Botti da orbi – Marco Zucchetti vs Game of Thrones pt.2

[Chiudiamo con la seconda parte dello straordinario reportage di Marco Zucchetti dedicato ai whisky che Diageo ha confezionato per celebrare l’ultima stagione di Game of Thrones. Dai che lunedì prossimo finalmente si massacrano…]

Talisker Select reserve, Casa Greyjoy (2019, OB, 45,8%)

L’accoppiamento perfetto: i signori delle Isole di Ferro hanno la loro roccaforte a Pyke. Da lì a Skye, casa di Talisker, il passo è anche letteralmente breve. Tra l’altro i Greyjoy sono pure soldati fieri e piuttosto ribelli, quindi il malto tosto di Talisker si addice loro come il lutto ad Elettra e lo spritz al Fuorisalone di Milano.

La piovra sullo stemma e sulla bottiglia suggerirebbe un whisky marino, “made by the sea”. Invece il primo olfatto è una pancetta affumicata da far venire l’acquolina come a Homer Simpson con le ciambelle. Tizzoni ardenti di un falò, alghe e salamoia per ricordare che comunque ci sono gli scogli in vicinanza. Ma è un mare dolce, anche al naso: frutti rossi (ciliegie), caramello bruciato e una confettura di prugne e arance. Ah, Theon Greyjoy (prima di finire evirato) dice di aver sentito anche una nota di peperone dolce grigliato. Ma non se ne assume la responsabilità eh, che non vuole che qualche altro recensore dissenziente gli tagli altri pezzi… In bocca è ancor più dolce, tra zucchero caramellato e sciroppo. È forse l’unico difetto (per chi lo considera un difetto, per carità) di un palato che sembra creato per piacere. Un po’ meno pepe del solito, un’aria di erbe officinali e un ritorno della carne grigliata (le costine glassate…). Un tocco di cuoio prima di un eccellente e lunghissimo finale di peperoncino, arachidi tostate e sale, ora molto netto.

È un Talisker carichissimo, più pirata che signore ma comunque professionista dell’amore, direbbe Julio Iglesias. Succulento e vibrante, pulp come Euron quando coperto di sangue stermina gente a caso tra le navi in fiamme. 85/100

Oban Bay reserve, Guardiani della Notte, (2019, OB, 43%)

La confezione è la più spettacolare della serie. Nera, con il giuramento dei Guardiani della Notte in rilievo sulla bottiglia. Qui è meglio confessare subito il conflitto di interessi del giudice: la bottiglia nera e i Guardiani gli vanno proprio a genio. Sarà in grado di essere spietato come Jon Snow quando impicca perfino un bambino?

Il naso ha qualcosa di riconoscibile (cioccolato al latte che pare di essere in Svizzera, non fra i ghiacci della Barriera e uvetta, arance candite e datteri). L’aria di mare di Oban si dev’essere congelata, ma viene sostituita da una frutta intensa e cerosa (uva rossa) e da un profilo eccentrico e divisivo. In tanti non hanno apprezzato le note di fieno umido, polvere da sparo e formaggio di capra (no, non siamo impazziti, né abbiamo fame) che emergono col tempo, ma non c’è che dire, il risultato funziona. In bocca non è poderoso, ma è pieno di sfaccettature. Parla molte lingue: quella minerale della grafite e di una torba da scamorza affumicata; quella piacevolmente e rotondamente fruttata fatta di arancia rossa e amarene Fabbri; quella speziata che si gioca fra cacao (i Pan di Stelle!), cannella e Morositas. E quella della frutta secca, con un bel croccante di arachidi salatine. Nel finale – piacevolmente lungo e fruttato – torna il formaggio di capra salato, con un filo di fumo e tante gelee alla mora.

Ora, se si rilegge il tutto viene da pensare a un quadro di Bosch o alla ricetta di un concorrente di Master Chef schizofrenico. Invece no, è un whisky profondo e godibile, carico come il Talisker ma con più coraggio. Con qualche grado in più sarebbe stato immortale, proprio come Jon Snow. 86/100

Lagavulin 9 yo, Casa Lannister (2019, OB, 46%)

Il bicentenario whisky di Islay, principe dei torbati, per la casata più malvagia, potente, spietata e luciferina di Westeros, i Lannister. I quali – parafrasando Beautiful – sono un po’ i Forester della serie tv: un padre spietato e puttaniere, due figli bellissimi che si accoppiano fra di loro perché nessuno gli ha spiegato che non si fa, un altro figlio nano e una sete atavica di potere. Di fatto, senza di loro Game of Thrones sarebbe innocua come Un posto al sole. Il carattere di Lagavulin – con cui condividono lo stemma leonino – ci sta a pennello.

