The Glover 18yo (2018, Adelphi, 49,2%)

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un altro Glover, che non c’entra niente con questo whisky

Inauguriamo l’anno, dopo giorni e giorni di postumi da Calendario Avventato, con un imbottigliamento speciale, dotato anche di un suo valore politico, se vogliamo. Assaggiamo “The Glover”, un blended malt di 18 anni di Adelphi, imbottigliatore che ci ha abituato a grandi cose in passato… Dedicata al baffuto Thomas Blake Glover, soprannominato “il Samurai Scozzese”, pioniere del multiculturalismo alcolico e degli scambi anglo-giapponesi, questa serie prevede miscele tra whisky di malto scozzesi e asiatici (niente di nuovo, vero?, ma almeno qui hanno la decenza di scriverlo in etichetta). In questo caso, le aspettative sono particolarmente alte perché si tratta di un blend di Longmorn, Glen Garioch e… Hanyu!, storico produttore giapponese ormai chiuso, dalle cui ceneri è nata la magnifica Chichibu – ma questa è un’altra storia. Beviamo affiancati dai prodi Corrado e Angelo.

adelphi-the-glover-18yoN: la gradazione non passa inavvertita, con l’alcol che qui e là tira degli schiaffetti. Molto aperto e aromatico, con un lato morbido, diciamo “dolce”, con brioche, frutta secca (nocciola, anacardi?), anche un senso di panettone; poi tanta mela rossa, uvetta… C’è poi un lato speziato, tra il sandalo e un che di legno vecchio e crema di marroni. Pout pourri. Dopo un po’ con acqua diventa più grasso…

P: molto piacevole, anche qui l’alcol tende un poco a emergere di primo acchito. Saporito, con un corpo non esplosivo. C’è un che di profumoso, di scoordinato (non inteso negativamente), con un che di legno di sandalo. Poi si sente la quota che diremmo di sherry, tra frutta secca, una timida ciliegia, ancora mela, panettone… Un che di granatina, non dolce però (Angelo assicura che esiste e noi ci crediamo). Con acqua, anche il palato diventa più armonico, molto più fruttato, a ingrossare il profilo di cui sopra.

F: non intensissimo ma lungo, soprattutto su uvetta, buccia di mela rossa e frutta secca.

schermata 2019-01-04 alle 11.49.32Siccome il buon baffuto Glover ha contribuito alla fondazione di Mitsubishi, non possiamo non commentare così: Mitsubishi, mi stupisci! Magari, a voler proprio trovare un limite, non te lo tracanni ‘come se niente fosse’: è molto complesso ed è un vero e proprio malto da degustazione. Consigliamo acqua, ne abbiamo aggiunta non poca e questo ha regalato un’evoluzione strepitosa, nei risultati e nel percorso: il nostro suggerimento, se riuscite a mettere le mani su una di queste bottiglie, è di prendervi del tempo, di godervelo piano piano, perché merita di essere trattato con riguardo. Solo così potrà dispiegare tutta la sua magia: 89/100. Grazie al nostro micino pelosino Samuel per il campione!

Sottofondo musicale consigliato: Television – Mars.

Ben Nevis 18 yo (1996/2015, Adelphi, 54,3%)

Eravamo da Adelphi per assaggiare un Bunnahabhain, perché non fermarsi ancora un po’ da quelle parti, questa volta per un Ben Nevis? Non ce lo ripetiamo una seconda volta e aggrediamo il bicchiere: si tratta di un single cask ex-bourbon di diciotto anni, whisky distillato nell’anno in cui la pecora-clone Dolly vedeva la luce, Clinton si guadagnava accesso alla stanza ovale e ai suoi piaceri per altri quattro anni, Tupac Shakur veniva freddato da ignoti malfattori.

Schermata 2017-08-28 alle 09.48.12N: siamo arrivati nel bel mezzo del festival della frutta, sembra. Per prima dobbiamo menzionare una intensissima maracuja, con quella sua tropicalità peculiare, divisa tra dolcezza e acidità; poi mango maturo, fragoline di bosco – anzi, confettura di fragoline. Forse sopraggiunge anche una mela? Poi, sullo sfondo, una zuccherinità fatta di pastiera napoletana (quella bbbuòna!), pasta di mandorle. Una lieve mineralità, che abbinata al tropicale e noi fa impazzire.

