Mortlach 1995 (2015, Riegger’s Selection, 55%)

Già sono rari i Mortlach in bourbon, figuratevi un po’ voi un Mortlach di vent’anni in un refill bourbon! Mortlach è distilleria che deve la sua fama agli imbottigliatori indipendenti, che storicamente hanno privilegiato le maturazioni ex-sherry: siamo proprio felici, dunque, del fatto che l’amico Fabio (A song of Ice and Whisky, sapevatelo) ci abbia omaggiato di un campione di questo ventenne selezionato da Riegger’s, imbottigliatore indipendente crucco – e si capisce subito, basta guardare l’etichetta e subito pensi a bratwurst, pinte di birra in mano a donne poppute, austerità, Jurgen Klinsmann.

N: vi aspettavate un bel Mortlach carnoso, sporco e rognoso? Sbagliavate. Siamo di fronte a un whisky in cui a sorprendere è una nota erbacea e balsamica, tra l’erba fresca, la camomilla (zuccherata, precisa qualcuno) e il genepy… C’è poi una nota di cereale molto pulita, calda: tra il biscotto ai cereali e il fieno. Ma non si pensi a un whisky super-nudo: si sviluppano note di meringa, di pastafrolla, di crema pasticciera (di pasticcino con frutta?), ed anche di una mela gialla dolce, super aromatica. Un poco di miele.

P: è intenso e compatto, e al contempo di grande eleganza. Ripropone all’unisono la nota maltata, quella erbacea ed una dolcezza garbatissima. E quindi, andando con ordine, diciamo: fieno, fiori secchi, biscotti al burro, mela gialla dolcissima, perfino un ananas disidratato, biscotti digestive, pasta di mandorle. Bergamotto.

F: lungo, intenso, persistente, con ancora note biscottate, burrose e di frutta gialla (ancora mela e un’idea di ananas). Grasso e pieno.

I quattro elementi (maltoso, vegetale, agrumato e fruttato) sono perfettamente bilanciati e davvero compaiono sempre all’unisono, sempre compatti. Bello grasso e pieno, godibilissimo e complesso. Eccellente esempio della qualità di un distillato particolarissimo, tale anche grazie a macchinari e metodi unici: avete mai sentito parlare di un whisky distillato 2,81 volte? Ecco, appunto. 89/100, stessa valutazione di Fabio, scopriamo a posteriori.

Sottofondo musicale consigliato: Schubert – Gute Nacht (Winterreise).

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Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Classic of Islay (2015, Jack Wiebers, 55%)

Talvolta il nostro amico Ghido, emigrato in Germania ormai da tanti, troppi anni, ci scrive per chiederci consigli per gli acquisti maltati, e noi siamo ben felici di dargli le nostre opinioni; qualche mese fa l’abbiamo spinto all’acquisto di questa bottiglia, “Classic of Islay” dell’imbottigliatore tedesco Jack Wiebers, perché avevamo scoperto che si trattava di un Lagavulin, presumibilmente ex-sherry (i feticisti potranno approfondire sapendo che si tratta del cask #2888, anche se non sappiamo l’anno di distillazione) – e si sa, con Lagavulin si cade sempre in piedi. Lo stesso Ghido ci ha omaggiato di un grasso sample, che andiamo ora a svuotare senza pietà; gli avremo dato un buon suggerimento?

schermata-2016-09-19-alle-12-39-10N: a 55% l’alcol sembra rimasto a Berlino, insieme ai neuroni di tante delle migliori menti della nostra generazione. A proposito: andiamo a Berlino, Beppe! Da subito si percepisce la ricchezza dei grandi imbottigliamenti: c’è tutto il mare di Islay, c’è la spuma del mare, c’è l’aria sferzante e salata; ci sono note terrose, minerali che si spingono oltre al limite del medicinale, tra la garza e la canfora (sfodera anche punticine balsamiche), c’è un bacon invitante. Come se non fosse abbastanza ‘organico’, ha anche un lato gradevolmente sulfureo (al limite della carne di maiale), che pare sfociare nell’arancia troppo matura. Verosimilmente si tratta di un single cask ex-sherry, e questo lato si manifesta con note di maron glacée, di sciroppo d’acero.

