Kilkerran 8 yo (2017, OB, 56,2%)

37. barili kilkerranEsattamente un anno fa, poco prima del Milano Whisky Festival, ci trovavamo a presentare il Kilkerran 12 anni, prima espressione stabile del core range della sorellina di Springbank – ad oggi, quella recensione è risultata la più vista sul sito nel corso degli ultimi mesi, e quell’imbottigliamento si è affermato a livello globale come una dellemigliori sorprese del 2016, un whisky dalla complessità straordinaria se si considera la fascia di prezzo in cui si posiziona. Per quest’anno Glengyle non offre nuove release autunnali, ma – attenzione attenzione – al nostro consueto banchetto avremo aperta una chicca, una bottiglia ormai oggetto delle mire dei collezionisti, che giunge dai tempi (non così lontani, in effetti) in cui Kilkerran era un marchio come un altro, con tutto da dimostrare. Su questo sveleremo di più domani, ma intanto ‘accontentiamoci’ di recensire l’edizione limitata primaverile, un 8 anni a grado pieno maturato in barili ex-bourbon, abbondantemente esaurita nel giro di poche settimane.

aa4167N: come da copione, troviamo un profilo unico: tanto minerale, tanta cera, tanta marinità. Simile al 12 anni ma più tagliente, più acuto, con una quota di ‘umidità’ in meno, se vogliamo. Note di shortbread (i biscotti al burro scozzesi, bestie ignoranti!) a condensare in un’immagine la parte più ‘dolcina’, e un pelo di burro fresco. Mela verde. Il lato vegetale ed erbaceo è molto raffinato, con anche una punta balsamica, di eucaliptolo o di menta piperita. Ha in evidenza una piacevole nota di lievito, o meglio, diciamo, di impasto per pane. Con acqua, trionfa l’hallmark (?) della mela verde.

P: di corpo agile, c’è una dolcezza semplice e immediata (vaniglia, zucchero a velo), ma certo non pacchiana, anzi contrappuntata da cereale, da una torba in netta crescita (qui diventa non solo terra umida, ma proprio fumo) e un senso sottile di cereali e lieviti. Poi certo ancora mela verde e zesta di limone. Il lato minerale si fa facilmente marino, sapido e fumigoso, con note di alghe. L’acqua spalanca le porte ancora alla mela verde e poi, soprattutto, a un sapore di mare veramente impressionante.

F: lungo e persisitente, incredibilmente pulito pur se pulito, chiaramente, non è: braci spente, cera, semino di limone.

Come sempre davanti a Kilkerran, non si possono non apprezzare l’unicità del profilo, certamente, e la solidità con cui questo profilo aromatico è perseguito: ci siamo innamorati dello scotch whisky per le sue imperfezioni, per i suoi spigoli, e qui ne troviamo in quantità. Apparente incoerenza sulla carta, straordinaria coerenza nel bicchiere… per un whisky di soli 8 anni! Detto ciò, a nostro giudizio il 12 anni a 46% resta imbattibile (o per lo meno imbattuto) per complessità e per la paradossale, sfumata delicatezza delle sue ruvide screziature, qui tutte presenti ma meno elegantemente bilanciate. Resta la qualità, e non si scenda numericamente sotto a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – How it Gonna End.

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Ledaig 8 yo (2008/2016, Claxton’s, 52,8%)

Eccoci di nuovo alle prese con i whisky selezionati dall’imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, che di nome fa Claxton’s. Ci piaceva l’idea di poter assaggiare un’espressione così giovane di Ledaig, la versione torbata della distilleria Tobermory, sicuramente uno dei malti più controversi nel panorama scozzese per il suo carattere – diciamo così – maleducato. E visto che ci piaceva l’idea, abbiamo deciso di passare ai fatti. Il distillato prodotto sull’isola di Mull ha riposato per meno di dieci anni in un refill sherry butt, una botte sicuramente poco attiva, visto il colore giallo chiaro che ci stupisce non poco. Ci sono tutte le premesse per incontrare gli spigoli di Ledaig ancora molto intatti e pronti a insultare i nostri raffinatissimi nasi.

