Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

Ardmore 16 yo (1997/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 55,2%)

Mentre Cadenhead’s ha appena annunciato i nuovi imbottigliamenti, che in Italia saranno disponibili da settembre, noi giriamo lo sguardo verso il più recente passato e assaggiamo un Ardmore di 16 anni imbottigliato da pochissimo (è stato presentato allo Spirit of Scotland di marzo) nella serie ‘Small Batch’. Ardmore è una distilleria delle Highlands che da sempre ha prodotto un malto esplicitamente torbato, molto amato dai blender per le sue peculiarità… ma pressoché sconosciuto a tutti gli altri. Noi abbiamo un simpatico ricordo di Ardmore legato al nostro ultimo viaggio in Scozia, ma contro ogni regola della comunicazione scritta ce lo teniamo per noi. Il colore è paglierino chiaro chiaro.

62770834_CI39N: un profilo strano, che non ti accoglie a braccia aperte e che bisogna addomesticare. Ha anzitutto un’anima bourbon molto trattenuta, tra una pera gentile e sporadici spunti di vaniglia e zucchero filato; poi, una zuccherinità che richiama malti decisamente più giovani (canditi, lieviti, alcol un po’ ‘grezzo’). La sensazione di asperità è poi accentuata da forti note minerali (grafite), erbacee e vegetali (il nostro amato nocciolo di limone). Qualche senso di legno umido…

P: il primo impatto è di un bel corpo, con una dolcezza certo ancora semplice, acerba (ancora pere e canditi), veicolata con potenti botte di legno. E quindi molta liquirizia, che annuncia nuovamente un lato earthy, minerale, terroso: una bella torbatura, decisamente (anche con un pit di fumo).

F: liquirizia e torba acre, con afflati vegetal-limonosi. Piuttosto lungo e persistente.

Davide da tempo sostiene che Ardmore sia una distilleria speciale ancora misconosciuta: questo malto è senza dubbio da premiare per la sua particolarità, anche se in tutta onestà a noi questa foggia un po’ cruda, non così elegante e soprattutto non sostenuta da un’adeguata complessità, non ci fa perdere la testa. Comunque davvero un buon dram, intendiamoci, e istruttivo, e inusuale, e 85/100 insomma.

Sottofondo musicale consigliato: Adamo – La notte.

Pulteney 22 yo (1990/2012, Cadenhead’s, 55,2%)

Lo diciamo fin da adesso: scrivere questa recensione è stato molto difficile. Come alcuni di voi sanno, uno di noi lavora di notte (e beh sì, le battute si sprecheranno); di conseguenza, non sempre riusciamo a bere, pardon, degustare insieme come facciamo di solito. In questi casi, rari per la verità, stendiamo le nostre tasting notes ‘autonomamente’ in momenti separati, poi ci confrontiamo e cerchiamo di farne una sintesi coerente; di solito le oscillazioni sono assai scarse, ma in questo caso… I nostri giudizi erano radicalmente opposti! Per intenderci, ballavano una decina di punti, e dipendevano tutti da un’interpretazione del palato totalmente diversa (per quanto le note non lo fossero di molto); insomma, a uno è piaciuto molto, all’altro no… Ci torneremo dopo; per adesso, proviamo a farci largo tra i nostri rovelli e passiamo ai fatti: (Old) Pulteney 22 anni in botte di bourbon, imbottigliato in 204 esemplari da Cadenhead’s nella serie Authentic Collection. Da Monica (Alcoliche Alchimie) lo trovate, ça va sans dire…

foto-19N: uh, l’effetto complessivo è eccezionale: ampie zaffate da maturazione in bourbon first fill (torta, crema alla vaniglia, cioccolato bianco, cocco) sono unite ad un’intensa marinità (brezza di mare, alghe); è ottimo il bilanciamento armonico tra la ‘dolcezza’, anche sfacciata, e l’austerità da vero highlander del nord (che note minerali, di tanto in tanto!). Tanta frutta secca (mandorla a pacchi, nocciola) e un pit di scorza di limone; canditi. Nitide note erbacee (certi infusi… sì, ma quali? pff, siete pignoli). Ottimo.

P: ok, qua è dura; limiteremo i qualificativi (termine tecnico nell’ambito della grammatica italiana). L’attacco è davvero molto mentolato ed erbaceo (ancora, certe tisane balsamiche lasciate lì in infusione; e pure mentolo e basta); ha note frizzantine e piccanti, tipo zenzero candito. Ancora molto minerale (si sentono proprio le rocce) e vegetale, ma dietro c’è una dolcezza molto delicata e discreta, che riprende quanto riscontrato al naso (cioccolato bianco, mandorla, nocciola). Note di scorza di limone, pian piano.

F: lungo e abbastanza persistente, ancora molto minerale e ‘vegetale’, erbaceo (infusi vari). Caramella al limone.

Dunque, il prode Serge dà un giudizio relativamente drastico, dicendo che è “solo per estremi esegeti delle Highlands”… In effetti è un whisky spigoloso e difficile, “unsexy” per usare ancora le parole del baffuto alsaziano: guardando le valutazioni su whiskybase, tutti gli utenti che lo hanno bevuto hanno dato voti molto più alti. Insomma, senza dubbio è un whisky che divide, e soprattutto al palato (questa è la nostra esperienza) ad alcuni piacerà molto, ad altri no. Curiosamente, quello che tra noi si professa più amante di questo stile è quello che l’ha apprezzato meno… Noi facciamo una sintesi brutale delle nostre valutazioni e daremo un 85/100, consapevoli che un compromesso è la cosa più sbagliata da fare. Diciamo che è un votissimo, o un voticchio…

Sottofondo musicale consigliato: Bobby Blue BlandBlind Man, splendida…