Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.

Clynelish 24 yo (1989/2013, Adelphi, 53,1%)

Siccome il Clynelish 14 ci è piaciuto, abbiamo deciso di fare il bis: e però abbiamo voluto puntare ancora un po’ più in alto, assaggiando un single cask imbottigliato Adelphi 23 anni dopo la distillazione avvenuta nel 1989. Circonlocuzione un po’ forzata? Senz’altro: e dunque bando alle ciance, diamo fondo al sample avvertendo che Adelphi sarà presente al prossimo festival di Roma: fate un salto al loro banchetto, i ragazzi di Pellegrini sono di una cortesia unica e vi dedicheranno tutta l’attenzione che desiderate – davvero, eh, non è una marchetta! E questa non è un’excusatio non petita! E questo non è un circolo vizioso! A parte tutto, davvero, passateci.

Schermata 2014-03-07 alle 22.46.31N: la prima impressione è quella di dover superare un’erta muraglia fatta di cliché Clynelish, tutti sul lato dell’austerità: la patina avvolgente di cera, di candela, di frutta secca oleosa (noce, ma anche mandorla), di una composta ma viva torbatura… Questa patina è spettacolare, da sola basterebbe a caratterizzare un ottimo Clynelish ‘naked’; ma poi, indugiando con le narici sopra al bicchiere, a un tratto si viene ammessi nel giardino delle delizie. In un contesto ‘pannoso’ e cremoso, spiccano composite suggestioni di dolci di marzapane, albicocche succose, forse perfino punte d’ananas, certo agrumi odorosi freschi. C’è vaniglia, c’è miele. Notevole, davvero.

P: quando si dice “compresenza degli opposti”: i due momenti descritti al naso, qui semplicemente accadono, all’unisono. Potete dunque immaginare il delirio papillare… Deflagra immediatamente una dolcezza esuberante (su tutto: vaniglia, marzapane, frutta, sia albicocca che tropical), come però accompagnata e contenuta da una patina di cera, paraffina, candela. Per non far torto a cotanta complessità, merita menzione anche l’agrume e – ultimo ma non ultimo – robuste iniezioni di malto. Fantastique.

F: cremoso, maltoso… Burro fresco, cera. Veramente lungo e persistente.

Vorrei proprio conoscere il poveraccio che decide di comperarsi una botte di Clynelish del 1989 e si ritrova una ciofeca in casa: sarebbe un’impresa più unica che rara! Con i malti di questo periodo distillati in quel di Brora, Sutherland, beh: non si sbaglia praticamente mai. Eccellente, pulito, equilibratissimo, potente in aromi e sapori, bilancia benissimo l’animo ruffiano della dolcezza con quello austero, riuscendo nell’impresa di non deludere: 90/100 è il suo voto, brava Clynelish, un bacino a te.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio DallaAlla fermata del tram. Capolavoro!

Bowmore 16 yo ‘Port matured’ (1991/2007, OB, 53,1%)

Dopo una piccola digressione sui GlenDronach, ci rituffiamo a bomba sulla degustazione di lunedì scorso, affrontando quello che è stato il più controverso dei malti presi in considerazione. Si tratta di un Bowmore del 1991 maturato per 16 anni in botti di Porto: non si tratta dunque del ‘solito’ wine-finish ma di un invecchiamento totale. Il colore è ramato chiaro.

N: l’anima Bowmore non si è fatta intimidire dal Porto: si sentono nitide le note iodate e torbate, c’è molta marinità da queste parti. Il profilo isolano sopravvive, sotto a una coltre vinosa e piuttosto dolciastra: fragola (marmellata di fragola?), frutta cotta (soprattutto prugne e mele), liquirizia e… Porto. Soprattutto dopo qualche istante, il vino fa sentire la sua presenza.

P: ancora resiste il carbone, ma qui viene fuori quella “saponosità” riconoscibile in molti Bowmore di questi anni. Insieme al Porto, l’effetto è di una dolcezza un po’ ‘chimica’, tipo caramelle alla violetta; un po’ slegato, non intenso né fiammeggiante. L’apporto del Porto (non si poteva resistere) si limita a offrire un approdo dolciastro, zuccherino e vinoso (molto in stile ‘caramella’, in effetti), con note di liquirizia e qualche timida punta mentolata.

F: idem come sopra. Affumicato e dolciastro.

Non è malaccio, dobbiamo ammettere, ma di sicuro non è niente di che. Bilanciato ma semplice: l’aspetto marino e la sua persistenza sono le note positive. Per il resto, non ci pare diverso da certi wine-finish (che so, alcuni Distiller’s edition): non indimenticabile, e non così particolare come ci si potrebbe aspettare. Un 81/100 ci pare equilibrato; a Serge, comunque, è piaciuto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Average white band – Pick up the pieces.