claxtons-ledaig-8yoN: infatti c’è il distillato sugli scudi, con note di cerele umido, macerato, di farina lievitata. E poi c’è tutta la sfrontatezza della torba di Ledaig: sembra un brodo di pesce molto salato, affumicato e spigoloso. Barbecue spento. Tanto, tanto iodio. Non è molto alcolico, ma esibisce comunque un’acidità da solvente un po’ scomposta. Altri direbbero di profumo vecchio della nonna lasciato lì per anni. Ad arrontondare un poco il profilo generale c’è una piacevole nota calda tra la liquirizia e la noce moscata. Zucchero liquido, glassa, crosta del panettone (quella bruciacchiata). Non si può dire che sia cattivo, ma di certo non si può definire un whisky che invita alla bevuta.

P: decisamente più gradevole al palato, sicuramente più armonico e anche con una certa esplosività. Ripropone le stesse note di sale, di fumo, di cenere con ancora il distillato a farla da padrone; è quindi molto secco, senza fronzoli, con cereali e agrumi canditi a gogo. Fresco- proprio mentolato- e completato da una dolcezza molto semplice, di nuovo sciroppo di zucchero, ma di sicuro non stucchevole. Anche tanto cioccolato.

F: ancora cioccolato e tanta cenere salata caduta in un mojito.

Come promesso, al naso è ricco di suggestioni contrastanti, disarmoniche. Ed è forse anche per questo che ci siamo soffermati molto sulla parte olfattiva, scrivendone a lungo, anche se ovviamente non è un mostro di complessità. Un inatteso riscatto arriva poi al palato, dove è inaspettatamente fresco e soprattutto equilibrato, pur con botte di sale, torba e distillato giovane imponenti. Il prezzo è di circa 60 euro, tutto sommato ragionevole; noi ci attestiamo su 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Enzo Jannacci – Andava a Rogoredo

 

Glenturret 8 yo (2006/2015, Angel’s Share, 46%)

meow!, disse l'anima di Toswer

meow!, disse l’anima di Towser

Secondo imbottigliamento celebrativo per il nostro “venerato maestro” Davide, dopo l’eccellente 18 anni – non sappiamo se sia per scelta o per ventura, ma entrambi sono malti distillati a Glenturret, una delle più antiche distillerie attive (licenza ufficialmente concessa nel 1775, ma si vocifera che fosse attiva illegalmente già dal 1717). Un aneddoto che piace all’internet che piace: il gatto Towser, eternato dall’arte scultoria come si può vedere qui affianco, è entrato nel Guinness dei primati (pur essendo un felino, ahah! ok, scusate) per aver catturato la bellezza di trentamila topi tra gli anni ’60 e gli ’80 – complimenti, ma forse la vera notizia è un’altra: a Glenturret hanno un problema coi ratti, meglio vaccinarsi prima di andare a visitarla. Noi arriviamo, come sempre, troppo tardi rispetto alle celebrazioni davidesche: ma piutost che nient l’è mej piutost, si dice dalle nostre parti, e dunque “alla grande”!

img_4659N: l’alcol non è invasivo; per avere meno di dieci anni ha già una personalità bella sfaccettata, e pure solida anche se cangiante: predomina subito un agrume straripante, precisamente arancia – è poi molto zuccherino e caramellato: toffee burroso, zucchero di canna se non proprio mascobado, quasi panna cotta, o fonda di caffelatte zuccherato – ma anche pesche sciroppate o albicocche secche. Poi, in questo tripudio di zuccheri, a sorpresa si innesta anche un lato graffiante, speziato e quasi ‘sporco’ (un velo di sedano, di soffritto, un che di noce moscata, qualcosa di lontanamente sulphury…).

P: l’arancia dominava lassù, l’arancia domina pure qui: grande coerenza, questo palato si fa un po’ più ‘greve’ e succoso allo stesso tempo, rilanciando quelle note di zucchero di canna, di fudge e caffelatte, ma con un lato vanigliato, fruttato e cremoso più spiccato (frutta gialla, cocco, burro). Più cocco, meno sporco!, che appare già uno slogan perfetto per la vostra prossima campagna elettorale.

