Blair Athol 21 yo (1995/2016, Valinch & Mallet, 56,8%)

Ancora indipendenti, questa volta dall’Italia: Fabio Ermoli & Davide Romano sono Valinch & Mallet, e stanno in questi giorni annunciando le nuove release autunnali. Noi oggi ci soffermiamo su quelle ‘vecchie’, per così dire, e partiamo da un Blair Athol di ventun anni maturato in un barile ex-sherry. Single cask, a grado pieno, non filtrato e freddo e non colorato, ovviamente: ma non è anche per questo che amiamo gli indipendenti? Le premesse per un grande spettacolo ci sono tutte…

N: molto intenso, compatto e, se ha un senso, ‘cupo’. C’è una sensazione di frutta scaldata, appena uscita da un forno, come una crostata alle arance; oppure, proprio la marmellata (di arancia, ca va sans dire) in via di preparazione che ribolle nella pentola. Mela rossa, anche un che di pesca, sempre in versione ‘calda’. C’è poi un graffio minerale, sottile, come di legno umido (sa un po’ di warehouse) o forse di tabacco da sigaro; c’è la frutta secca (noce, nocciola), forse una polvere di caffè. Col tempo si scurisce, con anche cioccolato e una cola in crescita costante. Pane dolce all’uvetta.

P: anche qui si conferma compatto, difficile da sezionare; e però c’è una grande sovrastruttura che si coglie immediatamente, ed è un agrume pervasivo: arancia in marmellata, buccia di arancia, ma anche un liquore all’arancia. Abbiamo già scritto “arancia”, per caso? Ci sovviene, quindi, un’epifania di Fiesta: appunto agrumata, con pan di Spagna saporito e cioccolato. Poi c’è un sostrato di caramello, infinito, impastato con la frutta secca. C’è un senso di legno infuso, umido; carruba, e un velo di caffè, con uno sherry torbido, appena al qua del limite del sulfureo...

F: lungo e persistente, c’è una sensazione di pan di Spagna, frutta secca, ancora un sacco di arancia variamente declinata.

87/100: molto buono, intensissimo, piuttosto composito e impreziosito da quelle sfumature minerali che tanto ci piacciono. È uno stile di sherry cask ‘greve’, denso, aggressivo, pur senza essere il classico sherry monster – e il colore ce lo dimostra già alla perfezione. Ci piace rilevare come il nostro voto sia lo stesso di Serge e Sebastiano e Davide, e soprattutto – molto più importante – l’interpretazione complessiva e la descrizione siano assai simili.

Sottofondo musicale consigliato: Parcels – Overnight.

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Ben Nevis 18 yo (1996/2015, Adelphi, 54,3%)

Eravamo da Adelphi per assaggiare un Bunnahabhain, perché non fermarsi ancora un po’ da quelle parti, questa volta per un Ben Nevis? Non ce lo ripetiamo una seconda volta e aggrediamo il bicchiere: si tratta di un single cask ex-bourbon di diciotto anni, whisky distillato nell’anno in cui la pecora-clone Dolly vedeva la luce, Clinton si guadagnava accesso alla stanza ovale e ai suoi piaceri per altri quattro anni, Tupac Shakur veniva freddato da ignoti malfattori.

Schermata 2017-08-28 alle 09.48.12N: siamo arrivati nel bel mezzo del festival della frutta, sembra. Per prima dobbiamo menzionare una intensissima maracuja, con quella sua tropicalità peculiare, divisa tra dolcezza e acidità; poi mango maturo, fragoline di bosco – anzi, confettura di fragoline. Forse sopraggiunge anche una mela? Poi, sullo sfondo, una zuccherinità fatta di pastiera napoletana (quella bbbuòna!), pasta di mandorle. Una lieve mineralità, che abbinata al tropicale e noi fa impazzire.