Ohibò, che naso poco convenzionale per un Laga. C’è la torba, ma non è grassa. Molta aria di mare, caramello salato bretone, ma è la dolcezza a fare la voce grossa: pesca, vaniglia, buccia d’arancia e lamponi maturi non si trovano spesso da queste parti. C’è poi un che di erbaceo, tra la menta, foglie di tè e sigaro, che anticipa l’anima più animale del malto, tra wurstel e cuoio. In bocca è salato e grigliato. La torba prende le forme di banana bruciacchiata, tè Lapsang souchong e marshmallows sulla fiamma. L’alcol è bello pimpante, la frutta fa un passo indietro ma rimane presente (mirtilli, albicocca). Caramello, pan di zenzero e mandorle tostate salate chiudono il banchetto. Il finale si fa bruciato, piccante e giocato fra le note pungenti del malto giovane e il caramello.

Come dicevano l’Alto Passero e Andrea Giannone, le massime autorità morali di Approdo del Re e del Milano Whisky Festival: “Mai assaggiato un Lagavulin cattivo”. Anche questo non lo è, e ha anche il pregio di battere vie tutto sommato strambe per la distilleria. Paga dazio alla gioventù, ma sa di potenza e vittoria e non tradisce il dna isolano: la regina Cersei lo sorseggerebbe volentieri mentre vede scuoiare i suoi nemici. Atipico, ma tifiamo tutti per lui, come Tyrion. 86/100

Clynelish Reserve, Casa Tyrrell (2019, OB, 51,2%)

«Crescere forti», dice il motto dei Tyrell. Beh, questo è il malto a più alto grado infatti. Ma non basta a spiegare l’accostamento. Clynelish è malto ceroso, inconfondibilmente legato alle distese di erica delle Highlands nord-orientali proprio come la Casa Tyrell è legata all’Altopiano. Ecco, a dire il vero il vecchio Clynelish si sarebbe meritato una dinastia un po’ più coi controcazzi, eh, ma vuolsi così colà dove si puote, e non dimanderemo più altro.

Dal bicchiere spunta un gran bel naso. Si parte con una folata fresca di verbena, limone candito e mallo di noce. È assai minerale, buccia di lime e brina a sottolineare questa anima leggiadra come le vesti della bella Margaery dai capelli fulvi. Sotto le vesti ci sono le curve: mou, nocciole e frutta tropicale (maracuja), con un accenno delizioso di pasticcino al mandarino. Al palato è caldo – no, non cercate ancora dei doppi sensi con le scene di Margaery ignuda o mi costringerete a raffreddarvi gli spiriti con le immagini della vecchia Olenna -, ancora passion fruit e noci di cocco essiccate in un biscotto al malto e vaniglia. Il pepe dà un guizzo supplementare oltre la dolcezza miele e limone. Interessante la suggestione di semi di sesamo tostati che porta a un finale lungo, di nuovo pepato e che riempie la bocca di mango e spremuta di agrumi.

Non per riempire le recensioni di citazioni, ma chi dice che la gradazione non conta dovrebbe essere marchiato in fronte con la P di pirla. Qui, al netto del malto di qualità di base, il grado più elevato fa da amplificatore del gusto. Come se Margaery vestisse di latex. Ok, forza con le foto dell’ottuagenaria Olenna in pigiama, ce le siamo meritate… 87/100

Miltonduff 9 yo (2018, Chorlton Whisky, 58,3%)