F: lungo, molto fruttato (cocco e arancia), con ancora un rivolo zuccherino a colare.

86/100. L’abbiamo usato per una degustazione nel padovano qualche settimana fa ed è stato tra i whisky più apprezzati, anche perché non mostra i soli otto anni – e sappiamo bene quanto ancora valga inconsciamente l’errata equivalenza “whisky vecchio = whisky buono”. Buono, ben fatto, complesso e intenso: non proprio come Davide, ma che ci vogliamo fare, ha altre doti. Un abbraccio.

Sottofondo musicale consigliato: un capolavoro assoluto paragonabile forse solo a certe composizioni del Mahler più sfrenato, ovvero The Kitty Cat Dance.

Bruichladdich ‘The Laddie’ 8 yo (2015, OB, 50%)

Espressione esclusiva per il Travel Retail (vale a dire che te lo compri solo in aereoporto, e se non viaggi devi stare muto!), il Laddie 8 è l’unica versione di Bruichladdich a riportare l’età dichiarata in etichetta – ma il core range della “distilleria progressiva” è talmente variegato e ricco di espressioni particolarissime e tendenti all’artigianalità che tanto ci piace (i vari vintage della serie Bere Barley e Islay Barley, ad esempio) che proprio non ci sentiamo di stigmatizzarla. Ne abbiamo preso un campione alla Bowmore House, albergo che ci ha ospitato nel nostro ultimo viaggio scozzese.

schermata-2016-10-24-alle-23-36-59N: note esplicite, fin dall’inizio, di malto (lo definiremmo ‘croccante’ solo per il gusto di indispettire i nostri lettori più esigenti), di cereali, di corn flakes magari zuccherati. Si sente che il complesso è giovane, con un lieve sentore di lieviti (suona come un gioco di parole ma è così), di mash tun. Note fruttate anche, soprattutto pere e mele, ed un leggerissimo velo di vaniglia. Il tutto è come racchiuso da una brezza di mare, da un qualche odore di pesce, ma come in lontananza. Una bella salamoia. Biscotti al burro.

P: qui il lato costiero si prende la briga di aprire le danze, con un primo impatto ancora leggermente sapido e piuttosto minerale,  di certo con qualche ricordo di burro e poi di buccia di limone (anzi, del bianco del limone: avete presente?, un po’ amaro…). Poi il lato maltoso e dolce esplode, letteralmente, anche grazie alla gradazione importante: molto vario, va da una bella vaniglia a note fruttate, di pere, mele, anche qualcosa di più caldo – perché ignorare la confettura d’albicocca?

F: lungo e pulito, molto intenso; maltoso, maltosissimo, ancora burro salato.

A noi piacciono tanto i nuovi Laddie, che ci possiamo fare. È pulito ma minerale, è giovane ma esibisce una bella complessità… Si dice sempre che quando si assaggia un whisky in Scozia bisogna stare attenti, perché è sempre più buono di quando lo si riassaggia a casa: questo non è il caso, per fortuna, avanti con un 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Animals as leaders – Aritmophobia.

Highland Park 8 yo (2014, Gordon & MacPhail, 43%)

È da qualche anno che Gordon & MacPhail (uno dei maggiori imbottigliatori indipendenti scozzesi) mantiene alcuni imbottigliamenti ‘fissi’, stabili, rilasciati a cadenza annuale, nella serie The MacPhail’s Collection. A Roma ne abbiamo portati via alcuni, e oggi affrontiamo una versione relativamente giovane di una delle nostre distillerie del cuore, Highland Park. Il colore, paglierino, è un bel colore.