P: l’alcol pizzica abbastanza, mentre qua e là si detonano bombe di frutta: ancora molto tropicale (mango e maracuja) con l’aggiunta di pesche e mele rosse. C’è poi una dolcezza più scura, tutta zuccherina: zucchero bruciato, caramello, ciambellone appena sfornato, al limite del bruciacchiato… Molto piacevole. Verso la fine, ecco la noce…

F: qui arriva un erbaceo cerealoso e mineralino, e poi ancora dolcezza fruttata (tappetone di frutta gialla, ancora mango).

Molto buono, un tripudio di frutta tropicale come piace a noi; il naso resta un capolavoro, forse questo Ben Nevis diventa un po’ alcolico al palato, fase in cui qualche spigolo abbassa una valutazione altrimenti entusiastica. “Solo” 86/100, dunque, ma adesso ascoltiamoci un po’ di musica del 1996.

Sottofondo musicale consigliato: Oasis – Don’t Look Back In Anger.

Tobermory 20 yo (1994/2015, Cadenhead’s, 57,8%)

In questi giorni che annunciano malinconici la fine delle vacanze ci piace pubblicare recensioni di single cask selezionati da imbottigliatori indipendenti. Siamo fatti così, che ci volete fare. Abbiamo iniziato con l’italiana Silver Seal, per poi passare a Cadenhead’s,  storica realtà scozzese che quest’anno festeggia i 175 anni di attività con una serie di barili da panico. Noi, più modestamente ci siamo bevuti questo Littlemill 24 yo del 2016 e oggi retrocediamo di un anno andando sull’isola di Mull, appena sopra la ben più celebre Islay, dove la Tobermory produce whisky indisturbata da circa 200 anni. Spesso questa distilleria mostra un carattere arcigno, con un distillato pungente e molto particolare, fieramente spigoloso. Vediamo se da questo barile di sherry è scaturito il classico ‘impegnativo’ Tobermory.

W193_67351N: l’alcol non è pervenuto, e come prevedibile, ci si trova di fronte a un profilo “o lo ami o lo odi”. Ci sono in particolare due note, due mondi che emergono nitidi nella loro ‘sporcizia’: da un lato una componente sulphury, metallica, ruginosa, molto netta ed evidente; dall’altro, una dimensione costiera (aria di mare sferzante, aria di porto) ancora più urlata, intensissima. Sotto a queste guglie aromatiche, un’architettura di frutta rossa, anch’essa molto intensa, ma fresca, matura e succosa: ciliegie, duroni, more. Un sostrato appena accennato di polvere di caffè.

P: ripropone perfettamente questa impossibile ma felice fusione tra una frutta rossa intensa, intensissima anzi, ed un lato sporco, sulfureo e metallico, altrettanto deciso – e però rispetto al naso, forse, tra i due litiganti gode di più la frutta… Dunque ancora ciliegie, confettura di frutti di bosco, prugne nere succosissime; anche del cioccolato. E poi, appunto relativamente defilato, anche il metallo.

F: rimane a lungo quel concertone di frutta rossa e nera che sovrasta tutto, persino quel lato sulphury così presente al naso.

Siamo di fronte all’ennesima eccellente selezione per un imbottigliatore che, ne abbiamo conferma, non sbaglia quasi mai. Molto buono e, anche se certamente deve piacere lo stile così particolare, al palato difficilmente risulterà poco accattivante. Noi ci assestiamo su un massiccio 90/100, ma ad ogni modo corre voce che uno dei due organizzatori del Milano Whisky Festival, perentoriamente detto Il Gerva, se ne sia stipata una cassa, per dire.

