Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America

Dalmore 21 yo (1989/2011, Cadenhead’s, 51,4%)

La distilleria, situata nelle Highlands una ventina di chilometri a nord di Inverness, è tra quelle che meritano di diritto la visita di quanti si ritrovano a vagare sul suolo scozzese, in cerca di suggestioni alcoliche sempre più gratificanti. La Dalmore, di proprietà di White & Mackay, è infatti intelligentemente affacciata su un verde prato proprio sulla riva dell’imponente specchio di mare che fa di nome Firth. Insomma, un paesaggio spettacolare, reso ancora più gustoso da una distesa di botti esauste che si sgranchiscono un po’ le doghe proprio di fronte all’ingresso. Ma bando ai sentimentalismi! Oggi assaggiamo una botte ex bourbon selezionata da Cadenhead’s.

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N: l’alcol è un po’ pungente per ora, anche se al palato (spoiler!) questa sensazione svanirà. Ha un profilo austero ed elegante. Molto erbaceo (menta piperita, eucalipto) anche se il lato dolce del bourbon non si nasconde, con un forte influsso di pera e tropicale (ananas e un po’ di banana). Poi ancora legna tagliata, olio di mandorle e una sensazione di lucido per legno.

P: c’è estrema coerenza col naso; è bello ‘dritto’ e procede senza sterzare nè accelerare, con ancora la frutta secca (noce, mandorla) ad alternarsi a un malto tipo porridge. Rinveniamo ancora qualche suggestione tropicale, di ananas e lievi escursioni mentolate.

F: mandorle amare, ancora erbaceo e molto pulito. Non lunghissimo a dir la verità.

Non ci stancheremo mai di dir bene di questo genere di single cask. Qualcuno potrebbe obiettare che in un malto invecchiato per più di due decenni si vorrebbe ritrovare ben altra complessità di odori o sapori, oppure ben altra intensità (Serge lo definisce “young old one“)- in parte siamo d’accordo ed è il motivo per cui la nostra valutazione non si impennerà particolarmente- ma trascurare l’eleganza, l’asciuttezza del distillato sarebbe un peccato capitale, e francamente noi siamo persone di fede. Mai vorremmo urtare le divinità che riposano nel Firth: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Jobim e Vinicius de Moraes – A felicidade Ah la felicità, giureremmo di averla vista coi nostri occhi proprio sul prato della Dalmore

Tomatin 35 yo (1976/2011, Wilson & Morgan, 51%)

Ormai ci stiamo avvicinando al prossimo Milano Whisky Festival, il più importante evento dedicato al whisky nel nostro contraddittorio paese. Pian piano i programmi delle diverse masterclass vengono pubblicati, e sono tutte molto interessanti: tra queste, oggi ci sentiamo di consigliarvi quella di Wilson & Morgan (imbottigliatore indipendente italianissimo, nonostante il nome), perché – a nostro giudizio – propone il miglior rapporto qualità / prezzo. Il programma prevede cinque malti di tutto rispetto, tutti a gradazione piena e non colorati: un Laphroaig 21 anni in sherry, un Bunnahabhain del 1968, un Port Ellen del 1982, un Glenlivet del 1975… e questo Tomatin di 35 anni, distillato nel 1976 e imbottigliato nel 2011, dopo 35 anni passati nella botte #10 di sherry Oloroso. Il colore è ramato.

N: l’alcol quasi non si sente. Ha una grossa personalità, gloriosamente strutturata sotto forma di uno sherried ben invecchiato, con un fascino d’antan. Vale a dire: in un naso di grandissima complessità, questo è quel che ci troviamo: il profilo sherried è subito ‘sporcato’ da note – spettacolari – di legno umido, vecchia cantina, punte quasi erborinate, note di cera d’api, propoli… Poi però, pian piano, il naso si apre a molto altro, a frutta intensa e profondissima (pesche sciroppate, banana matura), poi note più attese (cioccolato, qualche nota di frutti rossi, marmellata d’arancia, torta di mele). A ogni snasata cambia leggermente: ci sono infinite sfumature, rabarbaro, chiodi di garofano, delicate note di marmellata di prugne, di menta; c’è una dolcezza ‘vegetale’ che non sappiamo mettere bene a fuoco. Delicato, intenso, sfaccettato. Fantastico. Qualche goccia d’acqua tende a ‘sfarinare’, rendendo il tutto più legnosetto.