Das Wunderzeichenbuch, per intenderci: guardate l’etichetta qui sotto…

Continuiamo nella ricerca di gemme nascoste nello Speyside… Dobbiamo confessarlo: come scrive il nostro amato Marco Zucchetti, “anche l’occhio, come gli angeli, vuole la sua parte”, e noi in questo siamo delle persone semplici. Se troviamo una bottiglia con un’etichetta particolarmente bella, ci incuriosiamo e ci vien voglia di assaggiare… Da qualche tempo è arrivato sulle scene del whisky scozzese un piccolo imbottigliatore indipendente, con sede a Manchester: si chiama Chorlton Whisky e usa, come immagini per le proprie etichette, delle elaborazioni grafiche a partire da immagini tratte dal Das Wunderzeichenbuch, o Libro dei Miracoli, un manoscritto illustrato tedesco di metà del Cinquecento (per i feticisti: edito da Taschen in una bella edizione). Possiamo dirlo? Sono tra le etichette più belle che ci sia capitato di vedere negli ultimi anni! Sedotti da questo, abbiamo nel tempo comprato qualche bottiglia, e finalmente eccoci qui a recensire un Miltonduff di 9 anni maturato in botte bourbon per soli 9 anni.

N: sulle prime l’alcol tende a chiudere un po’, ma poi… arriva una vera esplosione agrumata, e se fossimo coraggiosi ci esporremmo dicendo a gran voce “kumquat”! Riconosciamo nitido un gran misto di frutta gialla (mela, albicocca), poi ecco un poco di vaniglia. Corn flakes (in crescita) e un qualcosa che ricorda il liquore all’arancia. Cocco.

P: in bocca l’impatto è esplosivo, e ancora questo Miltonduff si mostra tanto fruttato (di nuovo la coppia arancia e frutta gialla). Poi troviamo sentori attesi, come pastafrolla e (eresia!) panettone senza canditi. Davvero super, super burroso. Un tocco di anice.

F: piuttosto lungo, c’è ancora tanto burro e arriva inattesa un po’ di frutta secca.

Ogni tanto, di fronte a imbottigliamenti del genere, ingenuamente ci vien da chiederci: ma di botti così, in Scozia, quante ce ne saranno? Migliaia, probabilmente: il profilo è relativamente ‘standard’, ti offre tutto quel che ti puoi aspettare da un whisky dello Speyside, giovane, in botte bourbon a primo riempimento. Non è un whisky ‘particolare’, dunque, ma… avercene! I barili ci sono, ma bisogna saperli scegliere e avere l’intuizione di imbottigliarli. Veramente piacevolissimo, intenso, l’alcol a dispetto del grado non è eccessivo: un whisky da bere, e tra una parola e l’altra la bottiglia finisce in un attimo. Tra l’altro, ci sentiamo di dire, costa proprio poco (poco meno di 50 euro) e il godimento è davvero tanto: 87/100. Grazie a David per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Buena Vista Social Club – Candela.

Aberlour 9 yo 54.44 (2007/2016, SMWS, 59,2%)

Andrea, mastermind del The Monkey Whisky Club milanese, ci ha coinvolto nell’assaggio di tre imbottigliamenti della storica Scotch Malt Whisky Society: naturalmente noi non ci siamo tirati indietro, e forti del nostro proverbiale spirito di sacrificio abbiamo affrontato la sfida, portandoci dietro il grandissimo Davide Ansalone, approfittando della sua presenza sul suolo italico. Il primo assaggio è della distilleria 54 – che nella tabella di conversione della Society corrisponde ad Aberlour, celebre distilleria dello Speyside caratterizzata generalmente da invecchiamenti in sherry. Questo però è un single cask ex-bourbon first fill, quindi con gioia procediamo alla bevuta.

foto dal profilo instagram @mokeywhiskyclub
N: oh, finalmente un Aberlour in bourbon! Un bel profilo rotondo, con in partenza una nota fruttata molto piacevole (ananas, frutta gialla) tra un cereale caldo e “croccante”, miele, un bel croissant alla marmellata o un bel biscottone di pasticceria; a proposito, pasticceria marocchina/mediorientale (baklava, come insegna il sommo Ansalone forte dei suoi trascorsi nei peggiori bordelli di Costantinopoli), poi vaniglia e crema pasticcera. Fiori d’arancio, come sfumatura; e qualcosa di agrumato.

P: che spettacolo, che impatto a meno di dieci anni… Tantissima frutta gialla (una pera mostruosa, mela e ancora ananas, aprendo a una dimensione più compiutamente tropicale), ancora miele e vaniglia e crema pasticcera; impasto per torte (pastafrolla). L’acqua paradossalmente svela un po’ la gioventù, con note di lieviti e di canditi che emergono qui e là.