Sottofondo musicale consigliato: Eric ClaptonChange the world

GlenDronach 21 yo (1994/2016, OB for Silver Seal & Lion’s Whisky, 54,1%)

Abbiamo deciso di dedicare parte delle settimane agostane a delle piccole monografie: assaggeremo infatti solo whisky di selezionatori e imbottigliatori indipendenti. Già la scorsa settimana abbiamo assaggiato due selezioni di Max Righi per Silver Seal: nel fine settimana ci ha punto vaghezza di tornare su quei passi, e abbiamo scelto un GlenDronach ventunenne maturato in Pedro Ximenez. Questo, come ormai tutti i GD acquistati da indipendenti, ha etichetta ufficiale ed è selezionato da Max e da Diego Sandrin, collezionista e proprietario di Lion’s Whisky (qui una sua bella intervista concessa ad Angus). Diego ci perdonerà se però qui ci soffermiamo sul nuovo Whisky Antique di Formigine: negozio – uno dei più forniti al mondo! -, ristorante, spazio esterno per degustazioni con sigari. Il progetto è di fare col whisky qualcosa di mai visto prima in Italia, e se c’era qualcuno in grado di ambire a tanto, quello è proprio Max…

N: molto compatto, intenso ed elegante. Un caso ‘caldo’, e andando in ordine sparso diremmo: marron glacé, caffelatte, cioccolato ai frutti rossi, pan di Spagna, cola, biscotti (azzardiamo: krumiri), marmellata di arancia, crostata alla frutta, toffee, miele. Vi basta? A noi, francamente, sì. È molto buono, denso, grasso: piuttosto old-school.

P: beh, però, che qualità, e che corpo. Il PX si fa sentire tanto, portando una dolcezza molto pronunciata e zuccherina. C’è innanzitutto un tripudio di cioccolato al latte, poi prugne cotte, ancora marron glacé, cola, un pit di caffè (anzi, il solito rimasuglio di cappuccino zuccherato), arancia dolce. Un vago senso di frutta rossa indefinita. Col tempo esce una nota di tabacco di pipa eccellente. Con acqua, diventa più succoso, di una dolcezza più fresca.

F: lungo e persistente, qui torna prepotente la frutta rossa con il suo seguito di cioccolato al latte, un po’ di arancia.

Impressiona come un whisky di 21 anni non dia segni degli acciacchi del tempo, risultando grasso, grosso e godibilissimo. Certo, l’apporto del PX è massiccio, e tende ad addolcire il profilo complessivo – per questo l’aggiunta di acqua, che rende tutto più succoso e screziato, pare a nostro gusto consigliabile. Qualità sempre, immancabilmente alta con GlenDronach; qualità sempre, immancabilmente alta con Silver Seal: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quantic & Flowering Inferno – Cumbia Sobre el Mar.

Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Great King St. ‘Artist’s Blend’ (2016, Compass Box, 43%)

Schermata 2017-07-31 alle 11.54.52Il blender più cool del mondo dello scotch, quella realtà che sta costringendo l’industria a ridefinire i propri confini e le proprie regole, o per lo meno sta spingendo tanti players sulla strada della trasparenza: Compass Box, ancora tu! Oggi assaggiamo una delle edizioni base, ovvero il Great King Street ‘Artist’s Blend’: come di consueto la ricetta è dichiarata, e la trovate nell’immagine qui a fianco. C’è tanto grain, qui, dato che un 46% è Cameronbridge: e ci sono anche componenti bizzarre, dato che il 17% della miscela è a sua volta una miscela di Teaninich, Clynelish e Dailuaine finita per due anni in quercia francese. Ma insomma, lasciamo perdere la teoria, passiamo alla pratica…

blend_gre1N: apertissimo e di grande morbidezza, è tutto improntato a una dolcezza immediata, facile. Pasticcino alla frutta, miele e fiori freschi sono le prime suggestioni che ci colgono: c’è un bel pizzico di vaniglia, un vago senso di frutta gialla indistinta, ma sono soprattutto due descrittori a farla da padrone – la pera, onnipresente e pervasiva, e un cereale caldo, proprio la spiga di grano!

P: semplice, certo, ma piuttosto intenso e sorprendentemente cremoso. Questa cremosità si materializza ancora sotto forma di purea di pera, pasticcino alla crema (pastafrolla a go go, vaniglia), cioccolato bianco. Un che di zucchero filato. C’è anche una sfumatura vegetale, erbosa o erbacea: note di fogliame, tiè.

