a molti single malt scozzesi, e ad assaggiarlo blind chissà quanti scommetterebbero che è un blended giapponese! La mia valutazione è di 83/100, e Ruben ad esempio la pensa così. Ottimo modo di iniziare questo percorso nel mondo del whisky del Sol Levante…

Sottofondo musicale consigliato: Ryuichi Sakamoto e David SylvianForbidden Colours.

Highland Park 30 yo (1981/2012, Silver Seal for Whisky Live Taipei, 51,4%)

384123_10151177444485513_27810200_nIeri abbiamo assaggiato un Highland Park spettacolare imbottigliato da Silver Seal, avvertendo che presto ne sarebbe arrivato un altro, per lo meno altrettanto buono. E infatti, eccolo qui: un Highland Park in sherry invecchiato 30 anni, selezionato da Max Righi per il Whisky Live di Taipei, in collaborazione (se non andiamo errati, nel caso Max ci correggerà) con Emmanuel Dron, proprietario dell’IMPRESSIONANTE whisky bar Auld Alliance di Singapore – se volete capire perché abbiamo abbondato con le maiuscole, guardate qua. Dron e Righi sono stati immortalati in occasione della presentazione della bottiglia (un’edizione limitatissima di 120 bottiglie e 42 magnum), e li potete vedere qui affianco. Saranno più felici per la bottiglia o per la compagnia? Mah. Il colore è ramato.

528708_347320975345639_1392919656_nN: l’alcol è gentilissimo. Di una complessità estrema, a partire da note minerali sì tipiche, ma qui integrate in un disegno (divino?) più ampio e continuamente cangiante. Torba, terra bagnata, gomma per cancellare; poi una gamma infinita di erbe aromatiche e spezie (cannella, genziana, eucalipto; ci viene in mente il vermouth). Cola. Poi caffè (che a tratti pare tiramisù), poi ancora frutta rossa elegante (fragola, amarene); fichi secchi e miele, poi caramello, anche zucchero di canna? Veramente incantevole, ogni volta che si avvicina il naso ci troviamo nuove sfumature. Arancia candita! Tabacco da pipa!

P: qui il lato minerale retrocede, a vantaggio di un’affumicatura crescente e grandiose suggestioni vegetali (foglie di tè – al bergamotto? – poi rabarbaro!, poi zenzero, eucalipto, a tratti mentolato). Intanto, si sviluppa una dolcezza profonda e da perdere la testa: marmellata d’arancia, poi note di caffè zuccherato, di cioccolato, di frutti rossi (mora e ciliegie), di chinotto. Fantastico. Intensità e complessità da panico.

F: intenso lungo e persistente, molto affumicato (ci tornano alla mente le note di fumo di pipa aromatizzato); poi frutta matura, caramello, un po’ di rabarbaro… Wow.

Un whisky buono buono buono: note speziate e di erbe aromatiche si integrano in un profilo di complessità notevolissima, tra una dolcezza fruttata, una mineralità da manuale HP, note marmellatose e fruttate splendide… Davvero, in continua evoluzione, a ogni snasata e ad ogni sorso questo whisky pare cambiare, pur mantenendo (non sappiamo se si capisce quel che intendiamo) una compattezza molto particolare, che lo rende uguale e diverso ad ogni approccio. Highland Park al suo meglio, diremmo: complimenti, per il secondo giorno di fila, a Max per la selezione: 94/100 è il nostro giudizio, chissà se da qualche parte in Europa una bottiglia c’è ancora, e chissà quanto potrà costare…

Sottofondo musicale consigliato: in omaggio all’estremo Oriente…