F: ancora tanto miele e tanta pera; rimane pulito e dolce, tra la mandorla, il cocco, un senso di tostato…

Capolavoro di pulizia maltata ed esplosione fruttata, questo single cask ex-bourbon conferma la qualità del distillato prodotto ad Aberlour, anche se con ogni evidenza l’apporto del barile a primo riempimento è decisivo nel limare la gioventù e nel donare al profilo complessivo un’intensità ruffiana: 86/100 è il verdetto per un whisky proprio, proprio buono.

Sottofondo musicale consigliato: El Pasador – Amada mio amore mio.

Glenallachie 9 yo (2005/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Ultimamente ci è capitato di sentire un amico pontificare – ostentando sicumera – sulla necessità, per un whisky, di essere molto invecchiato per poter dare soddisfazione: noi non sappiamo resistere alla tentazione della smentita, e dunque assaggiamo un malto che avevamo già testato in passato ‘in via informale’ e che adesso, come dire, casca a fagiuolo. Trattasi d’un Glenallachie (from Speyside, baby) di anni 9, invecchiato in una botte ex-sherry e messo in bottiglia da Hepburn’s Choice (leggasi Hunter Laing), di cui già tempo fa lodammo la selezione di botti giovani ma seducenti (qui, un Talisker). Colore: dorato.

Schermata 2015-09-07 alle 16.48.17N: sulle prime lascia filtrare tutta la sua gioventù, con note di canditi, un senso diffuso di new make (e, diremmo, di mash tun): lieviti a go go, pane, orzo, a tratti con sentori di acqua tonica – e perfino, qualcuno dice, di brodo. Dopo poco, però, questa maltosità organica e vibrante si lascia schermare dall’invecchiamento: note tostate (arachidi), di frutta secca; legno; un che di miele, caramello, carruba, sciroppo d’acero… Cardamomo e mandarino, così, per stupirvi. A parte tutto, è un naso molto stimolante, fresco e gggiovane ma anche piuttosto complesso e non così scontato.

P: si inizia con una dolcezza biscottata e cerealosa (facile citare i Gran Cereale, no? a questo punto aspettiamo un riconoscimento dall’azienda che li produce) e persino dei sentori di frutta rossa (fragola); biscotti al miele e al caramello. Al contempo, ai lati e verso il finale ci sono note frizzantine davvero peculiari, quasi di (biscotti allo) zenzero, oltre alle note vegetali maltose. Anche il re degli agrumi, l’arancia (abbiamo appena operato l’incoronazione), si fa sentire. Un palato spigoloso ma ‘caldo’, nel complesso davvero convincente.

F: lungo, più sul dolce (ancora caramello) che non sul giovane / maltoso: ancora una potente suggestione di zenzero e biscotti.

Ci è piaciuto. È facile da inquadrare e da ‘analizzare’, ma si mostra costruito su fertili contraddizioni: è mieloso, ma non troppo dolce; è giovane, ma non troppo sbarazzino; ha un naso più fresco, un palato più caldo – e nel complesso ci convince perché svela la sua beata giovinezza ma la indossa con portamento maturo, non rinunciando a una certa complessità non banale. 85/100 è il nostro giudizio in numeri, e forse avremmo potuto anche spingerci oltre… Ma fa niente, ormai abbiamo zittito l’amico: era questo il nostro obiettivo.

Sottofondo musicale consigliato: Paradise Lost – Terminal.

Degustazione ‘Distillery only’

Lunedì sera una ristretta delegazione di whiskyfacile.com ha avuto il piacere di partecipare alla degustazione “Distillery Only“, organizzata dal Milano Whisky Festival. Questa volta Andrea e Giuseppe si sono sacrificati per il bene di noi tutti, andando in Scozia e portandosi in Italia, tra le molte altre bottiglie, diversi imbottigliamenti disponibili solo in distilleria: nello specifico, lunedì sono state aperti un Glen Moray 1998-2012 (cask #6499, 58,6%), un GlenDronach 1993-2012 (cask #1610, 60,5%), un Caol Ila ‘distillery only’ del 2007 (58,4%) e un Lagavulin ‘distillery only’ del 2010 (52,5%). A queste quattro bottiglie si è aggiunto un giovane Glenfarclas, il Movember (9 yo, 53%), imbottigliato dal sito Master Of Malt per l’iniziativa benefica “movember“, appunto.