F: non lunghissimo, tutto su una piacevole pastafrolla burrosa.

Semplice, certo, ma buono, senza quei grossi difetti che spesso prodotti di questa fascia presentano. È un blend senza età dichiarata, giovane, in cui la gioventù non è troppo ‘aspra’ ed evidente; la composizione è elaborata e complessa ma non risulta troppo artefatto nel bicchiere (è dolce, non dolciastro) e in definitiva rimane equilibrato nella sua semplicità: 84/100. Come al solito, ottimo lavoro.

Sottofondo musicale consigliato: Calvin Harris feat. Pharrel, Katy Perry – Feels.

Old Ballantruan 10 yo (2016, OB, 50%)

Tomintoul, distilleria di Ballindaloch, dal 2005 ha nel core range un’espressione torbata e senza età dichiarata, imbottigliata a marchio Old Ballantruan; ma solo dal 2012 l’offerta prevede anche un 10 anni, non colorato, non filtrato a freddo e messo in vetro a 50%. Oggi è giunto il momento di assaggiarlo… Una menzione per la bottiglia, di rara bruttezza – non ce ne voglia Angus Dundee.

N: sa di olive nere, salamoia, grasso di motore, olio d’oliva; la torba è poco fumosa ma molto ‘chimica’, smoggosa e minerale. Benzina. Amido da lavanderia, forse meglio lana bagnata. C’è una ‘dolcezza’ astratta da materia prima che riassumeremmo magistralmente con l’immagine dei cornflakes zuccherati. E se ci riconoscessimo del provolone dolce, saremmo da rubricare come dei poveri ubriachi? Forse sì, ma mica ci pagano, #checcefrega. Intendiamoci: non è affatto sgradevole, ha un profilo semplice ma molto particolare, è un gentle dram, ha lo stile timido di Tomintoul con però escursioni pesantemente sporche, torbate; interessante.

P: anche al palato la gradazione è impercettibile, e però così pare comportarsi anche il corpo, esile seppure i sapori siano anche di una certa personalità: l’effetto è che rispetto al naso, apparentemente si normalizza. E dunque vaniglia e cereale, con tanta gioventù; il tutto accompagnato da una torba smoggosa, certo non marina ma senz’altro minerale. Scorzette di agrumi, misti perché non sapremmo scegliere il più adatto.

F: di media durata, si esaurisce in maniera molto pulita, con appena dei cenni di cereale, di cenere esausta.

Tomintoul non ci convince mai appieno, resta sempre fin troppo rinchiusa nella sua dimensione di gentle dram, che talora tende a farsi una prigione – anche se in questo caso la prigione è brutalizzata da una torba intensamente ‘chimica’. 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Rotta per casa di Dio

Dalwhinnie 25 yo (1989/2015, OB, 48,8%)

Dalwhinnie è una distilleria tutto sommato poco quotata, nonostante rappresenti fin dall’inizio le Highlands nel range dei Classic Malts di Diageo e nonostante sia una delle più visitate per la posizione ‘strategica’ di passaggio tra Glasgow/Edinburgo e il nord della Scozia. Le ragioni di questa sottovalutazione sono per noi oscure, forse si legano al fatto che pochissimi sono gli imbottigliamenti indipendenti di Dalwhinnie e in fondo pochissimi sono anche gli ufficiali, dato che oltre al 15 anni base ci sono un paio di NAS e poco più. Ogni tanto però Diageo spara sul mercato delle edizioni ‘premium’ come questa Special release del 2015: un 25 anni invecchiato solo in botti ex-bourbon refill, quindi non a primo riempimento, a grado pieno e in tiratura limitata a meno di 6000 bottiglie. Diamoci dentro dunque!

dal_25N: che accoglienza! Il naso è da elegante highlander, con una nota minerale (tra la terra umida, la cera, la cera d’api, perfino una delicata sfumatura di erica) immediatamente seducente e di grande persistenza. Poi c’è una freschezza fruttata molto intensa, tra la torta di mele (si sente tutto: l’impasto, la frutta tagliata, il forno profumato dopo la cottura…) e la marmellata d’arancia; un mero ricordo di fragola, delicatissima. Vaniglia e miele, poi una frutta secca tra la mandorla e la nocciola; legno dolce, se ha un senso per qualcuno. Molto ben cesellato. Tabacco da pipa profumato.