P: l’alcol pizzica abbastanza, mentre qua e là si detonano bombe di frutta: ancora molto tropicale (mango e maracuja) con l’aggiunta di pesche e mele rosse. C’è poi una dolcezza più scura, tutta zuccherina: zucchero bruciato, caramello, ciambellone appena sfornato, al limite del bruciacchiato… Molto piacevole. Verso la fine, ecco la noce…

F: qui arriva un erbaceo cerealoso e mineralino, e poi ancora dolcezza fruttata (tappetone di frutta gialla, ancora mango).

Molto buono, un tripudio di frutta tropicale come piace a noi; il naso resta un capolavoro, forse questo Ben Nevis diventa un po’ alcolico al palato, fase in cui qualche spigolo abbassa una valutazione altrimenti entusiastica. “Solo” 86/100, dunque, ma adesso ascoltiamoci un po’ di musica del 1996.

Sottofondo musicale consigliato: Oasis – Don’t Look Back In Anger.

Bunnahabhain 24 yo (1989/2014, Adelphi, 47,2%)

Indipendente dopo indipendente, oggi è il turno di un single cask di Adelphi, uno tra i più solidi ‘giovani’ inbottigliatori di Scozia, ottimamente rappresentato in Italia da Pellegrini. Trattasi di un barile ex-bourbon di Bunnahabhain, ventiquattro anni, una storia personale che affonda le sue radici negli indimenticabili anni ’80, anche se solo per pochi mesi.

N: iniziamo subito rilevando una nota torbata, molto leggera, in punta di piedi: ma presente, eccome se presente. Per la verità, tutto è molto raffinato e sfumato, in un ottimo connubio tra anime differenti. Innanzitutto, un lato austero, fatto di olio d’oliva, gesso, foglie fresche, fiori freschi (erica?); poi un lato zuccherino, fatto di vaniglia, torta Paradiso, fragrante ma senza essere ruffiano. C’è poi pure una parte agrumata, di limone, molto tenue: è quasi foglia di limone.

P: delicato, praticamente un balsamo. La torba è decisamente in crescita, e qui è proprio fumo. Poi, domina la dolcezza, tra fiocchi di cereale (Kellog’s) e una vaniglia pasticcera deliziosa… C’è costante una venatura di erba fresca, o meglio ‘floreale’, che difficilmente riusciamo a definire, ma che è determinante nel profilo del whisky: se fosse solo torba e vaniglia, sarebbe molto diverso. Forse una nota lievissima di cera? Diremmo anche ‘mela verde’, spiazzando per primi noi stessi. Difficile da spiegare, ma molto equilibrato.

F: una festa della delicatezza, fumo leggero ma insistente, erba bagnata, zuccherini anelati, come sopiti. E qui capiteci, se ne siete in grado.

Semplice, perché è semplice: però è bevibilissimo, beverino e molto raffinato, di una facilità difficile, manda in cortocircuito la raison d’etre e i corollari verbali di questo sito. Non è un whisky di grandi parole, ma quel che dice lo dice maledettamente bene – a differenza nostra. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Emiliana Torrini – To be free

Highland Park 26 yo (1986/2013, Adelphi, 47%)

Recuperiamo dai meandri delle nostre inadempienze un single cask di Highland Park, imbottigliato da Adelphi nel 2013, che colpevolmente avevamo lasciato a riposare nel nostro armadietto dei samples. La distilleria di Kirkwall è da sempre una delle nostre favorite, grazie a quella torba leggera che complica senza prevaricare: ai più distratti ricordiamo che HP è tra le otto distillerie attive in Scozia a maltare almeno parzialmente il proprio orzo (l’unica che lo fa al 100% è Springbank) e che il brand ambassador globale è un danese gigantesco, con dei bicipiti grossi come il girovita di De Michelis, quindi guai a parlarne male. Adelphi, al contempo, è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere per la qualità delle sue selezioni, anche grazie all’ottimo lavoro di promozione fatto in Italia da Pellegrini. Bando alle ciance, si beva!