Di sicuro, non sarà facile riassaggiare questi whisky, a meno di non andare di persona a prenderseli in distilleria… Come già accaduto in passato, abbiamo bevuto in loco solo parte del parterre (Glen Moray e Caol Ila, per i quali pubblicheremo un’opinione stringatissima nelle sentenze), in modo da poter bere con calma e concentrazione il resto, a casa. Oggi proponiamo delle sintetiche tasting notes per il Glenfarclas Movember, nove anni (2002/2011) passati in due botti di sherry Oloroso (#2659 e 2662).

Glenfarclas Movember 9 yo (2002/2011, OB for Master of Malt, 53%)

N: piuttosto chiuso sulle prime; col tempo vengono fuori note di sherry secco. Caffè, liquirizia, frutta secca; albicocca disidratata, tanta uvetta; frutti rossi, perfino un po’ di burro. Tabacco da pipa. Un goccino d’acqua giova molto. P: erba e fiori amari; speziato (cannella, dolce). Tanta frutta secca, ancora, e ancora liquirizia; il tappetone di sherry evolve verso l’amaro, forse il legno si sente un po’ troppo. F: tutto sull’amaro, a tratti allappa. Molto lungo, speziato. Il giudizio complessivo è di 84/100: è buono, decisamente, e costava poco quando è uscito, cosa che non dispiace. A nostro giudizio il legno è fin troppo invadente, e per questo il voto non sale più in alto. Qui le opinioni di Ruben e qui di chi la bottiglia l’ha selezionata.

Sottofondo musicale consigliato: Miwa GeminiGoodnight trail, dall’album Fantastic Lies by Grizzly Rose.

Caol Ila 9 yo Shieldaig (1999/2008, 43%)

Partiamo dall’animo più marino della distilleria, e dunque dal 9 yo Shieldaig, assaggiato e acquistato al Milano Whisky Festival dello scorso anno. Innanzitutto, il colore: giallino pallidissimo, uno dei whisky più chiari che ci sia mai capitato di bere.

N: pungente, non poco, i 43% sono piuttosto aggressivi. Un po’ acre, in verità: è bello torbato, ma non molto affumicato; ci sono note di limone e sullo sfondo (ma tanto sullo sfondo) si sente anche un po’ di vaniglia – ma ribadiamo, molto poca.

P: puro mare. Il palato è tutto sulla torba, gentile ma dominante; piuttosto salato, affumicato. È decisamente secco, manca del tutto quella pastosità cremosa tipica di alcuni Caol Ila (come ad esempio il Provenance che andremo ad assaggiare nel prossimo post); ancora limone, forse alghe. Marino e un po’, come dire, sassoso, minerale.

F: abbastanza persistente, ma di nuovo tutto sulla torba. Salato, alla fine.

Complessivamente, questo Shieldaig è monodimensionale e rappresenta il lato più, come dire, litoraneo, costiero del Caol Ila: la complessità non è certo uno dei suoi pregi, e in tutta onestà non è indimenticabile. Resta però un prodotto discreto, e in un certo senso è utile sul piano didattico, perché permette di confrontarsi con la dimensione marina dei whisky di Islay. L’influenza del legno (due – o tre? – botti ex-bourbon) è veramente minima. La nostra valutazione è di 77/100, proprio per questa ragione: noi amiamo i Caol Ila, ma ci piacciono soprattutto quando riescono a combinare il profilo marino con una dolcezza di fondo (che sia su vaniglia e liquirizia o sulla frutta secca, a seconda del tipo di botte) che qui manca del tutto.

P.S. avete presente che quando annusate il bicchiere vuoto si sente sempre qualcosa, che sia legno o affumicato o spezie o un dolce astratto… beh, dopo questo whisky il vostro bicchiere non saprà di niente. Curioso, no?, anche se coerente col resto del profilo.

Sottofondo musicale consigliato: Tori AmosIieee, dall’album Choirgirl hotel.