P: alcol inesistente, questo whisky si lascia bere benissimo, senza opporre resistenza, e il profilo resta quello minerale e molto elegante intuito al naso. Di nuovo il primo impatto è di cera, di cera d’api, splendidamente minerale (miele, erica); un citrus mix (chissà perché questo inutile anglismo, proprio qui) ci ricorda una certa acidità, fresca e gradevole, non eccessiva. Ancora poi una dolcezza avvolgente e cremosa da torta di mele un po’ vanigliosa, forse ancora uvetta. Ottimo.

F: lunghissimo e persistente, anche se tutto giocato su note delicate di fiori, cera e un leggero fumo. Ah, e ‘sta torta di mele, non la citiamo?

Davvero molto convincente, con quelle note ‘sporche’, cerose e minerali tipiche delle Highlands abbinate ad un lato ‘dolce’ e fruttato molto maturo e screziato. Non avevamo dubbi sulla qualità di Dalwhinnie, e nei prossimi giorni pubblicheremo la recensione di un vecchio 15 anni altrettanto buono: intanto, per questo ci fermiamo a un pieno 90/100. Ah, a ben vedere, tenendo conto della serie in cui è uscito, costa relativamente poco (in commercio attorno ai 300€, se ne trovano ancora bottiglie in giro).

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Show yourself.

AnCnoc 18 yo (2016, OB, 46%)

Per la nostra settimana #barelylegal oggi sbarchiamo a Knockdhu, prima distilleria fondata dalla benemerita DCL (Distillery Company Limited, che sarà Diageo) a fine ‘800 – il suo whisky si chiama An Cnoc, importato da Compagnia dei Caraibi, che da qualche tempo ha rilevato l’importazione per l’Italia del portfolio di Inver House (e dunque Balblair, Old Pultneney). Oggi assaggiamo ovviamente il 18 anni, con gioia perché è il primo AnCnoc a finire sul sito. Dopo cinque anni e mezzo, già, siamo degli sbadati.

N: naso molto espressivo e pieno, rivela un bel carattere e mostra una certa stratificazione aromatica. La quota di botti sherry è ben presente, con frutta rossa in composta (fragole lampone ciliegia) e anche qualche sfumatura tra il cacao e il caffè, delicati e bene integrati. Ma quel che davvero colpisce è il lato dolciario, tra la tarte tatin, delle pesche sciroppate e arancia glassata (o marmellata, insomma, ci intendiamo).

P: non è un whisky ‘esplosivo’ ma ha senz’altro una grande intensità, che rimane costante; ha un bel muro di frutta dolce (sia rossa che gialla, pesche sciroppate, marmellata d’arancia), sa farsi anche un po’ cremoso (toffee e pasticcino alla frutta) e poi si chiude con un poco di tannino, tra spezie (noce moscata, forse caffè, zenzero candito) ed una inconfondibile nocciola.

F: molto pieno, con tanta frutta secca, chiodi di garofano e un po’ di frutta generica, sia rossa che no.

Ancora una volta partiamo dal voto, che è 87/100: è davvero un ottimo whisky “al sapor di whisky”, integra molto bene l’apporto delle due tipologie di botti, creando effettivamente un perfetto Speysider di età medio-alta, complesso, composito e intenso. Promosso con tante pacche sulle spalle.

Sottofondo musicale consigliato: Pino Daniele – Nero a metà.