P: un attacco deciso, molto scuro e con le palle quadrate. La triade d’ingresso è caffè / caramello / arancia quasi andata e sulfurea: l’effetto, incredibilmente punchy, è di un paradossale e incantevole dolceamaro salato, con ancora fortissima la presenza dell’acqua di mare, qui perfino del pesce, dei molluschi; c’è anche una dolcezza ‘zuccherina’ e scura, forse di arancia rossa (marmellata di), poi di uvetta e marron glacée. Il fumo è definitivo, acre, profondo e massacrante: ci si ritrova la bocca impastata di cenere di sigaro, di smog. Perfetto.

F: incredibilmente intenso e persistente: un po’ come addormentarsi a fine serata, sul molo, ubriachi, con la faccia in un posacenere.

Con Lagavulin si cade sempre in piedi, si diceva, e spesso – volendo a tutti i costi seguire la metafora – si cade in piedi in un prato morbido pieno di donne nude, banconote, champagne e crudi di pesce. Questo è appunto il caso: complesso, intenso, equilibrato e violento al contempo, questo Classic of Islay è già un instant classic. Costava circa 55/60€, ci teniamo a dirlo: che sia di ispirazione a tanti imbottigliatori più esosi. 92/100, avanti un altro, se ha il coraggio. Ghido: grazie, ti abbiamo riservato un paio di sample che attendono il tuo ritorno nella madrepatria.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Kalkbrenner – Bengang.

Port Ellen 13th release (1978/2013, OB, 55%)

Sì, già, oggi beviamo l’ultimo Port Ellen ufficiale, quello che costa come un mese del tuo stipendio, quello che ce ne sono 2958 bottiglie al mondo, quello che ha scandalizzato il mondo per il prezzo e fatto piangere tutti quelli che non l’hanno potuto comprare, trasformando in pochi minuti legittima insoddisfazione in accorata elegia funebre del whisky di malto commerciale. O tempora o mores, certo, ma pure un poco di volpe ed uva. Noi l’abbiamo bevuto grazie al Milano Whisky Festival, e senza perdere altro tempo ve lo raccontiamo. Colore? Dorato chiaro.

port-ellen-34-year-old-1978-13th-release-2013-special-release-whiskyN: ciao Port Ellen, annusandoti ci siamo ricordati del perché, frigne (legittime anzi che no) sul prezzo escluse, ci siamo innamorati del whisky. Attacca su note molto nervose, tra l’agrumato e il petrolifero: sembra di annusare la buccia di un’arancia, o di un pompelmo; ci sono note di limonata, ma anche di ‘porto industriale’, di officina, di torba acre, vegetale, giovane. A ogni snasata, un’emozione in più: lime; zenzero candito; olive in salamoia. Ossigeno e tempo lasciano emergere anche note più ‘dolci’, tra il marzapane, il cocco, i canditi, e pure con momenti più caldi, tra marmellate e fette biscottate. Anche la marinità pare però aumentare, con note di acqua di mare, perfino di gamberi alla brace (l’affumicatura dapprima non è così evidente).

P: che attacco!, tra i più intensi notati nei PE ufficiali. Si inizia con un triumvirato di cenere limone e acqua di mare (lo scrive anche Serge, all’inizio è quasi frizzante, ricorda le caramelle Fizz al limone, per che ne serba memoria), che però alle spalle lascia intravedere un senato agitato dalle mozioni più varie: intense note erbacee; alghe, se non proprio ostriche/frutti di mare; caramelle al cedro; un che di mentolato, che nei torbati ci fa venire sempre in mente le Valda); una spruzzata di zucchero, appena accennato; un dai e vai tra mela verde e fette biscottate fragranti. Eccellente.

F: l’inizio svela una vaniglia dolce quasi inattesa, ma poi prosegue all’infinito in una costante fuga contrappuntistica di limone, pepe bianco e cenere. Sentori salmastri accesi. Lunghissimo.