Schermata 2016-05-05 alle 20.03.47N: un po’ pungente, sulle prime, l’alcol. Un whisky che vive di contrasti, come ci ha abituato la distilleria nelle sue espressioni più pure: unisce un lato salmastro (aria di mare nitida, salamoia) e torbato (nel senso di minerale, non di affumicato: ricorda proprio la terra umida, dopo la pioggia) ad un lato fruttatino e vanigliato che rimanda al marzapane e alla pera. Il tutto è scavato in una dimensione ‘erbacea’ (proprio erbe, foglie fresche) e di esibita gioventù che va dai lieviti, dall’aroma di mash tun, di cereale in infusione, ad un lato agrumato e limonoso molto seducente nella sua austerità.

P: ha un andamento curioso: attacca austero e abbastanza timido, riproponendo note di cereale acerbo e minerali – manca però all’appello quella splendida marinità del naso: e mentre uno si attarda a ricercarla, ecco che esplode inaspettata una dolcezza ‘grassa’, ancora sul marzapane, sui corn flakes, sui biscotti al burro (shortbread), magari quelli con lo zucchero sopra… Anche qualcosa di agrumato, probabilmente arancia (candita?).

F: bello lungo, grasso e torbato, con un fil di fumo e tanto bel cereale mineralizzato (eh?).

Un malto davvero godibile, come spesso capita quando si analizzano espressioni di Highland Park: il fascino della distilleria sta – tradizionalmente – nella splendida armonia che coinvolge anime assai distanti, dalla torba alla dolcezza, dal cereale alla marinità. Non ce n’è, a noi questo whisky piace molto: non vuole essere ruffiano, esibisce la sua giovane età come una collegiale consapevole e vive di una paradossale “semplice complessità”. Su whiskybase il prezzo è segnato attorno ai 40€, dunque più o meno quanto il 12 anni ufficiale: a parità di danaro, questo imbottigliamento ci pare una scelta molto più accattivante, e infatti il voto sarà proporzionato: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cullen Omori – Cinnamon.

Lagavulin 8 yo (2016, OB, 48%)

È ancora tempo di bicentenari, su Islay: dopo Laphroaig e Ardbeg, che hanno celebrato il duecentesimo genetliaco ufficiale l’anno passato, nel 2016 tocca a Lagavulin, una delle distillerie più amate, venerate, ricercate dal pubblico di whiskofili. Il primo degli imbottigliamenti celebrativi (sì, ce ne saranno almeno tre: questo, uno per il Feis Ile ed una Special Release… si mormora di un 25 anni a grado pieno in arrivo, ma costerà come una rata del mutuo per la vostra bella casetta) è un 8 anni non filtrato a freddo, ridotto alla gradazione di 48%. In limine, ci piace lodare che Lagavulin (quindi: Diageo) abbia scelto di dichiarare la giovane età e non si sia trincerata dietro ad un NAS; scelta controcorrente, come sappiamo. Ma insomma: l’attesa era tanta, e finalmente ora l’abbiamo nel bicchiere. Il colore è paglierino molto chiaro, sembrerebbe naturale – fonti bene informate, però, ci avvertono che un po’ di caramello potrebbe essere scappato pure qui…

lg_1461N: se dovessimo identificare una caratteristica peculiare, diremmo che è infinitamente marino e iodato (sale; aria di mare, proprio, davvero impressionante). Sulle prime pare molto naked, sullo stile del fratellino maggiore di 12 anni; colpisce una netta mineralità, una torba terrosa e un fumo acre ma relativamente leggero (anche se, a onor del vero, progressivamente sale un senso di legno bruciato). Lana bagnata. La gioventù è esibita da note di malto giovane, tra pane, lievito, un po’ di  limone, canditi… La zuccherinità, presente e in crescita, è fresca e su note floreali (violette e caramelle alla v.), lievemente fruttata (frutta bianca), e con un poco di vaniglia. C’è poi una dimensione speziata (alla degustazione c’è chi parlava di cumino e di paprika) e di pepe bianco. Olio di mandorle. Tutti questi aromi esibiscono grande compattezza e grande intensità, in una cornice – ripetiamo – prepotentemente costiera e marina.