dscn9979bigN: il clima che si snasa è quello spigoloso delle Orcadi: multiforme, riesce a essere sia trattenuto che intenso, come d’altro canto ci hanno abituato i migliori Highland Park. Ha una nota minerale in primo piano, di torba, che pian piano si evolve e diventa un leggero fumo acre, sempre più evidente. Cera e olio d’oliva, mandorle amare. Poi la nota floreale (dire erica è quasi d’obbligo, ma in effetti…) apre ad un lato fruttato, di frutta gialla, ancora lieve e intenso al contempo, raffinatissimo (mele gialle, forse una marmellatina di limone?, il lato agrumato è splendido: buccia di limone candita). Anche lychee, e ancora cereali e una dolcezza da ciambelle. C’è un che di vino bianco secco, certi sciampagnini, per dire… Minerale e leggermente fruttato, appunto. Ottimo.

P: qui il lato fumosino, torbato e vegetale è subito più intenso, e al contempo resta più intensa anche la dolcezza. Ci viene in mente del miele leggero ai fiori e della frutta ancora tra la mela e l’agrume, magari in marmellata. Un pelino di vaniglia, di biscotti ai cereali. Ancora un po’ di vino bianco; anche frutta a pasta bianca (uva? lychees?), molto dolce ed intensa. Buono buono.

F: perdura uno splendido ricordo torbato, leggermente fumoso; ancora uva bianca, marmellata di limone. Cera.

89/100: molto coerente, molto buono, molto Highland Park. Botte certamente refill, davvero rispettosa di un distillato unico nel suo genere: delicato e intenso allo stesso tempo. A noi fa impazzire questo lato minerale-torbato, leggermente ceroso, e questa dolcezza trattenuta, di frutta giallina tendente al bianco: ha senso? Per noi sì, quindi pollice alzato e via così.

Sottofondo musicale consigliato: My Morning Jacket – Only memories remain.

Limerick ‘Slaney Malt’ 23 yo (1991/2015, Adelphi, 59%)

New wave of irish single malt. Chi è nell’ambiente e davvero sa prevedere le tendenze del mercato, da tempo avverte che bisognerà tenere d’occhio i whiskey irlandesi, in futuro: tradizionalmente le poche distillerie del trifoglio rilasciano esigue e modeste espressioni, e anche i selezionatori indipendenti ne hanno spesso snobbato le velleità. Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando (non vi dice niente il fatto che Mark Reyner abbia abbandonato Bruichladdich per dedicarsi alla sperimentazione irlandese?) e anche ai festival di settore le bottiglie di irish whiskey non si limitano più al ‘solito’ Jameson. Adelphi, ad esempio, ha portato a Roma uno Slaney Malt (Cooley distillery), che abbiamo assaggiato con grande entusiasmo: ma eravamo ubriachi, probabilmente, quindi forse val la pena di riberlo ora, con calma. Occhio: si tratta del cask #8585 a 59%, tenete conto che c’è in commercio un’altra botte con le stesse specifiche (ma la gradazione è 58,1%).

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chiedete voi ad Adelphi perché sul loro sito la foto è tagliata così?

N: innanzitutto, a dispetto della gradazione si lascia avvicinare con una facilità sorprendente. Gli aromi sono di un’intensità davvero impressionante: accade uno dei nostri amati tsunami di suggestioni. Nella compattezza generale, partiamo dal lato fruttato: la tropicalità è francamente devastante, si alternano note di succo di frutta tropicale, e poi nello specifico mango maturo, maracuja, ananas (a fette, sciroppate). Rara una tale intensità tropicale… Poi, note di liquore alle noci; frutta secca (mandorle, ma anche proprio marzapane odorosissimo); caramello caldo, toffee. Un che di erbaceo e ‘mentolato’, tra l’eucalipto e il basilico: e anche quella punta floreale tipica degli irlandesi, punta che resiste anche di fronte a cotanta violenza. Con acqua, si sente ancora di più il lato ‘di botte’, con il bourbon in evidenza.