Serge scrive che si tratta di un Port Ellen meno ‘portellenoso’ del solito: sarà, ma senz’altro è un malto portentoso, incredibilmente nervoso e tagliente ma non incapace di sedurre con sfumature rotonde ed accoglienti. Colpisce, davvero: non varrà 1200 euro, ma di certo siamo più felici bevendolo che non stando a guardare chi lo fa. Chapeau, Port Ellen: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duke Ellington Take the A train

Bladnoch 11 yo (2013, OB, sherry cask, 55%)

Innanzitutto, una piccola segnalazione: vi vogliamo indicare il nuovo nato nel mondo del whisky blogging italiano, ovvero www.whiskysucks.com, dietro cui c’è un amico metallaro, Federico, e ci piace fargli un po’ di pubblicità, nel nostro piccolo. Ma veniamo a noi: a giudicare dallo sguardo compiaciuto della pecora che campeggia in etichetta, alla Bladnoch devono essere soddisfatti del recente re-packaging: cui corrisponde, perché nulla manchi, anche una risistemazione complessiva del core range. All’ultimo Spirit of Scotland eravamo dietro al banchetto di Davide e Claudio, e il primo aveva il piacere di presentare in Italia i nuovi figliuoli della distilleria delle Lowlands. Noi ne abbiamo approfittato portandoci a casa un bel sample di questo 11 anni in sherry imbottigliato a 55%, e adesso vi diciamo se ci è piaciuto o meno, tanto per essere didascalici.

bladnoch-11-year-old-sherry-matured-sheep-label-whiskyN: supersherried, con punte alcoliche pungenti (solvente per unghie) e una vaga sensazione un po’ zolfanella, che però vanisce pian piano. Molto cremoso, se pure non propriamente ‘rotondo’ (crema catalana, zuppa inglese…), con note di frutti rossi e neri molto interessanti (molte more, poi mirtilli, fragole); una nota di caramello e toffee, oltre a una suggestione di mandorla crescente. Noccioline tostate? Una punta d’anice? Cioccolato amaro (c’è chi dice ‘cioccolato al grand marnier’)? Tamarindo? Punti di domanda? C’è un che di agrumato, tipo arancia pucciata nel cioccolato, o cedro candito. Ok, abbiamo esagerato: chiudiamo il naso dando conto di suggestioni post-aggiunta d’acqua di zenzero candito e di candela ikea ai frutti rossi…

P: senz’acqua, ne ha bisogno. Ripete quanto di buono trovato al naso, con in grande evidenza alcuni frutti rossi (lampone e ribes). La dolcezza è più rotonda, con nocciola, caramello, gianduia, burro, uvetta; pizzica un po’, diciamo anche un pit di zenzero. Pasta di mandorle, in crescita. L’acqua, a dispetto delle attese, non porta rotondità: anzi, si accentuano una nota agrumata (scorza d’arancia, ma legno amaro anche) ed una di malto, vegetale e cerealoso.

F: lungo, intenso, su frutti rossi e uvetta. Burrosissimo (i biscotti al burro di Aberlour, avete presente? quelli famosi…), con un pit di malto vegetale e leggermente amarino.

Difficile da valutare, a volte è aperto e burroso, altre l’alcol tende a dominare troppo la scena e a portare note di solvente un po’ sgradevoli; complessivamente, diciamo che la gioventù di un distillato generalmente leggero non è nascosta del tutto da un invecchiamento heavily sherried. La nostra opinione è riassunta da un 82/100 che, se a qualcuno importasse qualcosa davvero, corrisponde a una promozione.

Sottofondo musicale consigliato: Skunk AnansieCharlie big potato, che disco coi controcazzi che era Post orgasmic chill!

Yoichi 20 yo (1988/2008, OB, 55%)

logo-200Yoichi è forse il più famoso marchio giapponese di single malt: quando questo vent’anni (non proprio questo: si era un paio d’anni prima) vinse il premio come miglior whisky del mondo ai World Whisky Awards di Whisky Magazine, tutti aprirono gli occhi sul Giappone. Persino i più rozzi addetti ai lavori dell’industria scozzese, che pensavano che quei signori con gli occhi a mandorla fossero solo bravi a disegnare cartoni animati e a sfruttare i tafferugli tra obesi come pubblico intrattenimento, furono costretti a ricredersi e prendere atto di avere a che fare con dei grandi artigiani nell’ambito del whisky. Assaggiamolo, suvvia.