P: ottima intensità, il corpo è coerente con lo stile di casa, oleoso e compatto – ma il miracolo è che è anche beverino alla grande. Al fianco della marinità, che rimane spettacolare, intensissima e in primo piano (acqua salata, aria di mare), si aggiunge una dolcezza più marcata, facile ma molto godibile: vaniglia, canditi ed esplosioni di liquirizia dolce; perfino qualche nota fruttata (uva bianca) e un che di mandorla. Poi, il minerale non molla di un millimetro; il palato si chiude su un fumo – stavolta sì – marcatamente Laga, con note pesanti di legna bruciata. Ancora spezie e pepe bianco.

F: ritorna la gioventù del cereale, molto ben impastata con legna bruciata, sale e pepe bianco.

Non giriamoci attorno: è davvero molto buono. È giovane, certo, a suo modo è relativamente semplice, ma lo spirito di Lagavulin (pur se toccato da una dolcezza di vaniglia che al palato fa capolino con più insistenza) resta francamente insuperabile. Appare simile al 12 anni nelle sue espressioni migliori, dato che il lato isolano è davvero prominente, soprattutto al naso. Nel cappello introduttivo avevamo lodato l’operazione di trasparenza (età bassa dichiarata e non NAS); qui dobbiamo anche lodare la scelta della nudità, di un profilo guidato dal distillato e solo marginalmente impreziosito dalla botte. Se lo trovate, il prezzo attuale che si vede sul web (attorno ai 70€, ma si trova anche a meno) ci pare davvero molto onesto. Whiskyfacile approva: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Seven steps to heaven.

Bowmore 8 yo (2014, OB, 40%)

Dopo una coppia di Laphroaig, mettiamoci alla prova con una coppia di Bowmore, eterogenei per età, tipologia, invecchiamento – ma proprio qui sta il divertimento, cercare di trovare tratti comuni in prodotti della stessa distilleria, per arrivare a capirne il segreto, a toccarne l’unicità, a rubarne la magia… a essere ubriachi, insomma. Partiamo con un ufficiale, l’8 anni, ovvero il più giovane del core range, creato ad hoc per il mercato italiano, alla criminale gradazione ridotta di 40%.

bowmore_8yoN: un naso schietto e tutto sommato semplice, ma nulla è fuori posto, e lo stile di Bowmore è ben evidenziato, a partire da quel fumo di torba molto gentile e delicato. Per stare in tema-Islay, si presenta con una marinità pronunciata, controbilanciata da un agrumato deciso e vario, dal lime alla scorza d’arancia. Succo ACE?, ci ricorda anche un po’ la carota… Emerge una nota tropicale molto marcata, diciamo di maracuja. L’effetto complessivo, per chi ha orecchie per intendere e naso per annusare, è tipically Bowmore. Cuoio, pesce.

P: come ricordavamo, l’unico difetto sta in un corpo non proprio travolgente. Per il resto, la coerenza col naso rende l’atmosfera molto gradevole; dominano una marinità qui davvero in primissimo piano (proprio acqua di mare, a sorsate) e una dolcezza forse un poco più spavalda, con note anche di miele che si sommano alla maracuja (avete presente quella dolcezza da succo di frutta tropicale?). Oltre a una zuccherinità caramellosa, un senso di legno bruciato (falò) in crescita.

F: una bruciatura gentile circonda agrumi, tropicalia e acqua salata.

Per quel che è, ovvero un whisky di introduzione al mondo dei torbati, è perfetto. Il palato è un po’ debole, certo, e patisce una gradazione già definita come criminale; ma la debolezza sta solo nel corpo, non nell’intensità dei sapori, che procede per fiammate. C’è tutta Bowmore, condensata a poco prezzo: cosa volere di più? 87/100, preferiamo questa bottiglia a tanti colleghi torbatini magari più celebri e celebrati…

Sottofondo musicale consigliato: Is Tropical – Dancing anymore, mettete a letto i bambini per il video.

IS TROPICAL – Dancing Anymore from Clément Germain on Vimeo.

