Macallan 7 yo ‘Maxxium’ (inizio anni 2000, OB, 40%)

Dopo il celebre 7 anni di Giovinetti, l’import italiano è passato a Maxxium, azienda che è subentrata a livello globale per la distribuzione di Macallan; nei primi anni del 2000 il 7 yo  reso celebre dalla qualità, prima che dalle note pubblicità, è stato sostituito da un omologo con etichetta diversa e, bello grosso sotto il 7, la scritta “Maxxium Import”. Quasi come il Giovinetti insomma, ma dopo.

12041_1N: la prima nota che colpisce le narici è – purtroppo – di un alcol poco integrato, anzi proprio di solvente. Tutto è giocato su note ‘pesanti’ e appiccicose di frutta cotta (prugne), uvetta, tamarindo (l’avete mai assaggiato? no? fatelo!). Marmellata di more, anche un poco di arancia. Un che di tabacco da pipa, greve. Intendiamoci, i descrittori di per sé sono gradevoli, ma nel complesso questo whisky non sembra del tutto ‘centrato’… Un che di vagamente metallico e sulfureo chiude questo naso.

P: al di là di una nota alcolica che resta inutilmente presente a dispetto della bassa gradazione, non è certo tra i Macallan più espressivi: tra una caramella alla violetta, un po’ di marmellata di fragola, un tamarindo e una buccia d’agrume… si consuma un episodio dimenticabile nella grande storia di questo imbottigliamento. Ancora emersioni sulfuree.

F: ancora marmellata di fragola e tamarindo. Di media durata.

Se trovate un 7 anni che riposa dimenticato su uno scaffale, compratelo: che sia Giovinetti o sia Maxxium, il valore collezionistico è analogo e alto per entrambi. Di certo, non il valore qualitativo: 73/100 è il nostro giudizio, avanti un altro, e in fretta.

Sottofondo musicale consigliato: Vasco Rossi – Vado al Maxxium.

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Lochindaal 7 yo (2009/2016, High Spirits, 46%)

Nadi Fiori, aka Freddy Flowers, è uso comprare botti di Port Charlotte, il torbato di Bruichladdich, e noi lo sappiamo bene grazie agli acquisti e imbottigliamenti fatti a sei mani, insieme a Giorgio D’Ambrosio e a Franco DiLillo (ad esempio, questo o questo). Qui, almeno a livello di imbottigliamento per quel che ne sappiamo, fa per conto suo e decide di scrivere in etichetta Lochindaal, perché Lochindaal è il golfo su cui si affacciano i vicini villaggi di Bruichladdich e Port Charlotte. Sarà Bruichladdich? Sarà Port Charlotte? L’etichetta cambia stile rispetto alle ultime selezioni di “High Spirits”, ammicca al passato ma – possiamo dirlo? – graficamente non ci fa proprio impazzire: ma in fondo checcefrega dell’etichetta, noi vogliamo bere, gli sguardi li destiniamo alle fanciulle.

lochindaal-7-y-oN: se potevamo avere dei dubbi sul fatto che si trattasse di Laddie o di Port Charlotte, beh, basta poggiare il naso sul bicchiere per confermare che sì, è proprio Port Charlotte. La prima suggestione, contundente e immersiva, è proprio di aria di mare, di sferzante brezza salata. Davvero uno shock! Anche la torba è molto viva, sporca e ‘chimica’ come il gasolio. Affianco si agita un lato fruttato bardato di cedro candito (e in generale di agrumi canditi, non sottilizziamo), di banana verde; un che di vaniglia, certo, ma abbastanza trattenuta e delicata. Chiudiamo con un lato balsamico, di bosco di conifere, quasi esondante sul medicinale (medicine per la tosse, ca va sans dire!).

P: come al naso, colpisce fin dall’attacco una marinità davvero sopra le righe, esplosiva: esibisce una sapidità veramente estrema. In grande coerenza, si conferma una dolcezza austera e ‘vegetale’, tra il cedro candito e un senso di  zucchero bianco ‘annacquato’ (avete mai bevuto da bambini dell’acqua poco zuccherata?) – la botte, che pareva poco attiva già al naso, conferma l’impressione. Ancora un che di mentolato e balsamico. Infine, ecco ancora una torba cenerosa e bruciata, che sul finale…

F: …si prende la scena, accompagnata da un senso di ‘vegetale’ salato davvero peculiare. Lascia le labbra salate.

Decisamente buono, ci piacciono sempre i malti di Islay quando sono ‘nudi’, quando parlano con la propria voce e non con quella della botte. Pur essendo relativamente semplice, è fatto di una semplicità di cui è difficile stancarsi, trattenuta e cesellata: in una parola, una bevuta spensieratamente fresca e giovane – e tutti sanno quanto ci piacciano le cose (o le cosce?) giovani. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jamiroquai che cambia stile con il nuovo singolo Automation.

Caol Ila 1989 (1997, Signatory for Velier, 43%)

Chiudiamo con i malti assaggiati ieri sera all’Harp Pub, e chiudiamo alla grande: è infatti il turno di Caol Ila, nello specifico un imbottigliamento di due botti (4420 e 4421) di sette anni (quasi otto: novembre 1989-settembre 1997) selezionate e imbottigliate da Signatory Vintage per Velier, storico importatore ligure (tra i molti prodotti, Velier spaccia anche lo stesso Signatory). Qualche tempo fa avevamo assaggiato un Ardbeg del ’72 imbottigliato sempre per Velier; ora, non possiamo aspettarci gli stessi fasti, ma – come dire – per lo meno sappiamo che i ragazzi sanno quel che fanno…

Schermata 2015-04-23 alle 12.10.36N: solo sette anni, ma che qualità! È esattamente Caol Ila, con la sua affumicatura gentile (qualità) ma intensa (quantità), qui molto marina (aria di mare, anche qualche sfumatura di diesel / smog). Alghe. Dietro, in crescendo una ‘dolcezza’ di vaniglia / marzapane / canditi dolci (diremmo quasi che oltre all’agrume c’è dell’ananas, pare infatti affacciarsi sul tropicale…). Zucchero a velo in abbondanza. Emmenthal? Ci pare anche di trovare delle note di fieno. Easy ma delizioso.

P: corpo cremosino; un po’ strano, non dolce come lo aspettavamo. Siamo colpiti da note più che mentolate; proprio di eucalipto, quasi salvia / rosmarino… Molta torba marina e balsamica, dunque; qui c’è più plastica / gomma bruciata che al naso, o meglio: c’è molta meno dolcezza (solo un velo di vaniglia, un pit di limonata zuccherata, e nulla più).

F: torna quel senso di ananas disidratato del naso, più cocco?, e poi ancora fumo / torba / acqua di mare.

Molto piacevole, davvero, ed anche istruttivo: se paragonato all’ottimo Caol Ila 12 ufficiale, che in molti conosceranno bene, questo appare decisamente più guidato dal distillato, che svela note minerali e torbate, marine e fumose, e soprattutto al palato non si lascia irretire dalle facili lusinghe di legni troppo attivi (si tratta infatti, scommetteremmo, di due botti refill) rimanendo molto ‘vegetale’ e sporco, come piace a noi. 86/100 è il giudizio, come al solito a Velier non scelgono di imbottigliare tanto per farlo…

Sottofondo musicale consigliato: L’officina della camomilla Un fiore per coltello