Octomore 08.1 ‘Masterclass’ (2007/2018, OB, 59,3%)

lo staff che a Bruichladdich si occupa di Octomore

Octomore, aka il mostro finale, aka la Morte Nera, aka la scodella di cenere, aka “ti spiezzo in due”, aka “Panzer Division Marduk“: Octomore, il whisky più torbato al mondo. Prodotto a Bruichladdich e frutto della geniale invenzione di Jim McEwan, è naturalmente un freak ma proprio per questo, pur costando uno sproposito e avendo uno dei rapporti età/prezzo peggiori della storia (si chiama tecnicamente “capolavoro di marketing”), è tra i più ricercati dai torbofili italiani, che generalmente entrano ai festival schiumando dalla bocca e guardandosi intorno per trovare uno di questi rari esemplari. L’orzo alla base di questo batch subisce una torbatura a 167 ppm, quindi tutto sommato ‘delicata’, se pensiamo che si sono spinti fino a oltre 200… E per avere un’idea, Lagavulin e Ardbeg torbano tra i 50 e i 55 ppm. Octomore Masterclass 08.1 è tutto del vintage 2007, maturato esclusivamente in botti ex-bourbon.

N: irrompe subito una folgorazione, immediata: la boule dell’acqua calda. C’è infatti tutta una gamma di oggetti di gomma (che forse non snoccioleremo per pudore), arrivando fino alla visione di un tir che inchioda, fa fischiare i dischi, i pneumatici sfrigolano, la puzza di smog si sente bene. Lo volevate torbato? Eccovelo! Pian piano si fa largo un sentore balsamico, tipo pino mugo e… tremate… masticha (liquore greco aromatizzato con resina). Zucchero a velo e cedro. Zafferano ma anche cimice spetasciata.

P: anche qui l’impatto è inaspettato… subito netto si staglia un sentore di senape!, inaspettata ma presente. Anche il lato balsamico non si fa certo pregare, con ancora resina e aghi di pino, eucalipto. Coerente rispetto al naso, e quindi impregnato di carbone e plastica bruciata. Dolcezza molto semplice, da zucchero bianco, vaniglia e candito da distillato.

F: chimico, plasticoso. Esce la (relativa, peraltro) gioventù, canditi e new make. Ancora zafferano.

Da una parte è indubbiamente estremo, anche se come sempre diciamo non dimostra di essere “quattro volte più torbato di un Ardbeg”, per intenderci; dall’altra parte sono sempre gli stessi eccessi, gli stessi pregi e gli stessi limiti. Come insegna una memorabile campagna di Pubblicità Progresso degli anni ’90, talvolta il vero sballo è dire no. E comunque, 84/100: di questo undicenne stupisce la percepita gioventù del distillato, che ormai siamo portati a credere darà il suo meglio dopo venti, trent’anni in botte. Aspettiamo con curiosità, e con Burzum nelle cuffie.

Sottofondo musicale consigliato: Burzum – Aske.

Laphroaig 14 Yo (1998/2012, Cadenhead’s, 59,3%)

Dopo la sbornia di imbottigliamenti Cadenhead’s maneggiati all’ultimo Milano Whisky Festival, dove abbiamo avuto il piacere enorme di poter lavorare al banchetto di Alcoliche Alchimie, ci riaccostiamo allo storico imbottigliatore indipendente scozzese, con rinnovato vigore e speranzosi del domani, perché come diceva il buon Lorenzo, “del diman non v’è certezza”. E ci riaccostiamo con un Laphroaig di 14 anni, single cask ex bourbon first fill. Il colore è dorato chiaro.

37374N: facile, nella sua bontà. L’alcol si sente, ma siamo a una gradazione importante. C’è quello che ti aspetti da un Laphroaig in ex bourbon di quest’età, con tutti gli aspetti caratteristici portati però al massimo: un’affumicatura ‘petrolifera’, inquinata (fumo di motore), una marinità iodata intensa, delle punte di gomma bruciata, oltre a forti forti richiami medicinali. Insomma, un aspetto bello contundente, ma che non disdegna un’integrazione di odori variopinti (limoni, scorzetta d’arancia, tamarindo, vaniglia, liquirizia). A tratti anche un che di balsamico, che getta l’ombra delle caramelle Valda. Aggiungendo acqua, si fa più tagliente, più fruttato, con un sovrappiù agrumato e curiosamente ci troviamo nel bel mezzo di una pineta di conifere. What?!