Tomatin 8 yo (2006/2014, High Spirits for Gluglu, 50%)

Proseguiamo il nostro percorso alla scoperta dei giovinetti, cosa che, messa così, parrebbe richiedere come minimo la protezione delle alte sfere del Vaticano: ma, battutacce a parte, qui si parla di acquavite di cereali, e dunque assaggiamo un single cask di Tomatin di 8 anni, selezionato e imbottigliato da Glen Maur (animatore del whisky club Gluglu) nella nuova serie “Adventure Travel”, dedicata ai più entusiasmanti viaggi fatti dallo stesso Mauro. Occhio al packaging, peraltro: al festival di Milano, probabilmente, verranno presentate delle confezioni quantomeno sfarzose… Si inizia con un (favoloso, ammetterete) Como-Teheran-Como, 10000 chilometri percorsi nel 1976 a bordo del mitico Westfalia: noi, non potendo assaporare l’atmosfera dell’Iran prima di fedayyin e Khomeini, ci accontenteremo di questo dram…

Schermata 2015-09-09 alle 10.50.00N: alcol poco in evidenza. Porta i suoi pochi anni esibendo note asprigne (sarà che stiamo perdendo il controllo di noi stessi ma ci vengono in mente le bacche di goji, perfino l’alchechengi), poi di cereale fermentato (come nel Glenallachie, c’è un senso di mash tun). Poi però c’è anche un lato più accattivante, connotato essenzialmente da due suggestioni: un forte sentore di arancia secca, di oli essenziali d’agrumi; e poi un legno levigato, caldo, che sa di frutta secca (nocciola). Completano la marmellata d’albicocche e burro fresco. Via via si fa sempre più caldo e fruttato (uvetta, prugne cotte), pur se sempre in alternanza con grosse zaffate di malto giovane.

P: a livello d’intensità ci siamo (anche se dopo qualche sorso il corpo tende a perdere un po’) e pure proseguono luminose alcune delle vie tracciate al naso: c’è ancora un lato agrumato non indifferente e ricompare tanta frutta secca (ancora nocciole); brioche all’albicocca, e un po’ di frutta cotta. Sentiamo anche l’apporto del legno, che se sulle prime ricorda la liquirizia, dopo un po’ sembra puntare diritto verso un più deciso amarognolo. Quel che però prevale è comunque il cereale, un malto diretto, che rivela appieno l’età del dram. Ancora burro fresco. Non è per niente male, forse patisce l’assenza di grossi punti esclamativi, alla lunga.

F: asprigno e legnoso, malto e frutta cotta (come scrive lo stesso GlenMaur su whiskybase).

Confermiamo il giudizio dell’altro giorno: anche i whisky giovani, poco invecchiati, sanno regalare soddisfazioni. A nostro gusto, il Glenallachie era un poco più strutturato e complesso rispetto a questo Tomatin, forse per una maggiore integrazione delle note maltose e dell’apporto del legno: ma dovessimo ritrovarci in Iran con solo questa bottiglia da bere, beh, non verremmo certo a lamentarcene. 81/100, e via verso una nuova avventura.

Sottofondo musicale consigliato: Rachid Taha – Rock the Casbah, non abbiamo trovato nulla di più improbabile.

Bunnahabhain 8 yo (2005/2014, Whiskyclub.it, 50%)

Si apre oggi una collaborazione straordinaria e impareggiabile (?) con due mastodonti della degustazione: uno è il buon Federico di whiskysucks.com, l’altro è la raffinatezza fatta palato, Giuseppe, il solo vero Bevitore Raffinato. Abbiamo deciso di bere e pubblicare ‘a blog unificati’ le recensioni di due whisky, che pubblicheremo oggi e mercoledì: si inizia da un single cask di Bunnahabhain, malto declinato nella versione torbata per la selezione degli amici di Whiskyclub.it. Peculiarità è la botte di invecchiamento: si tratta di una botte second-fill ex-Ardbeg; dato che saprete che ad Ardbeg non sanno più che farsene, delle loro botti, se non sono sufficientemente improbabili.

foto-33N: l’apporto della botte si sente eccome – o per lo meno, si sente una certa marinità assai spiccata, che da Bunna non ci dobbiamo attendere come dovuta. Indiscutibile l’affumicatura torbata, intensa ma non aggressiva, certo non scevra di impuntature acri. Giovane, ma non così scopertamente: frutta acerba, quasi ‘acida’ (uva bianca, pera, mela verde); poi un bel limone; yogurt bianco? Una sfumatura di cocco. Inchiostro.

