Laphroaig 10 yo ‘Cask Strength’ (2016, batch #008, 59,2%)

Chi ha la sventura di frequentarci sa bene quanto a noi non piaccia il Laphroaig 10 anni ‘normale’, a grado ridotto: prima o poi, promettiamo, scriveremo le nostre cattive opinioni anche sul blog. Per contro, nei confronti del 10 anni Cask Strength abbiamo una vera e propria venerazione: quando eravamo su Islay a ottobre non abbiamo potuto esimerci dal portarci a casa un grasso sample dell’ultimo nato, il batch #8, che finalmente sbocciamo quest’oggi.

N: come a Napoli accade tre volte l’anno, anche a Laphroaig avviene un miracolo: non ci sono statue che piangono sangue, ma whisky a quasi 60° che non svelano manco una leggera nota alcolica. L’intensità è clamorosa ed è pure molto complesso: iniziamo dalla nota balsamica, tra eucalipto e borotalco e aghi di pino; poi non dimentichiamo una ‘dolcezza’ molto forte, sparata ma non pacchiana, di vaniglia, caramello e liquirizia, mentre la frutta (quella rossa in particolare) resta solo allusa, quasi un miraggio. Dopo un po’, si scorge un mantello che altro non è che la garza, il medicinale tipico di Laphroaig… Rabarbaro, anche. Il tutto è perfettamente integrato e avvoltolato in un fumo di torba lieve, trattenuto dalla gradazione ma profondo, torboso e acre. Marmellatona d’arancia. Ah, quasi ci dimentichiamo di far cenno all’aria del mare che sbatacchia le sue onde sulla distilleria…

P: il miracolo di cui sopra si ripete anche al palato. È supermarino, supermedicinale: e già questa è una bella cosa da riscontrare. Si apre sull’acqua di mare, salata e intensa, al limite dell’ostrica, fusa con una dimensione balsamica e pienamente medicinale, acre; poi si squaderna una dolcezza per così dire ‘arancione’, con arancia in ogni forma (marmellata, scorzette), liquirizia, un po’ di miele scuro. After-eight? E pensate un po’, uno si perde in tutte queste suggestioni… e quasi si dimentica della torba, del fumo! Cose che a Laphroaig, voi sapete, pare brutto trascurare.

F: legno bruciato, cenere (pesante, quasi cenere di sigaro); perdura l’acqua di mare, il sale, e anche una prima dolcezza appiccicosa, da miele.

91/100: dispiace proprio aver preso solo un sample e nom, che so, tre casse. Laphroaig lavora bene, benissimo, peccato che talvolta se ne scordi. Caldamente consigliato, come tutti i CS.

Sottofondo musicale consigliato: Aldous RH – Sensuality.

Glen Scotia 19 yo (1992/2011, Silver Seal, 59,2%)

Mentre consideravamo la clamorosa bruttezza delle nuove bottiglie ufficiali, ci siamo resi conto ieri di non aver mai recensito un Glen Scotia… Colti da questa improvvisa folgorazione, abbiamo deciso di rovistare fra i sample, e abbiamo trovato un esemplare di una bottiglia molto più bella: un prodotto della distilleria di Cambpeltown, messo a riposare in una botte di sherry nel 1992 e imbottigliato da Silver Seal due anni fa. Considerato com’era il Bowmore dell’altro giorno, dovremmo essere fortunati… Mettiamo alla prova di occhi, naso e bocca questo whisky: il colore è ramato.

scotiaN: dopo note, piuttosto limitate, di quel sulfureo ‘carnoso’ che caratterizza certi sherried, ci rendiamo conto che è subito piuttosto aperto e prepotentemente dolce e fruttato: ciliegie candite, uvetta, moltissima marmellata d’arancia, banana molto matura. Mostarda dolce! Molto cremoso (caffè macchiato?), con note di toffee, forse zucchero di canna; tracce speziate (cannella, in generale molto legno; anice). Si percepisce, sotto la coltre di un intenso sherry, anche qualche nota biscottata di malto; ci fa venire in mente una warehouse, a tratti.. La dolcezza intensa ricorda anche certi rum; pare complesso, continua a cambiare, mostrando un lato ‘vegetale’ piuttosto marcato (diciamo foglie di tè). Dopo un po’, con aria e acqua, continua sì a cambiare, ma si fa un po’ più ‘sulfureo’, con note di cuoio sempre maggiori.

P: spiccano immediatamente, all’attacco, note un po’ strane, quasi metalliche; in ogni caso l’alcol va addomesticato, lascia delle note piccanti tipo peperoncino… Superato il trauma, esplodono bombe di frutti rossi; poi il malto crea una dolcezza cremosa molto buona, tra panna cotta, caramello, cioccolato all’arancia. Continuano le suggestioni di tè lasciato in infusione molto a lungo; tabacco. Ottimamente bilanciato, pur se in un’aggressione di sapori. Pian piano, goccia d’acqua dopo goccia d’acqua, questo whisky però cambia: alcune note erborinate e lievemente balsamiche si trasformano in una sensazione metallica e che ricorda – onestamente – un qualcosa di andato a male (arance?)… Molto curioso.

F: il finale è lungo e persistente e intenso; davvero ottimo, con legno dolce e frutti rossi, con ancora note cremose lievemente amare, tipo creme caramel, o fondo di tazza di caffelatte. Una punta di caramella al rabarbaro? Forse ancora note tipo di legno umido?

Uhm, questa è una valutazione difficile. All’inizio ci è parso un whisky cazzutissimo, per nulla aggraziato ma molto molto buono, di grandissime intensità e personalità; l’aggiunta di acqua e il passare del tempo, riducendo un po’ la componente alcolica, acuiscono certe ‘impurità’ davvero insolite, rendendo l’esperienza un po’ più difficile. Ad ogni modo, quando abbiamo aperto le recensioni di Serge e di Ruben, come sempre quando finiamo di degustare un whisky, siamo rimasti molto colpiti, perché – al di là delle valutazioni – nelle loro note quasi non ci sono riferimenti alla dolcezza (davvero intensa, soprattutto al naso) ed entrambi sembrano piuttosto ‘colpiti’ dalle note sulfuree, di cerini spenti… che noi, onestamente, abbiamo solo intuito. Che dire; il nostro personalissimo verdetto, molto dibattuto, sarà di 85/100: ma vi invitiamo ad assaggiarlo al festival di Roma, se Max Righi l’avrà in degustazione, perché siamo molto curiosi di avere altre opinioni. Ah: leggiamo sulle note di degustazioni ufficiali che si suggerisce l’abbinamento con pipa o sigaro… Mmm, proveremo e vi faremo sapere…

Sottofondo musicale consigliato: Alice in chainsRooster.