P: anche qui, l’impatto alcolico resta relativamente limitato. Domina la maracuja, clamorosamente clamorosa per intensità e pervasività: poi ananas e cocco, la guava (anzi: il succo di guava!), ancora sul versante tropicale; poi frutta secca di nuovo (castagne e noci). Ancora mentolato, ma qui più che la menta ci pare proprio di sentire una nota di basilico fresco (proprio la foglia azzannata d’estate). Con acqua diventa più cremoso, ma al tempo stesso si valorizzano quei richiami erbacei, quasi di erbe infuse, che già al naso parevano notevoli.

F: ‘grasso’ e tropicale, rimbalza tra noce e castagna da una parte e note di tropicalia infinite.

Mamma mia, che sorpresa. Si è forse capito che ci sono, qui e là, note tropicali? Perfetto equilibrio tra basilico e mango (?), intensità mostruosa: se non vi piace, non siete più nostri amici. 91/100. Grazie a Emanuele per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Dropkick Murphys – I’m Shipping Up to Boston.

Mortlach 25 yo (1987/2013, Adelphi, 59,4%)

Come sapete i siti che in Italia in varie salse parlano di whisky stanno spuntando come funghi. Il gran decano dei maltofili 2.0 ci guarda tutti dall’alto, avendo abbondantemente superato i cinque anni di attività, e col piglio coriaceo di sempre si premura di ricordare che “Angel’s Share nasce nel Febbraio 2009 in un desolato paesaggio web per il whisky in Italia, per fortuna man mano colmato da altri amici, ma che ai tempi vedeva la totale mancanza di notizie e informazioni sul whisky in lingua italiana”. Poi appunto è iniziata la proliferazione- un elenco completo lo trovate qui– tra siti di rater e portali d’informazione. Emblematico è il caso di Roma, dove la nascita del festival Spirit of Scotland, arrivato nel 2015 alla terza edizione, ha accompagnato la nascita a stretto giro di ben due siti di recensori. Un vero e proprio collettivo, che acquista bottiglie intere per degustazioni extra large, e un cane sciolto, il quale ha avuto l’ardire di staccarsi proprio da quel gruppo per tentare l’impresa solitaria sotto i vessilli di whiskymaschio. A nostro parere si trattava di una bella creatura, certamente mai banale, e dispiace vedere che il sito non viene più aggiornato da qualche  mese. Oggi quindi gli tributiamo il nostro personale omaggio assaggiando questo Mortlach, che ci piovve in saccoccia proprio sottoforma di dono da parte del maschio del whisky.

mortlach_1987_adelphiN: molto compatto e intenso. Non ha quella nota carnosa tipica di Mortlach però non è del tutto pulito, ricorda un po’ del legno vecchio e umido in cantina, con anche belle note cerose, oleose. Altri aromi ‘pesanti’ sono il cioccolato amaro, il rabarbaro, il tabacco. Poi c’è un lato zuccherino con tanto toffee e marmellate varie (di arance ma anche di albicocche). Non è sicuramente un whisky semplice, il quarto di secolo ha dato complessità a un distillato già tradizionalmente intrigante di suo. Vengono fuori anche zaffate delicate di frutta rossa.

P: grande botta di sapore. Sorprende la cera in aumento che avvolge la bocca in modo spettacolare, assieme al cacao. Poi si manifestano con più forza note di frutta rossa sempre in marmellata. Anche pesche, albicocche e mele rosse, in un gran balletto di frutta matura, zuccherosa. Un bel legno speziato, con la noce moscata e i chiodi di garofano che si sentono nitidamente. Rimane comunque abbastanza asciutto, chiudendosi su note legnose amaricanti.

F: lungo, speziato, ceroso e ancora molto fruttato, pur se complessivamente amarognolo.