1N: che gentilezza, alcol morbidissimo. In generale, è sia delicato e discreto che intenso; caramellato e piacevolmente zuccherino, con grandiose note di malto (è leggermente torbato, a impreziosire un profilo già molto complesso). Ci sono poi tabacco, spezie (pepe, chiodi di garofano) e tanta frutta marmellatosa (tarte tatin, lamponi, albicocca) e assai cremosa. Zaffate di quercia. Pare fresco, a suo modo, ma di grande importanza e greve personalità. Tracce tenui di erbe aromatiche (origano e lavanda); ricorda un po’ il profilo umido e ‘cantinoso’ di certi Brora…

P: c’è grande coerenza col naso, fortunatamente: un’affumicatura crescente e avvolgente è accompagnata da molte spezie (ancora pepe, cannella, chiodi di garofano). Di nuovo, quelle sensazioni di ‘malto di una volta’, alla Brora (per dire) e un malto zuccherino molto spinto, fuso con sentori decisi di quercia. A dire il vero non sfaccettatissimo, ma tutto quel che c’è è al top di bontà: deve piacere, ma piace. Caramello, un po’ di frutta in marmellata; un misto non del tutto nitido tra albicocca, frutta rossa e un che di tropicale. Piccantino, con note di zenzero e quasi di tabacco.

F: lungo e con una bella affumicatura profonda e umida; il distillato continua a ‘respirare’ in gola; ancora pepe e ancora un buon malto.

Davvero molto buono: la cura dei particolari e l’attenzione al rispetto della tradizione, tipiche dei giapponesi (alla Yoichi, tanto per intenderci, i forni sono riempiti di carbone e mantenuti in temperatura a mano) hanno fatto centro. Questo whisky, riassaggiato con calma, a noi pare – per ora – il migliore della degustazione, e all’appello mancano solo i due Chichibu di tre anni… Ci stupiranno? Mah; nel frattempo, a questo non possiamo dare meno di 91/100, perché è davvero complesso, intenso e con continue fiammate. Serge è un po’ più cauto e la pensa così.

Sottofondo musicale consigliato: una canzone agghiacciante, ovvero AnekaJapanese boy. Scusa, Giappone, non volevamo.

Caol Ila 24 yo (1984/2009, Bladnoch Forum, 55%)

La distilleria Bladnoch, nelle Lowlands, fa anche da broker di botti e imbottiglia malti di altre distillerie: in questo caso, abbiamo la possibilità di assaggiare un Caol Ila del 1984 (cask #5381, 290 esemplari), messo in vetro nel 2009. Come è noto, la Caol Ila è di gran lunga la distilleria più produttiva di Islay, e per questo non è infrequente trovare imbottigliamenti indipendenti, che – per la stessa ragione – possono essere di qualità molto diverse… Vediamo come si comporta questo malto dal colore dorato chiaro, una volta messo in bicchiere.

N: sulle prime, ultra-tight. Molto alcolico, si sente una qualche dolcezza candita (arancia? zenzero candito?), qualche nota citrico-limonosa (ok, dai: limone); per ora, però, tutto molto blando e un po’ troppo alcolico. Note di vaniglia, molto leggere. Con acqua, le note alcoliche si attenuano, lasciando spazio a una più netta affumicatura e, soprattutto, a una dolcezza vegetale e agrumata (scorza d’arancia) un po’ più gradevole. Anice.

P: una bella dolcezza accoglie il palato, ma pare sempre un malto fin troppo ‘chiuso’, o inespressivo, se si vuole. Vagamente floreale, ma troppo raccolto. Ancora ci muoviamo tra una frutta astratta e note torbate e agrumate (arancia un po’ amara… ancora scorza). L’acqua – decisamente necessaria – mostra un profilo più accessibile, con deboli vaniglia e limone a ricacciare in secondo piano l’alcol puro. Ha punte quasi balsamiche, ma onestamente non ci paiono troppo integrate.

F: boh. Finale? Boh. Boh. Ancora scorza d’arancia, un vago affumicato, ma tutto finisce in gran fretta.

L’acqua non apre, ma tende ad attenuare. Il palato, complessivamente, non è malvagio: è tipico di certi Caol Ila di questa età, ma non è supportato da intensità, complessità, bilanciamento, corpo. Soprattutto, poi, il naso resta un po’ indisponente: per questo non possiamo andare oltre a 78/100, anche se il Maniac Robert Karlsson lo giudica decisamente migliore. All’asta va via a 70/80 euro, se volete.

Sottofondo musicale consigliato: Die AntwoordBaby’s On Fire.