Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

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L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

Aultmore 7 yo (2007/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

non sono bella, ma piaccio

Nei meandri del nostro armadietto dei samples, ecco comparire un Aultmore del 2007, maturato in un barile ex-sherry e imbottigliato ormai cinque anni fa da Hunter Laing col marchio Hepburn’s Choice. Che senso ha recensire una cosa che ormai sarà quasi sicuramente esaurita? Non siamo mica una succursale di mediashopping, beviamo quello che ci pare, quando ci pare. Pensa te, tsk. Comunque, Aultmore è distilleria dello Speyside che spicca per bruttezza, a maggior ragione se confrontata con l’amenissima Strathisla che sorge poco lontano: d’altro canto, il suo whisky corposo è tradizionalmente molto apprezzato dai blenders, e di recente, con la discesa in campo di un core range di distilleria, anche gli appassionati più distratti ne stanno scoprendo il potenziale. Quindi: sarà pure brutta, ma mica ci dobbiamo vivere, no?

N: per iniziare con una suggestione cromatica, è sia verde che arancione: ha in evidenza la gioventù erbacea, lievitosa, acidula. Pian piano esce un calore ‘sporco’, con il barile che tende a prendersi spazio, con note di cuoio, aceto di mele… Poi un lato più compiutamente ‘dolce’, scuro, come di un caramello particolarmente grasso; anche barrette di cereali e miele. Con acqua, va sporcandosi, andando verso la carne (arrosto? cotenna di maiale?).

P: buono, piacevole, tendenzialmente più dolce del naso e un po’ più guidato dal legno – restano le note di distillato bianco, ancora un po’ acidule. Poi un lato fruttato, con uvetta, arancia, toffee. Ci sono punte speziate, che forse non sappiamo definire compiutamente. L’acqua sposta, facendo perdere la frutta e onestamente vien da chiedersi: perché abbiamo aggiunto acqua? Boh.

F: dopo un primo approccio di frutta rossa, diventa legnoso e speziato, erbe aromatiche (timo?). Il legno resta piuttosto evidente.

Il distillato mostra personalità, non soccombe di fronte al barile in sherry, e c’è da riconoscere che le due dimensioni restano ben armonizzate tra loro. Se vogliamo aggiungere un’altra nota di merito, costa (o costava? non sapremmo) proprio poco, intorno alle 45/50€. Un piacevole everyday dram: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Khruangbin – Maria También. Ma che qualità, signori, dove la trovate una musica migliore? Stay whiskyfacile, stay foolish.

Macallan 7 yo ‘Maxxium’ (inizio anni 2000, OB, 40%)

Dopo il celebre 7 anni di Giovinetti, l’import italiano è passato a Maxxium, azienda che è subentrata a livello globale per la distribuzione di Macallan; nei primi anni del 2000 il 7 yo  reso celebre dalla qualità, prima che dalle note pubblicità, è stato sostituito da un omologo con etichetta diversa e, bello grosso sotto il 7, la scritta “Maxxium Import”. Quasi come il Giovinetti insomma, ma dopo.

12041_1N: la prima nota che colpisce le narici è – purtroppo – di un alcol poco integrato, anzi proprio di solvente. Tutto è giocato su note ‘pesanti’ e appiccicose di frutta cotta (prugne), uvetta, tamarindo (l’avete mai assaggiato? no? fatelo!). Marmellata di more, anche un poco di arancia. Un che di tabacco da pipa, greve. Intendiamoci, i descrittori di per sé sono gradevoli, ma nel complesso questo whisky non sembra del tutto ‘centrato’… Un che di vagamente metallico e sulfureo chiude questo naso.

P: al di là di una nota alcolica che resta inutilmente presente a dispetto della bassa gradazione, non è certo tra i Macallan più espressivi: tra una caramella alla violetta, un po’ di marmellata di fragola, un tamarindo e una buccia d’agrume… si consuma un episodio dimenticabile nella grande storia di questo imbottigliamento. Ancora emersioni sulfuree.

F: ancora marmellata di fragola e tamarindo. Di media durata.

Se trovate un 7 anni che riposa dimenticato su uno scaffale, compratelo: che sia Giovinetti o sia Maxxium, il valore collezionistico è analogo e alto per entrambi. Di certo, non il valore qualitativo: 73/100 è il nostro giudizio, avanti un altro, e in fretta.

Sottofondo musicale consigliato: Vasco Rossi – Vado al Maxxium.