A proposito di blog non anglofoni, l’unica altra recensione di questo single cask l’ha fatta whiskysaga, che gli dà 90 punti ma l’ha scritta in norvegese, rendendo il confronto abbastanza ostico per noi. Aiutiamoci da soli, quindi: questo Mortlach è di quelli che si ricordano per un po’, pur mancando di alcune caratteristiche peculiari della distilleria. C’è quella nota di legno amaro che lo trattiene dall’essere un grandissimo, ma è comunque un grande. L’impressione è che l’invecchiamento fosse arrivato proprio al limite e lo si sia riacciuffato un attimo prima che la situazione degenerasse: 87/100 e ancora grazie a whiskymaschio, sia mai che tornando alla mente questo dram sull’onda della recensione, non torni anche la voglia di rimettersi all’opera…

Sottofondo musicale consigliato: Lady Gaga – Dance in the dark (pensate che non sia un’artista talentuosa? Ricredetevi)

Linkwood 24 yo (1990/2014, Adelphi, 57,5%)

Adelphi è uno tra gli imbottigliatori indipendenti che maggiormente, negli ultimi anni, ci hanno stupito per l’alta qualità delle loro selezioni: a questo abbinate prezzi onesti e un distributore italiano, Pellegrini, sempre rappresentato da persone esperte, appassionate e cordiali (fate un salto al loro banchetto, all’ormai imminente festival milanese), e il mix perfetto è praticamente pronto. Assaggiamo oggi un Linkwood di 24 anni, invecchiato in una botte ex-sherry fino all’anno scorso, quando finì in bottiglia, per la gioia di grandi e piccini, alla gradazione di 57 virgola 5. La parola ‘virgola’ è sottovalutata.

Linkwood1014N: davvero molto ricco e aperto, anche a più di 55%. Troviamo una carrellata di frutta gialla, bella matura: pesche (fresche e succose, ma anche sciroppate), susine, mele rosse e marmellate varie (fichi, fragole); albicocca. Un po’ di tropicale (ananas e maracuja, con una nota asprigna in sottofondo, che ci ricorda l’agrume: un velo di pompelmo). Poi c’è anche un qualcosa di torte a base di pasta frolla (una punta di vaniglia, sogniamo o siam desti?), anche se non è propriamente cremoso; sentiamo comunque forti venature di legno caldo e resinoso (note balsamiche?) molto gradevoli. Dà un’impressione di grande compattezza, di qualcosa che, potenzialmente, potrebbe deflagrare in bocca.

P: come previsto, in bocca è una botta allucinante di sapore, che pare rinnovare la sorpresa di quando assaggiavamo certi single cask, anni fa, agli inizi… Si sente molto bene la botte, con un legno morbido che accarezza il palato, ma c’è una frutta calda zuccherina a dominare il tutto. Qui l’invecchiamento in sherry è molto più evidente, con note di frutta rossa e mela rossa ‘croccante’. Anche burroso, brioscioso, crostata alla marmellata di frutti rossi. Ancora una nota di aspro tropicale (maracuja). Rivela qualche nota leggermente tostata, tra la fetta biscottata bruciacchiata e, ancora, un legno appena brasato. L’acqua lo rende ancora più pericolosamente bevibile, non intacca la struttura ma ne esalta i sapori.

F: rimane forte la mela rossa, con note dolciastre e vagamente vanigliose molto insistenti.

Pur non essendo magari un mostro di complessità, è splendido, perfetto nel suo genere di whisky: un single cask dello Speyside, di invecchiamento già importante, succoso e fruttato ma che si porta appresso l’affinamento di 24 anni sotto forma di legni arrotondati e tostatini. 89/100, perché è un single cask fatto apposta per chi ama la frutta e i sapori esplosivi, compatti. In più, frugando nei meandri della nostra memoria (e, con maggiore affidabilità, nelle vecchie recensioni pubblicate), ci piace riconoscere alcuni tratti tipicamente Linkwood, se ci è concesso.

Sottofondo musicale consigliato: Jethro Tull – Songs from the Woods.