P: grande coerenza col naso; è esplosivo: una bomba salata tra schegge impazzite di legno e torba in fiamme. Complessivamente resta più austero e aggressivo che non al naso, mentre la dolcezza si fa più in disparte. Un goccio d’acqua è auspicabile per spalancare le porte a una cremosità invero inattesa, così come a un vero e proprio festival del limone (quasi candito). Un pizzicorio finale molto gradevole che ricorda lo zenzero.

F: torba e legna bruciata. Praticamente un elogio infinito alla piromania. Lungo, lunghissimo con innesti di agrumi canditi e gomma bruciata.

Al Milano Whisky Festival ne abbiamo versato tanto, ma proprio tanto. Questo Laphroaig si faceva apprezzare perché concede esattamente ciò che promette, sottolineandolo però bene con una teoria di odori e sapori veramente robusta; è un signorino ancora molto esuberante e cattura il palato del neofita, compiacendo però anche un bevitore avveduto, che troverà pane- oh pardon- torba per i suoi denti. Dobbiamo dirlo ancora una volta? Quanto sono diversi, come sembrano più veri i Laphroaig indipendenti… Un bell’88/100.

Sottofondo musicale consigliato: oggi dobbiamo scegliere Frank Zappa (moriva vent’anni fa precisi), con Peaches in Regalia da quel capolavoro che è Hot Rats.

Karuizawa 28 yo (1984/2012, La Maison du Whisky, 59,3%)

Karuizawa è una distillera chiusa da qualche anno, ormai; la cosa decisamente dispiace a tutti gli appassionati, dato che – molto banalmente – i suoi alambicchi buttavano fuori un distillato di qualità davvero notevole, e negli ultimi anni anche nel Vecchio Continente ha trovato fama e fortuna più che meritate. Si metta agli atti che l’orzo utilizzato dalla distilleria era il “Golden Promise”, varietà molto in voga in Scozia nei gloriosi anni ’70 (ora, se non andiamo errati, è usata quasi solo da Glengoyne e Benromach… se avete informazioni in proposito, datecele!) ed ora rimpiazzata da versioni più ‘performanti’, ma non necessariamente migliori… Ma insomma, le lodi sperticate nei confronti di Karuizawa le avevamo sempre solo lette e sentite, perché fino a sabato scorso non avevamo mai avuto il piacere di metterci sopra il naso: e quindi, eccoci alle prese con un single cask (#7975) del 1984, botte di sherry, imbottigliamento bellissimo de La Maison di Whisky nella “Cocktail Serie”.

Schermata 2013-05-16 a 21.39.13N: alcolico ma annusabilissimo e molto aperto; nonostante l’età pare relativamente fresco, anche se certo non spensierato…. Vale a dire che l’apporto della botte è importante e il complesso rivela aromi decisi: mele rosse fresche, confetture d’albicocca e frutti rossi, tanta legna ‘secca’ e spezie (cannella, chiodi di garofano). Sentori di aceto balsamico. Molto particolare il fatto che sembri sia secco che cremoso… Maestosa frutta secca (nocciola); fichi secchi; complesso, ma soprattutto molto intenso. Una bella maltosità si svela, assieme a delle suggestioni (sarà vero?) persino floreali. Pian piano, e con l’aggiunta di un goccio d’acqua, spunta una certa affumicatura e il lato cremoso aumenta decisamente.

P: gusto deciso, attacco prorompente e di grande personalità. A tutto legno e spezie (cannella, un sacco!); fichi secchi e prugne secche. Coerente col naso, ne ripete infatti la complessità: ancora un’impressione di confettura (d’albicocche, soprattutto); suggestioni di pasticceria marocchina, o mediorientale, anche se non è affatto stucchevole per dolcezza; emerge infatti a far da contrappeso una nota amarognola (chinotto, rabarbaro, legno). Sul finale, inattesa ecco una discretissima affumicatura (forse un che di polvere pirica bruciata?). Buono, particolare, impegnativo. Con acqua, una marmellata d’arancia emerge.

F: molto lungo e gradevolmente fruttato; l’albicocca torna ad essere la grande protagonista, assieme a una crescente – ma ancora assai discreta – affumicatura.

La fama è davvero meritata: la complessità è notevole, così come l’intensità di tutti gli aromi. Bastano proprio poche parole: molto, molto buono, Consigliatissimo, ma occhio ché le poche bottiglie rimaste sono molto costose… Il nostro giudizio sarà di 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Francoise HardyLa maison ou j’ai grandi (c’est La Maison du Whisky…)