Bunnahabhain 28 yo (1989/2017, Antique Lions of Whisky, 41,3%)

La triade Silver Seal/Whisky Antique + Lion’s Whisky + Sansibar colpisce ancora: lo scorso fine settimana a Limburg è stata presentata la terza serie di imbottigliamenti di Antique Lions of Whisky, a tema animale, che comprende dei pezzi pregiati – ma ne parleremo. Oggi vogliamo guardare al passato prossimo del gruppo di imbottigliatori, mettendo alla prova dell’assaggio un Bunnahabhain del 1989 (annata fausta per la distilleria, si sa) maturato per 28 anni in una botte ex-sherry. Il colore è dorato chiaro.

N: e questo sarebbe un barile ex-sherry? È un profilo molto delicato, e che francamente, se assaggiato blind, non avremmo mai e poi mai ricondotto a una botte ex-sherry, di quasi trent’anni oltretutto. Dominano fin dall’inizio note di fiori bagnati davvero di grande intensità; accanto, frutta tropicale, per lo più candita (ananas e papaya). Mela gialla, molto presente. Ci sono sentori erbacei molto spiccati (e ci viene in mente il timo), poi tanto tanto limone… Inoltre suggestioni di pane, di lievito, di farina impastata. Col tempo si ‘ingrassa’, ed emergono suadenti note di pastello a cera.

P: l’impatto, a questa gradazione, è molto piacevole, è ancora bello pieno. Ancora la cera, quella patina umida; poi un poco di frutta tropicale, piuttosto zuccherina (di nuovo papaya), anche se in disparte. Orientato molto verso l’agrume, e il limone in modo particolare, forse il sentore dominante qui al palato. Anche burro… Torta al limone?, ma non la torta Paradiso, quelle non tanto dolci, con tanta scorza di limone… Resiste poi una nota vegetale, anzi floreale, che ci fa venire in mente la rosa (e la marmellata di rosa). Tutte queste caratteristiche si sovrappongono però, in modo straniante, a un senso di distillato giovane, molto pulito, molto nudo e vegetale.

F: e il finale, infatti, è un tripudio di sobrietà, ancora con limone, rose, quasi un senso di mineralità.

Molto strano, senti che è un whisky “lasciato lì”, certo non era frutto di una politica dei legni aggressiva come quelle in voga oggidì. Molto complesso, molto difficile anche, pieno di spigoli austeri che distrattamente si potrebbero confondere con della immatura gioventù. Oscilla continuamente tra la promessa in fine frustrata di una dolcezza tropicale, rotonda e intensa, e gli spilli dei lieviti, dello spirito, della cera e dell’erbaceo: difficile dunque, e per questo molto stimolante. In sintesi, a noi è piaciuto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anggun – Snow on the Sahara.

Bowmore 25yo (1991/2017, Antique Lions of Spirits, 48,7%)

Antique Lions of Spirits, ormai lo sapete, è un marchio dietro cui si celano tre prestigiosi player del mondo del whisky: Max Righi, Diego Sandrin, Jens Drewitz. Nel corso delle settimane passate abbiamo già assaggiato qualche espressione delle loro ultime, bellissime serie, e siamo invariabilmente rimasti soddisfatti. Oggi però vogliamo coglierli in castagna, fargli fare una bella figuraccia, e allora puntiamo su un single cask di Bowmore di 25 anni: almeno questo sarà cattivo, no? Ci ha affiancato nella degustazione Angelo Corbetta, quindi ci sentiamo di condividere con lui l’onere dell’interpretazione.

N: un odore di mare intensissimo, riesce ad essere sia avvolgente e cremoso, burroso, che oleoso, grasso e minerale. Brioche al burro. Grande sapidità, marinità al top. Note balsamiche, per non dire decisamente mentolate; aghi di pino? Ancora note di fiori secchi. Note di gomma (Angelo ci fa tornare in mente la boule dell’acqua calda di gomma che avevamo da bambini…); anche di etere, quello da dentista (ok, Angelo adesso ha bevuto troppo). Forse una lievissima spezia, diremmo cannella? La frutta se ne sta molto in disparte, ci viene in mente giusto l’albicocca disidratata. Eccellente, complessissimo. (Ndr: dopo averlo bevuto, la frutta esplode anche qui…).

P: mamma mia, pazzesco. Incredibilmente complesso. Si apre sul dolce, poi si sviluppa una nota piccantina (pepe bianco) e mentolata – e va a chiudersi poi sulla torba, su un fumo acre non invadente ma inaspettato. Andiamo con ordine: frutta cotta (tanta mela, ma non solo cotta in effetti), note di pasticceria alla frutta, tra la tarte tatin e una crostata di mele; potremmo poi tacere di una splendida nota tropicale, che definiremmo Guava (o guyaba, chiamatelo come vi pare). Floreale, perfino.

F: molto lungo, persistente come un mal di testa alla domenica mattina; marino e torboso, fumoso, come non te lo aspetteresti: resistono note tropicali e briosciose.

Molto molto convincente il naso, con una grande complessità e una costante evoluzione; lungo il finale e per certi versi sorprendente. È altresì vero che il palato resta, a confronto, relativamente più ‘normale’, più piatto – e per dimostrarvi che proprio non ci è piaciuto, gli assegnamo un pessimo 92/100. Riprovateci la prossima volta, magari vi riesce meglio.

Sottofondo musicale consigliato: Chrysta Bell – Heaven.