Clynelish 17 yo (1996/2014, Adelphi, cask #6417, 57,1%)

Pasqua si avvicina; ma soprattutto si avvicina la grigliata di pasquetta, che in tutta onestà ci tocca molto di più. Perché una premessa del genere? Non sapremmo, in effetti. Nell’imbarazzo generale, passiamo al Clynelish di oggi: superfluo dire quanto la distilleria ci piaccia, altrettanto superfluo dire che Adelphi, distribuito in Italia da Pellegrini, è uno degli imbottigliatori indipendenti che ultimamente sta lavorando meglio, sfornando single cask su single cask di ottima qualità. Superfluo dirlo, certo: ma se non scriviamo questo, che possiamo scrivere? Afasia is not the answer. In ogni caso, questo è un whisky invecchiato in un barile ex-sherry per 17 anni e imbottigliato a grado pieno, cioè 57,1%. Il colore è ramato.

clyadl1996N: la botte non è propriamente inattiva, ma il distillato Clynelish non si lascia certo irretire e domare facilmente… Superate le prime ovvie barriere alcoliche (solvente per unghie), risalta uno splendido aroma, tra il caramello / tarte tatin / mon cheri / panettone, e note anche più fruttate (fichi secchi e uvetta, prugne e mele, fragole). Un senso di tabacco da pipa, molto nitido. Ma ecco che il distillato sorge (dallo spando, mostrando il suo parla! – è una citazione per pochi eletti) con il suo portato minerale, con punte chiare di cera d’api, candela alla fragola, miele, qualcosa di ‘vecchi libri’, carta umida… Molto buono. Con acqua, si aggiunge una nota di fiori freschi veramente deliziosa.

P: ancora, non nasconde affatto la gradazione, che anzi si fa sentire un po’ troppo. Attacca su una cera clamorosa e incantevole, cera d’api, propoli, zucchero di canna, poi miele amaro… Uno sherry molto fresco, per il resto, con la dolcezza che si allarga per un attimo ma poi si richiude tutta sull’amaro del malto (biscotti), della scorza d’arancia. Toffee, uvetta. Chinotto. Dopo un po’, creme caramel. Fichi secchi in crescita. Meno complesso che al naso ma molto godibile. Con acqua si apre un po’ sulla dolcezza, con note di toffee, miele e caramello più avvolgenti.

F: lungo e persistente, più sull’amaro del malto e del caramello (note tostate) che non sulla dolcezza fruttata (comunque presente: agrume, fichi secchi). Un pit di cera e propoli.

Molto buono, molto Clynelish, nella sua versione più lineare e ‘moderna’. Se il palato si mostrasse più muscolare staremmo parlando di un campionissimo, ma forse proprio in quella fase difetta un poco di pienezza e complessità: solo questo lo tiene sotto ai 90 punti nel nostro taccuino, e fermandoci agli 89/100 vorremmo che comunque fosse chiaro che è una bottiglia eccellente. Chapeau ad Adelphi, non ci delude mai.

Sottofondo musicale consigliato: The National – Sunshine on my back.

Royal Brackla 16 yo (1997/2014, Adelphi, 56,8%)

Dopo giorni interi trascorsi alla mercé degli eventi, trascinati dalla Storia come sacchetti di plastica in mare, un rigore morale inespresso ci stringe alla sedia e al bicchiere: non più alcolismo d’accatto, non più tappini di Ballantines, non più avvocati abbracciati alla tazza del cesso, non più tardone scambiate per giovani ballerine, non più risvegli costretti alla vergogna dall’oblio di sé e del mondo. Non più questo, ma whisky scozzo e singolo malto. Boh… Dunque stappiamo un sample di Royal Bracka imbottigliato da Adelphi, che dobbiamo alla gentilezza dei Pellegrini: sedici anni trascorsi in botte ex-bourbon (cask #5564), e stai senza pensieri.

rbladl1997N: a grado pieno è poco espressivo… ma non eccessivamente alcolico. Una lieve nota fruttata (canditi; limone) accompagna un sentore mandorlato. Serge scrive ‘creta umida’, e in effetti ricorda un po’, se non proprio la creta, qualche cosa tipo di cantiere… In generale, un lieve sentore erbaceo, forse tè (foglie); una lieve, lieve nota di miele? Floreale, senz’altro. Con acqua, resta erbaceo e si fa ancora più maltoso, solo delicatamente fruttato, più apertamente – ora – sulle mele fresche. Pulito e nudo. Torba, un velo? Sì. Fumo, anche? Mandorle amare.