P: molto coerente, mantiene quanto di buono il naso prometteva. Ribadisce una sapidità marina, elabora una affumicatura forse più intensa che al naso, con una torba acre molto piacevole. Poi, la frutta resta come sopra, sobriamente zuccherina e di frutta ancora acerba (pera, limone; ci viene in mente la gommosa zuccherata al cedro), con un pit di liquirizia. Completano un senso di yogurt magro ed uno erbaceo.

F: erbaceo e zuccherino; non dimenticheremmo però un fumo intenso e perdurante. Cenere.

Un whisky bianco; non così ‘canditoso’ come ci si potrebbe attendere da un tale giovinetto: questo invece mostra già di essere maturo, già evoluto, si dimena certo come un pargolo ma ha la stoffa del campione. Siamo sempre più piacevolmente compiaciuti delle selezioni di Claudio e Davide, e premieremo questo Bunna con un 87/100. L’opinione di Federico è qui, quella di Giuseppe, invece, qui.

Sottofondo musicale consigliato: GrindermanHoney Bee (Let’s fly to Mars).

Hazelburn 8 yo ‘Sauternes Wood’ (2002/2011, OB, 55,9%)

Errabondi come siamo tra le terre di Scozia, oggi torniamo in quella che fu la capitale del whisky, vale a dire Campbeltown: come sapete, la Springbank Distillery ha tre diverse versioni (questa, questa e quest’altra); come sapete, la Springbank Distillery ama sperimentare con botti e legni e finish di vario genere, spesso – come dire – eterodossi. Questo Hazelburn è la versione a tripla distillazione, e dopo 5 anni in botti refill-bourbon ha trascorso tre anni in botti che contennero Sauternes. Sarà vera gloria? Annusiamo… Il colore è ramato.

HAZOB.2002N: la gradazione non si nasconde, ma l’effetto complessivo è di un naso caldo, aperto, invitante… A dispetto dei tre anni in Sauternes, non è ‘vinoso’, ma la botte offre comunque spezie (chiodi di garofano, poi avete presenti i biscotti natalizi con zenzero e cannella?) e frutta disidratata (albicocca come se non ci fosse un domani, poi prugne, cocco…). Marmellata d’arancia e un po’ di mela… a completare un naso che, come vedete, è davvero molto fruttato e caldo. Rispetto al 12 anni del core range, forse il finishing così marcante copre un po’ le note ‘carnose’ di Springbank, che comunque un po’ rimangono.

P: in attacco domina un legno speziato, per nulla discreto, che ci pare senz’altro il secondo dei due utilizzati… Si svela però anche l’animo della distilleria, con un malto inquieto, tra suggestioni leggermente metalliche e ‘carnose’. Poi un dolceamaro (caramello) malto fruttato (albicocca, confettura), con esuberanti agrumi (arancia uber alles). Brioche. Consigliamo due gocce d’acqua, arrotondano e aggiungono calore.

F: brioscioso e torbato (?); tanta albicocca, ancora.

Certamente è un whisky molto esposto all’oscillazione del gusto personale – e a noi, incidentalmente, piace – e sicuramente dalla personalità impegnativa, tutto costruito sull’animo caratteristico del malto Springbank e legni francesi improntati alla grandeur, davvero molto marcanti. Insomma, un whisky costruito, che a qualcuno (come a Serge, ad esempio) non piacerà troppo; ma noi non crediamo che la ‘costruzione’ di un whisky sia un malus di per sé, e 86/100 ci pare il giudizio più appropriato.

Sottofondo musicale consigliato: Black Sabbath – Orchid.