P: Che spettacolo… Esplosioni di frutta, fiammate di sapori, tsunami di intensità. Il primissimo impatto è fruttato, molto caldo, con frutti rossi (ciliegia nitida) e frutta tropicale che di volta in volta si contendono lo scettro. Poi però arriva il legno, leggermente amaro, con note di cioccolato e tanta frutta secca; straordinaria è l’intensità dei sapori, con un corpo molto morbido. Note pepatine, zenzero candito; un po’ di vaniglia; punte agrumate (scorzette d’arancia).

F: decisamente fruttato, legno, frutta secca, vaniglia, ciliegia, cioccolato amaro, arancia… Lungo, intenso, insomma wow.

Il naso è semplicemente fantastico, di una incredibile complessità, pieno di diverse sfumature, in continua evoluzione; il palato è più ‘standard’ ma tutti i sapori hanno un’intensità davvero clamorosa. Se possiamo consigliare, non aggiungeteci acqua: in qualche modo, ci pare, banalizza un’esperienza davvero imperdibile. Il nostro umile giudizio è di 92/100. Per citare il grande Gianluca Gaudio, “non lo perdano!”.

Sottofondo musicale consigliato: sfidiamo i soliti moralizzatori a criticare la scelta di Wendy ReneAfter laughter come tears.

Bowmore 17 yo (1989/2007, James MacArthur for The Way of Spirits, 51%)

La Bowmore è una distilleria dalla doppia anima, in particolar modo se si prendono in considerazione gli imbottigliamenti indipendenti: talvolta si incontrano distillati indimenticabili, talvolta dimenticare è la prima cosa che si vuol fare appena si assaggia. Oggi vediamo a quale delle due categorie appartiene un Bowmore single cask invecchiato 17 anni e imbottigliato nel 2007 per The Way of Spirits, ovvero per i ragazzi che organizzano il Milano Whisky Festival. Il colore è ambrato chiaro.

N: ci accoglie un’affumicatura molto gentile (che, a dir la verità, aumenta un po’ la sua intensità con il tempo). Si distinguono piacevolissime note fruttate: cocco (e vaniglia, i due vanno spesso a braccetto), in generale frutta tropicale, ananas maturo; accanto a questo profilo, si stagliano note vegetali piuttosto decise (anice, fieno). Zucchero di canna, meringa, cioccolato al latte. Liquirizia. Non c’è assolutamente quel profilo saponoso che spesso prevale e rovina i Bowmore.

P: senz’acqua, ha buon corpo ed è tipical Islay! Il lato affumicato è molto pieno e intenso (falò spento), e affianco ecco la riconoscibile marinità del Bowmore: sale, iodio, alghe. L’immagine del falò spento è più definita ora, con una bella spiaggia sullo sfondo e una brezza marina che sposta il fumo… Deriva romantica, ok, scusate. Ad ogni modo, il carattere isolano sorprende, in un certo senso, perché al naso quasi non sembrava un Bowmore. La dolcezza è meno esuberante che sopra, con mandorla, vaniglia, liquirizia. Torna il lato vegetale (anice, té, erbe aromatiche), ma si aggiunge anche un pepato molto nitido, molto forte, a tratti sembra quasi peperoncino. Commettiamo l’errore di aggiungere acqua, e il corpo si perde un po’: soprattutto, però, è il sapone (schiuma da barba) a emergere, risultando fin troppo marcato.

F: ancora molto piccante; piuttosto persistente, tra torba, affumicato, pochissima dolcezza.

Un buon Bowmore, non incredibilmente complesso ma ben bilanciato e con qualche caratteristica inattesa che ci piace molto (un naso molto fruttato, quel piccante tra palato e finale…). Consigliamo di non aggiungere acqua, un po’ perché non ce n’è granché bisogno – la gradazione non è pungente, l’alcol non si sente tanto – un po’ perché la speranza di aprire nuove sfumature di sapore verrebbe frustrata da quel tipico sapone da Bowmore, che cask strenght è del tutto assente. Il nostro giudizio è dunque 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mark KnopflerQuality shoe, una versione live della canzone tratta dall’album The ragpicker’s dream (val la pena segnalare la splendida foto di Elliot Erwitt in copertina).