P: grande masticabilità, prosegue sulla falsariga del naso, con più grip, senza punti esclamativi ma con tanto carattere. Quindi, tripudio d’erba fresca, un bel po’ di limone, un po’ di miele, un che di fruttato (diremmo mela verde, se avessimo un blog di note di degustazione di whisky). Uva bianca? Punte minerali e pepate. Con un pelo d’acqua si ammorbidisce lo scenario, reso più ‘facile’ e zuccherino; ancora mele, non verdi però; camomilla zuccherata, pasta di mandorle; prugne.

F: molto pulito, leggermente fruttato (mele). Non lunghissimo, delicato come in ogni altra fase. Erba fresca.

Un whisky che più nudo non si può, non privo di una discreta personalità maltata; di certo è semplice, ma è ben fatto, a nostro giudizio senza tutti quegli spigoli che vi ha trovato Serge. 84/100 è il giusto voto per un naso un po’ troppo passivo ma per un palato davvero godibile; consigliamo comunque acqua, che attenua il lato ‘bagnato’ dell’olfatto ed esalta la qualità della seconda fase. Auguri ai Moldavi: oggi è capodanno!

Sottofondo musicale consigliato: Placido Domingo ci racconta la storia di Kleinzach; aria tratta dai Racconti di Hoffman di Offenbach.

Macallan 22 yo (1990/2013, Adelphi, 56%)

Concludiamo la settimana dedicata ai Macallan indipendenti con un’uscita relativamente nuova di Adelphi, imbottigliatore scozzese attivo dal 1993 e dagli standard qualitativi solitamente eccellenti. Per questo assaggio dedichiamo un ringraziamento particolare a Gianni Alcini, appassionato cultore della materia maltosa e uomo di franca genorosità, che ha voluto sottoporre ciò che restava della sua bottiglia al nostro giudizio e soprattutto alle nostre spalancate bocche. Grazie!

Adelphi-Macallan-22N: riconosciamo i tratti in qualche modo tipici di Macallan: malto imponente, mele rosse, mou, caramello, legno tostato; anche l’agrumato qui è veramente in primo piano; una certa liquorosità sherrosa. Diciamo anche biscotti al burro e aggiungiamoci pure nocciola. E la goduria è servita. Rispetto al Silver Seal tuttavia si notano i 13 anni di distanza tra le distillazioni; al di là della diversa gradazione, ci sono infatti un ‘alcol’ e un profilo complessivamente più secchi, più pungenti (lucido per legno), senza comunque, intendiamoci, che questo appaia come un difetto. L’aggiunta d’acqua lascia che esploda il lato agrumato, per il resto apre senza cambiare le carte in tavola.

P: un po’ alcolico l’impatto, ma la sensazione è presto sostituita da una gradevole succosità. Tanta frutta rossa e nera; ancora mele rosse e confettura di more, marmellata d’arancia. A sorpresa il legno c’è ma risulta essere umido e macerato, comunque raffinato. Infine, una nota di pasticceria, che a noi ricorda torta di mele e pandoro. L’acqua espande il sapore, rendendo più dolce il tutto. A noi aggrada di più liscio.

F: composta di more e molto legno umido. Lungo e persistente. Nocciola e un poco di cioccolato.

La degustazione incrociata di questo 22enne, di un Samaroli e di un Silver Seal è stata davvero divertente e istruttiva, con i due imbottigliamenti italiani agli antipodi (uno delicato e fresco, l’altro straripante e sherroso), e quest’ultimo di Adelphi ancora differente. Un Macallan moderno, che ha perso le profondità liquorose e i vortici di sapori succosi di un tempo, dove tutti gli elementi sono collocati per così dire “in superficie”, ma che si distingue fieramente per una maltosità molto pronunciata e una qualità complessiva che innamora. Comunque, se questo è il presente, per una volta abbandoniamo volentieri la diffidenza verso il futuro: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kevin McLeodNight on the Docks