Lochindaal 7 yo (2009/2016, High Spirits, 46%)

Nadi Fiori, aka Freddy Flowers, è uso comprare botti di Port Charlotte, il torbato di Bruichladdich, e noi lo sappiamo bene grazie agli acquisti e imbottigliamenti fatti a sei mani, insieme a Giorgio D’Ambrosio e a Franco DiLillo (ad esempio, questo o questo). Qui, almeno a livello di imbottigliamento per quel che ne sappiamo, fa per conto suo e decide di scrivere in etichetta Lochindaal, perché Lochindaal è il golfo su cui si affacciano i vicini villaggi di Bruichladdich e Port Charlotte. Sarà Bruichladdich? Sarà Port Charlotte? L’etichetta cambia stile rispetto alle ultime selezioni di “High Spirits”, ammicca al passato ma – possiamo dirlo? – graficamente non ci fa proprio impazzire: ma in fondo checcefrega dell’etichetta, noi vogliamo bere, gli sguardi li destiniamo alle fanciulle.

lochindaal-7-y-oN: se potevamo avere dei dubbi sul fatto che si trattasse di Laddie o di Port Charlotte, beh, basta poggiare il naso sul bicchiere per confermare che sì, è proprio Port Charlotte. La prima suggestione, contundente e immersiva, è proprio di aria di mare, di sferzante brezza salata. Davvero uno shock! Anche la torba è molto viva, sporca e ‘chimica’ come il gasolio. Affianco si agita un lato fruttato bardato di cedro candito (e in generale di agrumi canditi, non sottilizziamo), di banana verde; un che di vaniglia, certo, ma abbastanza trattenuta e delicata. Chiudiamo con un lato balsamico, di bosco di conifere, quasi esondante sul medicinale (medicine per la tosse, ca va sans dire!).

P: come al naso, colpisce fin dall’attacco una marinità davvero sopra le righe, esplosiva: esibisce una sapidità veramente estrema. In grande coerenza, si conferma una dolcezza austera e ‘vegetale’, tra il cedro candito e un senso di  zucchero bianco ‘annacquato’ (avete mai bevuto da bambini dell’acqua poco zuccherata?) – la botte, che pareva poco attiva già al naso, conferma l’impressione. Ancora un che di mentolato e balsamico. Infine, ecco ancora una torba cenerosa e bruciata, che sul finale…

F: …si prende la scena, accompagnata da un senso di ‘vegetale’ salato davvero peculiare. Lascia le labbra salate.

Decisamente buono, ci piacciono sempre i malti di Islay quando sono ‘nudi’, quando parlano con la propria voce e non con quella della botte. Pur essendo relativamente semplice, è fatto di una semplicità di cui è difficile stancarsi, trattenuta e cesellata: in una parola, una bevuta spensieratamente fresca e giovane – e tutti sanno quanto ci piacciano le cose (o le cosce?) giovani. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jamiroquai che cambia stile con il nuovo singolo Automation.

Caol Ila 1989 (1997, Signatory for Velier, 43%)

Chiudiamo con i malti assaggiati ieri sera all’Harp Pub, e chiudiamo alla grande: è infatti il turno di Caol Ila, nello specifico un imbottigliamento di due botti (4420 e 4421) di sette anni (quasi otto: novembre 1989-settembre 1997) selezionate e imbottigliate da Signatory Vintage per Velier, storico importatore ligure (tra i molti prodotti, Velier spaccia anche lo stesso Signatory). Qualche tempo fa avevamo assaggiato un Ardbeg del ’72 imbottigliato sempre per Velier; ora, non possiamo aspettarci gli stessi fasti, ma – come dire – per lo meno sappiamo che i ragazzi sanno quel che fanno…

Schermata 2015-04-23 alle 12.10.36N: solo sette anni, ma che qualità! È esattamente Caol Ila, con la sua affumicatura gentile (qualità) ma intensa (quantità), qui molto marina (aria di mare, anche qualche sfumatura di diesel / smog). Alghe. Dietro, in crescendo una ‘dolcezza’ di vaniglia / marzapane / canditi dolci (diremmo quasi che oltre all’agrume c’è dell’ananas, pare infatti affacciarsi sul tropicale…). Zucchero a velo in abbondanza. Emmenthal? Ci pare anche di trovare delle note di fieno. Easy ma delizioso.

P: corpo cremosino; un po’ strano, non dolce come lo aspettavamo. Siamo colpiti da note più che mentolate; proprio di eucalipto, quasi salvia / rosmarino… Molta torba marina e balsamica, dunque; qui c’è più plastica / gomma bruciata che al naso, o meglio: c’è molta meno dolcezza (solo un velo di vaniglia, un pit di limonata zuccherata, e nulla più).

F: torna quel senso di ananas disidratato del naso, più cocco?, e poi ancora fumo / torba / acqua di mare.

Molto piacevole, davvero, ed anche istruttivo: se paragonato all’ottimo Caol Ila 12 ufficiale, che in molti conosceranno bene, questo appare decisamente più guidato dal distillato, che svela note minerali e torbate, marine e fumose, e soprattutto al palato non si lascia irretire dalle facili lusinghe di legni troppo attivi (si tratta infatti, scommetteremmo, di due botti refill) rimanendo molto ‘vegetale’ e sporco, come piace a noi. 86/100 è il giudizio, come al solito a Velier non scelgono di imbottigliare tanto per farlo…

Sottofondo musicale consigliato: L’officina della camomilla Un fiore per coltello